SERVO
DELLA PRESENZA
di Matteo Turinetto
“Fuck’am reddish! Sposta il tuo culo indigeno da quella sedia!!!”
Il silenzio scese repentino nella mensa del braccio ovest.
I detenuti smisero di mangiare, qualcuno alzò lo sguardo per osservare
la scena, altri rimanevano con gli occhi fissi nel piatto.
Le pareti grigie amplificavano il rimbombo dei passi sulle passerelle di
ferro prodotto dalle sentinelle annoiate.
Momenti di tensione come quelli erano abbastanza comuni nell’Istituto Correttivo
della Contea di Beckerly, South Carolina. Per quale motivo dover scendere
sotto per riportare la calma? In cinque minuti sarebbe tornata da solo,
e se andava bene si potevano scommettere cinque dollari con i colleghi.
“Ho detto di schiodare ! adesso !”
“Ehi! Ti sei fottuto il cervello? Rispondi!”
Tutti, detenuti e sentinelle, sentirono il sordo scrocchio. Il pugno era
partito rapido, potente, violento. Un pugno tirato come mille altri pugni
prima. Nessuna tecnica; solo forza, solo rabbia.
La sedia rotolò un paio di metri più in là. E insieme
con lei un uomo sui trent’anni, pellerossa. Frammenti di una collanina
d’osso tintinnarono sinistramente sul pavimento.
Caldo; il sapore del sangue che riempie la bocca. Il dolore che lento sale
al cervello per gridare, adrenalina che inizia a correre come un treno
in fiamme nelle vene.
Freddo; il pavimento sotto la schiena, lo sguardo di quel bianco che si
avvicina ancora. Il mezzo sorriso di chi ha trovato cosa fare per vincere
la noia.
“Ti avevo detto di toglierti dalle balle. Ora è troppo tardi, dovevi
farlo prima.”
Il corpo che non risponde, che non riesce a capire cosa succede. Sente
solo lo stivale che gli colpisce le coste, una, due volte, e poi ancora.
La mente che fugge, che cerca rifugio lontano, via dal dolore, via dall’umiliazione,
via dalle sensazioni, e poi l’oblio…
Magro spettacolo, oggi. Niente per cui sia valso la pena intervenire, o
scommettere. Basta! La pausa è finita! Tornate nelle celle! È
sufficiente un gesto perché due prigionieri trascinino il pellerossa
incosciente nella sua cella.
Tump, tump. È come avere il cuore nel cervello. Tump . Ad ogni battito
sembra esplodere.
Ogni respiro è una fitta bruciante. Il sangue secco tira la pelle
del volto.
Almeno qualcuno lo ha portato sulla sua branda.
Acqua. Ha bisogno d’acqua. Le labbra secche bruciano insopportabilmente.
Dov’è il lavandino? A tre metri; tre metri che sembrano tremila.
Prova ad alzarsi.
“Forza. Ce la devo fare!”
Un debole gemito è tutto ciò che il corpo riesce ad opporre
alla violenza che la mente gli sta infliggendo.
Un passo. Il mondo balla una danza sconosciuta seguendo i ritmo del dolore.
Due passi. Eccola arrivare, la nausea improvvisa e terribile, ribellione
a ciò che i sensi distorti gli raccontano.
Tre passi. Il ginocchio che cede, l’istinto animale di recuperare l’equilibrio.
Quattro passi. La disperazione; ultima forza per arrancare.
Com’è liscia la ceramica sporca sotto le mani che artigliano il
bordo del lavandino!
Com’è fresca la superficie dello specchio su cui appoggia la fronte!
“Respira! – si dice – respira. Non pensare ad altro!”
È soddisfatto di se stesso. Darebbe qualunque cosa per non stare
vivendo questo momento, ma è soddisfatto di se stesso.
Il dolore si sta attenuando, ma non abbastanza. Gli occhi non possono fare
a meno di scivolare sulla sua immagine riflessa.
La faccia gonfia, la pelle ramata del suo popolo, aveva il colore della
Madre Terra dove era stato colpito. Il labbro inferiore spezzato sanguinava
ancora.
Si fissò negli cocchi, scuri come la notte.
No! Questa volta non aveva ceduto; Lui sarebbe stato contento, stava imparando.
Quanta strada, quanto dolore per arrivare fino a quel punto, ma ora era
giunto fin lì.
L’odore del sangue misto a quello della primavera che il vento porta attraverso
la piccola finestrella.
I raggi di un sole appena risorto dal sonno invernale disegnano giochi
di luce sulla sua fronte.
Lo stesso odore, la stessa luce di quando tutto era cominciato!
La strada percorsa a bordo di una camionetta a gasolio, la strada che lo
aveva portato verso la Città.
Quanto aveva desiderato andare in città, lasciarsi alle spalle la
bruttura della riserva.
Il volto di sua madre, così rattrappito nella serenità dell’alcool,
il fango nelle strade, la rassegnazione dipinta ovunque.
Sui muri, negli occhi dei bambini, nella terra stessa.
La rassegnazione, l’apatia, di un ferito stanco di lottare.
Ma lui non credeva di essere destinato a tutto ciò. Il suo sangue
era caldo, il suo spirito era giovane. Voleva vivere. Assaporare tutto
ciò che la vita può donare. Vivere ogni aspetto della sua
anima, così era partito.
Dall’alto di una collina aveva scorto le luci. Fredde, lontane e infinite.
Aveva visto le luci della città disegnare all’orizzonte la meta.
Una nuova stella polare da seguire per giungere alle emozioni!
Rombo di motori, clacson, grida dei venditori avevano accolto le sue orecchie.
Il calore dell’altoforno, l’umidità del monolocale avevano dato
il benvenuto alla sua pelle.
L’aroma delle mille diverse cucine misto all’afrore di mille razze avevano
invaso le sue nari.
Ma lui lì si sentiva vivo.
Aveva cercato con umiltà e coraggio di vivere tutto ciò che
la vita gli offriva.
Lì nella città e non nella riserva credeva di aver trovato
se stesso.
E soprattutto lì e non nella riserva aveva trovato lei.
Gli occhi bruciano, mentre una lacrima cerca di aprirsi un varco verso
l’esterno.
Le mani sbiancano, mentre insensibile al dolore delle ferite cerca di fermarla.
“no!” grida all’immagine di se stesso che lo guarda beffarda allo specchio.
È arrivato fin lì, e non può tornare indietro.
Ha capito i suoi errori e non è disposto a commetterli di nuovo.
Questa è l’ultima prova.
L’ultima prova prima di essere pronto. Deve affrontare il passato e non
piegarsi a esso.
Lei, com’era bella lei…
Conosciuta per caso, eppure conosciuta da sempre.
Avevano camminato insieme per tanti chilometri, per tante strade, per tanti
mesi.
Con lei finalmente aveva capito che per vivere doveva vivere le sue Emozioni,
interamente. Senza vie di mezzo.
Maledette emozioni!!
Erano state loro la sua rovina. Erano state loro a cancellare in un attimo
tutto quello che aveva costruito.
Era notte, una notte d’estate. Sembrava quasi fatta per essere il luogo
di una favola.
Quella notte anche le strade spoglie del suo quartiere sembravano viali
parigini. E lui camminava con lei. Mano nella mano. Ignari di tutto fuorché
di ciò che cantavano i loro cuori.
Ignari di tutto, anche di chi attendeva nell’ombra.
Un lampo nel buio, un coltello, pochi spiccioli. E la paura.
La paura, emozione così forte. Gli prese i muscoli e glieli strappò,
gli prese gli occhi e glieli chiuse.
Lo lasciò a terra impotente mentre l’ombra rapiva la vita di lei.
Provò a urlare, ma la voce non rispose.
Provò ad alzarsi, ma non c’era volontà.
C’era solo paura in lui, che bruciava il suo spirito come un ramo secco.
E da quel fuoco freddo, per un solo istante, per un solo attimo si sublimarono
tutte le sue emozioni. Tutto ciò che era in lui scomparve e rimase
solo un terribile e effimero istante di furia.
Un istante, era bastato un istante. Ma un istante giunto troppo tardi.
E la paura tornò.
Le sue mani lasciarono la presa, e il capo dell’uomo uscito dall’ombra
scivolo indietro.
I suoi occhi corsero a lei, alla linea scarlatta che brillava sul suo collo.
La paura esplose di fronte alla morte, e il terrore lo fece fuggire.
Non ci fu spazio per il dolore in quei giorni, non ci fu spazio per nulla,
se non per la fuga.
Via! Doveva fuggire. Via dalle emozioni, via dalla città dove le
aveva trovate via senza alcuna speranza.
Quanto aveva vagato in quei mesi, aveva cercato di ritrovare i propri passi.
Alla fine era tornato sui suoi passi.
A testa china, con lo spirito di chi è braccato era tornato alla
riserva.
Stava fuggendo, e tutti se ne accorsero.
Stava si fuggendo dai bianchi in divisa blu.
Ma soprattutto stava fuggendo da se stesso.
Nessun gli disse nulla, nessuno disse nulla ai bianchi che lo cercavano.
Nulla sembrava turbare la quiete di quel luogo.
Mentre i ricordi riaffiorano, mentre affronta la sua ultima prova, anche
il dolore sembra diminuire.
Ora che la memoria è arrivata a ripercorrere quei momenti, sente
di nuovo quella pace.
Quella pace che gli era stata mostrata la prima volta al suo ritorno alla
riserva.
La pace della bonaccia, quando l’aria e il mare sembrano congelati in un
eterno istante.
La pace del buio, caldo grembo materno.
La pace che vide negli occhi di quel vecchio in una lontana sera.
Sente ancora sulle labbra il sapore del whisky che stava bevendo.
Sente ancora sulla spalla la presa di quella mano rugosa e forte.
Sente ancora il rumore dei passi nella foresta, la lunga camminata nel
silenzio.
Sente ancora il silenzio che non fu mai rotto quella sera lontana.
O sì! Quella sera gli era stata mostrata la verità. Aveva
seguito il vecchio sciamano senza dire una parola.
Forse era stato intuito, forse il caso, forse solo la voglia di aggrapparsi
a qualcuno.
Aggrapparsi per non cadere nell’abisso delle emozioni che si agitavano
in lui .
Quanto erano stati nella foresta?
Forse giorni, forse settimane o forse solo fino all’alba. Non aveva importanza,
perché in quel periodo di tempo lui aveva compreso.
Erano stati seduti in silenzio davanti a un fuoco.
Aveva osservato il vecchio muoversi con una naturalezza divina. Lo aveva
osservato accendere il fuoco con alcune piante, aveva osservato il suo
sguardo farsi vago, fisso su orizzonti lontani.
Aveva visto la sua pelle fremere al canto del vento, il suo viso diventare
solenne come un’antica sequoia.
E piano piano aveva avvertito le sue sensazioni.
La terra sotto di lui, caldo grembo materno.
Il cielo immenso che tutto tocca e da nulla è toccato.
Gli alberi vivi intorno a lui, con le fonde levate in una continua preghiera.
E gli animali, le foglie, le pietre, gli altri uomini.
E di tutto sentiva la Presenza, finche tutto non fu una sola Presenza.
E la consapevolezza della Presenza si aprì in lui.
Tutto le apparteneva, tutto era parte di lei, niente poteva essere al di
fuori della presenza. E di fronte alla Presenza del tutto, il singolo scompariva,
cedeva il passo per inserirsi nel tutto.
Il Particolare non esiste, esiste solo l’Assoluto.
Esiste solo la Presenza.
E mentre il suo spirito si elevava verso la comprensione, cominciò
a percepire la pace.
Lentamente, man mano che si apriva alla Presenza, man mano che distruggeva
la sua individualità per offrirla all’assoluto sentiva cedere le
emozioni in lui, sentiva che il mare in tempesta che prima albergava nel
suo cuore, si stava calmando, asciugandosi lentamente nella luce dell’atarassia.
Finalmente quando aprì gli occhi scoprì di avere trovato
la pace. Nessuna emozione albergava più in lui.
Non si preoccupo degli uomini che lo avevano trovato.
Non mosse un dito mentre lo trasportarono via a bordo di un’auto.
Quante volte entrò in comunione con la Presenza, mentre attendeva
il processo.
Ogni volta, comprendeva qualcosa più.
Il giorno che le sbarre si chiusero dietro di lui per tre lunghi anni lui
non se ne preoccupò.
Aveva capito perché era lì. La presenza gli aveva donato
tre anni in cui prepararsi.
Prepararsi nello spirito alla missione che gli avrebbe affidato.
Tre lunghi anni in cui avrebbe forgiato la sua anima in una splendente
lancia di metallo.
Tre anni per divenire un Servo della Presenza.
Tre anni per sapere affrontare i nemici dell’assoluto.
Si allontanò dal lavandino. Non c’era più dolore, tutto il
suo spirito cantava per la presenza.
Si avvicinò alla finestrella e guardò fuori verso il mondo.
Sentiva che lì fuori la lotta era iniziata, presto sarebbe giunto
il momento di scendere in campo al fianco degli altri servitori.
Era pronto.
In lui, non più Desiderio, solo determinazione.
In lui, non più Distruzione, solo annullamento.
In lui, non più Discordia, solo obbedienza.
In lui, non più Sogno, solo una visione.
In lui, non più Enigma, solo certezza.
In lui, non più Ragione, solo fanatismo.
In lui, non più Destino, solo accetazione.
Era pronto.
E presto sarebbe stato libero.