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INFORM - N. 7 - 9 gennaio 2001

Panocchia parla della "sua" Conferenza

Il provincialismo dei media

ROMA - Sembrava una missione impossibile. Eppure Giuseppe Panocchia sorride soddisfatto. Calato il sipario sulla Prima Conferenza degli italiani all’estero, ora è tempo di bilanci. E lui, segretario generale della conferenza, di grandi eventi se ne intende e dice la sua. Rientrato in Italia nel ’98, dal suo ultimo mandato come ambasciatore in Israele, Panocchia si è occupato prima dell’organizzazione del convegno sul tribunale penale internazionale, poi di rapporti economici con i paesi dell’est europeo. E infine, con una struttura ridotta e con tempi strettissimi, si è dedicato ai connazionali all’estero. Ma alla domanda cosa farà da grande, risponde di voler vivere alla giornata.

Allora tirando le somme della Conferenza i conti sono in pari?

"Il tempo non ha certo giocato a nostro favore e questo ha creato dei disagi, ma il risultato raggiunto è stato eccezionale. In pochi mesi siamo riusciti a coinvolgere un gran numero di persone".

Soddisfatto?

"Si, anche se tutto è perfettibile. Ma la cosa più importante è che siamo riusciti a rilanciare il discorso sulla presenza degli italiani all’estero in maniera nuova, più ampia. Inoltre abbiamo avviato un dialogo con i giovani anche per capire in che direzione dobbiamo muoverci: è chiaro, le nuove generazioni sono una realtà importante e sono legate sempre di più al fenomeno dell’integrazione".

Sono stati i connazionali all’estero a chiamare l’Italia o viceversa?

"L’iniziativa è sicuramente partita dal Paese e dal Governo. Ma la risposta oltre confine è stata puntuale e spontanea. Erano dodici anni che non si ripeteva un’occasione del genere.

L’importante è mantenere viva la tensione. A noi non interessa avere il grande evento per poi tornare al silenzio quotidiano".

Quindi continuità?

"Certo. Bisogna creare delle tappe di verifica e cercare di crescere tutti insieme.

Franco Danieli nel suo discorso conclusivo ha proposto una conferenza ogni cinque anni, per fare il punto della situazione.

Una nota stonata: gli organi d’informazione, in Italia, sono stati l’aspetto più deludente, hanno dimostrato scarsa attenzione soprattutto all’inizio".

E da cosa dipende questo disinteresse verso i connazionali all’estero?

"Molti italiani sono fermi a stereotipi che relegano l’emigrato in modelli vecchi e statici mentre i media, abituati al fatto, hanno difficoltà nel seguire un processo in divenire. In tutto questo c’è del provincialismo.

E l’interrogativo rimane: quanto spazio sarà dedicato all’altra faccia dell’Italia nell’attesa del prossimo appuntamento?". (Valentina Benedetti-Inform)


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