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INFORM - N. 20 - 26 gennaio 2001

Messaggero di sant'Antonio

Intervista a Camillo Moser (CGIE): Ripartire da Roma

"Stato, Regioni e Cgie devono avere un tavolo di concertazione per l’emigrazione. Intanto iniziamo ad insegnare la storia della diaspora italiana nelle scuole superiori".

ROMA - Camillo Moser è membro del Comitato di presidenza del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) e del Comitato esecutivo della Prima Conferenza per gli italiani nel mondo. Quali sono le sue impressioni sulla Conferenza?

Le impressioni sono buone per la partecipazione qualitativa degli interventi sia singoli, sia organizzati per nazione o continenti, sia per i settori delle donne e dei giovani. Le relazioni sono state preparate bene, ma ora il problema è come arrivare alle conclusioni. Ricordo Papa Montini che diceva: "Convocare un Concilio è facile, perché è come un aereo che parte; ma chiuderlo è come un aereo che atterra dentro ad Hong Kong, tra le case". La mia richiesta in questo "post-conferenza" parte da un presupposto ideologico, che può essere la chiave di svolta: la creazione della Circoscrizione estera ha virtualmente creato la ventunesima regione italiana. Ciò significa che il Cgie diviene un Consiglio "regionale" degli italiani all’estero. Presto avremo in Parlamento anche i rappresentanti dei nostri connazionali all’estero, come li ha ogni regione. La mia richiesta specifica è di creare un tavolo di concertazione: Stato, Regioni, Cgie, dove passino tutte le linee di politica nazionale e regionale per l’emigrazione. È un punto essenziale, perché determina la politica dei prossimi anni e deve precedere tante altre scelte specifiche nei settori, per esempio, della previdenza o della cultura. Mi sta a cuore un’altra idea che propongo da tempo: l’insegnamento della storia dell’emigrazione nelle scuole superiori italiane. Bisogna trovare dei professori che scrivano questa storia, anche se c’è già molto, per inserirla come materia curriculare. Solo così creeremo una coscienza dell’emigrazione e avremo un’informazione di ritorno. Ecco le due cose che ritengo prioritarie nel programma post-Conferenza.

Come arrivare a questo "tavolo di concertazione"?

Basta un decreto del ministro degli Esteri che metta insieme, come per la conferenza Stato-Regioni, i rappresentanti dei vari ministeri, gli assessori o i direttori regionali all’emigrazione, e un rappresentante del Cgie. È lì che si concertano prima le leggi regionali e nazionali che riguardano comunque il mondo dell’emigrazione: diviene un "imbuto", un momento politico e uno strumento funzionale nel quale si valutano, offrendo apporti costruttivi, i programmi, le iniziative pluriregionali sulle scuole, la partecipazione dei giovani discendenti di italiani all’estero alle università italiane, la presenza all’estero di gruppi di regioni ed altro. Insomma una politica che farà risparmiare spese e determinerà risultati concreti.

Questa proposta va però contro la tendenza delle Regioni di gestire autonomamente le iniziative per i loro corregionali all’estero?

Certo. Io sono d’accordo con alcuni delegati che durante i lavori della Conferenza di Roma hanno affermato che questo stile determina una divisione nelle comunità. Ricordo quello che mi diceva un amico bellunese: "I miei fratelli gestiscono due alberghi collocati nei due lati opposti di una strada di confine tra le province di Trento e Belluno: l’uno riceve un sacco di contributi, l’altro niente". Non vogliamo che queste discriminazioni si ripetano nel mondo dell’emigrazione, perché diventerebbe una cosa scandalosa. Se invece facciamo il raccordo tra le regioni su progetti comuni, come sull’insegnamento della lingua e della cultura, sui rapporti tra università e sulle prospettive di lavoro, riusciremo a realizzare qualcosa potenzialmente incredibile.

La partecipazione alla Conferenza dei giovani porterà a prospettive migliori?

Io ho partecipato a quattro delle cinque pre-conferenze continentali, incontrando molti giovani e tanta voglia d’italianità. Un’esperienza che ha confermato la necessità di "momenti di raccordo istituzionale". Faccio un esempio: da anni parliamo di una delega all’italofonia (come in Francia per la francofonia), che raccolga tutte le presenze organizzative e finanziarie dell’Italia per i nostri giovani all’estero: come le borse di studio o ricerche. In un discorso di concertazione tra Stato e Regioni, noi amplieremo dieci volte l’impegno che vogliamo realizzare. Però devono esserci questi momenti istituzionali di raccordo, altrimenti ognuno va per conto suo, comprese le regioni. (Luciano Zanovello-Messaggero di sant’Antonio/Inform)


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