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Europa sociale: l’Italia fanalino di coda
nella spesa per
ROMA - «La ridotta spesa sociale registrata in alcune
aree di intervento – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria
Fara – indica che le politiche per la
famiglia e per l’occupazione non rappresentano variabili strategiche per lo
sviluppo socio-economico del Paese.
Se la classe politica continuerà a perseguire la traiettoria
del disimpegno finanziario in questi rilevanti bacini di spesa pubblica – conclude
il Presidente Fara –, l’Italia difficilmente riuscirà ad attivare degli effetti
moltiplicativi del reddito disponibile e dei consumi delle famiglie in grado
di apportare significativi benefici al sistema economico nel suo complesso».
L’Eurispes ha voluto fornire un panorama delle strategie
in materia di promozione sociale adottate nei paesi europei al fine di stimolare
una riflessione sullo stato dell’Europa sociale e di favorire azioni politiche
conseguenti.
Partendo da una base statistica relativa del quinquennio
1999-2003, costituita principalmente da dati Eurostat, l’Eurispes ha costruito
stime e proiezioni per gli anni 2004, 2005, 2006, che hanno reso possibile,
da un lato, di avere per ciascun settore di spesa un quadro più preciso delle
tendenze attuali e delle scelte di politica sociale dei singoli Stati e, dall’altro,
di poter meglio comparare tra loro le politiche sociali nei diversi paesi europei.
Spesa sociale in relazione al Pil. Data la crisi economica
e i bassi tassi di crescita che hanno caratterizzato gli anni in esame, in Europa
si è avuta una crescita, ma non particolarmente accentuata, della spesa sociale
in relazione al Pil.
L’Italia è il Paese che investe meno nello stato sociale:
nel
È, invece, il Regno Unito che ha fatto registrare il
maggiore incremento passando da una spesa pari al 26,3% del Pil nel
Analizzando settore per settore, la spesa sociale nei
cinque paesi considerati (Francia, Germania, Italia, Olanda e regno Unito),
emerge che i due settori che hanno maggior peso sono quelli della spesa per
gli anziani e della spesa sanitaria.
In particolare, in Italia la spesa per anziani è cresciuta
allo stesso ritmo del Pil negli anni considerati e rappresenta la metà di tutta
la spesa del sociale (12,8% del Pil) Ciò dipende dal fatto che l’incidenza della
popolazione anziana è in Italia molto forte, tanto che gli ultrasessantenni
rappresentano circa un quarto della popolazione.
Anche la spesa sanitaria è legata al grado di invecchiamento
della popolazione. In Italia, la spesa per questo settore ha raggiunto la dimensione
del 7% del Pil nel 2006. Un’altra voce che vede l’Italia primeggiare in spesa
sociale è quella della spesa per superstiti che impegna una somma equivalente
al 2,5% del Pil.
Le altre voci di spesa hanno tutte valori minori rispetto
agli altri paesi europei e in particolare la spesa sociale per le emergenze
abitative non è ben rappresentabile in termini di Pil (essendo tale valore prossimo
allo zero), pur essendo il disagio abitativo un problema molto forte e diffuso
soprattutto nelle grandi aree urbane. La situazione è ben diversa dal forte
impegno che si registra ad esempio nel Regno Unito e in Francia, dove le somme
stanziate per le politiche abitative rappresentano rispettivamente l’1,5% e
lo 0,8% del Pil.
Nel nostro Paese, inoltre, a fronte di una spesa molto
alta per gli anziani ne corrisponde una molto bassa per la famiglia e l’infanzia,
settore nel quale l’Italia investe una somma pari all’1,1% del Pil, contro il
3,4% della Germania e un valore complessivo dell’Ue a 15 del 2,4%.
La distribuzione della spesa sociale. È stato preso in
considerazione l’indicatore che mostra la composizione percentuale della spesa
sociale nei vari settori: fatto 100 il totale della spesa tale indicatore rileva
la quota parte attribuita ai singoli settori.
È stata quindi stilata una graduatoria dei paesi europei
(anche non aderenti all’Ue) tenendo conto del valore medio, relativo al periodo
1999 al 2006, della spesa sostenuta per ciascun settore.
Per quel che riguarda il costo della burocrazia si può
affermare che è direttamente proporzionale al livello della spesa sociale e
i paesi che spendono di più hanno anche maggiori costi amministrativi. Da questo
punto di vista, l’Italia appare poco efficiente posizionandosi tra i paesi che
più spendono per la gestione della spesa sociale, ma mantenendo un livello di
spesa non molto elevato rispetto a paesi simili per dimensioni geografiche e
demografiche.
Andando invece ad analizzare la spesa sociale nel settore
sanitario, la maggior parte dei paesi europei si concentra in un intervallo
di 8 punti percentuali (dal 24% al 32% della spesa).
L’Italia si colloca tra i paesi con la minor quota relativa
di spesa in questo settore, destinando alla sanità il 24,8% della spesa sociale.
Anche sul versante della disabilità il nostro Paese si
colloca agli ultimi posti della graduatoria, destinando a questo settore soltanto
il 5,8% della spesa totale. Questo dato stride con quello della Norvegia che
destina alla disabilità il 16,7% della spesa totale. Meno dell’Italia spendono
in termini percentuali solo Irlanda, Grecia, Francia e Cipro.
La spesa per gli anziani rappresenta l’impegno maggiore:
in particolare, in Italia, la spesa sociale per l’anzianità ammonta a circa
il 50% della spesa totale, portando l’Italia al quarto posto dopo Lettonia,
Polonia e Malta. All’opposto, l’Irlanda, essendo il paese con la popolazione
più giovane, destina alla spesa per anzianità una fetta ridotta rispetto a tutti
gli altri paesi europei (appena il 17,8% del totale).
L’Italia è invece al primo posto, seguita da Belgio e
Lussemburgo, nella spesa per i superstiti e impegna in questo settore oltre
il 10% del totale. Sotto questa voce sono classificate le pensioni di reversibilità,
ma anche le pensioni assegnate alle famiglie dei caduti e al pagamento di funerali
di Stato. Nel complesso, la spesa per anziani e superstiti raggiunge il 60%
della spesa sociale totale. Questo dato contrasta fortemente con il dato che
riguarda la famiglia e l’infanzia.
La quota parte di spesa sociale destinata alla famiglia
e all’infanzia, infatti, vede l’Italia posizionarsi al penultimo posto, seguita
solo dalla Spagna, con un investimento di appena il 3,8% del totale, circa un
quarto di quanto spendono il Lussemburgo (16,3%) e l’Irlanda (14,3%), paesi
ai primi posti in Europa.
Anche per quel che riguarda la disoccupazione, il nostro
Paese è al penultimo posto prima dell’Estonia e spende in questo settore meno
del 2% del totale contro un valore della Ue 15 di oltre il 6%. Questo non significa
che in Italia non esista il problema della disoccupazione, ma che, al contrario,
le tutele sociali per chi ha difficoltà a trovare lavoro sono del tutto insufficienti.
Nel settore delle politiche abitative l’Italia è in coda
alla classifica ed investe appena lo 0,6 per mille (0,06%) della spesa sociale.
È invece il Regno Unito che investe in questo settore la quota maggiore della
spesa sociale (il 5,5% del totale). Oltre il 3% del totale spendono Cipro e
Irlanda, mentre al di sopra 2% si attestano Francia, Grecia, Ungheria e Danimarca.
Infine, nella spesa per la lotta alle esclusioni sociali e spese non classificata altrove, l’Italia è all’ultimo posto con solo lo 0,16% della spesa totale, preceduta dalla Polonia che registra un valore analogo. Di poco sotto l’1% si trovano Ungheria, Regno Unito, Spagna e Lituania, mentre tutti gli altri paesi superano l’1% della spesa per alleviare le esclusioni sociali. (Inform)