LA TUNICA

di Flavia Fiocco


Lc.8,2

“...come pure alcune donne che erano state liberate dagli spiriti maligni e da malattie: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni...”

 

 In quei giorni il maestro con al seguito i suoi discepoli era in Galilea.

Una gran folla lo contornava e lo guidava rispettosa ai malati che lo invocavano con la bocca, con le mani e con tutta la loro volontà di guarigione.

Una donna venne guarita da una malattia del sangue avendo toccato di nascosto il bordo della sua veste, veste meravigliosa e preziosa, veste che ricordava quella di Giuseppe d’Egitto dai mille colori.

Queste e altre cose mirabili avvenivano nei tempi in cui l’Unto del Signore, il Cristo camminava tra di noi.

In quei giorni tra la folla di persone adoranti c’era una donna posseduta da sette spiriti maligni, che continuamente con le opere e i pensieri era contro l’Altissimo.

La gente la spingeva a purificarsi con la sola vicinanza del Maestro e infatti questa lo sfuggiva e gli gridava minacciandolo da lontano col pugno teso: - Che abbiamo a vedere noi con te, sei venuto a rovinarci? Sei venuto a tormentarci?- e stretta con le mani al muro della sinagoga strisciava e sfuggiva la sua vicinanza come se gli procurasse profondo dolore.

Un odore di carne bruciata si diffondeva nell’aria, la pelle rossa e poi piagata si strappava da lei e pendeva come stracci.

Gesù intanto la seguiva e splendente nella sua veste gli diceva con gesta di imposizione: - Spirito impuro dipartiti, esci da questa donna!-.

Ancora lei provava a fuggire ma era come una farfalla infilzata con uno spillone, immobilizzata schiumava stesa per terra urlando e maledicendo.

Allora Gesù gli disse:- Qual è il tuo nome?-.

Da terra dove era inchiodata dalla sua stessa impurità con la bocca ustionata la donna gli rispose: - Legione è il mio nome perché siamo molti e Madre di molti... Allontanati che ci uccidi!-.

Allora Gesù ordinò agli spiriti impuri e alla loro madre di lasciare il corpo della donna e andare nel posto che più gli era consono.

Un gran vento caldo si sollevò allora e dalla bocca dell’indemoniata parve uscire un gran serpente in forma di donna.

Un sospiro di sollievo venne dal demone madre di demoni che si allontanò finalmente dalla causa del suo dolore.

La donna, detta Maria Maddalena lo seguì allora fino alla fine dei suoi giorni.

 

Gv.19

23 I soldati, dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica.

Ora la tunica era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso.

24 Dissero dunque tra loro: - Non la stracciamo ma tiriamo a sorte a chi tocchi - affinché si adempia la profezia che dice:

Hanno spartito tra loro le mie vesti,

e han tirato a sorte sulla mia tunica.

Questo fecero dunque i soldati.

 

 

Si trovava allora Tiberio Cesare in grave ambasce, anche se imperatore dei romani una malattia mortale lo seguiva dappresso e lo braccava come animale.

Avendo saputo di un grande medico che aldilà del mare guariva addirittura i morti disse al suo fido Volusiano di recarsi nella città di Gerusalemme dove operava il maestro di vita e di portarlo al suo cospetto.

Il viaggio fu lungo ma appena arrivato non si prese riposo e recatosi dal prefetto di Giudea così lo apostrofò: - Reco notizie del tuo imperatore, infermo e in pericolo di vita, ti ordina di trovare l’uomo detto Gesù e di mandarlo immantinente a Roma dove con il suo sapere guarirà i mali che affliggono l’augusta persona -.

A sentire questo Pilato, prefetto di Giudea, impallidì, sapeva bene che da pochi giorni il giudeo detto il Cristo era stato messo a morte per volere del sinedrio e a causa della sua vigliaccheria e che questo adesso lo avrebbe portato a morte certa.

- Esimio messo, quell’uomo era un traditore di Roma e sobillatore di folle, la sua parola rendeva ribelle il popolo e lo spingeva contro Cesare.

Sono stato costretto, su consiglio del sinedrio, a giustiziarlo, non era ciò che sembrava, non era un guaritore, uno spirito immondo lo guidava -.

Ingannato così l’uomo di Cesare il prefetto ristette tranquillo e rinviò il deluso messo all’imperatore.

Volusiano sulla via del ritorno per il porto incontrò una donna che le venne indicata come seguace dell’uomo che cercava, la avvicinò e le domandò cosa sapesse del maestro che aveva seguito fino al momento della sua morte.

Quella iniziò piangendo a spiegare i motivi per i quali fu messo a morte, morte vergognosa sulla croce, il suo maestro e Volusiano capì di essere stato ingannato.

Tornato indietro al palazzo di Pilato, fece mettere quest’ultimo in catene e così lo portò a Cesare.

Con sé recava un’immagine che la donna gli aveva donato per l’imperatore, un’immagine formata dall’impronta del volto sudato e insanguinato dell’uomo detto Gesù al momento di andare sulla croce.

Portò l‘assassino Pilato e l’immagine santa dinanzi a Cesare e quella con la sua sola presenza lo guarì da ogni male.

Così sanato l’imperatore capì l’ingiustizia somma di cui era stato fatto oggetto quell’uomo e si adirò grandemente con il suo rappresentante in Giudea, avendo esso permesso che i sacerdoti del tempio lo mettessero a morte per invidia.

Si rivolse quindi Tiberio, nella sua massima furia, a Pilato, ma dinanzi a l’uomo, vestito miseramente con una semplice tunica, tutta la sua ira scemò come d’incanto e questi non fu capace di accusarlo di niente, allora, impotente, lo rimandò dalla moglie che aspettava fuori il verdetto  del marito.

Pilato, tremante per il pericolo corso ringraziò lungamente la donna, era stata lei che aveva comprato per trenta denari la tunica inconsuntile del Cristo ai soldati che ne avevano fatto bottino e poi aveva suggerito allo sposo di indossarla davanti a Cesare ben conoscendone le doti di concordia.

L’imperatore però quando il prefetto si allontanò avvampò ancora di rabbia e si maledì per la sua codardia dinanzi a Pilato. Lo fece prontamente richiamare, ma la scena si ripeté, una, due, altre tre volte, infine, su suggerimento di un suo consigliere lo fece spogliare della tunica che lo vestiva e finalmente poté condannarlo a morte per aver fatto uccidere un uomo giusto.

Una morte infamante, come infamante era stata quella del galileo.

Ma prima di subire tale infamia Pilato si inflisse da solo la morte uccidendosi con un coltello fattogli giungere dalla moglie.

Il suo corpo venne chiuso in una sacca di pelle di maiale, legato ad un grosso sasso e gettato in mare.

Della tunica solo l’imperatore sapeva dove fu messa e da allora non se ne seppe più nulla.

Su tutto quello che ho scritto giuro, io Marcellino Ammnio, che tutto quello qui riportato è verità della più fine specie perché fui testimone dei fatti, perché fui sul Golgota allo spartimento delle vesti, fui tra i soldati che eseguirono l’ordine del messo Volusiano, imprigionando il Prefetto e fui tra quelli che, al seguito della matrona Procla, sua moglie e compagna fedele, lo seguirono a Roma dove fui testimone della sua condanna e della sua morte, avendo recato io il coltello fatale dalle mani della matrona augusta Procla alle sue sporche di sangue innocente .

 


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