INFORM - N. 4 - 7 gennaio 2010


ASSOCIAZIONI

Il Ciiaq per  una effettiva tutela dei “distaccati” comunitari ed extracomunitari in Italia

 

ROMA - Nel corso della tavola rotonda su “Il personale altamente qualificato proveniente dall’estero: fattore chiave per la ripresa economica” organizzata dal Ciiaq, Comitato italiano immigrazione altamente qualificata (v. Inform n. 212 del 16 novembre 2009, http://www.mclink.it/com/inform/art/09n21218.htm) è stato affrontato il tema di una tutela reale del personale distaccato all'estero rispetto ad una mera tutela formale.

Per tutela formale si intende, ad esempio, la disposizione di legge italiana di recepimento della direttiva dell'Unione Europea 96/71 sui distacchi. Per avere il "nulla osta" dei sindacati il governo dell'epoca, retto da una coalizione di  Ulivo - Pdci - Udr - Indipendenti , ha pensato bene di imporre, con il D. Lgs 72/2000 ,  sic et simpliciter la contrattazione collettiva nazionale a tutti i distacchi di lavoratori provenienti dall'estero in Italia, sia comunitari che extracomunitari.

Tale impostazione è da intendersi più come misura di natura protezionistica volta ad evitare fenomeni di dumping sociale,  che volta ad una reale tutela del lavoratore distaccato.

Infatti la meccanica trasposizione delle medesime tutele contrattuali  per lavoratori solo astrattamente appartenenti alla medesima categoria appare ispirato ad antiche logiche del corporativismo fascista (*) che non tengono conto dell’evoluzione della società, della globalizzazione, ecc.

E' strano che i sindacati, che pure si prodigano in favore degli interessi della massa degli immigrati “stanziali”, ad esempio con piattaforme contrattuali che considerano le festività del Ramadan, le diete alle mense prive di salumi, le ferie lunghe e concentrate per permettere il periodico ritorno in patria dei lavoratori, ecc, non tengano conto delle specifiche esigenze degli expats.

Eppure dovrebbe apparire chiaro che un conto sono 1000 euro guadagnati da chi vive e lavora da sempre nella stessa città, che conosce bene, dove si e' creata una più o meno vasta rete di amicizie e conoscenze, ed un conto sono 1000 euro guadagnati da un distaccato improvvisamente catapultato in Italia da una nazione lontana,ecc. Tale persona avrà pure diritto a ricevere un trattamento diversificato nel suo stesso interesse. Un trattamento non necessariamente correlato solo ed esclusivamente ad equivalenti trattamenti retributivi e contributivi rispetto al personale nazionale.

Quello che richiedono gli expats alle aziende che desiderano inviarli in Italia è presto detto:

- un'adeguata assistenza logistica ( adeguati servizi di relocation, ecc);

-  un rapporto con la pubblica amministrazione italiana non punitivo. (ottenimento dei visti e dei permessi di soggiorno in tempi accettabili e senza estenuanti file agli sportelli, ecc)

- un’adeguata informazione in grado di superare il cultural shock a cui sono soggetti quando si trasferiscono in una nazione con caratteristiche sociali e culturali molto diverse da quella di origine;

- un'adeguata campagna imprenditoriale ed  istituzionale volta a tutelarli in misura non inferiore ai “turisti”  (vedi campagna del Comune di Roma per la tutela dei  turisti);

- un'adeguata rete di scuole internazionali per i loro figli:

- contratti di locazione adeguati alle specifiche esigenze dei “relocati”.

Una legislazione più flessibile ed una tutela più effettiva  favorirebbe senz’altro l'arrivo e la permanenza in Italia di personale altamente qualificato proveniente dall'estero, con un sostanziale arricchimento della nazione.

Nel sito del UK “Trade & Invest” è riportata la seguente frase: “Secondo il Financial Times il bagaglio di conoscenze ed esperienze che un lavoratore specializzato può apportare all’economia del paese è dieci volte superiore a quello generato da un individuo non specializzato.” (Giovanni Papperini, presidente del Ciiaq/Inform)

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(*) Nel 1939 il giurista Giorgio Cansacchi in una nota pubblicata su “Il Diritto del Lavoro” - “Gli stranieri i contratti collettivi di lavoro e l’inquadramento sindacale in Italia” - puntualizzava la posizione ufficiale fascista di obbligatorietà di applicazione dei contratti collettivi di lavoro anche ai lavoratori stranieri in Italia.  Cansacchi riportava le seguenti argomentazioni: “Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori di produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi (art. IV della Carta del Lavoro), perchè mai lo Stato italiano acconsentirebbe una deroga a questa solidarietà produttiva permettendo che i datori di lavoro ed i lavoratori stranieri, pur esplicando la loro attività in Italia, rimanessero estranei alle imposizione e prescrizioni statuite a mezzo dei contratti collettivi?

Lo Stato si è indotto a tutelare i lavoratori per impedire i pericoli sociali che la disoccupazione e la miseria di queste persone avrebbero potuto arrecare alla sicurezza ed alla tranquillità dello Stato; il raggiungimento di questo scopo potrebbe essere in parte frustrato se gruppi di persone, che lavorano entro i confini dello Stato, non ricevessero alcuna tutela; il peggiore trattamento economico fatto a queste persone dagli imprenditori, reso anche più iniquo dal continuo confronto con il trattamento preferenziale fatto ai lavoratori nazionali, potrebbe essere fonte di sobillazioni e turbamenti che lo Stato territoriale ha interesse a prevenire.

Se i lavoratori stranieri fossero sottratti alle disposizioni legislative in materia di lavoro ed ai benefici economici contemplati nei contratti collettivi, si verificherebbe una concorrenza economica in danno dei lavoratori nazionali; il datore di lavoro potrebbe preferire l’assunzione di lavoratori stranieri rispetto ai quali non sarebbe vincolato dai maggiori obblighi patrimoniali espressi nel contratto collettivo.”


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