* INFORM *

INFORM - N. 13 - 17 gennaio 2001

RASSEGNA STAMPA

Il Sole 24 Ore, 17.1.2001

Riforme - La maggioranza rinuncia e accusa il Centro-destra - La replica: saremo noi ad approvarla dopo le elezioni. sulla legge elettorale cala il sipario Il Prc: così salta la non belligeranza con l’Ulivo - Ripartono il conflitto di interessi e il voto per gli italiani all’estero

ROMA Tra polemiche e accuse reciproche, è definitivamente calato il sipario anche sull’ultimo dei numerosi tentativi portati avanti in questa legislatura per modificare il tanto denigrato "Mattarellum", la legge elettorale in vigore per la Camera. Ieri al Senato, la maggioranza ha preso atto dell’impossibilità di andare avanti sul suo testo di riforma, approdato in Aula dopo il fallimento in commissione Affari costituzionali di ogni ipotesi di intesa con il Centro-destra. Nonostante le pressioni di una parte del Centro-sinistra e, in particolare, del Prc, la prospettiva di procedere a colpi di maggioranza è stata così esclusa. "Oggi — ha detto il ministro per le Riforme Antonio Maccanico, commentando amaramente l’esito negativo della riforma — non ha vinto proprio nessuno: il vero sconfitto è il popolo italiano".

Lo stop alla riforma elettorale è arrivato con l’approvazione di un ordine del giorno della maggioranza in cui si sostiene che il comportamento dell’opposizione di Centro-destra rende impossibile il varo della legge nei pochi mesi che mancano alla fine della legislatura. Considerazione ribadita dallo stesso Maccanico che ha accusato Polo e Lega di avere deliberatamente affossato la possibilità di una nuova legge elettorale. Un fallimento, ha sottolineato il ministro, dovuto al "no pregiudiziale per interesse di parte", pronunciato da chi è oggi "abbagliato dalla convinzione di una vittoria elettorale".

Maccanico ha quindi ribadito di essere convinto che il testo di riforma all’esame del Senato era condivisibile anche dalla Casa delle libertà, al punto che "si sarebbe dovuto chiamare non "Franceschini-Villone", ma "La Loggia (il presidente dei senatori di Fi, Ndr)-Franceschini-Villone", visto che recepisce gran parte delle richieste dell’opposizione".

A nome della Cdl, Enrico La Loggia ha comunque assicurato che la riforma verrà fatta nella prossima legislatura "nell’ambito di una revisione più ampia e coerente degli assetti costituzionali". Il capogruppo del Ccd Francesco D’Onofrio ha quindi spiegato le ragioni, tre di ordine istituzionale e una di natura politica, all’origine del no del Centro-destra. Per D’Onofrio, l’Ulivo non sarebbe mai stato in grado di proporre un sistema che garantisce la maggioranza dei seggi di Camera e Senato a chi ottiene la maggioranza dei voti (ciò che, invece, secondo il presidente della prima commissione del Senato Massimo Villone (Ds), farebbe proprio la Franceschini-Villone). Inoltre, la Cdl ha detto di no perché è stata sempre respinta la proposta di abolire il voto disgiunto, che consente quella desistenza che l’Ulivo, sostiene D’Onofrio, vuole riproporre al Prc. Terzo motivo, il fatto che approvare ora una nuova legge elettorale prima di fare le necessarie riforme costituzionali significa rinunciare a queste riforme. Infine, la ragione politica deriva dal fatto che la nuova legge, "come ammettono Fausto Bertinotti e Giulio Andreotti", avrebbe l’obiettivo di rompere l’attuale bipolarismo e "scompaginare i due poli esistenti".

Individuare la responsabilità di una morte ampiamente annunciata, come quella di ieri al Senato della riforma elettorale, non interessa più di tanto al leader del Prc, che non ha mandato giù la rinuncia della maggioranza a proseguire da sola e ha confermato l’intenzione di presentare candidati in tutti i collegi senatoriali. La decisione di gettare la spugna, per la verità, era già nell’aria da tempo. Tanto che se ne era parlato anche nell’ultimo incontro dell’Ulivo con Francesco Rutelli, prima del congresso a Berlino del Ppe.

L’attenzione è ora rivolta verso tre provvedimenti che il Centro-sinistra intende portare a termine entro la legislatura. La legge di attuazione per il voto degli italiani all’estero, che riprende oggi il suo iter in commissione Affari costituzionali del Senato, il conflitto di interessi e la seconda lettura della riforma costituzionale in senso federale. La prima non dovrebbe presentare difficoltà, dato che il suo destino non è più legato a quello della riforma elettorale e sono mesi che la Cdl chiede di andare avanti con un provvedimento ad hoc e procedura d’urgenza. Più complessa la partita sul conflitto di interessi, da oltre due anni e mezzo all’esame della prima commissione di Palazzo Madama dopo che la Camera ha approvato all’unanimità il testo a firma del relatore di Fi Franco Frattini, e il ddl costituzionale su un federalismo che Polo e Lega criticano aspramente. Nell’Ulivo, in molti dubitano poi che possa essere un vantaggio spostare la battaglia dal fronte della legge elettorale a quello del conflitto di interessi. La settimana prossima, comunque, si riprende a votare, assicura Villone. Ma di certo non per fare passare il testo Camera. (Luca Ostellino)

Il Secolo d'Italia. 17.1.2001

Ma sul voto agli italiani all’estero non sono perse le speranze: l’iter continua in Commissione

Il disegno di legge per l’attuazione del voto degli italiani all’estero riprenderà il suo iter in Commissione Affari costituzionali del Senato. E’ questa, almeno in apparenza, l’intenzione della maggioranza, come ha annunciato Gavino Angius, rispondendo ad alcune domande dei giornalisti. Il ddl di attuazione delle nuove norme costituzionali era stato inserito dal Centrosinistra nella proposta di riforma elettorale Franceschini-Villone: un’idea ricattatoria allo scopo di costringere l’opposizione a votare per la riforma, in cambio della concessione del voto ai nostri connazionali che vivono all’estero.

La decisione di ieri di non insistere nell’approvazione di questa riforma, però, non comporterà l’abbandono del provvedimento per il voto degli italiani all’estero. Il Presidente dei senatori diessini accusa però, per l’ennesima volta, il Polo di "aver fatto perdere molto tempo anche sul voto degli italiani all’estero". E’ vero, ovviamente, il contrario, dal momento che la Casa delle Libertà (non a caso il padre della legge è Mirko Tremaglia, responsabile Esteri di An), da sempre si batte per una rapida ed efficace approvazione della legge. E non a caso la questione è stata posta dalla maggioranza in questi termini. Comunque bisogna anche leggere dietro le parole del capogruppo Ds al Senato per rendersi conto dell’interesse del Centrosinistra per i nostri connazionali. Infatti Angius non è convinto che la legge passerà: "Verificheremo ora in Commissione se c’è spazio - ha spiegato Angius - per approvare almeno questo disegno di legge. Siamo convinti che i nostri connazionali all’estero debbano votare fin dalla prossima primavera". Convinzione che sicuramente riguarda anzitutto la Casa delle Libertà: e dunque, a meno che la maggioranza come ha fatto con la Franceschini-Villone, non ponga la questione in termini ricattatori, non si capisce quale impedimento potrebbe esserci per l’approvazione della legge.

Dal canto suo il vice presidente del gruppo di Alleanza Nazionale al Senato, Alfredo Mantica, ribadisce l’invito a "discutere immediatamente in Commissione le norme che consentono agli italiani all’estero di votare sin dalle prossime elezioni politiche". In tal modo, aggiunge Mantica, verrebbero rispettati "anche gli impegni che il presidente della Repubblica ha assunto con la nostra comunità all’estero. Non voglio credere che il Centrosinistra - ha sostenuto l’esponente di An - abbia voluto utilizzare questa materia come arma di ricatto verso il Polo, cercando di inserire le norme attuative nel ddl sulla legge elettorale che oggi (ieri per chi legge, ndr) viene archiviato. Pertanto - ha detto ancora Mantica - ribadiamo l’invito ad esaminare subito in Commissione quelle norme che consentono agli italiani che vivono fuori dalla Patria - ha ribadito, concludendo - di votare sin dalle prossime elezioni".

Corriere della Sera, 17.1.2001

Legge elettorale, non se ne fa nulla. Una commedia per due Camere

Dopo l’approvazione della legge finanziaria i problemi su cui il Parlamento avrebbe dovuto legiferare, e che ne avrebbero giustificato i lavori prima del suo scioglimento, erano cinque: la riforma della legge elettorale, il federalismo, il "pacchetto sicurezza", la legge sul voto degli italiani all’estero, il conflitto d’interessi. Ieri, con un documento che attribuisce ogni responsabilità all’opposizione, la maggioranza ha spiegato che non avremo una nuova legge elettorale e che torneremo alle urne con quella del 1993. Il Polo ne sarà felice e sosterrà che le accuse della maggioranza nascondono la sua impotenza. Noi ci limiteremo a constatare che dei cinque piccoli indiani sopravvissuti nell’ultima fase della XIII legislatura il primo è definitivamente morto. Sulla salute degli altri è lecito avere qualche dubbio. Nel Corriere di ieri Francesco Verderami ha spiegato che la maggioranza teme di dividersi sulla legge del federalismo ed esita prima di portarla in aula. Il "pacchetto sicurezza" crea probabilmente le stesse difficoltà. Per il conflitto di interessi esiste, come è noto, un disegno di legge che fu approvato in un ramo del Parlamento. Ma la maggioranza lo considera oggi insufficiente e non è disposta ad approvarlo nell’altro. Resta la legge ordinaria sul voto degli italiani all’estero. Ma la materia, a quanto pare, è molto intricata e richiede qualche riflessione supplementare. Abbiamo così la legge costituzionale che istituisce le circoscrizioni elettorali all’estero, ma potremmo terminare la legislatura senza quella che renda il voto materialmente possibile.

Esiste quindi il rischio che nessuna di queste cinque leggi veda la luce prima della fine della legislatura. Anzi, esiste purtroppo la possibilità che ciascuna di esse diventi il campo di battaglia su cui maggioranza e opposizione si batteranno per rinfacciarsi la responsabilità di averla boicottata. Se questo accadesse non avremmo una migliore legge elettorale, un po’ di federalismo, una maggiore sicurezza e una più efficace disciplina del conflitto d’interessi. Avremmo invece litigi e accuse reciproche. Il Parlamento non servirebbe, in questo scorcio di legislatura, a fare leggi. Diverrebbe una tribuna per atteggiamenti retorici e provocatori. Il governo e l’opposizione possono ancora evitare che ciò accada e accordarsi su alcune di queste materie. Se vi riuscissero ciascuna delle due coalizioni perderebbe forse il diritto di segnare un punto e attribuirsi un merito, ma insieme otterrebbero un risultato più importante.

Uno dei guai di questo Paese è il sentimento di sfiducia che una parte dell’opinione pubblica prova ormai per la sua classe politica. Le bicamerali fallite, le riforme irrealizzate, i conflitti tra i grandi corpi dello Stato, le trasmigrazioni dei parlamentari da un partito all’altro (200 alla Camera nel corso della legislatura), il continuo e inconcludente cicaleccio televisivo delle persone a cui abbiamo dato il mandato di amministrarci hanno suscitato nei cittadini un sentimento di stanchezza che ha assunto proporzioni inquietanti. Un accordo trasversale su alcune delle materie che rimangono all’ordine del giorno del Parlamento dimostrerebbe che la classe politica sa anteporre gli interessi del Paese a quello dei partiti e le restituirebbe una parte del prestigio perduto. Tre mesi di baruffe destinate a concludersi con un nulla di fatto dimostrerebbero che essa non merita fiducia.

Ci sembra quindi che esistano oggi soltanto due prospettive ragionevoli. La prima è l’approvazione di alcune delle leggi più attese. La seconda, nella peggiore delle ipotesi, è lo scioglimento del Parlamento e la fissazione di una data (l’ election day auspicato dal presidente del Consiglio), la più vicina possibile, per le elezioni nazionali e locali. Lasciare che le Camere sopravvivano inutilmente fino all’ultimo minuto significa suscitare il sospetto che questa ultima boccata di ossigeno per una legislatura ormai morta serva alle forze politiche soltanto per meglio prepararsi allo scontro elettorale. Sarà davvero sorprendente se molti italiani, in questo caso, preferiranno voltare le spalle alle urne? (Sergio Romano)

Corriere della Sera, 17.1.2001

POLITICA Riforma addio, Bertinotti lascia solo l’Ulivo. Il leader: grave errore rinunciare alla legge elettorale, Rifondazione non farà patti al Senato

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Ultimi tentativi per gli italiani all'estero

Riprende a marciare autonomamente la norma di attuazione sul voto degli italiani all'estero, che la maggioranza aveva trasferito all'interno della legge elettorale (il Polo, in particolare An, ne chiedeva lo stralcio). Già da oggi il provvedimento dovrebbe tornare in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama. "Però ci sono complicatissime modalità tecniche da definire", sottolinea il presidente della Commissione, Massimo Villone (Ds). E il ministro degli Esteri Lamberto Dini, se da un lato invita a non perdere tempo, dall'altro non nasconde il rischio del fattore tempi-stretti.

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(Daria Gorodisky)


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