BISANZIO, LA SPLENDIDA
di Fabio Galimberti
Bisanzio la Splendida.
Bisanzio l’Unica.
Bisanzio... fogna a cielo aperto, ritrovo di ladri e puttane, marciume,
sangue e corruzione ovunque.
Bisanzio, la nostra prediletta culla di Emozioni.
Sono arrivato a Bisanzio, la Dorata, l’otto maggio del 1453.
Quando ho attraccato la mia nave alla banchina del Commercio, per me era
solo l’ennesimo approdo nella città; non sapevo ancora che sarebbe
stato l’ultimo.
Mi chiamo Patrizio, vengo da Genova, e il commercio con Bisanzio la Ricca
è il mio lavoro.
Un lavoro che mi permette di vivere bene, di avere una casa a Genova ed
una qui, di godermi la bella vita.
Dopo la solita, infinita serie di carte, documenti e permessi da contrattare
con i doganieri (e la solita marea di solidi che la burocrazia di Bisanzio,
la Corrotta, richiede), ho lasciato i miei marinai a scaricare le merci
genovesi, sapendo bene che il carico da riportare in patria mi sarebbe
stato concesso solo da lì a due settimane.
“Bene” - pensavo, mentre camminavo per la lunga salita che dal porto conduce
al centro della città - “due settimane di meritato riposo...”
E, distrattamente, mi guardavo intorno, osservando il comune spettacolo
della vita di Bisanzio, la Grande: i troppi preti drappeggiati in vesti
lussuosi, grassi e con lo sguardo porcino; i pochi preti vestiti solo della
tonaca, troppo ingenui o troppo stupidi per partecipare alla ricchezza
della Sacra Chiesa; i tanti mendicanti; i borseggiatori che, oramai, mi
conoscevano e mi stavano alla larga; la milizia cittadina e gli altezzosi
Cavalieri dell’Ordine di Bisanzio, con i loro mantelli bianchi. E le meravigliose
puttane di Bisanzio, la Lussuriosa, famose in tutto il mondo cristiano.
E proprio da una di loro, Filippa, mi stavo recando.
La mia bella casa era nel quartiere dei Genovesi, che garantisce protezione
e difesa a tutti noi; ma la casa di Filippa era vicino a quella grande
Basilica, Santa Sofia.
Man mano che mi avvicinavo, pregustavo la calorosa accoglienza che mi avrebbe
fatto; avevo bisogno di grazie femminili e servigi ben ripagati, dopo tutto
quel tempo in mare.
All’improvviso, risuonò vicino a me la voce dell’Artefice, forte
e chiara:
“Figliolo, siamo tutti a Bisanzio, la Sacra. Ti stiamo aspettando!”
Mi sono voltato di scatto ma la strada intorno a me era deserta, nelle
calde ore del primo pomeriggio.
Ero stato chiamato, e la mia parte immortale prese rudemente il sopravvento:
la stanchezza, la voglia di Filippa, i problemi mercantili erano svaniti
all’istante, ed io sapevo bene cosa avevo da fare.
Guidato da un istinto infallibile mi sono diretto verso il posto dove sapevo
che li avrei trovati, tutti.
L’immensa cisterna sotterranea, creata dai romani secoli prima, era deserta
e fredda.
Scesi i gradini viscidi, illuminati solo dalla torcia che portavo. Dopo
una serie di passerelle sull’acqua gelida, imboccai un buio e stretto cunicolo:
una vecchia catacomba, dimenticata dagli uomini ma non da noi.
Il nostro Signore sembrava aspettare solo me per iniziare.
Intorno a lui, silenziosi ed attenti come un gruppo di scolari, i miei
sei Fratelli Immortali; alcuni di loro non li vedevo da secoli.
Ci siamo abbracciati e baciati, ci siamo presentati i nostri rispettivi
corpi mortali, felici di essere di nuovo tutti insieme, agli ordini dell’Artefice.
“È mio massimo interesse che Bisanzio non cada nelle mani dei mori,
almeno per un po’ ancora.”
Con voce calma Doctor Diabolicus aveva iniziato a parlare.
Lo guardai sorpreso, e poi guardai i miei fratelli: non avevo idea che
la situazione fosse così grave.
Fu Baphomet a dar voce alle nostre perplessità:
“Ma Signore, sono ormai più di cento anni che Bisanzio la Fortunata
sembra in procinto di cadere, ma non succede mai. È vero che Maometto
ha terminato la grande fortezza a nord della città, ma... e poi
cosa facciamo, ci mettiamo pure a difendere Costantino XI...?”
L’Artefice lo fulminò con un’occhiata.
“No, Figliolo. Costantino Paleologo e Maometto per me sono la stessa cosa.
Ed è Destino che presto la città cada nelle mani del Conquistatore.
Così è scritto. D’altra parte il Sacro Romano Impero, per
quello che mi interessa, può cadere anche oggi. Ma Bisanzio la Sacra
deve resistere. Cose importanti devono ancora essere portate a termine,
e io ho bisogno di tempo per farlo. Per te, Pan, è già pronto
un posto come capitano nell’Ordine dei Cavalieri di Bisanzio, dove già
sono Fenice e Fafnir. Gli altri sanno cosa fare.
Andate, e datemi il tempo di cui ho bisogno. Datemi venti giorni”
Furono giorni tremendi, trascorsi tra battaglie all’ultimo sangue e brevi
riposi.
I Mori cercavano di entrare a Bisanzio da tutte le porte, dal mare e anche
da sottoterra. Più di una volta mi sono trovato a combattere furiosi
corpo a corpo sotto la città, stretto tra le pareti di tufo che
i nemici avevano scavato per prenderci di sorpresa.
Ancora oggi, i libri di storia si domandano come mai Maometto II, che disponeva
di più di 15.0000 uomini, e cannoni, e centinaia di navi, non riuscì
a forzare le difese. I miei fratelli ed io sappiamo bene quanto ci costò
resistere così a lungo.
I vicoli puzzolenti di Bisanzio la Splendida erano la nostra casa, i campi
aperti davanti alle sue mura il teatro di scontri mortali, in cui per ogni
Cavaliere dell’Ordine di Bisanzio che moriva decine di arabi cadevano sotto
le nostre spade.
E, al ritorno, Demetra che scuoteva la testa... “Troppa morte, Fratelli....troppo
dolore....”
Lei, che invece di uccidere, era al nostro fianco per guarire, per lenire
il dolore, per dare una dolce morte a chi non aveva più speranza,
senza neanche notare se prestava aiuto a noi o ai mori.
E di nuovo il gelo dell’acqua immota, il buio della catacomba, la mattina
del 24 maggio.
“Figli di Distruzione, Figli miei...”
Come al solito, in religioso silenzio ascoltavamo le parole dell’Artefice.
“La decisione è presa. Tra cinque giorni ci raggiungerà l’Oblio.”
Rimanemmo sgomenti, sentendo una parola che non osavamo sussurrare nemmeno
negli incubi più tremendi.
“È necessario, e la mia natura me lo impone, per quanto doloroso
possa essere. Prima o poi un gruppo di Risveglianti passerà, e noi
torneremo in vita. “
Un cupo silenzio seguì le parole dell’Artefice. Privarsi dell’Emozione
per chissà quanti secoli... questo ci veniva ordinato, e noi avremmo
ubbidito.
“Ora andate. Trascorrete questi ultimi giorni come volete. La difesa di
Bisanzio ora non sta nelle vostre mani, non più. Se volete partecipare
alla battaglia fatelo, se volete andare a cercare le ultime Emozioni siete
liberi.”
Siamo rimasti a Bisanzio, la Moribonda, in tre : Fenice, che non voleva
rinunciare al luccichio delle spade; Demetra, che riteneva di avere qualcos’altro
da fare lì; ed io, un po’ per restare con lei, un po’ perché
per accettare l’Oblio un posto vale l’altro.
Ecate ha steso le mani verso di me, e mi ha sussurrato : “Vado, Fratello...ci
si rivede”.
E con lei Semirea e Fafnir.
Indeciso fino all’ultimo, come se due tentazioni si stessero dando battaglia,
Baphomet alla fine si è avvolto la djellabah intorno al corpo magro
e si è incamminato verso la Porta che dava direttamente verso il
campo degli arabi, dove decine di migliaia di guerrieri non aspettavano
altro che la nostra testa.
E, ancora per quattro giorni, amore, amicizia, battaglie una dopo l’altra.
Demetra è stata la prima a lasciarci. Un lurido ed afoso pomeriggio,
quando mancavano solo due giorni all’Oblio, Bisanzio la Traditrice era
immersa in un sudaticcio silenzio.
Come al solito instancabile, Demetra girava per le baracche attaccate alle
mura per donare cure e conforto.
Quattro giannizzeri, entrati per una breve razzia, la colsero alle spalle.
Non ho mai saputo se fu la sorpresa, la stanchezza di lottare, la rassegnazione
al proprio Destino.
Se avesse voluto, sarebbe bastato un cenno per liberarsi dei quattro.
Sentimmo la sua agonia e ci precipitammo fuori.
La trovammo distesa sul selciato, con ancora pochi respiri in gola.
L’avevano accoltellata, e, mentre era già agonizzante, violentata.
Mi ha guardato, con i suoi meravigliosi occhi neri.
Ho stretto la sua mano, sporca di sangue, e mi sono chinato a baciarla,
appena in tempo per sentire le sue ultime, flebili parole:
“A presto, amore mio eterno”
Quando mi sono rialzato ho visto le lacrime di Fenice, il dolore per la
perdita di una sorella. Poi, da lontano, la figura nera di Doctor Diabolicus.
Si è avvicinato in silenzio, è rimasto per lunghi secondi
immobile, davanti al corpo di Demetra.
Ha scosso il capo, ha mormorato qualcosa che non siamo riusciti a capire,
ed è ritornato al suo immane lavoro.
Ed ora, la mattina del 28 maggio 1453, siamo rimasti solo noi, Fenice ed
io, a combattere davanti alle porte di Bisanzio la Coraggiosa.
Insieme a noi un manipolo di Cavalieri.
Non ha più senso uccidere mori, non c’è più speranza.
Bisanzio la Pigra sarà comunque loro.
Ma a qualcuno dovremo pure fare pagare la morte di Demetra...
E, in qualche modo, la battaglia crea emozioni forti, che ci inebriano.
Fino a quando... “Figli, tornate... voglio che ci siate anche voi...”
La voce dell’Artefice ci rimbomba nella testa.
Io guardo Fenice.
Fenice mi guarda.
È splendido nella sua ferocia.
Stringe le labbra, scuote la testa.
Nel clangore della battaglia mi urla:
“Vai, Pan. Io rimango qui. Ho deciso che questo è un bel posto per
dire addio.
Per secoli non vedrò più gli uomini, e adesso mi voglio beare
di loro, che siano vivi o morti...”
L’ho lasciato sul campo di battaglia, ferito, accerchiato, con una luce
intensa negli occhi, e per secoli non l’ho più rivisto.
Un cerchio di mantelli candidi, nella fredda penombra della cripta dimenticata.
“Entra, figliolo... abbiamo un’ultima cosa da fare...”
L’Artefice non sembra sorpreso di non vedere Fenice.
Mi fa accomodare vicino a lui e si rivolge ai 12 Templari:
“Tutto il mondo crede che siate estinti... vi raccomando la massima prudenza,
maggiore di quella che avete avuto in questi ultimi 150 anni: da oggi in
poi non vi potremo più proteggere.
Sapete cosa fare mentre noi non ci saremo...
Il Seme ed il Trasportatore sono dispersi ai quattro angoli del mondo,
ed escludo che qualcuno riesca a recuperarli e rimetterli insieme in pochi
secoli.
Vigilate sul nostro sonno, aiutate la Presenza quando lo riterrete necessario
e, sempre, lottate contro l’Assenza.
Ora andate, Ratisbona è lontana, e la nascita della Fratellanza
degli Architetti è nelle vostre mani...”
I 12 si sono alzati, hanno religiosamente piegato e nascosto in un sepolcro
i loro mantelli, e sono usciti in silenzio nella rumorosa Bisanzio, nascondendosi
nella folla.
L’Artefice mi ha guardato, in silenzio.
Per un attimo, incredibilmente, mi è sembrato vecchio.
Poi ha sorriso, un sorriso triste, e si è alzato.
“Tutto quello che poteva essere fatto è stato fatto. Ma credo che
niente ci possa impedire di trovare una bettola dove cuociano bene le uova...
magari con la cipolla...”
Ed infine secoli di oblio.
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva