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INFORM - N. 22 - 30 gennaio 2001

Il Papa e la sfida dell’intercultura: una scommessa di pace in una società di migranti

ROMA - "Dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace": questo è il titolo del recente messaggio del Papa in occasione della celebrazione della giornata mondiale della pace, che si svolge ogni 1° gennaio.

Il tema di quest’anno è dunque l’intercultura, e ciò assume un rilievo tutto particolare se si tiene conto che l’evento si è collocato all’interno dell’ultima fase del Grande Giubileo appena trascorso; un Giubileo che ha offerto alla capitale l’occasione di ospitare uomini e donne provenienti dai più disparati contesti geografici, sociali e politici di tutto il mondo.

E, del resto, questo vivo senso di coralità nella differenza, di unione universale pur nell’alterità delle origini e delle tradizioni, traspare sin dalle prime battute del documento papale.

"Considerando l’intera vicenda dell’umanità – dice Giovanni Paolo II - si resta sempre meravigliati di fronte alle manifestazioni complesse e variegate delle culture umane. Ciascuna di esse si diversifica dall’altra per lo specifico itinerario storico che la distingue, e per i conseguenti tratti caratteristici che la rendono unica, originale e organica".

Tuttavia il Pontefice non si nasconde che oggi "l’umanità (…) conosce una più difficile solidarietà nei rapporti tra uomini di differenti culture e civiltà, ormai sempre più vicine e interagenti sugli stessi territori. (…) Pericolosa per il futuro della pace sarebbe l’incapacità di affrontare con saggezza i problemi posti dal nuovo assetto che l’umanità, in molti Paesi, va assumendo, a causa dell’accelerazione dei processi migratori e della convivenza inedita che ne scaturisce tra persone di diverse culture e civiltà".

E’ questo il motivo per cui, all’inizio del terzo millennio, il capo della chiesa cattolica ha ritenuto "urgente invitare (…) tutti gli uomini di buona volontà a riflettere sul dialogo fra le differenti culture e tradizioni dei popoli", dicendosi peraltro "lieto che anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite abbia colto e proposto questa urgenza, dichiarando il 2001 ‘Anno internazionale del dialogo fra le civiltà’".

Innanzitutto, afferma il Papa, non si può prescindere dal principio che "essere uomo significa necessariamente esistere in una determinata cultura. Ciascuna persona è segnata dalla cultura che respira attraverso la famiglia e i gruppi umani con i quali entra in relazione, attraverso i percorsi educativi e le più diverse influenze ambientali, attraverso la stessa relazione fondamentale che ha con il territorio in cui vive. (…) E’ sulla base di questo rapporto fondamentale con le proprie ‘origini’ (…) che si sviluppa nelle persone il senso della ‘patria’, e la cultura tende ad assumere, ove più ove meno, una configurazione ‘nazionale’".

"L’amor di patria è, per questo, un valore da coltivare, ma senza ristrettezze di spirito, amando insieme l’intera famiglia umana ed evitando quelle manifestazioni patologiche che si verificano quando il senso di appartenenza assume toni di autoesaltazione e di esclusione della diversità, sviluppandosi in forme nazionalistiche, razzistiche e xenofobe".

Il documento pontificio valorizza e apprezza, quindi, il legittimo attaccamento che ogni individuo avverte naturalmente nei confronti della propria terra e cultura d’origine, al punto che, in riferimento al nostro Paese, queste parole sembrano autorevolmente suggellare la recente Conferenza degli italiani nel mondo, tutta permeata da un tale spirito di identità nazionale.

Al tempo stesso, tuttavia, il Pontefice mette in guardia da integralismi ideologici che, in nome di una presunta superiorità etnica, schiacciano la dignità della persona come tale.

E allora, "perché il senso di appartenenza culturale non si trasformi in chiusura, un antidoto efficace è la conoscenza serena, non condizionata da pregiudizi negativi, delle altre culture. Del resto, ad un’analisi attenta e rigorosa, le culture mostrano molto spesso, al di sotto delle loro modulazioni più esterne, significativi elementi comuni. (…) Le diversità culturali vanno perciò comprese nella fondamentale prospettiva dell’unità del genere umano".

"Ma ancor oggi, purtroppo, in diverse parti del mondo, assistiamo, con crescente apprensione, al polemico affermarsi di alcune identità culturali contro le altre. Questo fenomeno - si rammarica il Pontefice - rende penosa la condizione di talune minoranze etniche e culturali, che si trovano a vivere nel contesto di maggioranze culturalmente diverse, inclini ad atteggiamenti e comportamenti ostili e razzisti".

Del resto, continua il messaggio, "se tanto preoccupante è il radicalizzarsi delle identità culturali che si rendono impermeabili ad ogni benefico influsso esterno, non è però meno rischiosa la supina omologazione delle culture (…) a modelli culturali del mondo occidentale che (…) sono ispirati (…) a forme di radicale individualismo. Si tratta di un fenomeno di vaste proporzioni (…) che erode dall’interno assetti culturali diversi e civiltà nobilissime".

Come dire: attenzione tanto al nazionalismo xenofobo quanto all’appiattimento delle differenze specifiche, quale risultato di quella omologazione planetaria ad opera di un’unica cultura dominante che si chiama globalizzazione.

Così, "analogamente a quanto avviene per la persona, che si realizza attraverso l’apertura accogliente dell’altro (…), anche le culture (…) vanno modellate coi dinamismi tipici del dialogo": infatti "le culture trovano nel dialogo la salvaguardia delle loro peculiarità e della reciproca comprensione e comunione", proprio perché questo "concetto di comunione (…) non è mai appiattimento nell’uniformità o forzata omologazione o assimilazione; è piuttosto espressione del convergere di una multiforme varietà, e diventa perciò segno di ricchezza e promessa di sviluppo".

Ora, se una simile ‘teoria della pace’ deve trovare concreta attuazione, quale campo di applicazione migliore se non quello quotidiano delle migrazioni internazionali, visto che ormai ogni Paese fa esperienza di un numero sempre più cospicuo di stranieri sul proprio territorio? Così, proprio sul presupposto stesso che "il dialogo porta a riconoscere la ricchezza della diversità e dispone gli animi alla reciproca accettazione, nella prospettiva di un’autentica collaborazione", il Papa ricorda che "lo stile e la cultura del dialogo sono particolarmente significativi rispetto alla complessa problematica delle migrazioni".

A questo proposito la storia insegna che "i processi migratori sono avvenuti nei modi più diversi e con esiti disparati. Sono molte le civiltà che si sono sviluppate e arricchite proprio per gli apporti dati dall’immigrazione. In altri casi, le diversità culturali di autoctoni e immigrati non si sono integrate, ma hanno mostrato la capacità di convivere, attraverso una prassi di rispetto reciproco".

Se ne ricava - continua il Pontefice - che "in una materia così complessa non ci sono formule ‘magiche’; è tuttavia doveroso individuare alcuni principi etici di fondo a cui fare riferimento. Primo fra tutti, è da ricordare il principio secondo cui gli immigrati vanno sempre trattati con il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana", tanto più che "l’accoglienza riservata ai migranti da parte dei Paesi che li ricevono e la loro capacità di integrarsi nel nuovo ambiente umano rappresentano altrettanti metri di valutazione della qualità del dialogo tra le differenti culture".

Concludendo, "si tratterà allora di coniugare l’accoglienza che si deve a tutti gli esseri umani, specie se indigenti, con la valutazione delle condizioni indispensabili per una vita dignitosa e pacifica per gli abitanti originari e per quelli sopraggiunti. Quanto alle istanza culturali di cui gli immigrati sono portatori, nella misura in cui non si pongono in antitesi ai valori etici universali, insiti nella legge naturale, ed ai diritti umani fondamentali, vanno rispettate e accolte". (Luca Di Sciullo-Inform)


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