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INFORM - N. 4 - 4 gennaio 2001

L’epopea migratoria delle donne venete in Rio Grande do Sul

Francesca Massarotto ha scritto una storia dimenticata, fatta di analfabetismo e duro lavoro, di speranze e delusioni, ma anche di valori e tradizioni radicate.

La ricerca di Francesca Massarotto: Brasile per sempre. Donne Venete in Rio Grande do Sul è uno spaccato del vissuto di migliaia di donne che, lasciata l’Italia con i loro genitori o mariti, hanno raggiunto un vasto territorio della Serra Gaùcha, divenuto oggi uno dei più ricchi del Brasile. Una storia e una serie di "memorie al femminile" legata al flusso migratorio di circa 3 milioni di connazionali, in gran parte contadini rimasti senza terra, che dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino agli anni Cinquanta-Sessanta approdarono in Brasile per trovare un lavoro. Raggiunto il Rio Grande do Sul, la maggior parte dei nostri emigrati chiedevano un lotto di terra, anche se ancora foresta vergine, su cui trovare subito uno spiazzo dove costruire la prima baracca di legno, scavare un pozzo per l’acqua e iniziare il disboscamento del terreno, in gran parte collinoso per le prime coltivazioni.

Viaggio nel tempo

Dopo la liberazione degli schiavi neri, avvenuta nel 1871 sotto l’imperatore Pedro II, con la garanzia della libertà ai nuovi nati da donne schiave, il Brasile aveva bisogno di forza-lavoro sia per la coltivazione del caffè come per la trasformazione di una parte delle vaste foreste degli Stati del Sud in territori agricoli. Nello Stato del Rio Grande do Sul, arrivarono per primi i tedeschi e i portoghesi che occuparono i terreni più irrigati e pianeggianti, mentre le prime colonie italiane sorsero a Conde D’Eu e Dona Isabel, che si chiamerà poi Bento Gançalves. La maggioranza dei primi 729 italiani, giunti fra il 1859 e il 1875, proveniva dall’Argentina e da Montevideo. Ma con l’inizio dei flussi dall’Italia, si formarono i comuni di Garibaldi, Fundos de Nova Palmira, chiamata in seguito Colonia Caxias, Silveira Martins. Nel 1878, sorse Nova Trento, chiamata poi Flores da Cunha, e successivamente: Erexim nel 1880, Veranopolis nel 1885, Antônio Prado ed Encantado nel 1888, Nova Bassano 1924 e Serafina Corrêa nel 1930. Dei 10 milioni di emigrati europei, arrivati in Brasile dal 1870 al 1930, 83 mila s’insediarono nelle colonie del Rio Grande do Sul già nel 1900.

La ricerca di Francesca Massarotto si svolge in una zona non dissimile dai territori collinari del Triveneto. Lasciata Porto Alegre e attraversati i municipi formati dalle prime colonie tedesche (Sâo Leopoldo, Nova Hamburgo, Nova Petropolis), la nostra protagonista percorre 150 chilometri in corriera per raggiungere alcuni dei comuni della regione coloniale italiana, distesi lungo la Serra Gaùcha. Primo tra questi, Bento Gonçalves che rimane il punto di riferimento più importante per la sua inchiesta, Farroupilha (all’origine "Nova Vicenza", dal nome del primo insediamento vicentino), Garibaldi, Carlos Barbosa, Caxias do Sul, Nova Padua, Veranopolis e Nova Prata. Il 54 per cento degli abitanti del territorio è di origine veneta; il 7 per cento proviene dal Trentino e il 4,5 per cento dal Friuli. In questa "Merica", per tanto tempo disabitata e immersa nella foresta subequatoriale, si svolgono epopee e singolari esperienze di vita ricche di risvolti storici e psicologici, dalle quali emerge l’apporto delle donne venete: la loro radicata speranza in un futuro migliore, la loro forza d’animo nel momento dello sradicamento dalla terra dei loro cari; il sacrifico nell’affrontare le truffe e le angherie degli agenti d’emigrazione; i disagi del viaggio su vecchie navi a vapore; la forza d’animo nel porsi, una volta raggiunta la nuova Patria, accanto ai genitori o al loro uomo, per iniziare una nuova vita, partendo il più delle volte da zero.

Donne in casa e nella colonia

Partendo dalle terre venete, questi nostri connazionali "trasportarono al di là dell’oceano la loro antica società contadina, ricreandola con lo stesso sistema di valori, credenze religiose, modelli di vita, lingua e tradizioni. Oltre l’oceano, la società contadina poté rimanere intatta e viva, e venne così preservata dall’estinzione", scrive Renzo Grosselli (cfr. Vincere o morire. Contadini trentini, veneti e lombardi nelle foreste brasiliane, Trento 1986). Nella vita quotidiana della "colonia", aveva un grande ruolo "il lavoro quotidiano, silenzioso, costante, tenace, svolto da tutti: uomini, vecchi, bambini e soprattutto donne. Lavoro e fatica furono – scrive lo studioso Rovilio Costa – il valore mistico alla base della vita familiare e collettiva dei coloni italiani, il segreto della loro fortuna, la causa del loro progredire, finanche il motivo dell’onorabilità". (cfr. pag.18).

Le donne arrivarono con i primi emigrati, anche se in numero minore. Erano giovani forze: il 67 per cento aveva tra i 20 i 40 anni, in grado quindi di svolgere i lavori più faticosi nei campi. La loro presenza, sottolinea la Massarotto, "attutì l’impatto dell’emigrazione con la nuova terra, facilitando l’integrazione di tutta la famiglia e la riuscita dei progetti di vita. La donna, infatti, contribuì con il suo lavoro mandando avanti l’azienda agricola in maniera decisiva, occupandosi dei campi, delle attività domestiche e del lavoro di cura per tutti i familiari. Nello stesso tempo mantenne vive le tradizioni italiane, conservando e trasmettendo canti, orazioni, storie di vita e di paese, piatti di cucina, dialetti, proverbi, tradizioni e artigianalità d’ogni tipo" (cfr. pag. 40).

Si sposavano sui 23 anni e ogni famiglia aveva in media 8 figli: ma le difficoltà e le precarie condizioni del viaggio e dell’insediamento nel territorio provocava la morte del 30 per cento dei figli prima dei 10 anni. La piaga dell’analfabetismo, già molto diffusa nei territori veneti di provenienza, rimase un grave problema per parecchi decenni nelle colonie del Rio Grande do Sul.

Le memorie al femminile

I ricordi tramandati da alcune donne d’origine veneta fanno emergere le motivazioni della partenza dalla terra d’origine dei loro padri, come la povertà, la mancanza di lavoro e di prospettive; le speculazioni e gli inganni subiti; il viaggio in nave dal porto di Genova a Rio de Janeiro che durava oltre un mese in condizioni disumane. Sono esperienze che hanno lasciato delle ferite, tanto che la maggior parte delle donne le hanno rimosse dalla memoria. Più nutrite le testimonianze sugli arrivi nei porti di Rio de Janeiro, di Porto Alegre e nelle colonie italiane; sulle prime difficoltà per sistemarsi nei primi alloggi improvvisati: barracao; successivamente sulla soddisfazione di avere finalmente una propria casa, anche se di legno, il primo orto, la possibilità di lavorare una terra per vivere e costruire un futuro. Tra le testimonianze più interessanti ricordo quelle di Anna Todesco in Variani di Soragna, Rosanna Sartori in Zani, di Amalia Pasin di Villafranca Padovana, America Sartori in Grillo.

Ci sono pagine che fanno emergere anche una positiva e serena presenza della donna nella famiglia, la sua dignità, il suo ruolo di madre, la sua capacità di mantenere saldi i valori e le usanze delle tradizioni più belle del popolo veneto. Pagine che parlano delle tradizioni etniche portate dall’Italia e che hanno favorito un’evoluzione culturale e sociale di tanti emigrati. Ilda Fronza, riflettendo su questa singolare epopea migratoria, dice: "Oggi si lavora di più, si fanno più soldi, ma per la tranquillità dello spirito, io tornerei indrìo!" (pag. 88). Il "mutamento in atto nelle colonie italiane del Rio Grande do Sul è stato e viene ancora oggi pagato soprattutto dalle donne: cosa manca?", si chiede la nostra scrittrice. Le trasformazioni socio-economiche hanno dato maggiore autonomia e sicurezza, c’è consapevolezza dei diritti acquisiti e del dono inestimabile della libertà, ma nello stesso tempo affiorano testimonianze di solitudine, una perdita di speranze. (Luciano Segafreddo-Messaggero di sant'Antonio/Inform)

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