* INFORM *

INFORM - N. 4 - 4 gennaio 2001

Una nota della Migrantes

Islam in casa nostra: vogliamo giocare solo in difesa?

ROMA - Senso di realismo e cautela nei confronti della penetrazione islamica in Europa, ma senza pregiudizio per il dialogo e la pacifica convivenza con gli immigrati. Questo, ci sembra, il senso di una nota della Fondazione Migrantes, di cui pubblichiamo il testo.

Quasi accorate le parole del Papa la notte di Natale, ribadite nel messaggio urbi et orbi di mezzogiorno: "Penso con apprensione ai Luoghi santi e in modo speciale a Betlemme… E che dire di vari Paesi - penso in questo momento in particolare all’Indonesia - dove nostri fratelli nella fede, persino in questo giorno di Natale, vivono ore drammatiche di dolore e di sofferenza?". Sono i Paesi in cui la sofferenza dei cristiani è causata da vessazioni da parte islamica. Anche più vicino a noi, sull’altra sponda del Mediterraneo, si assiste impotenti a una inesorabile "emorragia" di cristiani ai quali, in condizione di minoranza di fronte alla maggioranza musulmana, la vita spesso viene resa difficile per non dire impossibile, come hanno largamente documentato i Patriarchi e Vescovi delle più antiche Chiese cristiane orientali, nella loro Conferenza generale tenutasi a Fatqa in Libano nel maggio 1999; anche al Congresso mondiale di pastorale migratoria, svoltosi in Vaticano nell’ottobre dell’anno precedente, si era levata la medesima denuncia da parte di molti che provenivano da quelle terre e senza mezzi termini mettevano in guardia a non essere troppo irenici e ingenui di fronte all’immigrazione islamica in Europa. Risulta pertanto poco comprensibile l’affermazione che si legge nella introduzione al 2° Rapporto sull’Integrazione: nei Paesi a maggioranza islamica "il cristianesimo è trattato frequentemente con misure più tolleranti di quanto non accada fino ad oggi con l’Islam in Italia" (p. XXI); episodi come quelli di Lodi, di Alessandria e di Rovato sanno di commedia e non possono fare testo.

Il Papa ha ben presente questo quadro eppure proprio in questi giorni egli torna con tenace insistenza a proporre il dialogo e con lui sono perfettamente sintonizzati i suoi più stretti collaboratori. È sorprendente la coincidenza di pensiero e perfino cronologica fra il Messaggio del S. Padre per la Giornata Mondiale della Pace 2001 e il Messaggio ai Musulmani per la fine del Ramadan, redatto dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Portano rispettivamente per titolo "Dialogo tra le culture per una civiltà dell’amore e della pace" ed "Educare al dialogo: un dovere dei cristiani e dei musulmani". Nel primo il termine dialogo ricorre espressamente 22 volte, tante altre con voci equivalenti; nel secondo, molto più breve, 12 volte. Il Papa torna sul tema il 1° gennaio. E’ solo una tattica questa insistenza od è fedeltà al soffio conciliare dello Spirito anche nel vortice delle più drammatiche e, umanamente parlando, scoraggianti difficoltà?

Capita invece, tra di noi in Italia, di cogliere nei confronti dei musulmani, in ambienti culturali e politici che più o meno espressamente si richiamano al pensiero cristiano e talora anche in ambienti ecclesiali, un prevalente atteggiamento di allarme, di paure, di sospetti: un linguaggio e un tono che, in fatto di dialogo, sembrano non già suggerire cautela e prudenza, raffreddarne l’interesse o addirittura toglierlo di mezzo. Anche in ampie e autorevoli dissertazioni sul nostro rapporto con l’Islam, ricche del resto di sagge riflessioni e di acute analisi, al dialogo non si fa proprio accenno o soltanto in modo marginale.

Per evitare fraintendimenti, vogliamo ribadire - rileva la Migrantes - che l’Islam nella storia e anche ai giorni nostri si presenta spesso con i tratti dell’aggressività e del fondamentalismo, con grave pregiudizio della libertà religiosa e di altri valori fondamentali della persona, ormai pacificamente acquisiti in campo internazionale. Perciò sono ben giustificati senso di realismo e buona dose di cautela, ma non fino al punto di minare la legittimità della coraggiosa e nobile proposta del dialogo e della pacifica convivenza.

Un saggio discernimento ci indurrà a domandarci se i musulmani che vengono tra noi per ricerca di lavoro, spinti da un disperato istinto di sopravvivenza, siano così aggressivi e radicali, addottrinati e prevenuti nei confronti del cristianesimo come certi movimenti fondamentalisti; se questi immigrati, provenienti da Paesi dove l’Islam è praticato in forme tanto diverse e spesso opposte, facciano tra loro un blocco così monolitico; se essi debbano essere proprio considerati come emissari di forze eversive straniere e se l’infiltrazione di agitatori e propagandisti, facenti magari capo a centri islamici e moschee nostrane, sia un fatto già comprovato su larga scala; se il clima culturale dell’occidente non possa favorire in loro la revisione di mentalità come pure di prassi non compatibili con la nostra legislazione; se l’esperienza capillare su tutto il territorio nazionale e prolungata per decenni di sereno rapporto e di dialogo da parte dei nostri servizi caritativi e di solidarietà con gente musulmana non abbia qualcosa da dirci sulle possibilità di dialogo; se qualcosa non possiamo attingere anche dalla collaudata e ben più vasta esperienza di Chiese europee, come quella francese, belga e tedesca.

Si badi inoltre che l’eventuale nostro irrigidimento nei loro confronti potrebbe suscitare per reazione altrettanto irrigidimento da parte loro, a svantaggio di tutti. E poi, se l’immigrazione è un fatto irreversibile e in continuo aumento, l’alternativa non è islam sì, islam no, ma lo scontro o l’incontro, ossia il dialogo. Ma fino a che punto immigrazione e islam coincidono? Non è possibile ricuperare quel vantaggioso pluralismo etnico che finora ha caratterizzato l’immigrazione in Italia più che altrove?

Quesiti, questi ultimi, ai quali la Fondazione Migrantes si ripromette di dare risposta in una nota successiva. (Inform)


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