SAPER CORRERE SULL'ORLO DI UN BURRONE
di Marco Oreste Mario Migliorini
Adesso dico che mi sono rilassato anche troppo. Quattro passi, un breve passaggio in barca. Attracchiamo davanti allo Sportski Center 25 maggio, barcarolo!, crepi l'avarizia! Oggi e' giornata di fiera!
MOMM si alza in piedi nel motoscafo per voltarsi verso la bella giornata d'agosto. Le acque della Sava sono grigie e gonfie di melma. Padre Danubio sostiene sulle sue spalle tutto il corpo e la storia dell'Europa. Davanti, attorno all'isola maledetta, i due fiumi si uniscono ai piedi della fortezza bianca, il kalemengad, sull'altra riva il grande parco, raso come un biliardo, e in mezzo il Palazzo del Partito, un gigantesco pezzo di domino svergognato dalle fiamme: splendido scorcio. Domani me ne vado alla fortezza. Davvero una bella città', Belgrado.
Dentro, MOMM, al lavoro!
Si passa prima dal bar del palazzo dello sport, una rakja mattutina per riprendere le buone abitudini e non dare nell'occhio.
La fiera occupa tutto il salone dei congressi. Dopo qualche tavolino posso stabilire che c'è più paccottiglia dell'altra volta. Dai e dai, le sconfitte si pagano fino in fondo, anche se non ci si accorge. Su quasi tutti i banchetti ci sono pezzettini dell'aereo invisibile abbattuto, in bustine di plastica. Qualcuno e' incorniciato con tanto di certificato d'autenticità'. In mezzo alla solita roba - anche se solo io posso definirla solita: a qualcuno di Psiche darebbe il voltastomaco.
Sciaboloni, fucilacci a catenaccio, baionette. Ninnoli, soprammobili, lampadari, libri, portafoto. Maniglie d'armadio. Posateria d'argento. Catenine d'oro. Vestitini da neonato. Fermacapelli, orecchini. Un bel tagliacarte d'avorio e un paio d'orecchini sul tavolo di signoretta serba con il fazzoletto in testa. MOMM e' miope ma l'occhio esperto non s'inganna. Incrostazione di sangue nella minuscola incisione intorno al vetraccio. Il sangue, sempre il sangue.
La maggior parte di questa roba e' arrivata qui con poca approvazione da parte dei precedenti proprietari. Le minoranze etniche non dovrebbero comprare vassoi d'argento. Se in dubbio, applicare la legge del più forte: possesso fa titolo, vero?
Non male questi orecchini. Quanto? Dodici marchi? Interessanti, non belli. A casa io comprare tre per prezzo. Quattro marchi.
Il mio serbo fa schifo, fortuna che lo posso parlare alla rumena.
Dieci marchi? Cinque e mi prendo altra cosa.
I venditori vicini seguono la storia, meglio non tirare troppo
la corda.
Nove, si'? Otto e anche quello... quello... (ma come diavolo si
dice tagliacarte in serbo? Mi butto:
"Popir-lomiti!"
Ridono. Affare fatto. Mi spiegano come si dice. Ottimo prezzo -
fare il simpatico con le lingue funziona sempre.
Tutto in un involto di giornale. Il tagliacarte e' di fattura molto
semplice, ma d'avorio naturale - l'anima del vecchio elefante aleggia anche
sulla capitale serba. Cerchiamo un pescetto. Un paio di signori brizzolati
seguivano la trattativa con troppa attenzione. Collo largo, testa tonda,
ben piazzati, jeans Diesel. Si direbbero rumeni. Un giretto.
Ci saranno ancora le signore di Königsberg-Kaliningrad che
vendono l'ambra?
Cerco. Cerca. Sembra di no. I signori brizzolati maneggiano qualche
candelabro, poi provano una bustina cetnica.
Contratto senza motivo per una pipa di schiuma usata. Mi avvicino. La solita voce mi bisbiglia qualcosa dentro la testa, dietro l'orecchio destro. La chiamo 'la voce del Pathos'. È solo il mio vecchio sesto senso femminile che pesca nell'Oceano del Pathos. La sento tutto il giorno anche se per lo più è solo un sussurro incomprensibile che mi accompagna. A volte urla - di rado, grazie a D-Istruzione. Quando parla chiaro l'ascolto sempre. Mi fa compagnia, mi spiega molte cose. Per adesso e' vaga. I signori maneggiano vecchi libri, album di foto. In mezzo al tavolo c'è una fila di baionette. Scosto un berretto cetnico e prendo il grosso libro illustrato su cui stava. Fuori formato, rilegato in rosso, in copertina un'allegoria della vittoria serba nella Grande Guerra. Potenza della propaganda. Molte foto, interessantissimo, davvero un bel pezzo - a parte tutto. Chiedo il prezzo che e' abnorme. Faccio un commento su una foto che ritrae dei militari rumeni. Il signore più vicino ci casca, interviene chiede il libro, glielo porgo gentilmente in rumeno. Chiacchieriamo. Solite vaghezze. E' ovvio che vengono da Timisoara e sono qui per fare biznes. Sembrerebbero perfetti: impaccati di soldi. E a me servono soldi, ad esser sinceri.
La vocina mi dice di lasciar perdere. Gli butto li'che sono ungherese
- lo stesso che dire ad un protestante dell'Ulster di essere un irlandese.
La cosa si raffredda, se ne vanno.
Mi provo la bustina guardandomi nello specchio a muro, alle mie
spalle noto i signori che si riuniscono ad altri che non avevo visto. Troppi
per fare un movimento: grazie, vocina, potrei chiamarti 'cautela criminale'
- c'è qualcos'altro, sul tavolo, vero?
Gli album di foto. Ne prendo uno distrattamente da sotto un cartelletto
scritto a pennarello: ratni, slika. Mi formicola la mano. Alzo gli occhi.
Dietro al tavolino ci sono due vecchi che parlottano, smettono, quello
che sembra il dettagliante mi volge un'occhiata d'assenso. Si sporge e
spinge avanti con un gesto complice alcuni albumini bianchi che erano dietro
agli altri. Quello tra le mani contiene istantanee di guerra - cetnici
che avanzano. Un tank che sguazza in un rio. Trincee sopra Sarajevo. Foto
e foto di ragazzi in mimetica o maglietta nera. Dietro al libretto c'è
il prezzo. Prendo con calma un album piu' grande, decorato con i personaggi
di Winny the Pooh.
"Proprio Winny the Pooh, Winny il serbo", penso appena sfoglio la sorridente facciotta del comandante Arkan. Arkan a Mostar, Arkan con il cucciolo di tigre, Arkan in un posto che non riconosco. Sono copie, una collezione di copie famose. Miliziani musulmani alzano barbute teste mozze. Mi formicola ancora la mano. Un soggetto diverso: il ponte di Mostar. "Lo ricostruiremo piu' vecchio di prima", si', bravi. Questa foto non dovrebbe essere qui. Sarebbero venti marchi per Winny the Pooh. Prendo un albumino bianco, mi sembra di avere sabbia, nelle vene della mano.
Le prime foto sono quelle di due ragazzi sdraiati in slip, calzini e maglietta nera. Non si vedono i volti, ma credo che gli non importasse più di essere fotografati seminudi, immobili per sempre nell'erba alta. Una fabbrica crivellata dall'assedio. Vukovar, direi. Stringo le labbra. Un cadavere baffuto, mutilo delle gambe sotto il ginocchio. Una testa mozza in primo piano, si vedono il pugno che la regge e la sigaretta che gli hanno messo in bocca. Dieci anni di questa merda, bravi, bene, bis. La vocina mi dice qualcos'altro. Che mi devo dare una mossa - che mi devo procurare un po' di soldi. Questo e' lo stomaco che parla, altro che vocina! Da una settimana siamo ridotti a mangiare insalata per risparmiare!
La fotografia successiva e' mossa. Salva di lanciarazzi su palazzina.
Ho visto numeri più divertenti a Beirut. Muovo le dita per sgranchirle,
la vocina parla chiaramente. <<..."E' un regalo dei miei fedeli ustascia:
sono venti chili di occhi umani".>> Ma non si annoiano? Nella foto successiva
due ragazze nude, sotto la pioggia, tra uomini con scarponi. Un calcio
si alza in uno scarpone. Salto le foto successive. Deglutisco bei bocconi
di ultraviolenza. La vocina e' diventata l'eco di Beethoven, suona ironica
come il sottofondo del primo livello di Doom. Cinquanta marchi ad album.
Li valgono tutti. Quello successivo. Appena lo tocco sento una scarica
gelida nella mano, sembra ghiaccio secco. Poi la sensazione scompare -
"bingo", dice la vocina. Apro sicuro circa a meta'. Delle polaroid. Una
casa che brucia. Una coppia di anziani - lui baffoni e zuccotto, lei gonnone
e fazzolettone. Nella foto dopo il gonnone e' a terra, il vecchio portava
le ciocie. La foto del simbolo dei cetnici C-C-C-C sulla stalla in mattoni
senza intonaco e sullo sfondo - mi avvicino per studiarmi il dettaglio
- oltre la stalla un ragazzo viene portato via. E' tutto nella foto successiva.
C-C-C-C, S-S-S-S, solo l'unità salverà i serbi. Il ragazzo
lotta tra tre uomini in nero davanti a un camion. Ci scommetto la testa
di Pantarkos che sono quelli del commando Smerdjakov. "X-COM: alien abduction",
la vocina e' come me, troppe ore a giocare al PC. Sulla foto ci sono delle
ditate. E io non ho i cinquanta marchi. Hai ragione tu, Voce di Catastrofe,
nulla cambia davvero se non si sa correre talvolta sull'orlo del burrone.
Rischierò coi rumeni.
Quando esco ho tempo di notare che la giornata è solo stupenda.
Stupenda. Basta. Il sole fa ridere soffici nuvoloni e un vento leggero
ne tempera l'entusiasmo. L'aria è perfetta...
sembra già 'na festa...
No, anzi, i miei passi sul lungofiume battono veloci. Al ritmo la Voce ricanta "I'm too sexy...". Right said Fred.
Ho dato ai romeni cento metri di vantaggio.
Kresimir mi aspetta più avanti con le bottiglie d'olio di
semi.
I'm too sexy for Milan
Un gesto alla tesa del mio cappello. Si avvia.
Accelero il passo.
I'm a model
You know what I mean
an'I make my detour
on the catwalk
on the catwalk
Yeah
Il borseggio è come un passo di danza.
Brutale, gentile, veloce oppure lento.
I'm too sexy
for my cat,
Mi ci dilettavo in passato, una specie di obbi.
Un teatrino in cui l'attore protagonista prende i soldi alla comparsa.
too sexy
for my cat,
Adesso a Belgrado ho un disperato bisogno di grano.
Vladi ha chiesto duemila per la telecamera.
Oh, pussy,
pussycat.
I romeni sono tanti, ma devo rischiare.
Il tassinaro con cui siamo appattati butta la sigaretta. Il lungodanubio
è passaggio obbligato per chi esce dalla fiera seguito da me.
I'm a model
Il romeno più grosso che è rimasto dietro al gruppo chiacchierando con la signora.
You know what I mean
Loro sono proprio dietro a Kreso al passaggio pedonale.
an'I make my detour
Scatta il verde, le bottiglie cadono a terra è un lago d'olio
on the catwalk
Kreso si dispera spinge "La dracu" "La dracu" i romeni si allargano si scansano
on the catwalk
La signora si appoggia a quello grosso. Anch'io.
Yeah!
La mia mano si ritira come una serpe. Mi ficco in tasca il portafogli
e alzo l'altro braccio.
"Taxi!"
Facciamo un giro e prendiamo Kreso nella traversa. Il tassista protesta
per le pedate d'olio, si becca cento marchi e cinquanta quando ci lascia
alla zona pedonale.
"Stuppido! Ciento e cinquaanta marca per lui! Cosa rimane annoi?"
"Kresimir, speravo che la mia compagnia giovasse al tuo italiano,
in ogni caso quando ci rivediamo a Zagabria ti farò lezione, soprattutto
la pronuncia va corretta."
"Idioota, io parla meglio se sono calmo ma addesso tu dato un mucchio
mucchio di ssoldi a l-uuomo del taxi e mi annervoso!"
"Innervosisco. Verbo incoativo. Andiamoci a bere una rakja. Eccoti
cento marchi per le piccole spese. Qui ce ne sono altri cinquecento per
il mio movimento. E ci sono dei travel sciec intestati ad un certo Matthew
Rollfullson - chissà dove diavolo li avevano presi..."
"Aah, sei stato fortunato, quei rummeni avevano un sacco sacco
di soldi. Allora stasera si fa come dici tu. Vladi ci aspetta alle quattro
per risposta."
Quando MOMM e il suo amico poliglotta arrivano nella sala da biliardo della città vecchia la giornata à riuscita a diventare un po' calda e adesso si comincia a stemperare verso una serata tiepida - perfetta per la rulett. Vladi sudacchia nella canottiera traforata, sveleggia un ventaglio spelacchiato.
"lo sai che da noi quella roba la portano le checche?"
"Volevo piacerti, bello", Vladi ci manda un bacino.
"Sei sempre convinto che la telecamera e il resto valgano due testoni?
Millecinque mi sembra prezzo più consono."
"Non ho capito ma millecinque poco. E lo sai, lo sai, italiano
stronzo. Occhè milleotto?"
"Mille e seicento e ti prendi questi bei travel sciec rubati."
"Travel sciec!" ride "Travel sciec rubati! Carta da culo, dove
uso in Serbia? Vado a Cosovo a comprare pizza da bersaglieri taliani con
piuma su cappello? Faccio quadro e appendo davanti alletto?" Ridono anche
i suoi - suda di più ma stiamo allo scherzo.
"Senti, grandissimo pagliaccio montenegrino, stai bene al circo
Barnum! Lo so che tutti i mesi mandi i tuoi soldi al Banco di Napoli di
Bari, non mi fare la vergine!"
Vladi ha un lampo di sospetto.
"Come sai tu di banca di Bari? La telecamera milleottocento marca."
"Io so io, grazi'a'DDio, stai tranquillo che i tuoi soldini non
te li tocca nessuno, finché ti fa da prestanome il fratello di un
deputato della Sinistra. Va bene milleottocento marchi, ti prendi i travel
sciec, mi dai le armi che ti avevo chiesto e mi presti un completo elegante."
"Šta?"
La sera è diventata nuvolosa, se va di questo passo se la sognano l'eclissi. Le regole per entrare al casinò sono poche. Eleganti, sempre calmi, pieno alla macchina, soldi per un panino e l'autostrada nel cruscotto, non firmare nulla. Comunque stasera il movimento è semplice. La Voce mi dice che è una cazzata e che non la farei se non fosse per il Pathos, per Rustavic. Entro nell'hotel dicendomi questo. Che lo ammazzerei con le mie mani.
Ci sono due guardaspalle all'entrata con metal detector, la Voce canticchia.
Non voglio farti del male
fratello mio
non credere
perché ho un coltello
in mano
e tu mi vedi quest'arma a
tracolla
Dentro al casinò c'è quasi silenzio, tra il brusio del gioco i primi suoni distinti sono quelli del cameriere che mi piomba addosso gentilmente. Gli do il soprabito e voglio in cambio una vodca.
e le bombe che pendono dal
mio vestito
come bizzarri ornamenti
collane di scomparse tribù
L'ora è quella giusta, la gente anche. Qualche colpo di slot mascin per scegliere l'uomo. No, meglio andare subito alla rulett. Fisc ovunque. Il signore barbuto in completo grigio dissemina pezzi intorno al trentatré. Una donna in taier predice che il prossimo è un dispari. Un tipo invece che è rosso. Perdono. Crupié e assistenti potrebbero fare le modelle, se non avessero anche il fisico che un uomo normale associa a un letto faticoso.
Le ragazze rastrellano senza rumore il castello eretto intorno alla
casella del trenta. Il signore in grigio ricomincia a metterci pezzi intorno.
Un ragazzo senza cravatta e la faccia da chierichetto arriva con dei drinc
e ne porge scortesemente uno alla donna del passe. Lei lo prende scorbutica,
non vuol che la si disturbi mentre butta il gettone sul nero, vero?
È tutto così semplice.
Chierichetto e taier stanno insieme - ci vuole un altro uomo, almeno,
autista guardaspalle similamico, ma in coppia non uscirebbero.
Una mano come un confetto allunga trecento marchi. L'assistente
con la treccia bionda restituisce le fisc prescelte. Bianche a spicchi
viola.
Mi faccio notare mentre cambio anch'io. Fingo di non capire che
cosa vuole l'assistente mora. M'impongo di distrarmi dai suoi globi abbronzati
fasciati dal cotone azzurro e getto un'occhiata seccata intorno - chi non
vede questo deficiente che non comprende che deve scegliere le fisc?
"Aaah! le fisc! Le rosse, no, le altre, so' milanista."
Rossse. Milanist. Talian.
"Avete capito, eh?" penso, "Sono pollo taliano in libera uscita."
La donna perde sul rosso: perfetto. Arriva la vodca e aspetto la
sua prossima mossa.
Lei due fisc sul rosso, io sul nero. Il mio uomo è una donna,
a quanto pare.
Rosso. Sorride.
Male malissimo, piccola, e l'imperturbabilità del giocatore
dove l'hai lasciata?
Il chierichetto alza la torre di Pisa sul sedici.
Donna ancora due sul rosso. Io nero.
Il trenta è circondato.
Nero...
Il movimento è così semplice. O si vince o si perde.
E quando si vince si esulta. E chi ha perso ti odia.
Prendo con soddisfazione le mie fisc.
La donna quattro, quattro fisc. Sul rosso.
"Eccoti, quattro, quattro banane, piccolo uomo scimmia!"
Io nero. Torre di Pisa su uno.
Nero...
È un lavoretto lungo, di mina.
Certo l'assistente bionda è veramente un gran pezzone di...
Quattro sul rosso? Io quattro sul nero.
NERO.
"Gira bene, eh? Gira bene! Dobre, dobre!"
Per adesso gira buono... Non puoi perdere, MOMM, non devi perdere
- almeno non così. Dio! quanto sono scorretto! Certe volte mi faccio
impressione da me...
La crupié mi getta un'occhiata di disapprovazione - è
la più pietosa: i vaffa degli altri quasi si sentono. Così
non devo neanche guardare: ci sono otto pezzi sul rosso.
Esce il rosso. Le mani della donna hanno un fremito di vittoria,
il chierichetto si china a sussurrarle qualche volgarità sull'italiano.
Che mette in campo nero sedici pezzi rossi a spicchi neri.
Non seguo il tavolo, un sorso salato di vodca con gli occhi sulla
crupié, che dichiara l'uscita del rosso - guardandomi per un istante.
Sguardo clinico.
Vorresti sapere dove voglio arrivare, bella? O ti stai solo augurando
che esca lo zero? Ma lo sai che sei veramente un gran pezzo?
Adesso devo guardarli negli occhi, gli occhi della sconfitta. Quelli
in taier sono marrone e brutti. I miei scivolano sorridendo sui trenta
pezzi - tre torri di Pisa tra le sue mani. Risalgono su quelle biglie marrone
in campo giallo. Ma che ti mangi, cara?
Mi sporgo inelegante sul tavolo, intralciando la costruzione del
castello intorno al trenta. Le biglie si sgranano quando trenta mie fisc
scivolano sul rosso - quando uno è scorretto è scorretto
sino in fondo, cara.
Esita. Il chierichetto gli dice di non mettere i trecento marchi
sul nero un istante prima del riennevaplu. Tardi e inutile contro due donne.
La donna ce li ha spinti e un'assistente li sistema col giusto rastrello.
La pallina vola con il solito zzzzzzzzzzzzzzzzz maiuscolo; che
diventa un ticchettio definitivo, per le fisc bianche a spicchi viola:
rosso.
È il trenta, per l'entusiasmo del barbuto in grigio!
Soddisfazione generale alla vittoria del signore del trenta, io
sistemo le mie colonnine rossonere. L'altro tipo non ha più fisc
e va a prendere da bere con una certa fretta. Io sento lo sguardo della
donna sul mio petto, sulle mie mani sensibili. Questo tipo di gioco è
semplice. Io penso che lei pensa che le mie fisc sono quelle che ha appena
perso - alchemicamente mutate di colore dalla magia della pallina, dalla
crupié col fisico da letto, dall'aria maledetta dell'estate maledetta
di questa Belgrado maledetta.
Continua il gioco delle parti. L'assistente con la treccia si divincola
nel vestito stretto per restituire al signore barbuto i frutti di carré,
cavalli e numero pieno, e mostra in profondità una scollatura entusiasmante.
Il signore ripaga lo spettacolo permanente con diverse fisc:
"Al personale!"
Si ringrazia. E si riprende a giocare. Io invece vado a bere. MOMM temporeggia. Al bar il chierichetto sta parlando con un uomo in lotta con una slot mascin. Ordino una birra - tra un paio d'ore mente lucida e riflessi scattanti. Io gli offro da bere.
Una banda di piccoli trafficanti serbi, squaletti arricchiti dal contrabbando di guerra, chiacchiera in pessimo inglese col mafioso taliano, assassino, ladro, rapinatore e baro che vive in Ungheria e lavora per il Pathos. Non sanno della clinica ALIVE, di Vladi che aspetta i soldi e Alex Gloom che si allena a scassinare porte a vetri e a far saltare in aria la clinica, non gli interessano neanche i ragazzi scomparsi e i ricconi malati con l'anima marcia. Pensano solo ai quattrocento marchi che credono di aver perso con me. Il chierichetto si chiama Dragan - dice; l'uomo alla slot mascin Zoltan - dice. Io mi dico che non mi frega una sega e adesso si riprende a giocare. La donna si chiama Zita quando mi vede tornare a braccetto con il chierichetto. Solo cambiamo tavolo.
Sempre rulett, sempre gioco rosso e nero.
Che teatrino, che dannato teatrino.
Io contro la donna, rosso o nero: senza l'uscita di uno zero i
soldi passano dall'una all'altro. Viceversa qualche volta, ma fa l'errore
di andare contro la rulett in tre occasioni consecutive.
"Mai andare contro la rulett!" aggiungo con un sorriso, concedendomi
di essere anche troppo odioso. Dragan annuisce con un ghigno. Per loro
sono Roberto, taliano stupido e solo a Belgrado, che a forza di fortuna
si sta prendendo i loro soldi. Anche la crupié di questo tavolo
sembra uscita dal servizio centrale di pleiboi.
Quando i miei amici cambiano per la terza volta vado in bagno annunciando
la mia ultima partita.
Mi rinfresco a lungo ed esco scagliando un'occhiata telescopica.
Colgo Zoltan che torna ad abbracciare la slot dopo aver confabulato del
mio destino con i suoi compari.
Taliano solo ha vostri marchi, si'.
Offro da bere e riprendo a martellarli. Finiscono assieme il mio
drinc analcolico, i loro soldi e la loro pazienza.
La crupié mi guarda accigliata cambiare i marchi e uscire
con i miei compagni di gioco.
L'istinto professionale le mormora un vago pensiero d'allarme che
non la riguarda.
La Voce riprende a cantare Battiato:
Non avere paura
perché porto il coltello
tra i denti
Mi seguono tranquilli tutti e tre. Sorridenti. Calmi. Ancora più soddisfatti quando esco già con il soprabito. Zoltan prende il suo giaccone dal guardaroba che si trova fuori, prima dei ragazzi col metal detector. Mi sanno disarmato.
e agito il fucile
come emblema virile
Scendiamo le scale discorrendo del tempo e di Belgrado. Del mio
lavoro di costruttore edile, di quant'è bella l'Italia. Ma che ne
sapete voi dell'Italia...
Andiamo verso il parcheggio isolato. Zita mi parla.
Non avere paura della mia trentotto
che porto qui nel petto
Deve essere adesso che Zoltan passa la pistola a Dragan, se si chiama così, che vuole prendersi la rivincita dei soldi in un colpo solo. Che si avvicina alle spalle del figlio di Fenice, la Nota pura di D-Istruzione, con tre passi.
Che lo sa e ne lascia fare solo due, si gira e gli va incontro dicendo qualcosa con un sorriso. L'idea di rapinarmi la inchiodo nella gola di Dragan con il tagliacarte. L'avorio non è rilevato dai metal detector e gli spacca il palato. La mia mano ghermisce l'automatica dalla sua mano liscia. Per non macchiarmi lo spingo via con l'altra mano, quella che non sguscia invece come una frusta a fare due squarci in faccia all'uomo della slot mascin. A colpire Zita alla base della schiena che cerca di scappare sui tacchi. Che trapassa il cranio del chierichetto col quarto colpo. La testa bionda col quinto chinandomi a prenderle la borsetta. D-Istruzione pura. Nessuno in vista, vado alla macchina nell'altra strada buttando la pistola, un cesso slavo. Avrò le armi da Vladi, nella borsetta ci sono documenti e chiavi, altri soldi. Adesso si ragiona. Soldi per mangiare, per Vladi, per entrare di soppiatto nella ALIVE e cominciare a fare qualcosa per fermare il traffico di organi.
Ragdoll, RAGDOLL!