ITALIANI ALL’ESTERO
Un appello di Carlo Parlanti, dal carcere
di Avenal, in California, affinché si continui a parlare della sua vicenda
giudiziaria
A seguito di una trasmissione andata in
onda alcune settimane fa su Teleroma56, che delinea i punti critici e le numerose
irregolarità del processo a carico dell’italiano, condannato nel 2005 negli
Stati Uniti a 9 anni di reclusione, Parlanti chiede che si continui a discutere
per giungere alla riapertura del caso
ROMA – Lancia un appello affinché della sua vicenda giudiziaria si continui a parlare Carlo Parlanti, l’italiano accusato di violenze ai danni della sua ex convivente e condannato a 9 anni di detenzione che sta scontando ormai dal 2005 nel carcere di Avenal in California.
Un appello ancora più drammatico a seguito della trasmissione Scena del crimine andata in onda alcune settimane fa sull’emittente Teleroma 56, in cui la vicenda processuale è stata analizzata in numerosi dettagli che ne hanno fatto risaltare contraddizioni e irregolarità sufficienti alla revisione del caso (ora online su: http://www.carloparlanti.com/CrimeScene.htm).
“Mi aspettavo che forze politiche e magistratura italiana – dice Carlo Parlanti – avrebbero preteso spiegazioni alla luce dell’impossibilità evidente delle accuse che mi sono state contestate, così come delle irregolarità che sono emerse nel corso del dibattimento, discusse nella trasmissione”.
In studio infatti Carlo Strano, criminologo, presidente dell’Associazione internazionale dell’analisi del crimine (ICAA), che sta producendo un dossier su tutti gli elementi utili a riaprire il “caso Parlanti”, l’avvocato Nino Marazzita a il chirurgo specializzato nell’area maxillofacciale Carlo Macro, si sono soffermati sulle anomalie che hanno costellato tutta la vicenda processuale.
A cominciare
dal mandato di arresto, emesso nel 2002 su denuncia avvenuta in California
a carico del Parlanti, ma mai notificato alle autorità italiane. In seguito
ad esso, l’italiano, nel corso di un passaggio, per viaggio di lavoro, all’aeroporto
tedesco di Düsseldorf, viene arrestato e portato in carcere in attesa di essere
estradato; attesa che dura dall’estate del 2004 alla primavera del
L’estradizione negli Stati Uniti è un “grosso limite, un fatto giuridicamente grave a carico del sistema tedesco – commenta Marazzita. – Non solo perché si tende a estradare nel Paese di origine, ma soprattutto perché si è trattato qui di un atto puramente formale che non è entrato nel merito della accuse, né ha verificato la concretezza degli elementi a carico dell’indiziato”.
Nell’istruzione del processo, l’avvocato segnala poi l’inattendibilità della teste, Rebecca McKay White, che era stata già giudicata in un dibattimento avvenuto in precedenza, nel corso del suo divorzio, affetta da disturbi mentali e soggetta a vuoti di memoria importanti. “La donna rivela una tendenza a denunciare gli uomini con cui i rapporti si incrinano che può essere sintomo di mitomania – aggiunge Marazzita. – Alla luce di questi elementi in Italia non si sarebbe superata la fase preliminare del dibattimento”.
Nello specifico, il dott. Macro analizzando le foto prodotte agli atti del processo non rileva alcuna traccia delle ferite che colpi come quelli ricordati dalla White causerebbero, specie se inferti da un uomo come Carlo Parlanti che praticava le arti marziali.
Infine, colpisce l’irregolarità con cui l’indiziato è stato presentato alla giuria, attribuendogli una fedina penale macchiata di precedenti come rapina a mano armata e stupro, mentre in realtà egli non aveva precedenti penali.
“Sono tutti elementi oggettivi – conclude Strano – che ci fanno sperare in una riapertura del caso al più presto”. Anche l’avvocato Marazzita è certo della necessità di rivedere l’esito del processo, anche se teme i lunghi tempi processuali.
Carlo Parlanti
prosegue la battaglia per vedersi riconosciuta la sua innocenza dal carcere,
in condizioni molto difficili. Una nota di speranza ora giunge dal miglioramento
delle sue condizioni fisiche “la massa nei polmoni che mi era stata riscontrata
si sta riducendo e pare che non sia cancerogena – fa sapere. Ma è amareggiato
e stanco, incredulo che irregolarità così evidenti non riescano a smuovere
le acque. “Fonti istituzionali mi suggeriscono di non parlare ai media – conclude
- per non imbarazzare la procura che quelle irregolarità le ha coperte, se
non addirittura commesse. Ciò di cui sono accusato è oggettivamente impossibile.
Non sono forse ora le procure italianaa e americana a dover risolvere il caso
che esse stesse hanno contribuito a creare?” (