Anticipazioni
Rapporto Italiani nel mondo 2006
Fondazione Migrantes
e Comitato Promotore
(Acli, Inas-Cisl, Mcl e Missionari Scalabriniani)
Gli obiettivi
del nuovo Rapporto
Nei rapporti tra il mondo
occidentale e quello musulmano si è ripetuto spesso che dopo l’11 settembre
2001 niente sarà più come prima. Qualcosa di simile si può dire, dopo il voto
di aprile 2006, sul rapporto tra gli italiani nel mondo e l’Italia,
non solo perché i parlamentari eletti all’estero sono fondamentali per la
tenuta del Governo e le decisioni da assumere sui connazionali all’estero,
ma specialmente perché la loro elezione, supportata da una notevole partecipazione,
è una via di non ritorno. La presenza di questi eletti servirà per inquadrare
meglio gli italiani fuori d’Italia e servirà a superare i ritardi nei loro
confronti, dovuti tra le altre cose a vuoti di conoscenza, superficialità
d’analisi e mancanza di solidarietà.
Il nuovo sussidio servirà
a sconfiggere la zona d’ombra che persiste nel paese nei confronti “dell’altra
Italia” e spingerà le numerose collettività all’estero a consolidare i rapporti
con la loro terra. A quel punto le due Italie, quella di
chi è rimasto in patria o vi è ritornato e quella di chi vive all’estero e
dei propri discendenti, potranno meglio accordare i loro ritmi, diventando
un’unica realtà, con notevoli benefici per tutti. Prezioso a tal fine sarà
l’apporto della stampa italiana all’estero, nonostante le risorse limitate di
cui dispone.
I contenuti del nuovo Rapporto
Il Rapporto
si propone di affrontare i temi più importanti della nostra emigrazione:
i flussi annuali, l’insediamento nei vari paesi esteri, le provenienze regionali,
le problematiche assistenziali e previdenziali, il lavoro e la formazione
professionale, i flussi di studenti e di ricercatori, la cultura e la lingua
italiana nel mondo, le missioni cattoliche e vari altri aspetti specifici.
A turno verrà dedicato un approfondimento ai paesi di insediamento degli italiani,
a partire dalla Germania e dal Venezuela.
L’impostazione
dei singoli capitoli si baserà sulla raccolta e sul commento dei dati statistici
più recenti, per evidenziarne il significato e mettere a disposizione di tutti
una base conoscitiva comune che possa essere condivisa al di là delle diverse
estrazioni culturali, politiche e religiose, lasciando ai singoli lettori
la libertà di tirare le proprie personali conclusioni.
La redazione
del lavoro sarà coordinata dall’équipe del
spontaneamente di risiedere
all’estero per un periodo di tempo superiore ai dodici mesi o per i quali
è stata accertata d’ufficio tale residenza. Ad esso si aggiungono altre fonti
statistiche e le notizie di fonte consolare, senza la pretesa di essere esaustivi
fin dall’inizio e coscienti che il rodaggio di una ricerca di così ampia portata
può durare anni.
Potrà essere così raggiunto
l’obiettivo fondamentale dell’iniziativa, che consiste
nella fornitura di quei dati che sono da ritenersi indispensabili per calibrare
le decisioni politico-amministrative e per attivare un fruttuoso percorso
di sensibilizzazione, sia in Italia che all’estero.
Qualche dato statistico sulla prima emigrazione
Al Censimento del 1861 gli
italiani che vivevano all’estero erano appena 230.000, di cui
A emigrare furono inizialmente
gli abitanti delle Regioni del Nord, a partire dal Piemonte e dalla
Lombardia, che alimentarono quasi la metà dei flussi.
L’emigrazione lombarda nel
periodo 1880-1920 si concentrò nel Nord America, più specificatamente nelle
miniere di carbone al confine tra l’Alberta e
Seguirono ben presto anche
gli emigranti del Meridione. Nel 2007 ricorrerà l’anniversario della “Marcinelle
americana”: nel dicembre 1907 vi fu il crollo nella miniera di carbone di
Monongah (West Virginia), in cui rimasero uccisi 171 minatori italiani su
un totale di 361 vittime, in prevalenza provenienti da Abruzzo, Calabria,
Molise e Campania.
A proposito di miniere, a
molti anni di distanza e nello scenario europeo, si possono ricordare gli
emigrati sardi che, dopo la chiusura delle miniere del Sulcis-Iglesiente,
si sono trasferiti nella zona francofona del Borinage in Belgio, andando incontro
ad una dura fatica ma fruendo altresì della possibilità di riscattarsi dalla
miseria.
La prima migrazione italiana
verso il Canada (1880-1920) fu legata alla costruzione della rete ferroviaria
e alle opere di canalizzazione e si diresse in via quasi esclusiva verso l’area
di Montreal, dove si costituì
I piemontesi, anch’essi tra
i primi protagonisti dei flussi, si recavano nella vicina Savoia per esercitare
il mestiere di carbonai.
Nell’area del Nord est il
Veneto, oggi tra le prime Regioni per numero di immigrati stranieri, nel periodo
1876-1900 fece registrare da solo tre milioni di espatri, un numero di poco
inferiore a quello riguardante Sicilia, Calabria e Campania messe insieme.
Anche il Friuli è stato una
grande territorio di emigrazione: il paese Colonia Caroya fu creato nel 1878
nei pressi di Cordoba (Argentina) con l’insediamento di 120 famiglie friulane,
provenienti da Udine e Pordenone. Oggi si contano 17.000 abitanti, di cui
15.000 di origine friulana.
Trent’anni dopo, nel Censimento
del 1891, gli italiani in Europa erano già diventati 470.000, e la maggior
parte di essi si trovava sempre in Francia. Intanto però questa nazione veniva
eguagliata o superata da diversi paesi d’oltreoceano: 550.000 italiani in
Brasile,
Nel 2006 è morta a Capitan
Pastene, in Cile, Giuseppina Iubini di Pavullo nel Frignano (Modena), all’età
di 101 anni, 100 dei quali trascorsi in Sud America, dove era arrivata con
altri 372 italiani dopo una traversata di 38 giorni tra il 1904 e il 1905.
All’inizio del secolo ventesimo
anche le Regioni del Centro, come l’Umbria e il Lazio, seguirono la
sorte delle altre parti d’Italia e vennero coinvolte negli espatri al ritmo,
rispettivamente, di 155.000 e 189.000 unità l’anno.
Aspetti dell’emigrazione, dal dopoguerra ad oggi
Curiose sono le origini della
nostra presenza in Sud Africa, dove durante la seconda guerra mondiale venne
allestito dagli alleati uno dei più grandi campi di prigionia e vi vennero
fatti confluire circa 100 mila soldati italiani, dei quali un quinto scelse,
a guerra finita, di restare nel paese per costituire, così, il nucleo più
consistente della locale collettività. Questo episodio presenta analogie con
la presenza dei polacchi in Italia: 100.000 soldati polacchi fecero parte
dell’armata al comando del generale Anders, distintasi nello sfondamento della
linea gotica e nella liberazione della città di Bologna, restando in parte
in Italia anche alla fine delle ostilità e dando così l’avvio all’insediamento
di quel gruppo di immigrati nel nostro paese, che oggi conta 100 mila presenze.
Nel secondo dopoguerra il
ritmo più alto di espatri si collocò negli anni ’50 con quasi 300.000 unità
l’anno e il picco nel 1961 (387.000 espatri), mentre nel 1962 si raggiunsero
229.000 rimpatri, il livello più alto raggiunto nel dopoguerra. In questo
periodo i flussi sono andati diventando in prevalenza meridionali e diretti verso
l’Europa.
Il 1975 è stato l’anno dell’inversione
di tendenza perché, a fronte di 93.000 espatriati, i rimpatriati furono 123.000,
con un saldo migratorio positivo di 30.000 unità. Si colloca convenzionalmente
in quell’anno l’inizio del fenomeno immigratorio in Italia, quando i soggiornanti
erano appena 186.000, per andare poi raddoppiando ogni decennio e conoscere,
negli anni a noi vicini, un andamento ancora più intenso, fino ad arrivare
agli attuali 3 milioni.
I flussi degli
italiani con l’estero continuano ancora oggi ma in maniera ridotta. Dai dati Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche
risulta che dal 1996 al 2000 i rimpatri sono stati, in media, 31.000, mentre
gli espatri 43.000. Ad essi si aggiungono i frontalieri italiani che
si recano nella vicina Svizzera: 68.000 sul totale di 174.000, secondi in
graduatoria solo ai francesi. Non bisogna poi dimenticare le migrazioni interne, che
hanno avuto un così rilevante peso nello sviluppo del Nord Italia, arricchitosi
di milioni di nuovi residenti meridionali. Anche queste migrazioni sono ridimensionate
rispetto al passato. I flussi più elevati si registrarono nel 1962, con circa
2.200.000 trasferimenti dal Sud e dalle Isole. Dalla fine degli anni ’60 seguì
un progressivo e netto ridimensionamento, che però non ha mai comportato un
definitivo azzeramento dei flussi, per giunta in ripresa dalla metà degli
anni ’90. Ancora oggi ogni anno sono circa 70.000 i laureati e i diplomati
che trasferiscono la loro residenza al Nord per motivi di lavoro e di realizzazione
professionale.
Secondo una recente indagine
campionaria ben il 37,8% degli italiani (ma la percentuale è più alta tra
i laureati e i diplomati, specialmente se maschi), ha dichiarato la disponibilità
ad andare a vivere all’estero. Le destinazioni preferite sono
I cittadini
italiani residenti all’estero nel 2006, dopo gli ulteriori controlli del Ministero dell’Interno, sono risultati
3.106.251, mentre nell’anno precedente erano 3 milioni e mezzo; ormai il loro
numero è equivalente a quello dei cittadini stranieri in Italia. La ripartizione
percentuale per continente è la seguente: Europa (60%), America (34,4)%, Oceania
(3,6%), Africa (1,3%) e Asia (0,7%). Il Rapporto ritornerà con dovizia di
particolari sull’insediamento nei principali paesi del mondo, si soffermerà
sulle revisioni dell’archivio e tratterà in maniera esaustiva gli aspetti
relativi a Regioni, Province e Comuni di partenza. Basti dire a proposito
della cosiddetta “diaspora italiana”, che molti nel frattempo sono morti,
altri sono rimpatriati e altri ancora sono rimasti sul posto, molti dei quali
hanno perso la cittadinanza italiana e non compaiono nelle statistiche. Va
perciò aggiunto che i
discendenti degli italiani, con o senza cittadinanza, sono stimati
dai 30 ai 60 milioni, con una concentrazione altissima in alcune nazioni a
partire dall’Argentina e dal Brasile.
La dimensione associativa della presenza italiana all’estero
La storia dell’associazionismo,
entrando nelle particolarità, porterebbe a rivivere con grande partecipazione
quanto è stato fatto per superare l’isolamento e la debolezza dei singoli
con la coesione e la mutualità. Nel circuito della conoscenza andrebbero inseriti
anche gli eventi imperniati su piccoli numeri ma non per questo meno significativi:
circa 80 cittadini italiani, ad esempio, su un totale di 300 famiglie rimaste
bloccate in Albania quando nel 1944 si insediò il regime comunista, dopo aver
riacquistato la cittadinanza italiana hanno aderito all’Associazione cittadini
italiani e familiari rimpatriati.
La realtà associativa
all’estero ha scritto pagine
veramente belle e ha favorito il benessere esistenziale e la crescita culturale
e sociale dei nostri connazionali. Sulle associazioni italiane all’estero
sono fioriti numerosi studi storici ma, per quanto riguarda la realtà attuale,
dobbiamo andare a ritroso fino al 2000, quando il Ministero degli Affari Esteri
ne curò l’ultimo censimento. Si trattava di 7.656 aggregazioni con oltre due
milioni di soci:
Dopo la costituzione delle
Regioni negli anni ‘70 è andato sempre più diffondendosi l’associazionismo regionale.
Per limitarci a due esempi tra i tanti, ricordiamo che
In particolare, sia per quanto
riguarda le associazioni a carattere nazionale che quelle a carattere regionale
o provinciale, è indispensabile superare la diffusa lontananza tra le prime
generazioni e le nuove e nuovissime generazioni, dando seguito con maggiore
convinzione alle modifiche necessarie per rispondere ad esigenze così profondamente
cambiate nel corso del tempo. Senz’altro la questione dei giovani è destinata
a condizionare in maniera sempre più marcata nel futuro la presenza italiana
all’estero: circa un sesto della presenza italiana all’estero è costituita
da minori e un altro sesto da giovani tra il 18 e i 30 anni.
Grande risalto ha avuto nel
dopoguerra l’associazionismo di servizio, ad esempio nel settore della formazione
professionale e specialmente nell’ampio campo della tutela socioprevidenziale,
in cui sono stati protagonisti gli istituti di patronato costituiti dai sindacati
o da altre associazioni nazionali di lavoratori, che hanno riscosso un grande
apprezzamento da parte dei loro assistiti.
Una particolare espressione
dell’associazionismo sono le Missioni Cattoliche Italiane (MCI)
che operano, in prevalenza in lingua italiana, per il benessere spirituale
dei nostri connazionali. Nel mondo esistono 431 centri, parrocchie, missioni
o altro che forniscono una cura pastorale anche in lingua italiana, dove sono
impegnati 543 sacerdoti, 166 suore e 51 operatori laici. Anche la riflessione
su questi aspetti porta a sottolineare il cambiamento di prospettive nei vari
contesti nazionali che non sono più quelli del passato.
In stretta connessione con
il discorso sull’associazionismo, attualmente si pone con estrema urgenza
il problema
della riforma del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, che
è stato un fruttuoso laboratorio di idee e proposte e ora va raccordato con
il mutato quadro politico che prevede una rappresentanza parlamentare direttamente
eletta dai nostri emigrati.
Non tutti ricchi e famosi
É sbagliato pensare che, quando
noi si emigrava in massa, gli italiani si comportavano sempre bene, erano
accolti dappertutto con grande apertura e riuscivano agevolmente a “trovare
l’America”, conseguendo con facilità una situazione di agiatezza. Dominic
Pulera, giovane italoamericano del Winsconsin e autore del volume Visible Differences (Continuum, 2002) dedicato ai contributi dei diversi
gruppi etnici negli Stati Uniti, riconosce che oggi si è più propensi ad apprezzare
i valori che hanno modellato la vita dei nostri emigrati (il rispetto della
famiglia, dell’amicizia e del lavoro) ma, nelle sue conferenze, tiene anche
a sottolineare che nel passato l’atmosfera era ben diversa e spesso si rendeva
necessario, per mimetizzarsi, americanizzare i nomi, magari facendo saltare
la vocale finale, finendo talvolta per annullare la propria identità. Nella storia della nostra emigrazione vi è
un pesante carico di umiliazioni, di fallimenti e anche di apporti negativi
al paese di accoglienza, come la mafia negli Stati Uniti, senza parlare dei
comportamenti devianti di minore entità propri delle persone che si trovano
in grave stato di bisogno. Varrebbe la pena di conservare questo ricordo storico
nell’attuale situazione in Italia, quando si tende a parlare con malanimo
di tutti gli immigrati e si trasformano i loro gruppi nel capro espiatorio
di turno, dai marocchini agli albanesi, dai romeni agli zingari.
Pensare ai migranti equivale
a parlare di storie di povertà e di successo. Tra i discendenti dei migranti
italiani, ad esempio, vi sono anche i cartoleros di Buenos Aires, quei poveri che, rovistando tra l’immondizia,
cercano di mettere insieme dieci chili di carta che, venduti, fruttano due
pesos (mezzo euro).
Anzi, le stesse storie di
successo sono iniziate quasi sempre dalle condizioni più umili. Gli edicolanti
delle strade di Rio de Janiero, ad esempio, sono quasi tutti italiani, calabresi
in primo luogo, e l’edicola diventò l’emblema dell’italianità al punto che,
quando durante l’ultima guerra mondiale si diede la caccia all’italiano, si
iniziò con l’incendio delle edicole. Poi sono venute le posizioni di grande
agio, che destano la più grande ammirazione.
É indubitabile però che, con
il passare del tempo, gli italiani sono arrivati molto in alto. Basti
pensare che in Argentina vi sono stati 10 presidenti della Repubblica di origine
italiana e che è consistente l’elenco dei parlamentari e dei politici di origine
italiana in tutto il mondo.
In Brasile sono di origine
italiana molti tra i maggiori imprenditori del paese: tra di essi va citato
Luiz Fernando Furlan, nel 2004 eletto uomo dell’anno e ora ministro, ma prima
a capo della Sadia, la maggior industria del settore agroalimentare del paese,
che esporta i suoi prodotti in 92 paesi del mondo. La famiglia Castellan,
sbarcata da Caldogno (Tiene) nel 1875, possiede il maggiore mobilificio del
Sud America, che nel
Vi sono altri aspetti non
meno importanti, seppure non sotto l’aspetto economico. Amelia Pappalardo,
nel volume a carattere storico Calabresi
sovversivi nel mondo (Rubettino, 2005), ha studiato il ruolo svolto dai
quadri
politici e sindacali emigrati dal Meridione all’inizio del ‘900 per
favorire la crescita del movimento operaio americano. Del resto bisogna ricordare
che già alla fine dell’800, con una maggiore intensificazione nel periodo
fascista, veniva incoraggiata la pratica del cosiddetto esilio volontario
di coloro che erano considerati sovversivi, scambiando per sovversione anche
la forte motivazione sociale.
Un nutrito elenco di problemi sociali
Sono 400 mila le pensioni in pagamento
all’estero, delle quali un ottavo in regime autonomo e cioè in base
ai soli contributi italiani, perché l’incompleta rete degli accordi bilaterali
e delle convenzioni internazionali non ha consentito di assicurare una protezione
completa. Per il 62% si tratta di pensioni di vecchiaia, per il 5% di invalidità
e per il 33% di reversibilità.
Anche le pensioni attestano
che gli emigrati italiani stanno diventando sempre più vecchi: già oggi
un quinto della presenza all’estero è costituito da ultrasessantacinquenni.
In Svizzera il flusso di rimpatri, specialmente di lavoratori arrivati al
pensionamento, è di circa 10.000 persone l’anno. Altri preferiscono restare
sul posto con i loro figli, i loro nipoti e pronipoti o, spesso, anche da
soli: nella collettività italiana in Australia si calcola che gli anziani
siano sui 100.000, con problemi molto grandi quando sono soli o malati e senza
adeguate risorse.
Le innovazioni legislative
nel settore socioprevidenziale, approvate a partire dagli anni ’90, hanno
comportato diverse restrizioni per gli italiani all’estero: l’aumento dei
requisiti per la concessione dell’integrazione al minimo (da
Sono numerose
le situazioni di bisogno segnalate ai Consolati: persone in età avanzata e a basso reddito, famiglie
numerose in situazione precaria, malati che devono pagare la retta di degenza
ospedaliera. Molto dipende dal sistema locale di assistenza e non dai pochi
fondi di cui può disporre la rete consolare a fronte di necessità così diffuse.
Senza andare molto lontano, basti ricordare che in Germania il tasso di disoccupazione
degli italiani è del 18% e che i nostri connazionali sono quelli maggiormente
coinvolti nei licenziamenti.
Indubbiamente, per gli emigrati
anziani che non vivono in Europa, la sanità e la previdenza sono due
aspetti di prioritaria importanza, e questo porta comparativamente a rivalutare
le tradizioni europee imperniate sulla solidarietà sociale e quanto l’Italia
è riuscita a fare per tutelare il diritto fondamentale della salute e i pensionati.
Negli Stati Uniti la sanità
e le pensioni sono, invece, privatizzate attraverso il meccanismo delle assicurazioni
e anche quando si trova un lavoro la concorrenza è spietata: molti neoimmigrati
italiani, oltretutto, non riescono ad ottenere la green card neppure quando hanno conseguito
alti livelli di professionalità, perché la concorrenza da tutti i paesi del
mondo è agguerrita e spesso vincente.
Il sistema pensionistico brasiliano
prevede solo una pensione minima (tra gli 80 e i 100 euro mensili), per giunta
non concessa a tutti gli stranieri anche se regolarmente residenti, ivi compresi
gli italiani, e il sistema sanitario pubblico presenta gravi lacune a differenza
del costoso e per tanti aspetti irraggiungibile sistema privato.
In Venezuela circa l’80% degli
interventi nel settore dell’assistenza sociale riguarda l’ambito sanitario
e così si è proceduto alla definizione di un progetto di convenzione assicurativa
collettiva per i cittadini indigenti.
I sette ospedali italiani
operanti in Argentina dal 2004 si sono costituiti in “Alleanza degli ospedali
italiani nel mondo” per abbattere i costi e riuscire ad essere più efficaci.
Quando si pensa che le Regioni più grandi arrivano a spendere per i loro emigrati
più di un milione di euro l’anno, è naturale l’auspicio di un loro maggior
coordinamento destinato a favorire una maggiore efficacia.
In ogni modo, è vivamente
sentito il bisogno di potenziamento della rete diplomatico-consolare italiana,
che, pur essendo una delle più estese tra tutti i paesi occidentali, abbisogna
di un consistente rafforzamento in sedi, personale e mezzi a disposizione.
Da diversi paesi dell’America
Latina, e specialmente dall’Argentina, si riscontra un flusso di giovani di
origine italiana che, dopo aver ottenuto la cittadinanza, si recano nell’Unione
Europea, scegliendo però come meta privilegiata la Spagna. Questi flussi
di ritorno, che ripetono il nostro esodo in senso inverso, andrebbero
meglio inquadrati nelle loro notevoli virtualità per il sistema produttivo
italiano.
L’imprenditoria degli italiani nel mondo
Secondo il Ministero per le
Attività produttive sono 180.000 le imprese italiane che esportano i loro
prodotti all’estero e, di queste, solo 850 hanno di più di 250 addetti.
Come risaputo, da molti anni
il “Sistema Italia” perde punti nella graduatoria della competitività e questo
in qualche modo rivela una internazionalizzazione a metà,
che invece la valorizzazione di una presenza italiana così diffusa nel mondo
potrebbe incrementare.
Perciò è stato auspicato che
le realtà imprenditoriali che l’Italia promuove all’estero operino in più
stretto contatto con gli imprenditori di origine italiana. Partendo dal basso,
gli emigrati italiani sono riusciti a realizzare tanto e si impone un collegamento
tra il prima e il dopo. Nella sessione dedicata all’internazionalizzazione
dalla Seconda Conferenza permanente Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie,
tenutasi alla fine del 2005, lo stesso Consiglio Generale degli Italiani all’estero
ha ricordato che le imprese dei connazionali all’estero sono
14.475 e impegnano 3.300.000 addetti per un fatturato di circa 200
milioni a impresa. Queste imprese sono di meno rispetto alle 23.000 associate
ad Assocamerestero, perché le altre, pur essendo associate, sono promosse
da cittadini del paese ospitante.
Un esempio significativo del
dinamismo italiano sono le 2.500 gelaterie italiane in Germania, che costituiscono
il 50% del totale delle gelaterie artigianali presenti sul territorio tedesco.
In quel paese anche la ristorazione italiana è molto diffusa, promossa inizialmente
non da professionisti del settore ma dagli stessi emigrati, spesso come secondo
lavoro specialmente nel periodo d’oro negli anni ’60, complice l’attrazione
del tutto nuova della cucina mediterranea. I tempi sono cambiati e ora questa
imprenditoria dal basso è spesso in crisi per mancanza di nozioni organiche
di gestione aziendale, disinteresse dei giovani a continuare quanto iniziato
dai loro genitori e carenze di personale, per cui molte aziende stanno passando
di mano: a Colonia, su 400 imprese di ristorazione italiana, neppure la metà
appartiene più ad italiani.
Il Venezuela è un altro simpatico
esempio da citare. Il paese è diventato il secondo al mondo, dopo l’Italia,
per il maggior consumo di pasta pro capite e il nostro piatto ha sostituito
la classica arepa di farina di mais,
un tempo alimento nazionale. Anche la maggioranza dei calzaturifici venezuelani
è in mano a persone di origine italiana. Il Venezuela è anche quel paese dove
i sequestri colpiscono molti italiani, tant’è che il Ministero degli Affari
Esteri ha pubblicato un manuale comportamentale ad uso dei cittadini italiani
esposti al rischio di sequestro.
Imprenditorialità
e italianità sono due termini
che si possono coniugare fruttuosamente, con beneficio per le collettività
all’estero e della stessa Italia, chiamata a superare i punti di impasse nel suo modello di sviluppo e la
sua collocazione certo non brillante nella classifica della competitività
(56° posto secondo il Word Competitvness
Yearbook).
L’insegnamento dell’italiano e l’incontro tra le culture
È superfluo insistere sugli
intrecci,
con quelle locali, della lingua e della cultura italiana, di cui sono
portatori i migranti.
In Argentina il 50% della
popolazione è di origine italiana: il dialetto di Buenos Aires è il lunfardo, risultato dell’amalgama dei dialetti
italiani con parole di origine araba e spagnola. Si legge in qualche libro,
e forse la storia finisce per intrecciarsi con la leggenda, che lo stesso
nome di Buenos Aires sia dovuto alla soddisfazione di un marinaio sardo che,
sbarcato fortunosamente insieme all’equipaggio, ringraziò in tal modo la “Madonna
di Bonaria” venerata in un famoso santuario di Cagliari.
Nelle scuole venezuelane la
lingua italiana è materia curriculare, inserita nell’orario scolastico a seguito
di una decisione governativa dell’agosto del 2000.
In Uruguay, dove il 40% dei
3.300.000 abitanti discende da italiani, la lingua italiana viene insegnata
ai parlamentari dalla Società Dante Alighieri.
In Cile operano sei scuole
italiane, rivolte a 4.000 alunni, che si sono associate in una Federazione
al fine di ottimizzare i loro servizi ed essere in grado di omologarsi con
il sistema educativo italiano. È la prima iniziativa del genere svolta in
paesi di forte immigrazione.
In Brasile sarebbero 31 milioni
i discendenti da famiglie italiane. Molto diffuso sul posto è il talian, una “lingua” nata dal mescolarsi
dei vari dialetti settentrionali col portoghese.
Spostandoci in Africa, riscontriamo
che l’italiano si insegna in 20 licei e 7 università del Marocco e, in forza
della cooperazione attivata con l’università di Bologna nel 1991, sono stati
formati 21 docenti marocchini di lingua italiana ed è stato avviato dal 2001
un Dipartimento di Italianistica presso l’Università Mohammed V di Rabat.
Nel 2005 è intervenuto un
importante accordo per l’insegnamento della lingua italiana in 500 scuole
degli Usa, facilitato dal fatto che molti sindaci statunitensi sono di origine
italiana. L’italiano è entrato così a far parte delle lingue dell’Advanced Placement Program. Questo significa
che gli studenti dell’ultimo anno di liceo che frequentano una classe di italiano,
se decidono di iscriversi ad una facoltà universitaria in cui la lingua italiana
è compresa tra gli insegnamenti universitari, possono ottenere significativi
sconti tanto sul piano economico che su quello del carico di lavoro. Senz’altro,
come attestato anche da questo recente accordo, negli Stati Uniti è aumentato
l’interesse alla lingua e alla cultura italiana, non solo come lingua veicolare
ma anche nel campo degli studi letterari, e sono 60.000 i ragazzi statunitensi
che studiano l’italiano, di cui la metà nello Stato di New York e nel Connecticut.
Non sempre le cose vanno nel
senso positivo: molti Laender della
Germania, animati anche dall’intenzione di insistere maggiormente sull’integrazione
in loco, sono intenzionati a chiudere
o hanno già chiuso i corsi di lingua e cultura straniera finora gestiti in
applicazione della direttiva Cee n. 46 del 25 luglio 1977. Sarà questo un
duro colpo alla situazione dell’istruzione degli italiani n Germania, già
severamente pregiudicata per quanto concerne la riuscita rispetto agli immigrati
di altre nazionalità. Sarebbe comunque sbagliato vedere la situazione scolastica
degli italiani in terra tedesca solo nei suoi aspetti negativi. La scuola
italo-tedesca di Wolsfsburg, infatti, con i suoi 534 studenti, è un esempio
ben riuscito delle iniziative interculturali rivolte a italiani, tedeschi
e immigrati di altre nazionalità. Nel
Sempre per quanto riguarda
invece l’incontro delle culture, si riscontra anche una sorta di effetto di ritorno:
in Puglia, ad esempio, si possono trovare diverse piazze e scuole dedicate
a Bolivar e altre dai nomi esotici facilmente riconducibili al Venezuela,
e così anche in altre parti d’Italia. Uno scambio è avvenuto anche a livello
profondo, e cioè di mentalità. Anziché sorprenderci quando nei sondaggi gli
italiani mostrano un elevato tasso di europeismo, bisognerebbe pensare ai
numerosi connazionali andati a lavorare in Europa nel dopoguerra e all’impatto
esercitato su di loro dalla vita vissuta con gli altri cittadini degli Stati
membri, senza dimenticare poi che i migranti italiani sono quelli che hanno
goduto maggiormente dei benefici della libera circolazione della manodopera
e dei relativi regolamenti per la sicurezza sociale dei migranti.
Per l’italianità necessario un maggiore impegno strutturale
Il personale degli Istituti
Italiani di Cultura all’estero comprende 150 persone tra direttori e addetti:
una persona e mezza per struttura, spesso con problemi finanziari anche per
quanto riguarda le ristrutturazioni degli ambienti. Le difficoltà economiche sono un
limite ricorrente e spesso mortificante della capacità progettuale.
Nel 2005, solo dopo una chiusura di tre anni, l’Istituto Italiano di Cultura
ha riaperto a Buenos Aires una biblioteca intitolata a Benedetto Croce con
ben 36.000 volumi. A Lisbona nel 2006, dopo una pausa più lunga di ben 12
anni, si è riusciti a far rinascere la storica rivista Estudios Italianos em Portugal, pubblicata dal locale Istituto Italiano
di Cultura.
Non mancano, comunque, le
iniziative seppure con diversa intensità a seconda dei paesi di insediamento.
A Berlino, a fine marzo 2006, presso i locali dell’Istituto Italiano di Cultura
locale, è stata realizzata una versione itinerante della prima grande mostra
sulla storia della lingua italiana (Dove
il sì suona. Gli italiani e la loro lingua), già allestita con successo
di pubblico a Firenze, Tirana e Zurigo. Si tratta di un impegno, da continuare,
per presentare la lingua italiana come espressione di cultura che continua
nella vita quotidiana, nei film, nelle radio, nella televisione, negli scambi.
Purtroppo è difficile conseguire
un’affermazione significativa e far sì che l’italiano non rimanga solo una
lingua di nicchia. Un’indagine condotta dall’Istituto Ipsos su un campione
di 2.000 persone e pubblicata nell’Annuario della Società Dante Alighieri
(Il mondo in Italiano. Analisi e tendenze
sulla diffusione della lingua italiana, 2005), presenta come opere più
significative dell’identità culturale italiana
Diversi tra gli inconvenienti
lamentati vengono confermati anche in uno studio dell’Eurisko (2005) dove,
a fronte di una crescente domanda di conoscenza della lingua e della cultura
italiana, si riscontra che l’offerta non è organizzata in modo adeguato.
Sono in atto anche numerosi
tentativi, imperniati sull’utilizzo delle nuove tecnologie, tra i quali citiamo
il portale internet www.lombardinelmondo.org,
realizzato nella Regione ma visitato da tutte le parti del mondo, e il programma
Un ponte sull’oceano, realizzato
da una stazione radiofonica di Partinico (Palermo) ma trasmesso anche dall’emittente
statunitense Radio ICN (New York e altri tre Stati americani) con un seguito
di circa 450.000 ascoltatori a puntata.
Anche se l’italiano è una
lingua abbastanza studiata nel mondo, si impone la necessità di riformare legge 153
del 1971 sulla lingua e la cultura italiana all’estero, tenendo conto
dei limiti riscontrati e delle nuove prospettive emerse, nella consapevolezza
che investire maggiormente al riguardo significa promuovere il “Sistema Italia”: il conseguimento di questo obiettivo
comporta anche un maggiore e più convinto collegamento con la presenza dei
nostri emigrati all’estero, anch’essi espressione della nostra lingua e della
nostra cultura.
Un’altra riforma
urgente è quella di Rai international. Gli stessi giornalisti hanno minacciato (giugno 2006)
di voler abbandonare la redazione per lo stato di totale abbandono in cui
versa la testata, l’assenza di attenzione ai problemi più volte sollevati
e la mancanza di proposte valide per potenziare l’informazione oltreoceano,
per le quali bisogna prendere in considerazione anche le modalità tecniche
di diffusione e la produzione di programmi culturalmente più efficaci, anche
differenziandoli per aree geografiche.
Attivare un processo di sensibilizzazione
Il Rapporto Italiani nel Mondo 2006 è stato ideato per attivare
un processo di sensibilizzazione, che impegni quanti sono rimasti
in Italia ad arricchirsi attraverso una conoscenza diretta e veritiera della
vita di quanti sono andati all’estero. La lunga permanenza all’estero ha portato
i connazionali ad assimilare modelli molto avanzati di convivenza, che potrebbero
tornare di grande utilità anche al funzionamento sociale e politico italiano,
come peraltro hanno già sottolineato alcuni parlamentari italiani eletti nella
circoscrizione estera.
A loro volta gli italiani
all’estero e i paesi che li hanno accolti potranno conoscere di più l’Italia,
il meglio del suo stile di vita e delle sue tradizioni, i progressi che ha
fatto da quando era un paese di emigrazione povero fino a diventare uno dei
paesi più industrializzati del mondo, per giunta con un grande fabbisogno
di immigrati.
Quando si fa cenno all’emigrazione
italiana nel mondo come ad una incommensurabile realtà, bisogna andare al
di là delle parole ed entrare nel concreto delle cose. Ad esempio, alla luce
delle 250 mila domande di riconoscimento della cittadinanza, che nel
frattempo si sono accumulate, come va concepita la riforma della legge 91
del 1992?
Il Rapporto Italiani nel Mondo non pretende di essere la soluzione dei
problemi, ma si propone solo come un sussidio conoscitivo per entrare nel
merito delle questioni in maniera non superficiale e sulla base di dati attendibili.
Bisogna chiedersi non solo
cosa l’Italia può dare a chi vive all’estero ma anche cosa gli italiani all’estero
possono dare all’Italia, in una visione di piena reciprocità. In particolare,
i connazionali all’estero, oltre a offrire un supporto al sistema produttivo
italiano, possono riequilibrare l’immagine della loro patria che, magari apprezzata
per il football, non lo è altrettanto
per altri aspetti ben più importanti, come ha attestato un infelice articolo
pubblicato su Spiegel on line in
Germania in occasione dei mondiali di calcio.
L’auspicio della Migrantes
e di tutto il Comitato promotore è quello di aiutare a riflettere seriamente
sugli emigrati italiani e su quanto si può fare per loro e con loro. Questo
sforzo aiuterà, senz’altro, l’Italia a diventare più credibile e apprezzata
a livello internazionale.
|
Rapporto Italiani nel mondo 2006 Indice del volume Introduzione
Obiettivi
del Rapporto e prospettive di politica migratoria Flussi e presenze degli italiani nel mondo
Quando
si emigrava dall’Europa I flussi migratori di italiani
verso l’estero Gli italiani nei paesi esteri Caratteristiche socio-demografiche
degli italiani nel mondo Le Regioni di provenienza
degli italiani Germania: Paese di emigrazione
italiana Venezuela: Paese di emigrazione
italiana Le migrazioni interne Aspetti socio-culturali-religiosi
L’assistenza
degli Italiani all’estero: bisogni e tutele La
previdenza degli Italiani all’estero L’associazionismo
degli italiani all’estero I
giovani e le nuove generazioni in emigrazione Lingua
e cultura italiana all’estero Le
missioni cattoliche italiane nel mondo Aspetti economico-politici
Le
Rimesse degli Italiani nel Mondo Le
aziende italiane all’estero L’emigrazione
qualificata e la formazione all’estero Gli
italiani all’estero e il mondo dell’informazione Il
primo voto politico degli italiani all’estero Allegati statistici
Serie
storiche sui flussi migratori Schede
regionali e provinciali |
DATI ESSENZIALI SUGLI Italiani residenti all'estero
|
Italiani
nel mondo nel 1861 |
230.000 |
|
Media
espatri 1901-1910 |
603.000 |
|
Media
espatri 1951-1960 |
294.000 |
|
Media
espatri anni 1996-2000 |
43.0000 |
|
Media
rimpatri anni 1996-2000 |
31.0000 |
|
Frontalieri
in Svizzera |
68.0000 |
|
Italiani
nel mondo nel 2006 |
3.106.251 |
|
Presenza
italiana in Europa |
60% |
|
Presenza
italiana in America |
34,4% |
|
Presenza
italiana in Oceania |
3,6% |
|
Presenza
italiana in Africa |
1,3% |
|
Presenza
italiana in Asia |
0,7% |
|
Primi
5 Paesi di Insediamento |
Germania Svizzera Argentina Francia Belgio |
|
Prime
5 Regioni di origine |
Sicilia Campania Calabria Puglia Lazio |
|
Prime
5 Province di origine |
Agrigento Cosenza Bari Palermo Napoli |
Presenza italiana
per continenti
Europa 60%
America 34%
Oceania 4%
Africa 1%
Asia 1%
Rapporto sugli italiani nel mondo
Fondazione Migrantes in collaborazione con Missionari
Scalabriniani, Acli, Inas-Cisl e Mcl
Rapportoitalianinelmondo@migrantes.it
– Tel. 0039.06.66398452
Redazione presso Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes
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