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INFORM - N. 2 - 2 gennaio 2001

Prima Conferenza: falsi pudori

di Graziano Tassello

Ha sorpreso più di uno l’invisibilità accordata ai problemi che ancora sussistono presso le cosiddette fasce deboli della diaspora, improvvisamente scomparse dalla agenda dei lavori della Conferenza o fatte oggetto di qualche cenno passeggero da parte di una sparuta minoranza di delegati, tutti immersi nel godersi la mistica della risorsa. Eppure, dalla conversazioni con quanti sono impegnati a non coltivare la loro immagine ma a confrontarsi con i problemi reali della gente e a camminare a fianco di chi ha ancora bisogno di aiuto, esiste una fetta consistente della popolazione che deve fare i conti quotidianamente con il fenomeno dilagante della droga, che si vede confrontata con la sfida degli anziani che vanno tutelali nei loro diritti, che deve cercare di immettere idealità in una generazione giovanile che non comprende la responsabilità derivante dalla matrice italiana.

Durante la Conferenza ha predominato il pudore o la paura di presentare anche gli aspetti meno appariscenti della realtà per non deturpare l’immagine idilliaca e vincente dell’italiano di successo che vive il mondo e che non dà peso al "valore caldo della appartenenza" perché questo non genera più affari.

Questo accantonamento delle zone d’ombra, supportato anche da interventi di persone che in passato erano state convinte sostenitrici della solidarietà, rende più difficile un ruolo attivo della donna in emigrazione, solitamente più impegnata degli uomini nel campo della solidarietà e della trasmissione dei valori culturali. Ma si rivela soprattutto tragico nei confronti dei giovani cui diventa arduo proporre la cultura della solidarietà, parte essenziale del tessuto storico delle comunità italiane all’estero.

Occorre interrogarsi sul motivo per cui i giovani presenti alla Conferenza si siano ben presto defilati dopo avere dato prova di ingenui ammiccamenti a schemi vecchia maniera, quasi bisognosi di essere coccolati da partiti e associazioni. Eppure la cultura della solidarietà e la solidarietà della cultura sono l’unico tramite per un dialogo tra vecchie e nuove generazioni e soprattutto un punto di incontro ideale tra giovani italiani e giovani di discendenza italiana alla ricerca di sbocchi operativi che non siano soltanto di affari.

Diventa quanto mai necessario, soprattutto da parte della stampa e delle Missioni, seguire tutti i risvolti della evoluzione di una comunità. Nessuno nega che la responsabilità prima per trovare risposte ai problemi di una comunità immigrata spetta alla società di accoglienza. Ma perché i Comites, presenti in forza alla Conferenza, non hanno esaminato oggettivamente anche gli aspetti più problematici della comunità? È davvero tempo per una verifica reale della loro capacità di analisi di una comunità ed il loro grado di incisività nel trovare soluzioni adeguate, a meno che non preferiscano il silenzio perché non è politicamente corretto parlare delle zone d’ombra. Alle volte si ha l’impressione che se si intravedono possibilità di finanziamenti, allora si dedica attenzione ad un problema, facendolo emergere. Se non ci sono fondi disponibili e stipendi per assicurare il posto di lavoro a qualche amico, allora la cosa non è più interessante e addirittura se ne nega l’esistenza.

Questo silenzio obbliga a rivedere i parametri di collaborazione poiché la sfida vera rimane quella di una lettura oggettiva a tutto campo della diaspora e di una saldatura fattiva tra vincenti e perdenti, tra emigrati export e gente ordinaria che nel mondo lascia soltanto tracce di solidarietà e di onestà. Rimettere la persona al centro degli interessi è l’unica politica nuova per non imbarbarire i rapporti e svilire intuizioni ed impegni o non far cadere il tutto nella volgarità della vistosità. (Graziano Tassello-Inform)


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