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INFORM - N. 11 - 15 gennaio 2001

Legge elettorale e voto degli italiani all'estero

"Se non ora, quando?"

FRIBURGO/BR - Ricalco il titolo di un celebre romanzo di Carlo Levi: "Se non ora, quando?". Breve tempo ormai ci separa dal tanto sospirato e pur paventato dibattito in Parlamento sul vasto progetto di riforma elettorale, che include la normativa d'attuazione del voto all'estero, e son dubbi gli esiti a noi profittevoli di tale inserimento, probabilmente messo a punto ad arte e, pertanto, problematico da risolvere ricorrendo ad un iter separato, scindendolo dalla materia cui è collegato.

Troppo a lungo è durata la nostra attesa d'avanzamento civile e politico perché si possa nascondere lo scoramento ed il senso d'umiliazione di fronte ad un'incerta eventualità; troppo il tempo trascorso, intervallato da sterili assicurazioni, grosse parole e promesse di rito, in occasione delle visite più o meno ufficiali all'estero dei nostri "rappresentanti"; o nelle circostanze di più serio momento, come le passate conferenze dell'emigrazione o la recente Conferenza, che da emigrati avrebbe potuto promuoverci in italiani all'estero; e non è ancora avvenuto.

Non facevamo notizia, non l'abbiamo mai fatta, se non in particolari casi, ricordo quanto malauguratamente poté accadere a Vanzi e a Sacchetti. Oggi i media nazionali non si limitano a trascurare l'argomento: mancano regolarmente anche ai convegni di più gran peso per gli italiani fuori d'Italia.

Segnalo un brano dall'intervento di Visconti-Venosta, tenuto un secolo fa per illustrare un disegno di legge sull'emigrazione: "l'emigrazione non dev'essere lasciata al regime sfrenato della speculazione, ma deve essere posta al regime della tutela sociale. Accettare l'emigrazione come un fatto del nostro sviluppo economico, aiutarla, dirigerla, fare di quest'opera un gran servizio pubblico: tale è il concetto che informa il presente disegno di legge" (Atti Parlamentari - Discussione alla Camera dei Deputati in data 27 novembre 1900, pag. 610 e ss.) a valutazione del caso.

Giocheremo, ora, a chi la spara più grossa in fatto d'analisi sul comportamento regolarmente ambiguo di certi nostri politici; ci daremo all'invenzione d'immagini peregrine per bollare la loro trasversalità; risponderemo con luoghi comuni ai luoghi comuni, con battute alle facezie degli autoctoni sui membri della diaspora, invalsi in terra natia o avita, che sia?

Non c'era certo da attendersi una così inqualificabile continuità nell'azione dilatoria, priva di qualsiasi lungimiranza e sensibilità politica - quando non altro -, portata avanti da taluni responsabili della politica nei riguardi dei connazionali all'estero, specie dopo la costosa serie di conferenze, di raduni e di laboratori, quali le recenti Assise alla FAO e dintorni, che si potrebbero manifestare alla fin fine inutili. Vi sarebbe addirittura da parlare di pervicace coerenza nell'azione, tesa ai nostri danni; ma perché, a qual fine? Una buona domanda!

I costi sostenuti finora dallo Stato potrebbero ancora tramutarsi in utile investimento, sempre che sia rispettato il fine, indicato nel titolo stesso della trascorsa Conferenza, vale a dire la promozione da emigrati a cittadini italiani nel Mondo. Era questo l'augurio con il quale si era accolto l'avvento della Prima Conferenza.

Gli auguri, però, non hanno valore corrente da soli: come intervenire per spostare l'ago della bilancia? Occorrerà esercitare le facoltà e le pressioni, concesse in regime democratico, protestare, mobilitarsi contro l'ennesima ingiustizia, prospettare soluzioni, finché si è in tempo; altrimenti bisognerà ritessere la tela di Penelope, attendere e ancora attendere, certo: soprattutto, farlo con quella dignità, che pare non sia tra le virtù peculiari di buona parte degli avversari del voto all'estero.(Vito d'Adamo-Inform)


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