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INFORM - N. 5 - 7 gennaio 2001

Rodolfo Ricci (FILEF Nazionale) interviene sulle riflessioni post-conferenza di Graziano Tassello

L'emigrazione (la diaspora) come autonoma risorsa politica

ROMA - La riflessione rapsodica, metodica e sempre molto attenta e intelligente che Graziano Tassello ha iniziato subito dopo la conclusione della conferenza, ha raggiunto - inevitabilmente - nel numero 4/2001 di Inform uno dei punti nodali della discussione: quella del rapporto tra momento partitico e momento associativo, o per meglio dire, del rapporto tra rappresentanza allargata della diaspora (associazionismo) ed il raccordo politico-istituzionale che dovrebbe essere espresso dai partiti.

E' per la verità un dibattito iniziato da tempo e che stenta ad essere posto in maniera precisa, per tutta una serie di ragioni. Premetto che condivido pienamente le perplessità e i giudizi di Tassello e sono d'accordo sulla necessità di garantire nuove modalità di "dialogo-ricerca" scevre da interessi immediati…; condivisione che può essere ampliata a moltissimi delegati che hanno partecipato alla conferenza e ancor più, credo, a chi non vi ha partecipato.

Il mio contributo vuole quindi, in un certo senso, tentare una formalizzazione seppur parziale di questo dibattito-confronto, partendo dalla questione, che ritengo centrale, dell'identità della "diaspora", per arrivare quindi alle forme più adeguate di una possibile rappresentanza di essa.

Contrariamente a chi pensa che esista una identità data una volta per tutte, stabile e immodificabile, sono dell'idea che esista un susseguirsi di identità, nel tempo e nello spazio. Quando si parla di evoluzione delle nostre comunità all'estero si parla essenzialmente di questo:

  1. esistono tante identità miste, in cui quella italiana si è di volta in volta congiunta, si è fatta permeare ed ha permeato le identità dei paesi in cui è arrivata. Ciò è accaduto a livello culturale, economico e politico.
  2. la possibilità di ricondurre ad unità questa varietà di identità è quasi impossibile, ma se si dà, essa può esistere solo nella misura in cui si riesca a tutelare e a valorizzare la molteplicità come ricchezza.

Sul piano politico si pone quindi il problema di quale sia lo strumento e le pratiche più idonee per raggiungere questo obiettivo, ed è questo un problema che l'evoluzione della democrazia e della rappresentanza pone da diversi decenni in tutti i paesi, rispetto alle stesse comunità nazionali; è, cioè, in un certo senso, il problema centrale della democrazia oggi.

Il laboratorio della cosiddetta diaspora, costituisce, in tal senso, una opportunità formidabile di sperimentazione culturale e politica, che gli italiani avrebbero a disposizione.

Gli interlocutori culturali, politici, economici ed istituzionali della cosiddetta diaspora sono tanti come i luoghi in cui la diaspora si è dispersa. E a rigore, non esistono quelli più o meno importanti.

La Conferenza dei parlamentari di origine italiana - evitata dai parlamentari italiani - è l'esempio più evidente di come il quadro in cui ci si muove sia ampio e tendenzialmente universale, certo non riconducibile ai contesti nazionali, i quali, come dimostrato dai fatti, ai livelli che contano, ripetutamente lo ignorano.

Rispetto a ciò, se i partiti italiani si ostinano (sospinti anche dalla congiuntura del voto all'estero) a pretendere di rappresentare queste identità multiple in modo esaustivo, come hanno tentato di fare durante la conferenza senza riuscirci e utilizzando le consuete pratiche, sfioreranno il grottesco; per un motivo molto semplice: le loro reti, le loro ramificazioni sono troppo improntate per forza di cose, sull'interesse nazionale, i loro punti di ascolto risultano essere più orientati all'ascolto della realtà italiana che non a quella dei paesi di residenza. Ne discende che i partiti non possono che rappresentare direttamente solo una parte, minoritaria, di questo mondo.

Possono allora le associazioni sostituire i partiti? Io penso che non debbano farlo, altrimenti incorrerebbero in analogo errore. Io penso che le associazioni debbano rappresentare nel modo più ampio la varietà delle identità, produrre, a partire dalla loro capacità di conoscere e rappresentare questo caleidoscopio di mondi, proposte, indicazioni e concrete attività che siano rivolte direttamente alle comunità, e indirettamente al mondo politico-istituzionale locale ed italiano.

E fermo restando che ogni momento aggregativo è di per sé positivo e stimola la democrazia, credo che bisogna anche chiarire che, nella varietà e molteplicità di identità, esistono purtuttavia delle ispirazioni ideali differenti, a volte dialoganti, a volte contrapposte e delle aspirazioni ai mondi possibili che possono anche confliggere.

Ne individuo, sul momento, due: una più cooperativa, bilaterale, internazionalista, ed un'altra, più unilaterale, che concepisce la diaspora come possibile strumento di potenza nazionale.

Queste due visioni o interpretazioni possono costituire una discriminante su cui imbastire un confronto politico nell'epoca delle globalizzazioni, confronto che riguarda le associazioni come i partiti, sia sul versante italiano che su quello dei paesi di emigrazione. Un confronto la cui necessità appare molto chiara per esempio in America Latina, come è apparso dal dibattito durante la preconferenza di Montevideo, i cui contenuti non possono considerarsi risolti con la questione dell'assegno sociale o della contribuzione pensionistica per gli indigenti anziani.

Un'Italia membro del G-8, dovrà pur porsi il problema, serio, di contribuire allo sviluppo dei paesi di questo continente dove vivono circa 40 milioni di oriundi, di riequilibrare le ragioni di scambio tra Europa/USA/Canada e Sudamerica, di ridurre il debito. La questione è stata posta, a Montevideo, da rappresentanti del mondo associativo, culturale ed anche imprenditoriale, a dimostrazione che quest'ultima categoria (o classe sociale) non ragiona in quei luoghi con gli stessi parametri che siamo soliti udire nell'occidente ricco. La valenza di tali argomenti è tale che i partiti, che pretendono di rappresentare la diaspora avrebbero pane da masticare per i prossimi decenni, portando ai livelli dovuti queste letture e richieste, anziché giocare con lo stantio slogan degli "ambasciatori italiani nel mondo" o con quello, più moderno, di "risorsa".

Ed è anche di grande interesse l'espressione di solidarietà emersa nei confronti dell'America Latina dalle altre preconferenze (quelle del nord), a conferma che esistono premesse per ricostruire un progetto politico che si muova già dentro la diaspora, indipendentemente dalle presunte centrali politiche italiane, spesso autoreferenziali, quanto marginali nel contesto nazionale (altrimenti avremmo assistito a ben altro riscontro sia sui mass-media sia nella sala della plenaria della Conferenza).

La maturità dell'emigrazione italiana nel mondo vuole cioè che si passi a momenti di elaborazione autonomi e chiari, ad opzioni distinte, a configurare quadri interpretativi e di azione sul piano sociale, culturale ed economico (cioè politico) sui quali chiedere consenso, acquisire rappresentanza. Anche a prescindere dalla scarsa udienza che essa ha dentro il sistema paese; poiché essa si muove in un contesto che si chiama mondo ed anticipa dinamiche che diverranno strutturali a partire dalla mobilità intereuropea per arrivare a quella dei cosiddetti terzomondiali o extracomunitari, tra i quali cominciamo a riconoscere molti oriundi che riemigrano in Europa dopo 4 generazioni, accanto a marocchini, nigeriani e senegalesi.

(Rodolfo Ricci,Filef Nazionale/Inform)


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