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INFORM - N. 12 - 16 gennaio 2001

A colloquio con Luigi Barindelli (CGIE Brasile)

Come riavvicinare i giovani oriundi nel mondo all’Italia: due idee da proporre ai parlamentari esteri di origine italiana

ROMA - "La questione del rapporto dei giovani cittadini esteri di origine italiana con l’Italia non può essere risolta dal Governo o dal Parlamento italiani come tali, ma semmai attraverso un impegno congiunto dell’Italia e dei parlamentari di origine italiana nei singoli Paesi esteri che ospitano le nostre comunità di oriundi. E’ per questo che l’incontro dei parlamentari italiani con i colleghi di origine italiana eletti in paesi stranieri di diverse parti del mondo in cui è presente una nostra collettività, svoltosi il 20 e 21 novembre scorsi a Montecitorio, con le due Camere nazionali riunite, è stata, in questo senso, un’occasione veramente preziosa, oltre che una novità assoluta".

Così si è espresso Luigi Barindelli, uno dei quattro consiglieri eletti in rappresentanza della comunità italiana in Brasile all’interno del CGIE e componente del Comitato di presidenza, in un colloquio avvenuto dopo la conclusione della Prima Conferenza degli italiani nel mondo. In tale occasione, ha spiegato: "poiché la maggior parte delle giovani generazioni di oriundi possiede la sola nazionalità del Paese estero di residenza e sempre meno sono quelli che hanno, come seconda nazionalità, quella italiana, è ovvio che, per quanto riguarda un recupero dei contatti di questi giovani con l’Italia, sono i singoli Parlamenti esteri, attraverso i propri rappresentanti di origine italiana, a dover fare i primi passi in questa direzione, in virtù del fatto che si tratta di realizzare una politica che riguarda in fondo una parte dei propri cittadini".

"E’ per tale ragione– ha continuato Barindelli – che avendo cominciato a lavorare su tali questioni sin dal maggio 2000, quando è stata approvata in Italia la legge che ha indetto, con la Prima Conferenza degli italiani nel mondo, la Conferenza dei parlamentari di origine italiana, abbiamo presentato in questa occasione due proposte molto concrete, frutto di una serie di incontri e di scambi precedenti con rappresentanti istituzionali italiani".

"In sostanza, se si vuole legare due paesi attraverso i gruppi giovanili, si richiede innanzitutto che le nuove generazioni all’estero ricomincino a parlare l’italiano. E allora in Brasile ad esempio, dove su 25 milioni di oriundi si stima una presenza giovanile di circa 10 milioni, i parlamentari di origine italiana dovrebbero promuovere una legge che, anche senza fare esplicito riferimento dell’idioma del bel paese, introduca in ogni ordine di scuola l’insegnamento di due lingue straniere: una di tipo professionale-commerciale (come l’inglese) e un’altra che serva al mantenimento del patrimonio linguistico connesso a una delle molte culture in una società multietnica come quella brasiliana. In questo modo, pur senza aver fatto diretto riferimento all’italiano, le nostre comunità locali saprebbero di poter contare automaticamente su una presenza dell’italiano nelle scuole proporzionale all’incidenza di 25 milioni di oriundi sulla popolazione"

La seconda idea si fonda, a sua volta, sulla considerazione che il mondo si apre e le nuove generazioni avranno sempre più la possibilità di spostarsi.

"In particolare, dopo la globalizzazione del mercato dei prodotti, già sostanzialmente allargato su scala mondiale, e quella del mercato finanziario, in fase di caotica internazionalizzazione, l’apertura a livello planetario riguarderà sempre più anche un terzo tipo di mercato, quello della manodopera. Ciò vuol dire che, all’interno di uno stesso raggruppamento di Stati, i cittadini dovranno sempre più spostarsi da un Paese all’altro, in una prospettiva che arriverà, anche in questo campo, a un mercato mondiale. In quest’ottica è necessario chiedersi, laddove ci sono oriundi italiani, se non sia opportuno aprire loro le porte in Italia, come destinazione lavorativa o formativa privilegiata, cominciando – e questa è la seconda proposta – dal reciproco riconoscimento dei rispettivi titoli di studio superiori, magari sulla base di accordi bilaterali tra università italiane e straniere".

Si tratterà, come auspica Barindelli, di sviluppare queste idee allargando la collaborazione anche ad altri paesi, oltre che al Brasile. "Anche se mi rendo conto – ha precisato – che queste linee politiche potranno trovare seguito soprattutto in America Latina, giacché in Europa il processo di mobilità lavorativa è nato su basi culturali diverse e certe esigenze sono avvertite con minore urgenza. In ogni caso, il presupposto fondamentale per realizzare tutto ciò consiste nella necessità, d parte delle comunità di oriundi all’estero, di aprire un canale di comunicazione maggiore, non più tanto con analoghe collettività di altri Paesi, quanto piuttosto con i propri rappresentanti nei Parlamenti nazionali si appartenenza, al fine di indirizzare questi ultimi verso politiche interne volte a mettere in atto proposte come le due appena esposte".

Questo è il tema su cui Barindelli ha insistito al termine dell'incontro, esprimendo peraltro una punta di rammarico per il fatto che esso non abbia trovato una esplicita formulazione all’interno del documento finale della Conferenza degli italiani nel mondo. Ma, ci ha assicurato, sarà un argomento portante nella prossima riunione continentale del CGIE per l’America Latina, che si terrà con tutta probabilità in Perù nel maggio 2001. (Luca Di Sciullo-Inform)


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