INFORM - N. 48 - 10 marzo 2010


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

La Voce d’Italia” di oggi, dallo speciale “dietro le sbarre”

Parla il Console generale d’Italia a Caracas Giovanni Davoli

“Il Venezuela è il paese con più detenuti italiani in America latina”

Davoli: “Cerchiamo di rendere meno difficile la permanenza in prigione degli italiani”. Il lavoro toccante di assistenza portato avanti da 14 anni dall’associazione Icaro. L’aiuto del Consolato: sussidio e sostegno psicologico

 

CARACAS – Il Consolato d’Italia arriva anche nelle carceri venezuelane.

“I connazionali anche se condannati, e quindi con diritti limitati, sono cittadini italiani - dice alla ‘Voce’ il Console generale Giovanni Davoli –. Cerchiamo nei limiti del possibile di rendere meno difficile la permanenza in prigione degli italiani.”.

Il Consolato, attraverso l’associazione Icaro, fornisce i primi aiuti nel momento dell’arresto; in seguito l’appoggio psicologico-logistico e un sussidio economico durante la detenzione e la fase della semi-libertà; infine la consulenza giuridica per l’estradizione in Italia.

“La maggioranza dei detenuti italiani in Venezuela sono stati arrestati per traffico di droga. La rilevanza del fenomeno è tale che vi è presso l’Ambasciata un esperto Antidroga che funge da legame fra la polizia italiana e quella venezuelana”.

Secondo il rapporto consolare di febbraio 2010, sono 68 i detenuti italiani, di cui undici sono italo-venezuelani, quattro sono italiani provenienti da altri paesi dell’America latina, il resto sono italiani residenti in Italia. L’età è molto variabile: dai 23 ad oltre 80 anni.

La maggior parte dei condannati italiani sta scontando ancora la pena in carcere, mentre 14 si trovano in regime di semi-libertà e 15 in libertà vigilata. Negli ultimi anni, in applicazione della Convenzione di Strasburgo, a quasi tutti i detenuti è stata concessa l’estradizione in Italia dopo aver scontato metà della pena in Venezuela.

“L’attività del presidente di Icaro, padre Leonardo, è estremamente toccante – spiega il Console -. Il lavoro svolto da quattordici anni dall’associazione nelle carceri di Caracas è molto delicato e difficile: funge infatti da tramite fra il Consolato, i detenuti e le famiglie. Per le carceri fuori dalla capitale, abbiamo l’appoggio della rete dei vice-consolati”.

Una parola comprensiva e un appoggio sincero in una realtà ostile. Di questo hanno bisogno, oltre all’aiuto economico, gli italiani arrestati.

“Di fondamentale importanza è per loro essere ascoltati” dice chi sta in contatto diretto con i detenuti, padre Leonardo.

Nel momento dell’arresto, il sacerdote si occupa di localizzare la persona, appoggiare e dare orientamento alla famiglia, fornire i primi aiuti giuridici. Negli anni di detenzione, padre Leonardo dà assistenza nell’aspetto umanitario, porta il sussidio del Consolato in carcere una volta al mese (sono assegnati un massimo di 4.900 bolivares all’anno), oltre ad alimenti, vestiti, medicine e prodotti per l’igiene. Affinché sia concessa la semi-libertà (lavoro all’esterno di giorno e in carcere di notte), si dedica a trovare per il detenuto un’occupazione e un domicilio presso una famiglia o un’istituzione. Se il condannato supera gli esami psico-sociali per accedere al beneficio della libertà vigilata, padre Leonardo pensa all’alloggio e a fornire la possibilità di una formazione.

“Spesso i detenuti – racconta padre Leonardo – iniziano a lavorare in imprese di persone amiche o svolgono lavori informali come i ‘buhoneros’ o fanno gli imbianchini in case private”.

La maggior parte dei detenuti chiede l’estradizione e torna in Italia. Ma ci sono casi in cui preferiscono rimanere qui. Allora come inserirsi nella società venezuelana? Vi è chi è riuscito a creare una pizzeria ‘italiana’ nel quartiere di Montalban a Caracas. Vi è chi ha fatto famiglia e non è più voluto tornare neanche una volta nel paese d’origine.

Non sono mancate le iniziative solidali svolte dai connazionali italiani mentre erano in carcere:

“Hanno creato una piccola scuola nel Rodeo II e nella Planta in cui insegnavano con pazienza a leggere, scrivere e fare di conto agli altri detenuti”.

Il Rapporto dell’Ue sulle carceri del 2009 preparato con la partecipazione dei consolati europei parla di un rischio di sicurezza per i carcerati. Le autorità consolari hanno chiesto allora di creare un centro di detenzione speciale per gli stranieri. A questo progetto, che è già stato realizzato in Argentina, le autorità venezuelane non hanno dato seguito. D’altronde come si giustificherebbe un privilegio del genere per gli stranieri?

I reclusi italiani sono stati e sono sottoposti a violenze come tutti gli altri.

“Tra i connazionali negli ultimi anni – conclude Davoli – vi è stato solo un caso di suicidio, ma mai nessun caso di omicidio”. (Barbara Meo Evoli-La Voce d’Italia/Inform)


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