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INFORM - N. 27 - 6 febbraio 2001

Narducci (CGIE): Chiusure consolari, le mancate risposte del Governo

ZURIGO - Ci sono ancora possibilità concrete per fermare lo smantellamento dei servizi consolari messo in atto dall'Amministrazione degli Affari Esteri con un'accelerazione inusitata e del tutto imprevista? Per rispondere a tale domanda bisognerebbe prima capire se il Governo ha le intenzioni di pronunciarsi sulle sollecitazioni pressanti e continue che ha ricevuto negli ultimi mesi dal CGIE, dai Comites e dalle comunità colpite dalle decisioni assunte. La constatazione è banale, ma soltanto una risposta politica può mettere freno ad un'operazione che a nostro giudizio ha soltanto l'avallo generico del Governo.

Ben inteso, il CGIE non si vuole mettere di traverso per impedire il taglio dei cosiddetti rami secchi, né tantomeno vuole essere il difensore ostinato dell'esistente ispirato al conservatorismo per principio. Ma nemmeno può assistere impassibile a quelle che considera scelte ingiuste, non supportate da dati oggettivi e soprattutto affrettate.

Va detto per correttezza che questa volta non è stata ignorata la legge, che sancisce l'obbligo di acquisire il parere del CGIE. Si deve però aggiungere con amarezza che il parere del CGIE e le soluzioni suggerite con lo spirito di dare vita ad una concertazione vera, capace di combinare le reali necessità degli italiani emigrati con i cambiamenti avvenuti a livello legislativo e tecnologico, non hanno trovato minimamente ascolto nell'amministrazione e soprattutto nei responsabili politici.

Di fronte alla nuova ondata di chiusure, giustificate e non, il CGIE ha reagito (Berlino 15 novembre 2000) rifiutando di esprimere ogni ulteriore parere prima di un incontro con i responsabili di Governo, per esternare loro le preoccupazioni e il dissenso su talune scelte. Caduta nel vuoto la richiesta di una moratoria di tre anni al progetto di chiusura delle sedi localizzate in aree che registrano una consistenza presenza di connazionali, vogliamo sottoporre al Governo la nostra visione e capire se siamo nel campo delle cose fattibili quando chiediamo una programmazione della ristrutturazione più diluita nel tempo, attuata dopo il consolidamento delle procedure stabilite dalle nuove disposizioni di legge e un'ottimizzazione delle tecnologie di processo (è possibile ricorrere ovunque ad Internet?).

Ma anche che si considerino le realtà territoriali, mantenendo aperti uffici leggeri, con poco personale e dotati di tecnologie efficienti, nei casi in cui il disagio sarebbe insopportabile (chiudendo Mulhouse o Coira, i cittadini italiani dovranno sobbarcarsi centinaia di chilometri). L'immagine che ci offre il mondo del lavoro e dell'economia evidenzia che la maggior parte delle concentrazioni attuate in questi ultimi anni si stanno rivelando improduttive economicamente e strategicamente. Chiudendo le sedi minori e trasferendo il personale ai consolati generali o ad altri uffici si realizzano risparmi tali da giustificare il disagio creato alle nostre comunità? E ancora, il tanto apprezzato progetto di sviluppo della cultura e della lingua italiana, così come i varchi da aprire per il sistema impresa italiana, non si giova della presenza di punti di riferimento istituzionali?

Sono tantissimi gl'interrogativi che c'interpellano e per i quali dovremmo avere una risposta. Il Comitato di Presidenza del CGIE, convocato con procedura di urgenza, si riunirà nei giorni 8 e 9 febbraio a Roma ed ha chiesto ancora una volta di poter interloquire con il Governo, per capire e stabilire cosa possiamo e dobbiamo fare.

Con noi aspettano impazienti i connazionali residenti a Bedford (Inghilterra), Coira, Neuchâtel e Sion (Svizzera), Durban (Sud Africa), Mulhouse (Francia), Newark (USA). (Franco Narducci-Inform)


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