INFORM - N. 128 - 28 giugno 2006


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Andrea Ermano su “L’Avvenire dei Lavoratori”

Achilles

A margine di un inqualificabile articolo apparso sullo Spiegel Online

 

ZURIGO - Che dire dell’articolo apparso sullo Spiegel Online (v. Inform n.127 del 27 giugno) a firma di Achim Achilles sugli italiani “viscidi e sudici”? Per Achilles gli uomini del Belpaese, i vari “Luigi”, “Andrea” o “Luca”, sono dei gran mangiaspaghetti con un rapporto inguaribilmente parassitario nei riguardi: a) della mamma, b) delle donne, c) del calcio e d) della vita. Che dire? Siamo veramente così, noi italiani? Parlare del proprio carattere con equanimità è sempre un esercizio complesso. Parlare poi del proprio “carattere nazionale” presuppone una difficoltà in più, dato che le generalizzazioni contengono sempre una certa dose di violenza astratta. Qui di seguito cercherò pertanto di elaborare un percorso privo, per quanto possibile, di astrazioni, seguendo la concretezza dei ricordi e delle esperienze.

1. La Giornata internazionale contro il razzismo del 1971

Nel suo “Cinkali”, un libro che abbiamo avuto l’onore di pubblicare circa un anno fa e che ha già esaurito due edizioni, il grande giornalista svizzero Dario Robbiani rivisita le vicende dell’emigrazione italiana durante il secondo Dopoguerra. Con grande maestria, senza cedere al vittimismo, il libro ripercorre le varie tappe di emergenza dei pregiudizi anti-stranieri dominanti in quegli anni. Riemergono dalla memoria gli scandali lanciati ad arte contro questo o quell’emigrante colpevole d’essersi cucinato un cigno o un istrice. Casi singoli, puntualizza Robbiani, facendo presente con ironia che, se era per quello, uno svizzero tedesco, suo vicino di casa, aveva scuoiato tutti i gatti dell’isolato per farsi... una panciera di pelliccia.

Robbiani, che all’epoca era tra i pionieri dell’informazione televisiva svizzera e che poi sarà tra i fondatori di Euronews, ricorda anche di un padre di famiglia arrivato da Belluno a Zurigo nell’inverno del 1971 e ucciso a calci il 21 marzo, data in cui quell’anno l’Onu aveva per altro indetto una “Giornata internazionale contro il razzismo”.

Alfredo Zardini, 40 anni, falegname, da due settimane in Svizzera, non parla una parola di tedesco, entra nel ristorante Frau Stirnimaa, a Zurigo” – scrive Robbiani – “È un locale non proprio per bene, che d’allegro ha soltanto il nome, rubato a una canzone di successo. A un tavolo siede Gerhard Schwitzgebel, 35 anni, 136 chili, manovale, schedato dalla polizia. Lo chiamano Geri e tutti hanno paura di lui, ragiona coi pugni, ha già fatto a botte con gli italiani, non li può soffrire, dice che bisogna stenderli subito altrimenti mettono mano al coltello. Geri ha due ragazze al suo tavolo e si comporta da bullo. Secondo taluni testimoni, l’italiano avrebbe importunato lo svizzero, provocandolo. Una versione contestata. Alfredo Zardini è picchiato a sangue dall’energumeno: pugni in faccia, al ventre, pedate e la faccia deturpata coi tacchi delle scarpe. Nessuno vede, nessuno sente: il silenzio mafioso non è una prerogativa siciliana. I presenti, una quindicina di persone, credono che l’italiano stia male, dopo avere avuto il battibecco con Geri, e per non lasciarlo vomitare nel locale lo distendono sul marciapiede. Qui Alfredo Zardini, morente, rimane per mezz’ora, nel freddo dell’ultimo mattino d’inverno. Poi telefonano alla polizia e arriva l’autolettiga del pronto soccorso. L’emigrato spira per emorragia interna durante il viaggio verso la clinica.”

Quel giorno, mentre Alfredo Zardini spirava, io non avevo ancora compiuto quattordici anni e mi trovavo a Udine. Quasi certamente ero seduto con i miei compagni di tavolata alla mensa del “Collegio provinciale e comunale di Toppo Wassermann”. Molti di noi, soprattutto gli “interni”, erano figli di emigrati. Il giorno dopo, quando rimbalzò la notizia – emigrante brutalmente assassinato “nelle Germanie” — ne nacque tra noi un velenoso senso di malinconia che evidentemente non ho ancora scordato. E neppure successivamente l’emozione si spense.

2. Mio zio e il “Gran Danno”

Mio zio paterno, Angelo Ermano, era un esponente politico socialista e credo che all’epoca della morte di Alfredo Zardini rivestisse ancora l’incarico di assessore provinciale all’emigrazione. Dieci dopo venne a trovarmi a Zurigo, dove ero frattanto approdato per ragioni di studio e di lavoro: tenne un discorso alla Casa d’Italia, affollatissima per l’occasione. Quando arrivammo alla stazione mi indicò gli orologi in testa ai binari: “Guarda la lancetta dei secondi” – mi disse con un sorriso indefinibile – “Ecco, adesso arrivano tutte a sessanta: vedi? E scatta il minuto”.

Mio zio Angelo era un ingegnere e un insegnante di matematica. Si era laureato di ritorno da un campo di concentramento nazista, dove aveva trascorso un paio d’anni per non aver voluto infrangere, da ufficiale italiano, il proprio giuramento di fedeltà per asservirsi alla repubblichina fantoccio di Salò. Parlavamo moltissimo, ma non mi disse mai una sola parola della sua “vacanza” tedesca, dalla quale era tornato con una linea molto snella e la TBC.

La prigionia apparteneva ai pochi temi innominabili. Una sola volta ci fu tra noi un accenno alla questione. Quel giorno eravamo nell’orto dietro casa, e gli riferivo in friulano di come stava procedendo il mio dottorato, per via del quale mi stavo occupavo di Emmanuel Levinas, grande filosofo e teologo ebraico, autore di una profondissima riflessione metafisica sulla Shoah. Mio zio stava forse estirpando dell’erbacce, s’interruppe lentamente e mi chiese con una serietà definitiva che cosa significasse per l’esattezza il termine ebraico di Shoah. Gli dissi che, per quanto ne sapevo, esso voleva dire qualcosa come “il gran danno” o “la grande catastrofe”.

Giunti sin qui, vorrei aggiungere una considerazione che mi è capitato di leggere in un testo di Lacoue-Labarthe sulla “grande catastrofe”, che è consistita nel “prendere alla lettera le plurisecolari metafore dell’insulto e dell’offesa — insetti, parassiti, lerciume – adottando dipoi i mezzi adeguati a questo averli presi alla lettera” (Ph. Lacoue-Labarthe, Die Fiktion des Politischen, p. 63). Questa osservazione, io non la giudicherei del tutto peregrina.

3. Sarebbe bello se...

Udine è capoluogo di una provincia immediatamente confinante con Belluno e le affinità tra i due territori sono piuttosto strette in ogni campo. Sentivamo Zardini come uno di noi. E in effetti lo era. E gli stessi sentimenti di fratellanza ci legavano a tutti gli emigranti, forse in modo eccessivamente retorico, come proprio in quegli anni andava denunciando il poeta Leonardo Zanier.

Sarebbe bello se dall’animo dei miei corregionali lombardo-veneti, i quali invece si distinguono spesso per crudezza di cuore, potesse “stingere” ancor oggi un resto di quella fraternità nei riguardi dei nuovi migranti, che trovano ospitalità e lavoro in Italia.

Sarebbe bello anche se tutti noi meditassimo sui nostri difetti, anche sui difetti nazionali (corruzione, indolenza ecc.) cercando di trarre persino dalla satira più offensiva qualcosa di buono e di utile.

Ma non possiamo dimenticare che le offese e gli insulti, soprattutto se razzisticamente diretti a offendere interi gruppi di persone, non sono accettabili neppure quando siano stati pronunciati per scherzo, “in punta di penna”, da qualche giornalista sportivo alla moda. Perché dopo l’arroganza metaforica, nel corso del tempo, prima o poi, arriva sempre un idiota così idiota da prendere sul serio la metafora. E allora sono alti guai. (Andrea Ermano direttore de L’Avvenire dei  lavoratori/Inform)

 

Lo Spiegel si scusa - "Nella prima versione di questo testo satirico gli uomini italiani sono stati definiti come 'forme di vita parassitaria'. La redazione ha provveduto immediatamente a cancellare quest'espressione. Alcuni lettori hanno contestato la scelta di quei termini, in quanto oltrepassavano i limiti della satira. SPIEGEL ONLINE si scusa per la scelta delle parole usate." - La redazione di  SPIEGEL ONLINE http://www.spiegel.de/sport/fussball/0,1518,423809,00.html

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