INFORM - N. 106 - 26 maggio 2008
RICONOSCIMENTI
Al presidente del
Censis il Premio per il 2008 dell’antica tradizione agnesina
A Giuseppe De Rita
la Targa “della maldicenza” Socrates
Parresiastes
L’AQUILA – E’ stata conferita a Giuseppe De Rita la Targa “Socrates Parresiastes”
per l’anno 2008, così come deliberato dalla Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese.
Ne ha dato motivazione il presidente della Confraternita, Tommaso Ceddia. “Da
molti anni – ha detto il prof. Ceddia – Giuseppe De Rita si distingue per le
analisi puntuali e franche riportate nelle relazioni annuali del Censis, in
ordine alla politica, all’economia e all’assetto sociale dell’Italia. (…) L’ultima
relazione è stata ripresa e commentata con grande interesse. Italia a coriandoli,
mucillagine, disintegrazione sociale sono diventate espressioni comuni, come
le differenze di rappresentanza tra identità e appartenenza. Alcuni lo hanno
giudicato pessimista. (…) In realtà il dr. De Rita ha esposto una diagnosi vera,
franca, coraggiosa e autorevole”. Sta tutta qui dunque la ragione dell’assegnazione
al presidente del Censis della Targa “Socrates Parresiastes” – il termine parresia
si traduce con l’espressione “dire la verità” - , in quanto Personalità che
nel suo impegno di massimo studioso dei fenomeni sociali, per la franchezza
e la genuinità delle sue riflessioni, promuove la
verità. Quella verità che ha contribuito a rendere grandi Socrate,
Diogene, Giovanni Battista, Foscolo, Montanelli e tanto altri. Il riconoscimento
a Giuseppe De Rita segue quello conferito nel 2007 a Remo Bodei, docente
alla University of California di Los Angeles, tra i più autorevoli filosofi
al mondo ed insigne studioso di Michel Foucault, filosofo francese scomparso
nel 1983. Negli ultimi anni di vita Foucault aveva istituito, all’Università
di Berkeley, un corso sulla problematizzazione della parresia, sulla rilevanza
che nelle società moderne possono assumere i parresiasti, cioè coloro che hanno
il coraggio di dire la verità e di viverla, con schiettezza ed autorevolezza.
La Maldicenza della tradizione
Agnesina aquilana, se da un lato non ha la pretesa d’incarnare nella compiutezza
degli aspetti filosofici la parresia, ha tuttavia sempre cercato d’assumere
una funzione civile e comunitaria. Non dire mai male di qualcuno, ma “il male”:
questo lo spirito della Maldicenza Agnesina, che non scade mai nella malizia,
nella malignità o nella cattiveria. L’Agnesino dice quel che pensa e agisce
come parla. Parlar chiaro davanti a tutti per attestare un bene comune, o difenderlo
con tenacia, è qualcosa che sta quindi molto vicino alla parresia. Dunque, dire
la verità con libertà, non mentire, non adeguare le proprie convinzioni alle
convenienze di turno, ma esprimerle con coraggio e dignità.
La consegna della Targa è avvenuta
venerdì sera nel corso d’una intensa cerimonia nella sala delle Assemblee della
Cassa di Risparmio dell’Aquila, presenti le massime autorità regionali e cittadine
ed un pubblico numeroso, molto interessato ad ascoltare le “maldicenti” argomentazioni
dell’illustre ospite, secondo la tradizione aquilana della festa di Sant’Agnese.
Occorre tuttavia richiamare alla memoria che la
Santa martire c’entra poco o niente con questa festività tutta
civile votata alla Maldicenza, che affonda le sue radici nel Trecento, se non
per il fatto che in un monastero a Lei dedicato venivano ospitate le “malmaritate”
– donne già di facili costumi, da redimere – che di giorno venivano impiegate
in faccende domestiche nelle dimore dei benestanti e potenti della città, mentre
a sera rientravano nel monastero dove avevano accoglienza. Ma il 21 gennaio,
giorno della festività religiosa di Sant’Agnese, all’Aquila era tassativamente
vietato lavorare e le malmaritate si ritrovavano nelle bettole della città insieme
alla gente del popolo per dire il male fatto dai signori e potenti presso i
quali erano a servizio. Questa singolare e strana festa, solamente aquilana,
ha elevato per secoli la
Maldicenza a virtù civica. La
tradizione Agnesina della Maldicenza, infatti, rifugge dal
pettegolezzo. E’ invece critica fortemente mordace, schietta e con spirito costruttivo,
talvolta con il ricorso a salace ironia, nel dire la verità in assoluta libertà.
Insomma, un ulteriore elemento della forte impronta libertaria della comunità
aquilana, che sin dalla fondazione della città, a metà del Duecento, aveva sempre
coltivato uno deciso spirito autonomistico e ribelle. La festa, tramandatasi
nel corso dei secoli attraverso le “confraternite” popolari, si arricchì nell’Ottocento
anche con sodalizi borghesi e nobili. Messa al bando dal regime fascista, che
ne temeva lo spirito critico e libertario, solo alla fine degli anni cinquanta
del secolo scorso risorse con rinnovato fulgore con la costituzione di centinaia
di confraternite che il 21 gennaio d’ogni anno “celebrano” la festività riunendosi
intorno a tavole imbandite e “maldicendo” - cioè “dicendo male del male” - secondo
l’atavica libertà civile aquilana.
E’ stato il presidente della Regione
Abruzzo, Ottaviano Del Turco - consegnando la Targa al premiato - a richiamare
il valore e l’opera di Giuseppe De Rita, con un ricordo all’ultracinquantennale
amicizia con l’insigne studioso, nato a Roma nel 1932 da famiglia d’origine
molisana, regione allora unita all’Abruzzo. Ne ha tracciato il rigore intellettuale
e le qualità, virtù subito messe in evidenza già dal 1955, quando De Rita iniziò
la sua lunga carriera accanto al gotha del pensiero economico e sociale cattolico,
quali Ezio Vanoni, Pasquale Saraceno e Giulio Pastore. Quindi Del Turco ha sottolineato
l’importanza del Censis, di cui De Rita nel 1964 è tra i fondatori. Molti in
Italia i Centri Studi, negli anni sessanta e settanta, caratterizzati però dal
“pregiudizio ideologico”. Al contrario del Censis, le cui relazioni – benché
criticate ed osteggiate al momento – si sono poi sempre dimostrate “vere” nell’analisi
e nelle terapie proposte, tanto da essere un riferimento imprescindibile d’ogni
seria valutazione della realtà sociale italiana.
Tutto il pubblico, a questo punto,
attendeva una riflessione da parte del prof. De Rita, che non è mancata. Intanto
- ha dichiarato il prof. De Rita
- la curiosità, l’originalità di tale tradizione, i principi che da secoli l’animano
ed una sorta di piacere “narcisistico” nell’essere riconosciuto come personaggio
capace di dire le cose come stanno, l’hanno indotto ad accettare il premio “Socrates
Parresiastes”. Poi ha preso un po’ le
distanze – per una sorta di modestia - dal personaggio che predica la “verità”,
sia declinata in terra come a maggior ragione quella trascendente, con la lettera
maiuscola. Più aderentemente De Rita preferisce definirla “realtà”. Egli è un
“monaco delle cose”, secondo una definizione in cui pienamente si ritrova. Egli
per mestiere “annusa”, osserva e descrive la realtà in giro per l’Italia.. Quella
stessa che spesso la politica e il potere stentano a riconoscere, se non dopo
anni, come capitò quando in una relazione del Censis all’inizio degli anni settanta
parlò del “localismo”, analizzando il fenomeno tessile di Prato e della economia
sommersa che lo riguardava, suscitando reazioni e critiche. Quella “realtà”
attese decenni per essere riconosciuta e metabolizzata. Il tempo che vive L’Italia,
sebbene con una difficile congiuntura, fa descrivere a molti un declino che
non c’è, coloro che ne parlano forse ne avvertono la percezione che non va confusa
con la realtà.
De Rita ha quindi fotografato in
quattro punti l’odierna “realtà” italiana: localismo, identità anziché relazione,
il “qui e subito”, il ritorno del sacro sul santo. Ne ha tratteggiate con rigore
analitico le caratteristiche, che riconducono a quell’Italia a coriandoli, dei
particolarismi che non si legano ad unità e a sistema. Non ha tratto giudizi,
lasciati a chi ascolta. Ne viene fuori un Paese – questa la valutazione tratta
da chi scrive - chiuso nei particolarismi e sempre più spesso negli egoismi,
dove la pratica ossessiva dell’identità fa perdere le coordinate della vita
di relazione degli uomini e delle comunità, alimentando la paura dell’altro,
specie quando è culturalmente diverso. Attenuato il senso del processo storico
e sociale, si preferisce vivere e godere il presente, senza riferimenti nel
passato e senza riguardo per l’avvenire. Persino il senso religioso – il prof.
De Rita ha chiesto venia all’arcivescovo Giuseppe Molinari, che l’ascoltava,
per questa osservazione – tende a ritirarsi nel “sacro”, in una contemplazione
verticale con Dio, piuttosto che frequentare “il santo”, seguendo le indicazioni
del Concilio Vaticano II, ossia il difficile cammino nella storia dell’umanità,
nel mondo di oggi, sporcandosi le mani per cambiarne il corso e riconoscendo
Cristo nei poveri, negli emarginati, nei sofferenti e anche nei migranti. Ecco,
questa “realtà” andrebbe superata per recuperare una società più aperta, giusta
e solidale, più unita e segnata dalla speranza, piuttosto che dalla paura. Queste,
dunque, le impressioni ricavate dalla conversazione del prof. De Rita, già presidente
del Cnel dal 1989 al 2000, collaboratore del Corriere della Sera, dal 1995 presidente
della casa editrice Le Monnier e membro della Fondazione Italia-Usa. A conclusione
della cerimonia il Sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha donato a De Rita
una targa d’argento con su scritto “A Giuseppe De Rita, aquilano”. Già, perché
un Agnesino “maldicente” può essere solo aquilano!
(Goffredo Palmerini */Inform)
Componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo
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