IL VELO SQUARCIATO

di Gennaro Colucci


 

Quel luogo pullulava di vita.

Il canto degli uccellini penetrava nelle sue orecchie, mentre il costante rumore di sottofondo di un ruscelletto, perso da qualche parte, nel bosco che si stendeva davanti ai suoi occhi, avvolgeva tutto.

Chiuse gli occhi ed aspirò l’aria. L’odore pungente della campagna saliva alle sue narici, misto al soave profumo dei fiori che si stendevano tutto intorno a lei.

Quando riaprì gli occhi quasi trasalì nel vedere ancora lo stesso paesaggio. Sembrava proprio reale.

Era in piedi su un prato che si allargava tutto intorno. Ogni tanto qualche albero punteggiava quella distesa verde e variopinta di colori, farfalle ed altri insetti si muovevano su quello sfondo, mentre gli alberi s'infittivano quasi subito, come a voler impedire che sguardi indiscreti entrassero nell’intimità della foresta. Era da una qualche parte lì dentro che proveniva il suono del ruscello. Un suono discreto e sottile, che non si sarebbe neanche notato se non ci si fosse fatto caso, e che si perdeva nell’esplosione di vita di tutto il resto intorno, se non gli si prestava attenzione costante. Un suono agile e veloce, un suono sfuggente e un po’ cupo.

Eppure era quel suono che catalizzava la sua attenzione, e non tutto il resto. Era quel suono che, incredibilmente, penetrava nella sua testa e s'imponeva alla sua attenzione, facendo scivolare la perfezione del resto in secondo piano. Era una sensazione strana… era attratta da quel debole suono, anche se si trovava in un luogo bellissimo… troppo bello per essere vero…

E pensare che tutto era cominciato solo poco meno di due settimane prima…

 

Era dovuta rientrare dal suo paese natale di corsa. L’unico aereo per l’Italia l’aveva lasciata a sera tarda a Capodichino, aeroporto di Napoli. Il tempo di recuperare i bagagli ed arrivare alla stazione FS ed eccola lì: bloccata nella stazione di Napoli come una cretina. Il caldo afoso dell’estate toglieva il respiro.

Dal primo binario, dove si trovava, poteva vedere quasi tutta la stazione.

Diverse persone, alcuni inservienti, ferrovieri ed altri, si muovevano come fantasmi. Una massa di disadattati e di “barboni”, senza nessuna differenza di sesso ed età, colore della pelle, religione o ideali politici… ammesso che in quella situazione avesse senso parlare di ideali politici…

Lei invece ne aveva fatto una ragione di vita. Là dove era nata… si era sentita in dovere di schierarsi, nonostante la sua famiglia…

Qualcosa la tirò via da quei pensieri. Non fu il pensiero di dover trovare un posto dove dormire, ma una specie di teatrino che aveva come spettatori un nutrito gruppo di quei diseredati, e come unico attore un tizio stranissimo. Sulla testa calzava un cappello da babbo natale, mentre sugli occhi aveva un paio di occhiali di foggia strana, con una lente gialla e l’altra rossa.

Qualche sberleffo, qualche mossa, buffe espressioni, un sorriso, una carezza. Quasi fosse uno di loro. Ma non lo era. Questo emergeva chiaro da come si muoveva, da come si poneva, da come li trattava. Era una specie di leader di quegli sfortunati. Una specie di comandante dell’armata Brancaleone.

Poco dopo la cosa era già finita e lo sconosciuto era scomparso dietro un muro, nella zona più scura e poco frequentata della stazione, in quella parte chiusa ai “non addetti” ma che, soprattutto di notte  raccoglie una massa di derelitti e di nullatenenti, che trascorrono ogni momento della loro esistenza in mezzo ad una strada. Il gruppo di poveracci si stava disperdendo. Due persone, un uomo ed una donna, spingendo ognuno il proprio carrello ingombro di chincaglieria, stavano venendo verso di lei.

La donna era un’anziana signora con pochissimi denti in bocca, e quelli che aveva erano storti e con forme e colori ben lontani dal naturale. Vestiva di veri e propri stracci, ai piedi delle logore pantofole. La schiena piegata innaturalmente, il carrello conteneva poca roba, perlopiù cartoni e stracci. La seguiva l'uomo, anch'egli anziano. Il viso pieno di rughe, vestito con abiti consunti. Il suo carrello era  molto più ingombro di roba: sopra i cartoni e gli stracci, una serie di buste contenenti le cose più disparate, anche libri ed alcuni volumi. Faceva bella mostra di sé un libro di chimica, probabilmente di quelli usati nelle superiori.

L’uomo si fermò accanto a lei. - Avete una sigaretta per piacere? -

Parlava un italiano senza accenti.

- Certo. È l’ultima, ma ve la do volentieri. -

Il volto del vecchio si allargò in un sorriso - Grazie. Siete molto gentile. Posso fare qualcosa per voi?-

La domanda suonava beffarda. Lui che poteva fare per lei?! E cosa avrebbe potuto fare???

Nel frattempo il vecchio aveva messo mano alle buste sul carrello.

- Ecco, prendete un orario dei treni! - stava dicendo con quella sua voce un po’ biascicata e quel suo tono affabile.

Lei lo guardò, incuriosita e distante. Una parte del suo cervello era da un’altra parte mentre vedeva l’orario dei treni ormai fuori corso, mentre i suoi occhi si posavano sui depliant di gite in Croazia e Grecia, che il vecchio gli mostrava dicendo: - Altrimenti potete prendere questi, se l’orario non vi interessa... -

Rimase a guardarlo a lungo, o comunque per il tempo sufficiente a farlo andare via. Infatti quando la voce profonda e sicura proveniente dalle sue spalle la richiamò alla realtà, vide che si stava allontanando, dandole  le spalle e spingendo il suo carrello, quasi quel dialogo fosse stato solo un sogno.

Si voltò. Appoggiato al muro, con una gamba piegata, stava quel buffo clown. La barba era di qualche giorno, non era molto alto e il colore degli occhi era nascosto dalle lenti colorate, ma i corti capelli scuri s'intravedevano da sotto il cappello rosso e bianco, dalla tipica foggia natalizia. In mano stringeva dei mandarini o delle arance, che fino a poco prima aveva roteato tra le mani mentre intratteneva quello strano pubblico. Ma quello che più gli dava un aspetto strano era il sorriso, obliquo e sardonico, che aveva stampato in volto.

- Hmmm… non avresti dovuto rifiutare i suoi regali. Ora lo hai offeso… - disse con aria canzonatoria.

- Davvero? - rispose lei, fredda e distaccata. Lo stava ancora studiando.

- Già… - rispose lui, mentre sbucciava un mandarino - Gli hai fatto molto male… -

Quella strana espressione non abbandonava il suo volto, nemmeno mentre, masticando il primo spicchio di mandarino, biascicò una specie di - Ne vuoi uno? - e le lanciò un secondo frutto.

Fu allora che Maria si accorse di non aver messo nulla nello stomaco quella sera. Improvvisamente si rese conto di avere fame. Afferrò il mandarino al volo.

- Grazie. Lo accetto volentieri. - rispose come pesando bene le parole - Chi sei tu? -

Lo sconosciuto scoppiò in una fragorosa risata, contorcendosi senza apparentemente riuscire a contenere la grande ilarità che quella domanda, senza alcuna ragione evidente, aveva suscitato il lui.

- Chi può dire chi io sia? - disse continuando a sghignazzare - E poi… la domanda è mal posta! -

- COSA sei, allora. - ribatté Maria, senza scomporsi.

Quella frase, pronunciata d’istinto, dovette fare un grande effetto su quell’uomo. Lui si bloccò improvvisamente, si raddrizzò e restò ad osservarla in silenzio per alcuni secondi. Poi, come scuotendosi, replicò:

- Rispondi tu ad una domanda: in cosa credi? E credi, in ciò che credi? -

La domanda la spiazzò per alcuni secondi.

- Credo nella vita. - disse infine - In tutto ciò che è vita. -

Il buffone sembrò soddisfatto della risposta. Annuì sporgendo il mento in avanti, mentre si guardava distrattamente intorno. Una pausa che durò solo qualche secondo poi, lapidario, chiese:

- Allora perché fai la rivoluzione? -

Quell’affermazione la mise in allarme. Come faceva a sapere quel tipo che lei aveva fatto parte di un gruppo di oppositori del regime? Che era una rivoluzionaria?

Si guardò intorno: non c’era niente di strano, nessuno che avesse l’aria d'un assassino, nessuno che sembrasse aspettare lei. Ed anche quello strano tipo non sembrava pericoloso. Era più una percezione inconscia che qualcosa di razionale. Non sapeva spiegare perché, ma quello strano personaggio non faceva scattare nessun campanello d’allarme nella sua testa. D’altronde, se le avesse voluto fare qualcosa, perché fare tutta quella messinscena???

Lui nel frattempo aveva continuato a guardarsi intorno mangiando il mandarino, con aria disinteressata.

- Perché mi fai questa domanda? - chiese Maria.

Il giullare sembrò visibilmente sorpreso: - Ma come?!?! Non lo sai??? -

Un’aria sorpresa e stranita dovette apparire sul volto di lei, dato che il tipo aggiunse quasi subito, come sovrappensiero: - Allora mi toccherà proprio fartelo vedere… sempre se lo vuoi s’intende… -

- Vedere cosa?! - chiese lei, un po’ sulla difensiva, un po’ presa in contropiede.

- Ma come cosa! Quello che mi hai chiesto, no?! Facciamo così: io ti faccio vedere ciò che m’hai chiesto e, se t’interessa, puoi venire domani sera verso le due di notte, lì, più o meno da quelle parti…- disse indicando vagamente con la mano la zona delle stazione dove ci sono i binari di servizio, i capannoni e tutte le altre cose. La zona solo per gli addetti ai lavori, insomma.

Era confusa: quel discorso sembrava non avere senso.

- Allora? Ci stai? - terminò il buffo personaggio porgendole la mano.

Non aveva anelli, nulla che potesse far pensare che fosse pericoloso dargli la mano. In fondo, che cosa ci poteva essere di male nello stringere la mano ad un poveraccio fuori di testa che sorrideva come un ebete?

- Ok! - disse dopo una pausa di alcuni secondi - Affare fatto! - e gliela prese.

 

Fu allora, in quel preciso istante, che l’esplosione alla sua destra attirò la sua attenzione.

Non fece nemmeno in tempo a pensare di muoversi, che fu sollevato di peso da terra come fosse un fuscello e sbattuto dieci o venti metri più in là, mentre degli oggetti appuntiti e taglienti gli si conficcavano nelle carni, in tutto il corpo, sentiva le ossa e gli organi interni strapparsi e rompersi sotto la forza dello scoppio. Si rese conto di dove si trovava e di quello che era successo solo alcuni secondi dopo. Lui che si era sempre vantato del proprio fisico poderoso.

Sentì la vita ticchettare come una vecchia sveglia rotta e prossima all'ultima ora. Percepì la vita che gli sfuggiva via tra le dita, quasi fosse stata sabbia. Non sentiva più il corpo, ma sentiva il sangue che lo ricopriva. Non pensava che il sangue potesse essere così appiccicoso…

È strano quali pensieri possano passarti nella testa quando sei in fin di vita.

Lui in quegli ideali aveva sempre creduto. Aveva creduto nello Stato.

Sapeva che il lavoro che faceva era pericoloso. Sapeva che c’erano dei rischi.

Fare parte delle scorte era un affare complicato.

Complicato e dannatamente pericoloso.

Soprattutto di quei tempi, tempi di guerra, tempi di Brigate Rosse.

Non sentiva più il dolore fisico. Oramai tutto stava svanendo in uno stato sensoriale ovattato. In uno stato di coscienza galleggiante. Anche le urla dei passanti là intorno. Anche le grida d'agonia e di dolore della gente. Anche le sirene dei soccorsi. Ma questo non gli impedì di provare il dolore lacerante al cuore, il dolore che provò quando alla mente s'affacciò prepotente il ricordo dei suoi tre figli. Il più piccolo aveva solo nove mesi. E sua moglie… la sua dolce Annalisa… Dio santissimo, quanto l’amava…

Era quello il dolore più grande. Era quello che gli dilaniava lo spirito. Era il sapere che loro avrebbero sofferto, che loro sarebbero stati male, era la consapevolezze di non incrociare più lo sguardo dei suoi figli e di sua moglie, di non potere mai più incontrare le sue labbra ed il suo corpo, erano quelle le ferite più strazianti.

Era quel dolore che non poteva non sentire.

Ma ancora per poco. Oramai tutto si dissolveva come una nuvola nell’aria…

 

E l’odore della terra ancora una volta penetrò nelle sue narici.

Ma quello che più sentiva, quello che più offendeva il suo olfatto, era l’oramai familiare odore della polvere da sparo. Un odore pungente e così tipico ed inconfondibile che l’avrebbe riconosciuto ovunque.

Si accucciò dietro il riparo che lo proteggeva dalle pallottole. Aveva imparato a non pensare ad altro se non al combattimento, quando era nel mezzo di quelle schermaglie.

“Schermaglia” questa volta era un eufemismo: erano stati beccati dai reparti speciali della polizia turca. E quelli, si sa, con i ribelli non vanno tanto per il sottile. Per loro erano terroristi.

Si. Lui lottava per liberare il suo popolo, il popolo curdo, dall’oppressione.

Ma ora doveva ritirarsi. Dovevano trovare una via d’uscita.

Si staccò dal muro. Le sue gambe si muovevano rapide come non avevano mai fatto. E lui era famoso per saper correre veloce. Veloce come nessun altro. Nessuno l’aveva mai battuto nella corsa.

Non fu sufficiente. Non aveva mai gareggiato con i proiettili sparati da un cecchino dei reparti speciali.

Perse. Era la prima volta. E sarebbe stata anche l’ultima.

I colpi entrarono all’altezza del ginocchio.

Spaccando le ossa. Tranciando i legamenti.

Sentì chiaramente la rotula della gamba destra polverizzarsi, mentre nella sinistra si frantumavano diverse ossa. Il suo corpo franò a terra pesantemente, cadendo sulla traiettoria della raffica.

Un bruciore fortissimo all’altezza della vita, mentre altri proiettili si piantavano nel suo corpo.

Atterrò sul suo fucile, quel kalashnikov che l’aveva accompagnato da quando era diventato un ribelle.

E questa volta pensò. Forse la morte libera, forse era colpa del dolore. Ma il suo pensiero si soffermò su quel fucile. Il suo movimento l’aveva ottenuto da trafficanti di armi. L’avevano pagato con della droga.

Si ricordava bene i discorsi dei suoi capi.

“Ogni mezzo è lecito per portare avanti la nostra guerra!” erano soliti ripetere.

Avevano liquidato le sue perplessità d’allora come quelle di un ragazzino confuso.

Quando aveva detto che loro vendevano morte, quelli gli avevano risposto che solo i viziati figli degli sfruttatori si drogavano. E quindi loro gli davano la giusta morte. E che comunque era l’unico modo per portare avanti la causa.

Non aveva risposto. Non aveva aggiunto nulla di più. La causa veniva prima di tutto.

Eppure suo fratello, il suo dolce caro fratellino, era morto da drogato.

Non era viziato.

Non era figlio di sfruttatori.

Era solo debole… debole, fragile, insicuro…

E invece di protezione aveva trovato mercanti di morte…

Un pensiero orrendo si formò d’improvviso nella sua mente: che lui avrebbe potuto essere l’assassino di suo fratello, l’assassino di quel fratello per il quale era diventato un ribelle, quel fratello il cui sorriso allargava e riscaldava il suo cuore come niente altro al mondo avrebbe saputo fare. Quel fratello la cui morte aveva ucciso anche una parte di lui…

Lui, assassino di chissà quanti fratelli, i cui fratelli sarebbero a loro volta divenuti assassini di fratelli… aveva una fine questo ciclo?

Era tutto sbagliato… comprare la morte con la morte… in un ciclo senza fine… la follia dell’uomo, che trova abissi di disperazione senza fine, che riesce a crearli anche là dove prima non ce n’erano…

Calde lacrime gli rigavano il volto. Il dolore fisico non aveva più significato oramai. L’approssimarsi stesso della morte perdeva significato. Aveva raggiunto un livello di dolore che non aveva mai sperimentato prima. Un livello di dolore che non credeva potesse esistere. Un dolore che coinvolgeva la sua anima al di là di ogni immaginazione. La sua anima era dolore…

 

Il muro bianco era davanti a sé, fermo come l’aveva visto l’ultima volta.

Quello strano tipo ora non c’era più. Era scomparso.

Il cappello natalizio e il paio di occhiali buffi erano poggiati sotto al muro, riposti con cura.

A terra ancora le bucce del mandarino che lui aveva mangiato.

Ma era mai esistito? Era mai stato reale? E cosa ora poteva essere definito reale?

La sua realtà, o quella ancora più vivida che aveva appena vissuto?

Restò a fissare a lungo il vuoto interiore che aveva davanti a sé.

A lungo pensò su quello che aveva vissuto. Su quello che aveva provato.

Era tutto reale. Era tutto là nella sua mente. Era tutto dannatamente vivo.

E chi era lei allora? Ed era veramente una lei??? Oppure la sua vita era un sogno?

- Signorina??? Signorina, si sente bene??? - la voce di qualcuno la riscosse.

Era ferma là come era rimasta. Il carabiniere che le stava parlando e scuotendo ripeteva - È sicura di stare bene? Vuole che le chiami un’ambulanza??? -

- No, no… - balbettò lei - Sto bene… sì, sto bene… -

- Lei è confusa, lasci che le chiami un’ambulanza… -

Guardò intorno: una piccola folla s'era radunata attorno, e la luce del giorno invadeva lo spazio tutt’intorno. Mosse gli occhi ad osservare l’orologio: era mattina. Era stata diverse ore a fissare il vuoto.

Il cappello e gli occhiali arano ancora lì, per terra.

- Signorina… -

- Si, sto bene. - disse uscendo da quello stato di stupore nel quale era sprofondata.

- Ne è sicura? Se non è così la posso accompagnare all’ambulatorio… -

- No, no. Sto bene ora. - gli fece eco, raccogliendo gli oggetti che quel personaggio così particolare aveva lasciato in terra.

Mentre usciva dalla stazione, con la valigia in mano e lo zaino in spalla, ripensava a tutto quello che era accaduto.

- Domani sera alle due di notte. - aveva detto lui.

Poteva giocarci le palle che ci sarebbe andata!

 

Aveva trascorso il resto della giornata a riposarsi. Anche se il sonno non era stato dei più tranquilli. Ripetutamente si era svegliata di soprassalto, tremante, madida di sudore freddo e con il cuore che batteva forte. Aveva anche cercato di convincersi che fosse colpa dei ritmi balordi che aveva tenuto ultimamente, della tensione degli ultimi giorni e di tutto il resto, ma nel suo profondo sapeva che la causa era quello che aveva “visto”. Ma poi, lo aveva visto per davvero? Non era piuttosto tutta un’illusione? E anche la sua vita lo era?

Ciò che era certo era che lei quelle cose lì le aveva vissute, o almeno così gli sembrava. Erano “reali” quanto la sua vita di ora, quanto le lenzuola di quel letto di una pensioncina di terz’ordine. Erano reali quanto la sua stessa persona, se non di più…

Alla fine, di sera, si era alzata ed era uscita. Era un po’ più riposata di quando era andata dormire: dopotutto un po’ aveva dormito. Un veloce giro per la città. Una cena a base di pizza. Tutto questo ora non gli dava gusto. Si guardava intorno e si rendeva conto sempre più che era come se fino al quel momento lei avesse visto il mondo in bianco e nero, ed improvvisamente qualcuno… o qualcosa… gli avesse fatto sbirciare un mondo a colori. E, non sapeva perché, ma la cosa non gli aveva fatto piacere…

Era in stazione venti minuti prima delle due. Quella stazione popolata anche di notte, ma da una categoria di persone ben diversa. Erano persone che dormivano su dei teli della stessa consistenza di un sudario, distesi a terra. Una maniera beffarda per auto convincersi di non stare dormendo per terra. A pensarci da un certo punto di vista era perfino ironico.

Terribilmente ironico.

Andò direttamente al primo binario, là dove aveva avuto quello strano incontro la sera prima.

Aspettò. Il tempo sembrava dilatato al di là di ogni immaginazione. L’unico compagno era il rumore dell’acqua che scorreva in una fontanella poco distante. Un compagno che fino a quel momento non era stato d’aiuto nel far passare il tempo più velocemente. Guardò l’orologio: quando erano passati quindici  minuti gli sembrava di aver aspettato per giorni. Si decise improvvisamente.

Con passo fermo e rapido arrivò là dove il binario si apriva sulla parte della stazione più scura e buia. Su quella parte che nascondeva probabilmente più segreti di quello che si sarebbe detto guardandola dall’esterno. Una distesa di strade ferrate e treni fermi, alcuni danneggiati. Più in là, separata da una strada, dei capannoni con alcuni camion parcheggiati davanti. Vicino uno di questi, si affaticavano quattro o cinque uomini: stavano scaricando qualcosa per riporlo nel capannone di fronte.

Poteva essere pericoloso, ma oramai quella cosa era come un tarlo nel cervello. Doveva sapere.

Saltò dal muretto che la separava dalla strada e raggiunse il camion:

- Scusate. Avete per caso visto un uomo… un uomo strano… vestito come… -

- Signurì… ccà è chin’ e gient’ stort’! Nun c’ ne stà mica un sul’! - disse uno di quelli. Per quanto la riguardava avrebbe potuto parlare anche arabo.

- Come? No… guardi questi… - disse prendendo il cappello e gli occhiali raccattati a terra - Guardi, io cerco… - proseguì scandendo bene le parole. Ma un secondo uomo la interruppe seccamente e bruscamente: - Uè! Ccà nun tenimm’ capa! Ccà emmà faticà! Nun a sapimm’ nuje a sta gente! N’a sapimm’! Ccà sta chin’ chin’ accussì i Barbun’! Nuje ccà, emmà faticà! Vuie ccà nun c’ putite stà! Iatavenn’! Iat’ ià! Iatavenn’! - terminò indicando la direzione dalla quale era venuta, con un gesto molto poco cortese.

Mentre quelli ritornavano al loro lavoro lei si allontanò. Di tutto quel discorso aveva capito solamente la parola “Barboni”. Si inoltrò nella zona più scura della stazione.

Dopo non più di una trentina di metri le sembrò di sentire una musica. Era un qualcosa di rustico. Una ballata allegra con uno strumento dalla sonorità rauca e prolungata. Forse una fisarmonica.

Girò ancora un po’ prima di trovare l’origine di quel suono. Raccolto in terra, poggiato ad una ruota di un camion, c’era un uomo. Dalla corporatura poteva benissimo essere colui che stava cercando.

Non appena gli si avvicinò abbastanza, con un scatto fulmineo, in un solo movimento, quello si alzò e si mosse verso di lei, vomitandole addosso a pochi centimetri dalla faccia delle parole colme d’odio, rabbia e aggressività: - Che cazzo vuoi, donna? Vattene via, bastarda! -

Il volto era deformato dall’emozione. Maria rimase come gelata sul posto. Non si aspettava una reazione tale, ma quello che più la colse di sorpresa fu la repentinità, la velocità con la quale era avvenuto tutto.

Prima che potesse fare qualcosa, rimase spiazzata da un altro mutamento, altrettanto rapido ed altrettanto incredibile. - Scusalo. È fatto così. È perché soffre… ma dimmi, perché sei venuta? -

La voce era diventata un’altra e così pure il volto. Eppure era sempre la stessa persona ed, ora che la tenue luce del lampione gli illuminava il viso, vedeva che era la stessa persona con la quale aveva parlato la notte prima, quella stessa misteriosa persona il cui tocco della mano gli aveva mostrato cose terribili. Era lui, ma nel contempo non era lui… la prima volta che l’aveva incontrato era un giullare, un buffone dalla risata fin troppo facile e sguaiata. Pochi istanti prima era un folle, irato con il mondo e con sé stesso, mentre ora aveva il volto disteso e rilassato, sguardo fermo e profondo, ma in un certo qual modo tenero. Era confusa. - Io… sei stato tu che m’hai invitato a venire qui! - protestò lei.

Lui sorrise affabile - Non t’ho chiesto se ti avevo invitato a venire qui. Se non l’avessi fatto non mi avresti trovato. Invece t’ho ho chiesto il “perché” sei qui ora. Cosa sei venuta a fare? -

Si fermò a pensarci su. Era stata tanto tempo a pensare ed ora non gli veniva in mente cosa dire.

- Perché mi hai mostrato quell’illusione? - si decise infine a domandare.

- Tu hai avuto da me solo ciò che mi hai chiesto. E quella non era un’illusione. -

- Allora qual è la verità? -

- Quale delle infinite possibili? -

- La verità è la verità! -

- La verità è come la realtà: ognuno la percepisce in maniera differente. Non c’è realtà. C’è solo la percezione della realtà. Allo stesso modo è per la verità. -

- Chi sei tu? Cosa sei? -

Sorrise di nuovo - Sette sono i principi narratori nell’universo. Sette sono i motori della storia. Quarantanove sono le relazioni che fra di essi intercorrono. Io sono una di queste relazioni. Io sono una parte della narrazione. Io sono immortale. -

- Voglio saperne di più. Voglio conoscere. Voglio vedere. -

- Tu mi stai chiedendo qualcosa di cui potresti pentirti. Tu mi stai chiedendo qualcosa da cui non potrai tornare indietro. Mai più. -

Quelle parole erano pesanti come macigni. La sua mente ne rimase schiacciata. Una pausa di diversi secondi, poi riprese: - Va a casa, pensa a ciò che hai visto, pensa a ciò che vuoi, ascolta quello che percepisci. Se fra dieci giorni sarai ancora di questo parere, se la tua domanda non sarà mutata, allora torna qui. Altrimenti va, non tornare, e resta in pace. -

Indietreggiò lentamente verso l’ombra del camion, fino ad esserne inghiottito. Quando lei pensò di muoversi, lui non c’era più. Come fagocitato da quel nulla che improvvisamente, da poco più di un giorno, lei aveva scoperto di avere dentro, di avere intorno.

Ritornò lentamente sui suoi passi. Ritornò alla sua casa. Ritornò alla sua campagna. Eppure non poteva fare a meno di guardare alla sua vita di sempre come colui che si è appena svegliato guarda al sogno appena fatto…

 

Quella stazione le cominciava a divenire familiare. Eccola dunque a Napoli, dopo dieci giorni di pensieri intensi e ricordi smozzicati. Le volte prima c’era stata di notte. Non voleva infrangere questa specie di rito. Era circa l’una.

Ancora una volta attraversò l’esercito di senza tetto, dirigendosi nella “zona oscura”, dove stazionano i convogli ferroviari. Dove il fervore lavorativo del giorno viene sostituito, di notte, dalla silenziosa agonia di un’angoscia quotidiana, vissuta giorno per giorno, attimo per attimo, respiro dopo respiro, da gente di cui troppo spesso non si sospetta nemmeno l’esistenza.

Superò il primo binario, superò i capannoni, cominciò la sua ricerca. Non sapeva nemmeno bene di chi… o di cosa.

Ancora una volta fu la musica a guidarla: il suono dolcissimo d'un flauto giunse alle sue orecchie. Lo sentiva sempre più nitido e chiaro man mano che si avvicinava. Era una musica sommessa, con delle note e delle tonalità suadenti, come un qualcosa d'ipnotico che attira e suscita tenerezza e compassione, serenità e gioia, eppure spinge ad entrare dentro sé stessi, forse più di quanto si vorrebbe. Conosceva quella musica. Non ricordava bene dove e quando l’aveva ascoltata, ma mano a mano che si avvicinava a quel flauto, mano a mano che le note risalivano dentro la sua anima, nella sua mente si veniva formando l’immagine di un sacerdote, un gesuita seduto su di una roccia in una foresta lussureggiante. Quel sacerdote suonava quella stessa melodia. Era un film che aveva visto tempo fa. Quella musica era nel film “Mission”. Eppure quella musica… il modo in cui ogni nota si librava nell’aria, guizzando con un movimento repentino e perdendosi nella successiva, prima che la sua mente potesse fotografarla… la sua armonia complessiva… era come se risvegliassero in lei un qualcosa di antico e misterioso. Era come se quella musica fosse intessuta con la struttura stessa della sua anima.

Le ultime note si rincorsero, prolungandosi nell’oscurità della notte. Quasi non si rese conto quando l’uomo rannicchiato accanto alla ruota di un camion parlò dall’oscurità: - Sei dunque venuta a cercare il tuo destino, come avevi detto. - disse gravemente. - Se sei qui vuol dire che hai fatto la tua scelta. Sii davvero sicura, perché non potrai tornare indietro. Mai più. Dunque cosa cerchi? - continuò con lo stesso tono piatto ed atono.

Di nuovo quella domanda. Di nuovo “cosa cerchi”. Doveva essere un vizio…

- Sì. Ho scelto. E non potrei scegliere diversamente. - disse fiera - Voglio sapere. Voglio conoscere. Voglio che tu mi dica cos’è la storia e la narrazione. Voglio che tu mi dica cosa sei. Io voglio vedere.-

- Bene. Prima devi giurare. Giurare sui sette. Io sarò testimone del patto che tu giurerai. -

- Come faccio a giurare su qualcosa di cui non so nulla?! - soggiunse Maria con ironia e fermezza - Prima fammi conoscere ciò che ho chiesto. -

Una pausa di silenzio. Poi quello strano personaggio parlò di nuovo con lo stesso tono: - La tua richiesta è giusta. Io ti dirò ciò che aneli conoscere. -

Anche questa volta aveva quella stranissima sensazione di trovarsi di fronte ad un’altra persona, ma con l’intima certezza di non aver sbagliato individuo. Il tono con cui stava parlando quell’uomo era un tono neutro e piatto, distaccato e preciso. Le dava l’idea di un medico cinico e professionale, che parla della morte di un figlio alla madre addolorata. Maria se lo figurava, quel tipo, mentre diceva: - Signora, suo figlio è deceduto a causa dei danni provocati da un proiettile di pistola calibro trentotto. La pallottola ha forato lo sterno ed è penetrata nel muscolo cardiaco, distruggendo il ventricolo destro e danneggiando seriamente il setto interventricolare. Ha poi proseguito danneggiando il polmone sinistro per fermarsi nella schiena, proprio a ridosso della quinta vertebra toracica. - Lei si cominciava seriamente a domandare quante diverse personalità avesse quel tipo. Nel frattempo lui aveva ripreso a parlare:

- Sette sono i principi narratori nell’universo. Sette sono i motori della storia e della narrazione.  Essi sono: Discordia leggiadra, Destino imperturbabile, Psiche arguta, Sogno etereo, Mutamento inarrestabile, Enigma incomprensibile e Desiderio irresistibile. Essi sono i signori delle emozioni. -

- E tu? - chiese di nuovo Maria - Che cosa sei esattamente tu? -

Passò del tempo prima che quello riprendesse a parlare: - Ciò che mi chiedi in pochi lo hanno veduto. E di quei pochi nessuno ha voluto vederlo nuovamente. Infatti esso suscita terrore, orrore e paura. -

- Io non ho paura! - replicò subito lei, fiera e decisa.

- Tu ne avrai. - disse quell’uomo con uno sguardo ed una voce come di ghiaccio. Non era una minaccia, ma una sicurezza assoluta. Per un attimo fu sul punto di ritrattare. Fu sul punto di lasciar perdere. Un qualcosa di irrazionale faceva come suonare un campanello d’allarme nella sua testa. Una sensazione così forte non l’aveva mai provata prima.

Alla fine prevalsero l’orgoglio e la curiosità: - Vedremo! - affermò stentorea, ostentando una sicurezza che non provava affatto. Lui non mutò espressione e non sembrò sorpreso:

- Bene. Tu hai chiesto. Ti sia dato, quindi, ciò che mi hai chiesto. Guarda dunque nella mia anima… -

 

Era così che si era ritrovata in quel luogo così strano. Si era immaginata qualcosa di terribile, mentre invece era su di uno splendido prato fiorito. Guardò ancora una volta il bosco davanti. Inspirò i profumi che permeavano la fresca e frizzantina aria primaverile, investita dai raggi di un tiepido e piacevolissimo sole. Prestò ascolto ai molteplici rumori  che l’avvolgevano e, in sottofondo, il mormorio cupo di quel ruscelletto.

Si lasciò affascinare dal quel suono sfuggente e s'inoltrò in quel bosco dall’aspetto così rilassante.  Iniziava rado, per andare poi infittendosi mano a mano. Ben presto la visibilità si era limitata ad una decina di metri, mentre il rumore dell’acqua che scorreva era cresciuto: quello che aveva pensato fosse un ruscelletto, era con ogni probabilità un impetuoso torrente. Il cammino si faceva sempre più difficoltoso ed arduo: il terreno, prima agevole da percorrere, si faceva sempre più accidentato, pieno di buche e rocce, mentre rampicanti coriacei e rovi aguzzi facevano capolino sempre più frequentemente tra gli alberi, e si protendevano quasi a volerla ghermire per fermarla. I caldi raggi di quel sole che fino a poco prima splendeva nel cielo, non filtravano quasi più nel sottobosco.

Maria continuò ad avanzare. Aveva come la sensazione che ci fosse qualcosa che non andasse, come se il bosco stesso si sforzasse di ricacciarla da dove era venuta, come se al di là di alberi e siepi ci fosse un misterioso e tremendo segreto che la foresta voleva tenere celato. Alcune spine cominciarono a ferirgli le carni dopo averle strappato i vestiti. Per proseguire ora doveva, ad ogni passo, tirare via liane e rampicanti irti come piante di rose che le ostruivano il passaggio. Dopo un po’ il rumore era divenuto un rombo, simile ad un tuono, e lei si era trovava dinanzi ad un vero e proprio muro vegetale. Dall’altra parte poteva intravedere una fioca luce. Le ci vollero minuti per squarciare quell’ultimo velo, per strappare i rovi spinosi robusti come rami di alberi. Alla fine fu come entrare in un altro mondo.

Il cielo non era più splendente e sereno come prima, ma denso di nuvole fitte e grigie. Un colore plumbeo avvolgeva ogni cosa. La foresta fittissima finiva improvvisamente, quasi ci fosse stata una linea invisibile e invalicabile per le piante, che lasciavano il posto ad una terra argillosa di colore rossiccio. Dinanzi a lei un terrapieno, alto quattro o cinque metri, con una pendenza quasi verticale, che si perdeva alla sua destra ed alla sua sinistra, curvando leggermente. Al di là di quel muro di terra argillosa, si udiva il fragore dell’acqua.

Maria si guardò intorno, indecisa sul da farsi. Poi cominciò ad inerpicarsi sul “muro” di terra: la cosa non risultò affatto facile dato che il terreno cedeva abbondantemente sotto i suoi piedi. Più volte cadde.

Con uno sforzo notevole riuscì infine a guadagnare la cima. Fu investita dal fragore assordante che proveniva da lì dentro: il terrapieno formava un grandissimo cerchio, largo forse un chilometro e più. Il terreno scendeva dolcemente, ma decisamente, dinanzi a lei per circa centocinquanta metri, mentre la terra rossa veniva rapidamente sostituita da rocce di un colore nero intensissimo. Poi si apriva quella che sembrava un'enorme voragine scavata nella viva roccia nera. Dai suoi bordi, partivano ad intervalli regolari sei “strade”, simili a strette lingue di roccia che dividevano la bocca del pozzo come fosse stata una torta. Queste s'incontravano al centro, là dove sorgeva, sostenuto da un pinnacolo di roccia che sembrava fuoriuscire dall’inferno stesso, un tempietto dalla forma esagonale. Su ognuno degli accessi, a pochi metri dal tempietto, si trovavano delle specie di archi a formare un passaggio coperto. In giro non c’era anima viva e l’unico rumore era quello, violento e tumultuoso, dell’acqua. Da dove si trovava lei, non riusciva a vedere il fondo dell’abisso ma, dalle pareti frastagliate ed irregolari, fuoriuscivano in più punti e come a caso fiotti di un liquido nero, ancora più nero delle rocce. Era quella la causa del rumore.

Si diresse cautamente verso il centro. Quando giunse nei pressi del bordo, dovette sporgersi per vedere il fondo: quel liquido, nero come una notte senza luna e senza stelle, vorticava, gorgogliava e ribolliva, come un mare preda di una violenta tempesta.

Cosa diavolo c’era venuta a fare là? Che cosa avrebbe dovuto fare ora?

Pensò che forse sarebbe stato il caso di tornare indietro. Poi ripensò al dialogo che aveva avuto con quello strano personaggio: - Io non ho paura! -

- Tu ne avrai. -

- Vedremo! -

Aveva già perso. Ma no, non gli avrebbe dato soddisfazione.

Si avvicinò ad uno di quei ponti sospesi nel vuoto: non era ampio più d'un metro e a prima vista non dava l’idea di essere particolarmente resistente. Ma era fatto completamente di roccia e sembrava tutt’uno con la voragine. E poi era spesso forse anche due metri. E tutto sommato se era lì voleva dire che era fatto apposta per essere attraversato, no?!

Si fece coraggio. Con il cuore in tachicardia, avvolta da quel fragore terribile, cominciò ad avanzare verso il passaggio coperto dagli archi. Il rumore cresceva mano a mano che avanzava, diventando sempre più insopportabile. Circa a metà traversata guardò verso il basso ed ebbe un tal senso di vertigine che dovette rimanere stesa per qualche minuto con gli occhi chiusi strettamente, mentre, ansimando, nella sua mente vorticava tenace una domanda: - Ma chi diavolo me l’ha fatto fare?! -

Quegli ultimi minuti furono tremendi: l’ansia ed il terrore la consumavano dall’interno, mentre combatteva contro sé stessa per forzarsi a spingersi oltre, in salvo.

Ansimando come un mantice si accasciò, infine, contro il muretto che iniziava qualche metro prima degli archi. Stranamente il rumore, che prima era cresciuto fino a impedirle d'udire la propria stessa voce, s'era improvvisamente ridimensionato, tanto che ora sembrava un tuono in lontananza.

Rimase abbandonata per un po’, lo sguardo vacuo perso nel monotono cielo plumbeo, con il battito del cuore e il respiro ancora accelerati. Poi, quando si fu calmata abbastanza, si passò una mano tra i capelli, appiccicaticci ed umidi di sudore freddo, e rotolò pesantemente su un fianco alzandosi in piedi.

- Chi e cosa cerchi, donna, quaggiù? -

Quelle parole, solenni e pacate, chiare e stentoree, la fecero trasalire. Il cuore accelerò di nuovo i battiti, mentre le gambe ebbero uno scatto all’indietro e quasi cedettero sotto il peso del suo corpo. Pensò che sarebbe divenuta cardiopatica…

Lo sguardo si mosse intorno. In alto, in una nicchia scavata sopra gli archi, un vecchietto minuto, con gli occhi bianchi e opachi, stava seduto chetamente. Qualche secondo di pausa, poi la voce riprese:

- Non supporre ciò che non conosci: ciò che temi, donna, deve ancora venire… Quello che hai visto finora non è nulla in confronto all’essenza di ciò che hai chiesto di vedere. Io sono qui da monito e da avvertimento. Questa è la soglia della sofferenza. Chi varca questa soglia non può tornare indietro. Ciò che vi troverai dentro non ti piacerà. Torna indietro, finché sei in tempo… -

Gli occhi di lei si mossero da lui, al passaggio sotto gli archi. L’oscurità avvolgeva tutto, ma si sentiva un rumore provenire dall’interno: numerose gocce che toccavano terra, un rumore simile a quello di una sottile pioggia.

Le parole di quel vecchio le avevano fatto rizzare i capelli sulla testa. Guardò di nuovo in alto, ma ora la nicchia era vuota e silenziosa. Lo sguardo si posò di nuovo sul passaggio, per poi tornare sul ponte dal quale era venuta. No. Non avrebbe rifatto quella strada per nulla al mondo! Si disse che, in fondo, qualsiasi cosa l'aspettasse lì dentro, non poteva essere peggiore di passare nuovamente su quel ponte…

Si sbagliava. Se ne accorse troppo tardi. Quando entrò in quell’antro nero e la prima goccia le cadde sulla pelle, sentì che aveva la stessa consistenza dell’acqua.

 

Era buio.

La stanza non era molto ampia e nemmeno arredata in maniera particolarmente lussuosa, ma lui non ci fece nemmeno caso. Sapeva solo che era calda e che il letto sul quale era disteso prono era morbidissimo.

Almeno per i suoi standard.

Gli effetti della colla che aveva respirato dal sacchetto stavano lentamente svanendo, sostituiti da quel maledetto mal di testa e quel senso di pesantezza. Tra poco però si sarebbe addormentato in un comodo letto!

Questo era importante oggi!

Avrebbe fatto di tutto per evitare di dormire per terra sulla strada. Soprattutto in questo periodo freddo.

Sapeva bene che per un bambino della sua età non era affatto facile sopravvivere lì fuori. Molti morivano presto… come Cosè.

Era stato morso da un cane qualche tempo fa. Era morto l'altro giorno.

Aveva sofferto per più di un mese. Aveva un ricordo nitido della sua fragile gambina che ogni giorno si gonfiava ed anneriva sempre di più, fino a creparsi e vomitare fuori quella sostanza giallo-biancastra, mentre il suo colorito era sempre più bianco ed il suo volto emaciato.

Ultimamente aveva anche cominciato a puzzare. Si sentiva da lontano. Nessuno era venuto per dargli una mano. Ti portano via solo quando sei morto o quando ti dai in cambio. Ma in quest'ultimo caso era solo per un po’ di tempo.

Anche Cosè avrebbe fatto di tutto per un letto, soprattutto quando stava male. Ma un ragazzo conciato così non lo prendevano. Tutto il resto non aveva importanza ora.

Nulla ne aveva.

Nemmeno la persona che si muove su di te, sulla tua schiena, schiacciandoti con il suo peso da obeso e spezzandoti il fiato. Nemmeno il dolore che si diparte dall'ano per allargarsi poi a tutto il basso ventre, sia davanti che dietro.

Dormire su di un letto valeva quei sacrifici.

Ed ora niente è più importante che chiudere gli occhi e dormire nel buio della stanza…

 

Chiudere gli occhi nel buio…

Quante volte ti era già capitato.

Questa volta però senti che è diverso dalle altre volte...

Poggiato malamente contro il muretto di un vicolo maleodorante, stretto e schifoso, coi ratti che a pochi passi pasteggiano con resti di cibo marcio, mentre l'incoscienza piomba su di te come un macigno.

I pensieri rincorrono l'eco di tempi lontani.

Lontani se non nel tempo, almeno nella memoria.

Pensavi di averli dimenticati. SPERAVI di averli rimossi.

Ma impietosi, alle volte ritornano.

Tornano solo per ricordarti quello che eri una volta, quando ancora la parola felicità aveva un significato e quando la famiglia non era solo una parola del vocabolario, ma una lieta ed appagante realtà, vissuta ogni giorno.

E ricordi tua madre, tutta presa dai figli e sempre in ansia per loro.

Il suo sguardo quando ti guardava era quanto di più vicino tu possa immaginare all'amore.

Tu l'hai distrutta.

Forse non è vero, ma nel tuo cuore senti questo.

Non sai più nemmeno come è cominciato esattamente, come è successo che, dopo la morte del babbo, tu abbia potuto... cercavi solo di sfuggire ai dolori ed alle sofferenze della vita.

Ma alla vita non si può sfuggire: quanto dura è stata questa lezione…

Il tuo respiro che si appesantisce ti riporta alla "realtà"...

Forse hai sbagliato qualcosa... forse ne hai usata troppa...

Stai morendo. Dovranno venire a riconoscerti domani. Oppure forse ti troverà proprio Giacomo, il tuo fratello più piccolo.

Quante volte con la sua vocina da bambino ti ha chiesto di giocare... quante volte avete giocato tutti insieme voi fratelli... e quante volte gli hai detto di no, hai detto loro delle cattiverie, li hai trattati di merda... e solo ora pensi che non gli hai mai detto quanto gli volevi bene... quanto gli vuoi bene.....

Dolore che d'improvviso si aggiunge ad altro dolore.

Il tuo cuore si gonfia di emozioni mentre calde lacrime ti scendono a fiotti sulle guance.

Quanti rimpianti...

Ma oramai è troppo tardi...

I tuoi occhi si chiudono velati...

 

Sei abbandonato nella semioscurità, rilassato. La tua mente sta andando alla deriva nel vuoto della tua anima. Si, puoi percepirlo chiaramente. Nessuno lo riesce a vedere, ma tu, non appena ti fermi, vedi ciò che c’è dentro di te. Quando parla con te, la gente pensa di aver davanti un uomo di successo, una persona riuscita. Certo, sei ricco. Ma in realtà ti senti l’uomo più povero ed arido della terra. E forse lo sei…

Per anni l’opulenza della tua vita ha coperto il vuoto della tua esistenza. Ma ora quel vuoto si è fatto troppo grande, e nessuna somma di denaro, nessuna proprietà riesce ancora a nasconderlo.

Quando tua moglie non se ne era ancora andata, potevi ancora illuderti di avere un amore, benché sapessi benissimo che il vostro era stato un matrimonio di convenienza, un matrimonio senza amore. I figli non erano mai venuti, ed in fondo era stato un bene: in quella situazione, con un padre come lui, difficilmente sarebbero cresciuti felici e spensierati.

L’amicizia poi… le uniche persone che conosci sono come te: avidi, aridi… e vuoti…

Accarezzi di nuovo il freddo metallo della pistola. Quante volte hai progettato il suicidio?

Non lo ricordi più, ormai. Hai pensato a tutti i modi possibili: barbiturici, taglio delle vene, colpo di pistola, lanciarsi nel vuoto, lasciarsi annegare.

Un’idea che da sempre ti affascina è quella di andare contromano sull’autostrada: con la tua Ferrari sarebbe stata davvero una morte di classe!

Ma la cruda verità, è che non hai le palle per toglierti la vita. La verità è che la tua condanna consiste nel soffrire, e continuare a farlo, a causa di quel vuoto abissale che non sarai mai in grado di colmare.

Quel vuoto che gli ha già divorato l’anima… la gioia… la vita…

 

E singhiozzando, cominci a tremare.

La pistola che stringi nella destra traballa sinistramente, mentre la donna che è davanti a te ti guarda con aria atterrita. Non avresti voluto che andasse a finire in questa maniera… ma come diavolo siete finiti in questa situazione?

Il problema è che non puoi vivere senza di lei.

Quando vi siete conosciuti fu amore a prima vista. La tua vita era scialba e grigia fino ad allora.

Poi lei: un raggio di luce nella tua esistenza! Come un cieco che scopre i colori. Qualche cosa d'indicibile e di fantastico. Non l’avevi mai provato prima. La tua vita era cambiata. Tu eri diventato un’altra persona. Eravate due identità che erano diventati una cosa sola. Per la prima volta in vita tua eri in armonia con te stesso e con l’universo intero. Come poteva anche solo pensare di lasciarlo! Non si rendeva conto che era parte di lui? Che ERA lui? No! Era inaccettabile! Come è inaccettabile per una persona qualsiasi perdere un braccio, o una gamba, o… l’anima…

- Perché mi hai lasciato?! Per quello là?! Cosa ha quello che io non ho, cazzo! Tu non mi puoi lasciare così! Io ti amo! -

Era arrivato a casa sua un’ora prima. Si era nascosto ed aveva aspettato che rincasassero. Li aveva visti tornare, mano nella mano. Ma lui era certo che lei sarebbe tornata con lui. Non poteva essere altrimenti: era una legge di natura. Anche se lei lo aveva già denunciato alla polizia e c’era un’ordinanza restrittiva che gl'impediva di avvicinarsi a lei: pena la prigione.

“Ma chi se ne fotte della prigione!” continuava a pensare: quella era la sua vita che andava in frantumi! Non poteva essere. Non poteva permetterlo.

Loro erano saliti, e lui dietro. Li aveva raggiunti davanti alla porta della loro casa. Lei era stata molto sgarbata e scortese: lo aveva chiamato pazzo e aveva detto che doveva sparire dalla sua vita e che non lo voleva vedere più. E pensare che lui voleva solamente parlarle!

Ma lei non lo lasciava fiatare e non sentiva quello che le diceva. Poi si era messo in mezzo quel deficiente. Allora aveva cacciato la pistola e li aveva fatti entrare in casa. Erano rimasti interdetti ed erano ammutoliti: stavano lì rigidi come due pezzi di ghiaccio. In fondo era quello che voleva: essere ascoltato. Li aveva portati nel salotto ed ora erano là, lui con la pistola in mano che parlava, parlava, parlava, e loro due in un angolo, impietriti ed emaciati. Lui stava cercando di ricordarle come erano stati bene insieme, i momenti magici che avevano vissuto. Voleva convincerla a tornare con lui. Nel frattempo si sentirono le sirene della polizia.

Questo lo mandò nel panico: la sua mente offuscata non aveva previsto questo evento. Si mosse verso la finestra per vedere fuori, ma il suo occhio colse un movimento al limite del suo campo visivo: il giovanotto stava cercando di fare l’eroe! Aveva afferrato un qualcosa e stava per colpirlo!

Lui si girò di scatto. Il dito si contrasse due volte, avvinghiandosi al grilletto della pistola. Due esplosioni, l’odore acre e pungente della polvere da sparo che offende le narici, mentre il corpo del tipo piomba a terra con un tonfo sordo. Sul petto si allarga una macchia rossa. Lui si contorce e mormora da terra, mentre lei urla e gli si butta addosso.

La scena ti lascia impietrito. Gli istanti sembrano scorrere al rallentatore. Puoi contare i battiti del tuo cuore. Lei sta piangendo sul quell’uomo, chiamandolo amore e pregando che non muoia. È come una spada che ti trapassa il cuore. Improvvisamente il velo che copriva i tuoi occhi cade. Non sarebbe stata mai più tua. L’avevi persa. Avevi perso te stesso. La vita stessa non aveva più senso ormai. Eri già morto e lo sapevi.

La mano si mosse da sola. Tre colpi secchi. Un tonfo sordo. Un lago di sangue che si allarga davanti ai tuoi occhi. Quella parte di te è andata… definitivamente.

Ma era già andata prima… definitivamente…

Senti il freddo del metallo contro la tempia. È tempo di riposare: ciò che amavi di te è già morto. Lo schiocco risuona direttamente nella tua mente: è il rumore della scatola cranica che si fracassa, del cervello che si lacera e si spappola.

 

Il profumo deciso dell’incenso penetra profondamente nelle tue narici. Sei in piedi, sull’altare di marmo, con indosso la bianca veste per servire messa.

Ma la tua mente è altrove. Con il tuo cuore. Con la malinconia e la tristezza dei ricordi.

Ancora lo vedi, come fosse stato ieri. Ed invece sono passati diversi anni… allora eravate fanciulli, tutti e due alla stessa scuola elementare, sempre insieme. Era l’amico che più era vicino al tuo modo di essere. Era, in fondo, una parte di te.

Vi eravate persi di vista per lungo tempo, ma ogni volta che vi incontravate di nuovo, riscoprivi quell’amicizia immutata. Eri sicuro che sarebbe durata in eterno…

Ma poi, quel qualcosa che scattò nella sua mente. Non si riconosceva più in sé stesso, si guardava allo specchio e non vedeva la persona che avrebbe voluto. La fobia con nella quale somatizzava non era che un’espressione profonda di questo suo disagio esistenziale.

Ma, ultimamente, sembrava che ce la stesse facendo ad uscire dal tunnel…

Ricordi ancora quella sua luce brillante negli occhi, segno di un’intelligenza non comune. Fu lui che ti insegnò a giocare a scacchi la prima volta. Con lui la tua anima era entrata in sintonia.

Ti viene da sorridere amaramente quando pensi che, solo pochi giorni prima, era venuto da te, a cercarti, a chiederti di aiutarlo. Ma tu, tutto preso dai tuoi problemucoli idioti, non gli desti l’attenzione che ora avresti voluto dargli. Già quando era in ospedale, lo andasti a trovare: non fu un bello spettacolo. Era l’ombra di quello che era stato e che sarebbe potuto essere.

L’amarissima verità, era che non avresti potuto fare nulla. Quando lo guardavi negli occhi, leggevi la sua infinita sofferenza: il dolore di chi si rende conto della sua situazione, di chi lucidamente si dice “Mio Dio… sono impazzito per davvero!”, ma non riesce a fare nulla, se non soffrire.

Sul bigliettino, tra i fiori che hai adagiato ai piedi del suo cadavere, hai scritto “Se avessi potuto, sarei morto io al tuo posto. Ora, finalmente, riposi nella pace.”

La cerimonia funebre è terminata. La chiesa è gremita di una tale folla come mai avevi visto per un funerale. Soprattutto giovani. In quanti lo conoscevano… morire a vent’anni…

La gente si accalca, si avvicina ai genitori e ai due fratelli del defunto, per porgere le condoglianze. Anche tu ti accosti alla muta disperazione della madre. Al silenzio amaro del padre, che ti dice – Ci abbiamo provato. Non è andata. Grazie lo stesso.-

Con la voce triste e forzata replichi: - No. Ho fallito. La colpa è mia. -

Ma lo sai che non è vero. E lo sa anche il padre, che scuote la testa. E lo sa anche il fratello, che ti corre incontro e ti si stringe al collo per un tempo che sembra infinito: è il dolore a dilatarlo…

Entri nella sagrestia. Non c’è nessuno. Togli la vestina e la riponi nell’armadio. Percorri un breve corridoio a sali alcune scale. Intorno nessuno. Ma nel tuo cuore, il nulla. Guardi fuori da una finestra il mondo che continua a girare come sempre, senza accorgersi di quel che è successo.

Ancora una volta ti verrebbe quasi da sorridere all’ultima beffa del tuo amico. Era riuscito a far credere a tutti di star meglio. Ma nel frattempo si era comprato una corda adatta ed aveva presa un libro sui nodi dalla casa del nonno. Tutto pianificato, nei minimi dettagli, come si addiceva ad una persona della sua intelligenza. Aveva studiato la persiana del balcone di casa sua, e quando i suoi erano usciti lasciandolo solo in casa, aveva legata la corda alla tapparella calata per metà, e si era impiccato usando come perno l’anta in legno della porta a vetri del balconcino.

Aveva lasciato solo un biglietto. Ed un vuoto immenso…

Pensi che forse è stato meglio così, che sicuramente ora non soffre più. Ma la tua anima non riesce ad accettarlo, non riesce ad accettare questa morte assurda, incomprensibile, e si dibatte furiosamente mentre tu, accasciato a terra, continui a chiederti il perché, e piangi come non hai mai fatto in vita tua.

 

Le lacrime, ora, sono finite.

Non perché sia cessato il dolore, ma perché esso si è trincerato dietro il muro della tua apatia.

Le lacrime che avevi, le hai versate tutte. Sono finite da giorni. Giorni infiniti. Giorni terribili.

I giorni nei quali la tua casa è stata distrutta. I soldati serbi vi hanno cacciato. Ma tu sei una donna, ed i soldati sono uomini. Per giorni e settimane hanno abusato di te, a turno, ripetutamente, brutalmente. Ogni tanto ne ammazzavano una. Il tuo amore è morto. Il tuo giovane piccino anche.

Li hanno uccisi quei soldati. Non sai nemmeno come sei arrivata, profuga, fuori dal paese. Ti ci avranno portato.

Ma cosa importa ormai. Hai perso la gioia, hai perso te stessa, hai perso… la vita.

Niente ha più un senso, oramai. Nemmeno vivere. Non c’è più nulla per cui vivere, ora.

La tua esistenza è stata infranta come un vetro colpito da un mattone.

“Liberatemi… lasciate che io muoia…” è l’unica preghiera che hai ancora nel cuore.

 

All’esterno sei controllato, freddo, riflessivo. Ma dentro di te il tuo spirito si dimena come una tigre rinchiusa in una gabbia troppo stretta, che la spinge alla pazzia.

Non l’avrai mai. Non avrai mai il suo amore. Ormai questo l’hai capito bene. Non c’è nulla che tu possa fare per conquistarne l’attenzione e le premure. Nessuna parola, azione o fatto ha mai convinto qualcuno ad amare qualcun altro, e lo sai.

È quel fottuto paradosso circolare che non ti lascia un attimo: ogni singolo secondo della tua interminabile giornata, ogni battito del cuore, ogni respiro, la tua anima è attanagliata da una morsa di ansia e di impotenza. Ti senti come un serpente che si morde la coda. Se lo raccontassi a qualcuno, magari ci si potrebbe anche ridere su, tanto è buffa la situazione: l’amore è volere il bene e la felicità della persona amata, anche se questo vuol dire che non può essere tua… ma allora perché soffri tanto? Perché continui a ripeterti che sei felice solo se lei lo è? Ed è vero: da quando la conosci, non puoi immaginare gioia che non passi per la sua allegria, per il suo sorriso, per il suo sguardo che brilla di una sfolgorante luce propria… per la sua felicità. Ma questa, non contempla la tua presenza. Non sei previsto nella sua vita.

Ecco dunque, che non puoi gioire in nessun caso, condannato da te stesso, dal tuo essere, a stare male.

Quell’anima che, come una tigre fiera, ribelle e libera, vorrebbe uscire e correre all’impazzata attraverso la foresta della vita, si ritrova prigioniera di se stessa.

È dunque questo l’amore? Il tanto declamato amore, sul quale poeti e scrittori hanno elaborato versi e parole di così alta bellezza e perfezione?

Certe volte vorresti smettere di amarla solo desiderandolo. In certi momenti pensi che sia possibile, concentrandoti, sopprimere quel sentimento così profondo dentro di te. Ma non è così facile, purtroppo…

Ti senti spesso come avvinghiato, immobilizzato da quell’emozione che, nei tuoi sogni, avrebbe dovuto librare la tua anima nel cielo. Ma come Icaro, volando troppo vicino al sole, ti sei scottato. Il tuo stesso sentimento ti ha avvinto, catturato, sconfitto, imprigionato. E volerlo rimuovere sarebbe distruggere una parte stessa di te: non puoi nemmeno pensarlo. Non vederla più sarebbe anche peggio.

A volte, hai pensato di andare lontano, di cambiare aria. Raggiunge un qualche posto dove ci sia bisogno di te. Ma le impietose parole del poeta romano Orazio risalgono alla tua coscienza come bolle d’aria sulla superficie di un lago salato: “Puoi cambiare il cielo e le stelle, ma la tua anima resta sempre la stessa…”.

Ed era vero… ma allora non c’era nessuna speranza per il suo spirito? Non avrebbe mai volato?

Chissà quante sono le anime che si spengono, sconfitte da se stesse. Quante le persone che restano prigioniere tra le rapide del proprio cuore. Ogni giorno, chissà quanti… e lui era solo uno di questi. L’universo non avrebbe pianto per lui. Non se ne sarebbe nemmeno accorto.

Ma la sua sensibilità ne sentiva il peso in ogni istante. E lo avrebbe continuato a sentire per molto tempo: forse per sempre…

 

Sei in uno stato mentale di vertigine… come quando non vuoi renderti conto di una cosa che dentro di te sai che è successa, una cosa terribile, ma in effetti vorresti con tutte le tue forze, con tutto il tuo essere, assolutamente che non fosse accaduta.

Giri gli occhi intorno per l'ennesima volta, alla ricerca di qualche cosa, qualsiasi cosa... ma nella spoglia capanna non c'è nulla. Il grigiore dall'alba si avvicina, mentre ancora l'oscurità avvolge ogni cosa... compreso il tuo cuore.

La tua mente è vuota. Nessun pensiero passa in essa. Soltanto immagini.

Immagini di un tempo che è stato e che non tornerà ad essere. Il tempo nel quale, solo pochi mesi or sono, partoristi tuo figlio. Grande fu il dolore, ma ancora più grande fu la gioia!

Ora però è il tempo del dolore, e non puoi far nulla per evitarlo.

Nulla.

È questa consapevolezza, scritta nella tua anima con il fuoco della sofferenza, che ti dilania il cuore ad ogni respiro.

Vorresti morire.

La sofferenza più grande è quella psicologica: senti la prigionia della tua impotenza a fare qualsiasi cosa. E per quanto la tua mente si sia dibattuta e ribellata, lo stato delle cose non è cambiato di una virgola.

Il cibo è sempre scarseggiato qui. L'acqua pure. Ma per te la vera tragedia è cominciata quando il tuo latte ha cominciato a diminuire fino scomparire quasi del tutto. Qualcosa dentro al tuo essere grida ancora con forza spaventosa “È colpa tua! È colpa tua!”. Ha cominciato il suo dirompente urlo muto quando tuo figlio ha cominciato a deperire fisicamente. Il volto paffuto è divenuto prima magro e poi scavato. Il corpo ha seguito lo stesso decorso. Gli puoi contare le costole e gli si vedono tutte le ossa. Negli ultimi giorni, poi, il ventre gli si è gonfiato come un palloncino, dandogli un aspetto grottesco. Grottesco come la beffa della natura, che sembra quasi prendersi gioco di te e del tuo amatissimo figlio.

Ritorni alla realtà. La tua mano sinistra è impegnata a sorreggere il corpicino del tuo bambino, mentre instancabile la destra lo accarezza, incessante. Ti sollevi dal tuo giaciglio mentre le prime luci del giorno cominciano a penetrare nella capanna. Cominci a muoverti come un animale in gabbia, mentre canti una ninna nanna dolcissima per il tuo bimbo.

Poi il rumore dalla porta che si apre...

Ti volti ad osservare la figura che si staglia nel grigiore del mattino. È un bell'uomo, alto e di pelle nera, come tutti voi. I muscoli si vedono bene sul suo corpo nudo.

Lui ti guarda, con occhi velati di tristezza e lacrime, mentre il suo volto esprime eloquente il suo dolore.

- Che c'è? - domandi sorpresa, mentre nella tua voce riconosci l'ottusa ingenuità di chi prega:

- Padre, allontana da me questo calice! - dopo averlo già bevuto. E quindi si convince di non averlo bevuto ancora e continua a pregare: - Padre, allontana da me questo calice! -

Lui si è avvicinato, la sua mano ti accarezza dolcemente la spalla scoperta mentre tu, con la stessa voce, ripeti - Che cosa c'è??? -

- Yuki... - ti dice cominciando a prendere il bambino - Yuki.... è morto... -

Rispondi con forza: - No! No che non è morto! Lui... -

- Yuki... - il suo tono è calmo e gentile, e la voce ti muore in gola. Ti guarda con quell'aria dolce ed afflitta, mentre le tue mani che si erano strette vigorosamente sul cadavere del piccolo si rilassano e cadono ai tuoi fianchi come morte.

Lui continua, con la sua voce calma, dolce ed amara: - Yuki... mi dispiace... -

Chi l'avrebbe mai detto che quelle poche parole, dette con quella calma e quella dolcezza, potessero avere la dirompente forza di un maglio che ti colpisce, improvviso ed inaspettato, al volto???

Le tue gambe cedono e ti accasci mentre il pianto ed i singhiozzi, trattenuti per giorni, e giorni, e giorni, ti esplodono nel petto e nel corpo tutti insieme. Il velo che copriva quel dolore si è squarciato all'improvviso, e d'improvviso quel dolore ti dilania fisicamente le carni. Un fiume di dolore ti si riversa contro e ti trascina via, mentre il tuo urlo di sofferenza si solleva, prima continuo, e poi rotto dai singhiozzi.

 

Ogni uomo è solo,

Sul cuore della terra,

Trafitto da un raggio di sole.

Ed è subito sera…

(Salvatore Quasimodo)

 

La nebbia…

Era sospesa nella nebbiosa oscurità del nulla. Si rese conto di fluttuare tra le macerie della propria coscienza, della propria anima. Era contemporaneamente ovunque e in nessuno posto. Aveva valicato confini di solitudine che non sarebbero caduti mai. Era là dove l’universo ed il suo contrario non erano altro che luoghi del suo cuore.

In sottofondo un pianto. Sommesso, costante, singhiozzato. Aveva un non so ché di familiare.

Vi si diresse. Senza sapere come e senza sapere perché.

Girando lo sguardo intorno vide le ombre dei cumuli di ricordi e d'esperienze. Erano visioni di una vita e d'un passato che, a volte, sembravano non appartenerle.

E poi vi giunse. Era come un grande cerchio, lì dove i cumuli di macerie lasciavano spazio ad uno specchio d’acqua limpido. Un luogo dove l’impenetrabile nebbia del tempo non giungeva, perché al di fuori del tempo e dello spazio.

Nelle acque, come un riflesso, vide un bambino in lacrime, terrorizzato dalla solitudine che gli si stendeva intorno. Il nulla che lo avvolgeva alimentava la sua disperazione. E lui continuava a piangere, inascoltato ed inascoltabile. Maria voleva fare qualcosa, ma non poteva nulla. Era paralizzata davanti a quella scena. E poi, improvviso come un fulmine, lo sguardo di quel bambino si alzò su di lei.

Quello sguardo era come quello di un uomo che, nel Getsemani, piange e suda sangue, perché sa cosa lo attende, e prega: “Padre, allontana da me questo calice!”. Ma sa anche che non potrà fare a meno di berlo. Ed il suo pianto era come l’atroce urlo di un uomo che, sul Golgota, inchiodato ad una croce, urla verso un cielo muto la sua disperata solitudine: “Elì! Elì! Lemà sabactanì!”.

 

“Ed il velo del tempio si squarciò in due.”

 

Fu allora che capì. E l’essenza del dolore di tutta la sua vita, e di infinite altre vite, si riversò su di lei con la forza di uno tsunami, trascinandola attraverso livelli di sofferenza mai varcati. Il dolore più poderoso, ma anche sottile, che si possa immaginare. Ancora lungo da finire, ma tanto breve ed intenso da non poter essere dimenticato.

Perché, in fondo a tutto, nel suo profondo, l’uomo è solamente questo: nonostante tutta la sua forza, la sua sicurezza, la sua potenza e conoscenza, nonostante tutte le scoperte e le abilità, nonostante tutto il tempo e lo spazio, nonostante TUTTO… egli dentro sé, nel suo inconscio, sa di essere soltanto un bambino sparuto ed impaurito, perso nella solitudine di un universo vuoto, perso nel nulla. E l’unica cosa che desidera, l’unica cosa che potrebbe salvarlo, è l’Amore. Quell’Amore che ogni uomo chiede ad un mondo, che ha dimenticato cosa vuol dire amare…

 

Strisciò lentamente, trascinandosi avanti con la sola forza delle mani. Aveva superato quel sottopasso. Era così alienata che non capiva nemmeno dove si trovava. Restò prostrata per un tempo indefinibile, la sua anima ridotta a brandelli da una prova troppo grande per chiunque.

Infine si mosse. Era assente, come se stesse osservando dall’esterno il proprio corpo muoversi. Camminò senza curarsi più di nulla ormai. Il ronzio della mente la ottenebrava.

L’improvviso boato che proveniva da sotto di lei la scosse fisicamente, ma la sua mente rimase nello stato di deriva nel quale era entrata. Non doveva pensare più a niente. Non POTEVA pensare più a niente.

Percorse i pochi metri che la separavano da quella porta, quell’apertura nel muro. Appena entrò il fragore cessò, e con esso la forza che l’aveva sorretta fin lì: crollò a terra, accasciandosi come un sacco vuoto. Restò così, senza sapere per quanto tempo, mentre la mente entrava e usciva da sé stessa, ripetutamente. Poi una voce penetrò dentro di lei con la forza e l’efficacia di un proiettile, strappandola a quello stato comatoso nel quale era piombata:

- Salute a te, donna. -

La figura umana che si mostrava ai suoi occhi era luminosa ed eterea. Non aveva lineamenti né sesso. Gli occhi erano due fosse lucenti mentre il resto brillava come di luce propria. Era al centro di quel tempietto, di forma esagonale. Nel mezzo di ogni parete c’era un’apertura con la volta ad arco. Quel luogo era vuoto, tranne che per un piccolo rialzo circolare al centro, largo circa due metri e circondato, ad intervalli regolari, da piccole colonne istoriate sormontate da una sfera. Su ogni colonna c’era una differente raffigurazione: un saggio ascetico, un buffone giocoliere, un attento stratega, un vivace poeta, un iroso furibondo, una donna triste e riflessiva.

Maria si sollevò guardando quella figura, immobile anche se visibilmente dinamica: - Chi sei tu? - chiese infine, dopo essersi forzata oltre ogni limite. Anche pensare la faceva soffrire, ora.

Gli occhi della figura si strinsero, ed essa parlò: - Io sono Discordia di Destino. Io sono la memoria della sofferenza dell’uomo. Io sono l'Ayoka del Pathos. Raccolgo il dolore nella mia coppa, ed essa non ne è mai colma. Quando una goccia fa agitare la sua superficie, il contenuto ne può traboccare fuori.

Io, fra tutti i miei fratelli, sono ciò che, nel contempo, più si avvicina e si allontana dall’essere umano, perché io conosco la sofferenza di infinite vite, avendone vissute a migliaia, ma devo appellarmi alla mia essenza di Nota, e sestuplicarla, per non esserne sopraffatto. Io sono colui che fu designato per il compito più ingrato e fuggito da tutti. Designato per preservare il nome dimenticato di Destino: Dolore. -

Ci fu una lunga pausa, nella quale quelle parole sembrarono di pietra. Poi di nuovo quella voce giunse nuovamente nella sua mente: - Ma tu, io vedo, hai molto sofferto. Lascia dunque che io ti aiuti, perché è in mio potere farlo. -

Quest’ultima frase la colpì profondamente. Il rispetto per quell’essere improvvisamente crebbe a dismisura. “È veramente una divinità…” pensò. Sollevò lo sguardo su di lui e vide che le stava tendendo una mano. Pesantemente e faticosamente si rialzò e si mosse verso di lui, un passo alla volta. Infine, guardando quella luce dritto in volto, afferrò la sua mano.

Ebbe una sensazione di fresco, come quando, in pieno agosto, ci si immerge improvvisamente in acqua fredda. Nel frattempo era come se quella luce avesse avvolto tutto il suo corpo ed il suo spirito, riempiendo per intero il suo campo visivo e penetrandole dentro. Fu presa da una vorticosa sensazione di vertigine, mentre si sentiva come se un immane peso che le impediva di respirare le si fosse sollevato di botto da sopra il suo petto. Percepì tutto il suo dolore, tutta la sua sofferenza, defluire via, come se fosse dilavata da una cascata di acqua fresca e pulita. Lo vide sprofondare, nero come mai, fluido come plasma, nell’abisso sottostante.

 

“Ed il velo del tempio si squarciò in due.”

 

E visse la serenità e la pace. E scoprì di nuovo, come i neonati, la gioia di vivere. La gioia semplice del respirare, del sentire il battito del cuore, del pulsare frenetico ed euforico del sangue nelle vene, la gioia nel vedere i colori, nel percepire un odore, nell’accarezzare la persona che ami, nel sentirsi una sola cosa in due, nel sentirsi parte dell’universo, nella spensieratezza dei momenti passati con gli amici più cari nell’ascoltare un musica che fa vibrare le corde dalla tua anima, del tuo spirito, di tutto il tuo essere… la gioia di vivere!

E, mentre la sua mente si inebriava di questa sensazione, una voce profonda risuonava dentro di lei: - Io sono Discordia di Destino. Io sono il Tao. Ed il Tao è ciò che definisce l’Uomo. Io sono la trama stessa dell’universo. Io sono il mistico intreccio dei fili della Morte e della Vita, della Gioia e del Dolore. E quest’intreccio è inseparabile. Perché, come la morte è definita dalla vita, ed all’una segue l’altra, così è anche per il Dolore e la Gioia. Ma, come accade alla maggior parte degli uomini, essi spesso sono solo morte e sofferenza. Infatti sopravvivono invece di Vivere, e non riescono ad afferrare la sublime Gioia che viene dopo il dolore. E tutto ciò solo tu puoi farlo. Vivi, dunque, e addentrati nel mistero dell’esistenza. -

La luce intorno si affievolì, fino a scomparire. Gli occhi faticarono un po’ per abituarsi al buio, mentre la gambe la sorreggevano malamente, facendola barcollare. Quando riprese il controllo delle proprie forze e dei propri sensi era seduta a terra. Girò lo sguardo intorno, sulla stazione ferroviaria, nel cuore della Napoli addormentata. Vagoni ferroviari e capannoni si profilavano nella semioscurità. Davanti a lei si stagliava, come un’ombra indefinita, la figura di quell’uomo che ora sembrava conoscere tanto bene, ma che dopotutto, anche nella sua mente, restava sfuggente ed indefinibile.

Si alzò, cautamente e tenendo gli occhi fissi nei suoi. Lentamente gli si avvicinò di qualche passo, alla distanza di un braccio.

- Hai ottenuto le risposte alle domande che hai formulato. Ora tocca a te giurare. - disse lui tendendole la mano aperta. Lei allungò la propria, afferrandogli il polso, mentre le dita di lui si stringevano attorno al suo. Gli occhi non si staccavano dai suoi. E mentre lui parlava, lei ripeteva quelle parole, siglando il suo giuramento:

- Questo è il Patto dei Risvegliati, che io giuro ai Sette che plasmarono l'universo.

A Psiche sapiente, a Destino sovrano, a Sogno incantevole, a Distruzione terribile, a Discordia arguta, a Desiderio potente, a Enigma impalpabile.

Con questo Patto mi sottopongo volontariamente al Terzo Limite: sarò un custode del segreto del Pathos in cambio del potere che esso mi garantisce.

Con questo Patto mi sottopongo volontariamente al Secondo Limite: ascolterò gli insegnamenti degli Immortali, con devozione e rispetto, come si conviene a un figlio nei confronti del padre, in cambio della protezione che essi mi garantiscono.

Con questo Patto mi sottopongo volontariamente al Primo Limite: difenderò la sacralità del Duello degli Immortali in cambio della conoscenza che essi mi garantiscono. -

 

Un nuovo mondo le si apriva ora dinanzi agli occhi. O forse aveva degli occhi diversi per guardare lo stesso mondo…


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