INFORM - N. 48 - 10 marzo 2010
ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
Messaggero di sant’Antonio, marzo 2010
Graziano Tassello intervista Marco Minoletti
dell’ACAP di Basilea
Svizzera, laboratorio dell'emigrazione
italiana
“Purtroppo, con una sola manovra finanziaria,
il Governo Berlusconi ha vanificato gli sforzi di circa un ventennio di duro
lavoro, riportando le lancette del tempo della diaspora, indietro di 50 anni”
BASILEA - Marco
Minoletti, laureato in Filosofia all’Università di Genova, lavora dal 1988 nell’ambito
dell’emigrazione italiana. Dal 1993 è responsabile della Sezione italofona dell’ECAP
di Basilea, ed è insegnante ai corsi di Lingua e Cultura italiana a livello
medio.
Lei
ha scelto di insegnare la lingua e la cultura italiana ai figli e ai nipoti
degli emigrati italiani in Svizzera. Nella sua carriera di insegnante, ha notato
un’evoluzione nella domanda di lingua e cultura italiana?
A partire dagli
anni Settanta, conclusosi il ciclo dei grandi flussi migratori dall’Italia verso
la Svizzera,
diventa preminente il processo di inserimento e integrazione nel Paese
d’accoglienza. Gli emigrati italiani costituiscono dei nuclei transnazionali
che conservano, però, saldissimi legami con le terre d’origine. Il legame è
soprattutto mediato da varie forme di associazionismo di matrice regionale,
sindacale, laica e cattolica proprio a partire dallo zoccolo duro della loro
comune identità: la lingua materna. I corsi settimanali di Lingua e Cultura
italiana, i cui utenti costituiscono la maggioranza della popolazione scolastica
all’estero, vengono istituiti non solo per favorire i processi di integrazione
degli adolescenti, ma anche per facilitare il loro accesso nella Scuola italiana
in caso di rientro. Il loro obiettivo principale è il conseguimento della Licenza
Media. Con il diminuire dei rientri in Italia e la progressiva integrazione
degli emigrati nel Paese di accoglienza, vengono meno anche le fondamenta teoriche
che hanno caratterizzato lo spirito della Legge 153/71 che regola ancora oggi
l’insegnamento istituzionale dell’italiano all’estero. A un certo punto emerge
il fatto che il bisogno dei residenti all’estero non è più quello di ottenere
la Licenza Media, necessaria
per il prosieguo dell’iter scolastico nostrano, bensì un titolo di studio spendibile
anche e soprattutto nel Paese d’adozione. Ed è proprio a partire da queste premesse
che, non senza difficoltà e ostruzionismi, sono stati introdotti, nei corsi,
gli esami di certificazione della conoscenza della lingua italiana come seconda
lingua (L2).
Cosa
possiamo dire degli esami CELI?
La Fondazione ECAP a
cui è stata affidata parte della gestione dei corsi del livello medio a Basilea,
ha vagliato le offerte dei vari centri di certificazione operanti in Italia,
optando per gli esami CELI ovvero i Certificati di Lingua Italiana, predisposti
dall’Università per Stranieri di Perugia. Il CELI è l’unico Certificato linguistico
italiano riconosciuto dall’ALTE, The Association of Language Testers in Europe,
l’Associazione europea che stabilisce le norme di riferimento e i livelli di
competenza linguistica. Oltre che alla qualità, si è badato quindi anche alla
spendibilità del Diploma da parte dei nostri ragazzi in età scolare. La
Certificazione linguistica CELI si rivolge a studenti in possesso
di competenze linguistiche diverse: da «lingua base» (CELI 1) a «lingua eccellente»
(CELI 5). Si spazia quindi dalla valutazione delle capacità d’uso della lingua
di base fino alla valutazione della capacità di far fronte, in modo articolato,
a conversazioni quotidiane e di attualità più complesse, sia scritte che orali.
Il superamento dell’esame, oltre ad attestare il livello di competenza linguistica
del candidato, gli conferisce un Diploma riconosciuto anche dal mercato del
lavoro svizzero. Nei centri d’esame accreditati dall’Università di Perugia,
la prova d’esame si svolge solitamente nel mese di giugno, contemporaneamente
– fusi orari permettendo – agli altri centri d’esame sparsi nel pianeta. L’esame
si ritiene superato se il candidato ha raggiunto, nella prova scritta e nella
prova orale, il punteggio minimo stabilito. I candidati che non abbiano superato
la prova scritta (complesso di: comprensione della lettura, produzione scritta,
conoscenza delle strutture grammaticali) e che abbiano superato la prova orale
o viceversa, possono capitalizzare per un anno il risultato parziale ottenuto,
sottoponendosi di nuovo alla prova risultata insufficiente.
Nei
mesi scorsi si è parlato molto della politica italiana per la promozione della
lingua e della cultura italiana nel mondo. Da più parti giungono forti proteste
per lo scarso interesse e le molte inadempienze del governo italiano, tacciato
di miopia nei confronti di questo grande strumento di politica internazionale.
Qual è la sua opinione in proposito?
Da anni, a livello
planetario, si registra una caduta tendenziale dell’interesse per la cultura
umanistica tacitamente accusata di «improduttività». Parallelamente assistiamo
a una crescita della cosiddetta «cultura» finalizzata all’immediatamente utile,
strettamente connessa alla cultura del mondo imprenditoriale e manageriale.
L’attuale Governo italiano, perfettamente in linea con questa tendenza, prendendo
a pretesto la crisi finanziaria, ha radicalmente ridotto i già miseri interventi
pubblici a favore delle comunità italiane all’estero, sacrificando settori strategici
quali la Lingua e la Cultura italiana. Le ragioni
di questa drammatica contrazione dei finanziamenti sono anche da ricercarsi
nel mutato orientamento politico dell’attuale amministrazione che tende gradualmente
a mettere in liquidazione le attività che hanno un carattere prevalentemente
comunitario e improduttivo. La situazione mondiale inoltre, a partire dall’11
settembre 2001, si è andata sempre più inasprendo, e le richieste di un intervento
militare dell’Italia, Paese membro della NATO, sono diventate ancora più pressanti.
A molti di noi non sarà quindi sfuggito che esiste un rapporto fra gli interventi
culturali e quelli militari italiani all’estero. I fondi di finanziamento per
la Lingua e la Cultura italiana nel mondo – espressi anche in termini
di personale di Scuole e Università – sono andati diminuendo, negli ultimi anni,
in maniera inversamente proporzionale all’aumento della presenza militare italiana
all’estero. La proiezione dell’identità italiana all’estero rimane, ma cambia
la sua natura.
All’estero
gli enti gestori svolgono un ruolo divenuto essenziale per mantenere vivo il
patrimonio linguistico italiano. La
Svizzera è un luogo privilegiato per verificare il lavoro di
questi organismi. Come li vede e come ne considera l’evoluzione?
La Svizzera, per tutta una
serie di ragioni di carattere storico, geografico, politico e sociale, rappresenta
una sorta di laboratorio avanzato per la diaspora italiana, che in molti casi
funge anche da bussola di orientamento per le altre comunità italofone nel mondo.
Ed è proprio in questa cornice che si colloca l’operato degli Enti gestori impegnati
nella diffusione della Lingua e della Cultura italiana. Fino al 1993, gli Enti
attivi sul territorio si occupavano prevalentemente dell’alfabetizzazione e
del recupero della scolarità di base per gli adulti. Dal mese di luglio di quell’anno,
a seguito dei provvedimenti legislativi adottati dal Governo italiano, si assiste
al coinvolgimento degli Enti nel funzionamento dei corsi, fino ad allora gestiti
esclusivamente dal Ministero degli Affari Esteri. Grazie all’intervento degli
Enti si sono evitate la chiusura di numerosi corsi e la crisi dei rapporti con
le autorità elvetiche, salvaguardando gli accordi bilaterali. L’entrata in scena
degli Enti ha garantito non solo la continuità del servizio e il funzionamento
dei corsi in una fase di emergenza, ma ha consentito, anche con l’introduzione
della certificazione linguistica, di rilanciarne il ruolo e di adeguarne la
funzione ai nuovi bisogni della comunità. (Padre Graziano Tassello*-Messaggero
di sant’Antonio edizione italiana per l’estero/Inform)
* Missionario scalabriniano, CSERPE
Basilea; presidente commissione Scuola e Cultura CGIE