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INFORM - N. 17 - 23 gennaio 2001

Messaggero di sant'Antonio

Italiani dimenticati: la legge sulla cittadinanza fa ancora discriminazioni

PADOVA - La missiva di un lettore - Adilson Làzaro, Espirito Santo, Brasile - riapre il dibattito sul tema del riconoscimento della cittadinanza ai nostri emigrati e ai loro discendenti.

"Sono figlio di madre italiana, che non ha perso la sua cittadinanza. Sono presidente di un’associazione culturale italiana, mi occupo di un programma radiofonico dal titolo "Italia Canta". Non riesco a capire perché per il fatto di essere nato prima del 1° gennaio 1948, la legge italiana non riconosca la mia duplice cittadinanza, quando la stessa è concessa a tanti calciatori stranieri che non hanno né sangue né ascendenza italiani.Perciò mi domando: come posso trasmettere ai miei figli la coscienza e l’orgoglio di un’identità che non mi è concessa? Non voglio soldi, solo il riconoscimento di un diritto!".

Crediamo che i contenuti di questa lettera interpretino i sentimenti di molti italiani all’estero: italiani per identità, lingua e senso di appartenenza alle loro origini, eppure non riconosciuti tali dallo Stato italiano. Così, sul tema sollevato da Adilson Làzaro, abbiamo interpellato Maria Marta Farfan, Responsabile per i problemi dell’immigrazione dell’Inas-Cisl di Roma.

Possiamo delineare un quadro storico-giuridico della legge sulla cittadinanza?

La prima legge sulla cittadinanza italiana, la n. 555, risale al 1912. Essa si basava su principi che presupponevano la supremazia del padre-marito e la prevalenza di un’unica cittadinanza in seno alla famiglia. Secondo il principio dello jus sanguinis (diritto di sangue) accolto nella legge del 1912, erano considerati cittadini italiani dalla nascita solo i figli di padre italiano. Tale principio non era applicabile al figlio di madre italiana e padre straniero, il quale era considerato italiano solo se il padre era ignoto o apolide, ovvero se, in base alle leggi vigenti nel Paese straniero di cui il padre era cittadino, non gli veniva trasmessa la cittadinanza del padre.

Nel 1975 c’è stata in Italia la riforma del diritto di famiglia ed è stato introdotto il principio di uguaglianza nei rapporti familiari tra uomo e donna. Solo nell’83 viene accolto tale principio, a seguito della sentenza 30/1983 della Corte Costituzionale, sostenendo che anche il figlio di sola madre italiana è italiano.

Sempre nel 1983, a seguito di tale sentenza, viene approvata la legge n. 123 che sancisce la trasmissibilità della cittadinanza italiana per nascita al figlio, anche se adottivo, di padre o di madre italiani. Tuttavia la suddetta sentenza della Corte Costituzionale ha prodotto effetti solo dal 1° gennaio 1948, data di entrata in vigore della Costituzione Italiana, consentendo così l’attribuzione della cittadinanza italiana al figlio di padre o di madre italiani, nato dopo il 1° gennaio 1948.

L’attuale legge sulla cittadinanza n. 91/1992 recepisce il principio della parità di trattamento consentendo quindi l’attribuzione della cittadinanza italiana al figlio di padre o di madre italiani. Tale legge, tuttavia, non avendo effetti retroattivi, per quanto concerne la linea materna si applica ai figli nati da madre italiana dopo il 1948.

Qual è attualmente la situazione?

La cittadinanza italiana si acquisisce automaticamente per filiazione, per nascita in Italia, per riconoscimento o adozione, per trasmissione di diritto.

La cittadinanza per via paterna si trasmette senza limiti di tempo e di generazione, purché non sia stata interrotta per perdita o rinuncia prima della nascita dei figli.

La cittadinanza per sola via materna si trasmette dal 1° gennaio 1948.

Altre norme hanno discriminato la donna italiana in relazione al matrimonio e ai figli. In base al principio dettato dalla legge del 1912 sulla prevalenza dell’unità della cittadinanza in seno alla famiglia, l’italiana che sposava uno straniero, perdeva la cittadinanza italiana in caso di acquisizione automatica della cittadinanza del marito. Di conseguenza, diventata straniera, non trasmetteva la cittadinanza italiana ai propri figli. Nel 1975 la legge di riforma del diritto di famiglia disponeva che la donna che aveva perso la cittadinanza a seguito del matrimonio con uno straniero, la poteva riacquistare con dichiarazione resa all’autorità competente. Pertanto, se i figli della donna italiana diventata straniera per matrimonio erano minori al momento del riacquisto, essi conseguivano la cittadinanza italiana mentre, se erano maggiorenni, il mutamento di cittadinanza della madre non si ripercuoteva sulla loro cittadinanza straniera.

Oggi quali sono i criteri che consentono a un discendente di emigrati italiani di ottenere la cittadinanza italiana?

I criteri per il riconoscimento della cittadinanza italiana si basano sulla dimostrazione della discendenza italiana per via paterna. Questa possibilità si realizza attraverso la presentazione, presso il consolato italiano all’estero, di tutta la documentazione di stato civile, quindi dell’ascendente che è partito dall’Italia ed è andato in un Paese d’emigrazione e di tutti i suoi discendenti fino alla persona che richiede la cittadinanza. Occorre presentare tutti gli atti di stato civile e il consolato verifica che non ci sia stata un’interruzione per rinuncia o una perdita per naturalizzazione, perché la legge italiana prevedeva che chi, per esempio, si naturalizzava cittadino in un Paese straniero perdeva la cittadinanza italiana. Dal ‘92 questo non è più possibile perché c’è la doppia cittadinanza. Il consolato, quindi, dichiara la cittadinanza italiana per diritto di sangue.

Nel caso della donna, verifica se si tratta di una donna italiana, sposata con un cittadino straniero, e se il figlio è nato prima del 1948.

Per i figli di madre italiana che non possono avere la cittadinanza come nel caso del nostro lettore, ci sono altre possibilità, però sono legate a situazioni che riguardano la Costituzione Italiana. Per esempio c’è la possibilità di avere la cittadinanza per beneficio di legge quando si ha un ascendente italiano: non ha potuto riconoscere la propria cittadinanza, ma risiede dai 16 ai 18 anni, oppure fa il servizio militare o assume un pubblico impiego.

L’ultima possibilità è quella della naturalizzazione, quando si risiede in Italia da almeno 3 anni. Sono tutte condizioni che richiedono la residenza sul territorio italiano.

Ci sono speranze che italiani di fatto, come il nostro lettore, possano diventarlo anche di diritto?

Sono state presentate delle proposte di legge che cercano di riformare questo concetto di cittadinanza per via materna. Purtroppo vedo che il Parlamento italiano non ha colto questa istanza di tanti italiani che vivono all’estero. E in questo momento non ci sono discussioni in questo senso. Le sentenze della Corte Costituzionale hanno affermato un principio che è molto difficile poter cambiare, per cui credo sia importante una forte pressione da parte dei nostri connazionali all’estero, anche nei confronti del governo italiano per abolire questa discriminazione. (Marco Evangelisti-Messaggero di sant'Antonio/Inform)


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