STAMPA
ITALIANA
Dossier
sul numero di marzo del “Messaggero di sant’Antonio”
Donne che cambiano il mondo
PADOVA – “Donne che cambiano il mondo” nel dossier del numero di marzo
del “Messaggero di sant’Antonio”. Il dossier è curato da Maria Pia Bonanate.
Laura Pierino, una giovane che da sola in Mozambico sta realizzando sogni
che sembravano impossibili; Chiara Castellani, medico volontario in prima linea
nel Congo dove, a Kimbau, dirige un ospedale in condizione di grande precarietà;
Ernestina Cornacchia, missionaria laica in Brasile dove, grazie alla sua tenacia
ha realizzato farmacie, scuole, laboratori di falegnameria e di cucito, consultori
nella favela dove vive; Sara D’Melo, ricca donna indiana che si è fatta povera
per aiutare i senza casta del suo paese, e che oggi vive in un lebbrosario di
Bombay e si occupa dei figli delle prostitute del quartiere a luci rosse di
Kamathipura, il più grande bordello dell’India.
Sono donne “comuni”, ma legate da
un tenace filo rosso che le rende sorelle nella speranza al di là di ogni speranza
umana. Le ho incontrate sulle strade della sofferenza e della fatica quotidiana
in diversi Paesi del nostro pianeta. Ho sostato accanto a loro per condividere
e cercare di lasciarmi abitare dalle storie della gente che è diventata tutta
la loro famiglia. Con il loro altruismo radicale e il loro amore totalmente
gratuito riescono a dare un futuro a chi non ce l’ha o, perlomeno, a rendere
meno drammatico il presente.
Ne ho scelte quattro che rispecchiano
nella loro vicenda quella di tante altre, a cominciare da Laura Pierino, una
giovane ragazza che, in Mozambico, da sola, sta realizzando sogni che sembrano
impossibili. Lei stessa va ripetendo: “È un attimo vedere un sogno trasformarsi
in realtà: basta crederci! Basta ogni mattina ricominciare a sognare l’impossibile!”.
Laura, con gli ultimi del Mozambico
“Laura dei miracoli”, come affettuosamente
ho ribattezzato Laura Pierino, era un’impiegata torinese che viveva gioiosamente
fra le sue coetanee, amava sciare e fare windsurf . Durante alcuni viaggi in
Africa per conoscere la vita delle popolazioni sotto il profilo antropologico
e culturale, rimane dolorosamente folgorata dalla solitudine e dall’emarginazione
di tante persone che rappresentano, per il mondo che conta, solo un numero.
O forse neppure. Decide di andare a trascorrere, nel nord del Mozambico, un
periodo di tempo per cercare di capire i problemi della gente. Si ritrova tra
bambini denutriti, mamme consumate dalla sofferenza, persone da ascoltare e,
soprattutto, da amare nella povertà di un’esistenza dove ogni gesto, ogni passo,
ogni scelta è pesante fatica. Quando rientra in Italia decide: il suo futuro
è in Africa, tra coloro che non hanno voce. Lascia il lavoro e la famiglia -
è figlia unica - ritorna nel Paese africano, ma questa volta va a vivere nella
baracca di un barrio (quartiere) della città di Pemba, dove povertà materiale
e morale si mescolano in una miscela esplosiva. Non c’è acqua né luce, soltanto
fango, miseria materiale e morale. Prime ospiti sono due ragazzine orfane, ma
in breve arrivano altre persone attratte dal suo uscio sempre aperto e dalla
sua totale amorosa disponibilità.
Scrive agli amici che la seguono
dall’Italia: “...Ho sentito lo sguardo degli ultimi trasformarsi in un grido
silenzioso. Il grido di chi neppure più sa che cosa è il diritto alla vita perché
i vivi sono gli altri. Ho sentito che la speranza esiste sempre nel cuore dell’animo
umano, seppure repressa dalla paura, schiacciata dalla sofferenza, soffocata
dalla rassegnazione... Ho visto Gesù Cristo avvicinarsi nel volto di questi
e di molti altri come loro. Non mi cercare lontano - ha detto - eccomi qui.
Ed io ho capito che Lui nasce fra di noi ogni giorno».
È stata questa scoperta a guidare
le sue scelte e a darle la forza di una condivisione fatta di ascolto, di accoglienza,
ma anche di promozione delle potenzialità di tante persone che per la prima
volta si sono viste trattate come esseri umani con una propria storia e il diritto
a un futuro.
In pochi anni, con l’aiuto di una
catena di amici italiani ha creato: un «Lar da Esperança», una casa che accoglie
durante il giorno un centinaio di ragazzi di strada che imparano un mestiere;
un lebbrosario costruito dagli stessi lebbrosi che hanno ritrovato il coraggio
di gestire la propria vita in modo dignitoso; capanne che ospitano ragazzine
incinte e bambini orfani, neonati idrocefali, anziani malati e abbandonati.
Lei si alza alle cinque del mattino per andare a caricare taniche di acqua per
tutta la sua grande famiglia, alla quale dedica senza risparmi ogni ora della
giornata. Una vita dura, con continue emergenze e difficoltà, che a volte paiono
insuperabili, con sconfitte e risalite verso la luce. Un’esistenza sostenuta
dalla preghiera con la quale all’alba Laura apre le sue giornate nella piccola
capanna divenuta la cappella del suo villaggio dell’amore e della speranza.
Così lei stessa la descrive: “Sempre
di meno mi sento capace di raccontare a chi mi chiede della mia esperienza.
Posso dire però che vivo una vita meravigliosa. Agli occhi di molti può sembrare
assurdo trovare meravigliosa una quotidianità fatta di sacrifici, di rinunce,
di gente che soffre... ma per chi vede con i miei stessi occhi, questa è una
vita vera, costruita da gesti di amore, di condivisione, di servizio incondizionato
ai più poveri, ai più bisognosi... Più la mia vita si trasforma in un esistere
per l’altro e non esistere per me stessa, e più scopro di esistere, scopro l’essenziale...
e questo mi basta per dare un senso pieno alla mia vita”.
Chiara, “passero con un’ala sola”
Sempre in Africa, ma questa volta
nel Congo crocifisso dalle continue stragi e dallo sfruttamento delle multinazionali,
opera invece da quindici anni Chiara Castellani, medico volontario prima in
Nicaragua, durante gli scontri fra sandinisti e contras, divenuta chirurgo di
guerra sul campo. A Kimbau, nella savana, dirige un ospedale senza acqua e senza
luce, con scarsa disponibilità di medicinali e un’ostinata volontà di promuovere
i diritti degli ultimi.
“L’Africa non ha solo bisogno di
aiuti materiali. Prima ancora ha bisogno di giustizia e di legalità”, ripete
con insistenza durante le sue visite in Italia, quando incontra gli amici che
la seguono anche attraverso un sito telematico divenuto assai efficace. E in
questa direzione sta operando accanto alla sua attività di medico, convinta
che fin quando gli africani non potranno vedere rispettati i loro diritti alla
salute, all’istruzione, alla pace, a una qualità di vita dignitosa, gli aiuti,
che il Nord del mondo offre al Continente nero, rischiano di andare dispersi
nelle maglie di un assistenzialismo che non riesce a risolvere i problemi sempre
più drammatici che affliggono questo Paese.
Chiara, che oggi ha cinquant’anni
ed è priva di un braccio - perso durante un incidente automobilistico mentre
era diretta a Kinshasa - è responsabile di una scuola per infermieri, lavora
per la formazione civile, politica e culturale della sua gente, in stretta collaborazione
con il vescovo della diocesi di Kenge, monsignor Mudiso. Durante la guerra fra
Mobuto e Kabila ha visto uccidere amici e collaboratori, ha pianto sui morti
dei villaggi rasi al suolo e bruciati dai mercenari, continua a piangere ogni
volta che non riesce a salvare un bambino, una donna, un uomo da una morte che
si sarebbe potuta evitare se l’Africa non pagasse continuamente le ingiustizie
di un pianeta dove il 20 per cento della popolazione gode delle risorse e l’80
per cento si deve accontentare delle briciole.
Per questo “doctora Clarita”, come
la chiamavano i suoi ammalati del Nicaragua, ha deciso di non venire via dalla
Repubblica Democratica del Congo: anche se adesso deve operare aiutata da un
infermiere chirurgo; anche se le sue uscite nella brousse per le vaccinazioni
- è l’unico medico per 100 mila abitanti - sono sempre più faticose, perché
la malaria l’assale periodicamente; anche se le delusioni e i rischi sono tanti,
le difficoltà sempre maggiori, con l’aids che compie delle stragi e lei non
ha i mezzi per curarlo.
La sua determinazione a non abbandonare
persone che senza di lei sarebbero completamente dimenticate, è aumentata. Ora
anche lei, dopo aver amputato i feriti saltati sulle mine, è diventata un’amputata,
“un passero con un’ala sola”, e ha scoperto che si può continuare a volare con
l’aiuto e la solidarietà degli altri. Questa emigrazione, non solo con il cuore
e l’anima ma con tutto il corpo, nella terra di coloro che sono stati feriti
dalla vita e dalla violenza, le dà il coraggio di ricominciare ogni mattina,
affidandosi all’abbraccio di Nzambi, Dio in kikongo , che ha pensato di salvarmi
perché continuassi a sognare insieme con lui e con chi ha una sola speranza,
quella di essere amato dal Padre degli ultimi e degli oppressi”.
Ernestina, nelle favelas di Bahia
Dall’Africa all’America Latina.
Nel Brasile, che sta cercando con fatica di emergere dalle sue tante povertà,
opera invece Ernestina Cornacchia, una donna dal vigore umano e operativo straordinario,
ricca di una fede che smuove le montagne e coinvolge chi l’avvicina. La sua
biografia è avvolta da un dinamismo che spiega come sia riuscita a trasformare
situazioni difficilissime.
Coltivatrice diretta nei campi di
famiglia in quel di Mantova, ha studiato come assistente sanitaria e per trent’anni
ha svolto questa professione in una Asl. Quando è andata in pensione, ha realizzato
il sogno dei suoi anni verdi, quello di andare come missionaria laica nel Terzo
Mondo. Prima in Ruanda e poi nello Stato di Salvador de Bahia, dove è andata
ad abitare in una favela così segnata dalla violenza che la stessa polizia vi
gira al largo. Condivide giorno e notte le disperate condizioni di vita degli
abitanti, i quali non solo l’accettano e la rispettano, ma si fanno coinvolgere
nella promozione dei propri diritti umani e sociali. Ha creato ambulatori, farmacie
con le erbe medicinali del posto, scuole, laboratori di falegnameria e di cucito,
consultori e persino una radio che ogni giorno informa sugli avvenimenti della
comunità, sulle proposte e iniziative.
La violenza giorno dopo giorno è
scomparsa, la gente ha ritrovato la speranza e il coraggio di rivendicare le
proprie necessità; il barrio, ribattezzato da paz, cammina ora con le proprie
gambe verso un futuro dignitoso e di sviluppo. Terminata questa missione, Ernestina
si è trasferita in un’altra zona della baia di Todos Los Santos, ad Acupi, dove
si dedica alla promozione dei diritti umani, in particolare di quelli delle
marisqueiras, le raccoglitrici di molluschi dell’oceano che vivono e lavorano
in condizioni drammatiche, immerse nell’acqua ed esposte a malattie e sfruttamento.
Ernestina sta realizzando per loro un progetto di sostegno con cooperative,
corsi di alfabetizzazione e di formazione.
“Dopo secoli di schiavitù fisica
e psicologica, dopo avere subito violenze e tradimenti continui, le donne non
hanno più nessuna stima di se stesse, ritengono di non valere niente. Con la
pedagogia dei piccoli passi siamo riusciti a portarle a una vita nuova che dà
loro il coraggio di sottrarsi alle angherie e alle violenze. “Il Signore vuole
le sue figlie in piedi. Gesù non ha detto alla figlia di Giàiro. Fanciulla,
alzati e cammina!? I poveri, proprio perché poveri, hanno diritto ad avere il
meglio e poi ci aiutano a ritrovare la nostra ricchezza interiore, il nostro
colloquio continuo con Cristo”.
Sara, nel lebbrosario di Bombay
Concludo questa breve carrellata
di donne «comuni», eroiche nel quotidiano, con Sara D’Melo, la splendida donna
indiana che da ricca si è fatta povera per aiutare i senza casta del suo Paese.
Dopo essere stata per anni insegnante in un raffinato college e avere condotto
una vita lussuosa, ha scoperto, prima accanto a madre Teresa di Calcutta e poi
per proprio conto, l’infinita miseria e solitudine degli ultimi fra gli ultimi.
A quarantacinque anni ha lasciato la sua condizione agiata e i suoi privilegi
per andare a vivere in un lebbrosario di Bombay, dove è riuscita a cambiare
le disumane condizioni di esistenza degli ammalati.
Dopo alcuni anni, nel quartiere
a luci rosse di Kamathipura, il più grande bordello dell’India dove su 58 mila
persone ci sono 6 mila 500 lavoratori del sesso, Sara ha deciso di occuparsi
dei figli delle prostitute. Cerca di strapparli al loro destino che è quello
delle proprie madri, offrendo loro la possibilità di un futuro diverso, di un’esistenza
degna di questo nome.
Che cosa la muove? Ogni persona
umana ha diritto di mangiare, di avere un letto e l’acqua potabile. Ha diritto
alla salute e alla propria dignità. Milioni di persone sono escluse da questi
diritti elementari. Non posso accettarlo, soprattutto noi donne non possiamo
accettarlo, risponde, con un sorriso che emana una luce che accarezza e dà speranza.
(Mariapia Bonanate-Messaggero di sant’Antonio/Inform)