LA
CITTA' ETERNA
di Paolo Lucchesi
Solo due candele rischiaravano il piccolo studio. Egli era chino sullo
scrittoio e la sua penna correva agile, tracciando parole su parole, quasi
febbrilmente. Ad un tratto si udì un leggero bussare, ma egli non
rispose, assorto dal suo lavoro. Con un sommesso cigolio, la porta alle
sue spalle si aprì.
“E’ molto tardi, Giuseppe”, disse la donna che era appena entrata. La sua
voce tremava leggermente.
“Lo so bene, Lorenza”, rispose lui, “ma la mia difesa ha bisogno di essere
raffinata in qualche punto.”
“Allora hai deciso...”
“No, Lorenza, non ho deciso. Non ho altra scelta.”
“Potresti fuggire... sei ancora in tempo”; dicendo questo lei gli si avvicinò.
La luce delle candele illuminò il suo volto.
“Si, lo so, e forse è proprio quello che loro si aspettano e desiderano.
Se io fuggissi, dovrei lasciare tutto quello che ho costruito nelle loro
mani, in modo che possano distruggerlo. Non ho intenzione di farlo.”
“Ma questo vorrebbe dire, per te, affrontare i tribunali pontifici.”
“Lorenza, mia adorata Lorenza, io comprendo quello che provi. Ma allontana
i timori dal tuo animo. L’inquisizione è ormai un ricordo, ed i
tribunali pontifici sono tenuti da uomini. Credi forse che affronterei
tutto questo se non fossi sicuro dell’esito del processo?”
“Marito mio, so che non è il momento per ricordarlo, ma anche tu
hai sbagliato, in vita tua. Ricordati della collana. Non potresti sbagliarti
anche questa volta?”
“No, Lorenza, non questa volta. Diversi esponenti della nobiltà
romana nutrono stima nei miei confronti, e ho predisposto le cose in modo
che la loro influenza sia ben sentita, durante il processo.”
“Ma ti è stata mossa accusa di Eresia. Non vedo quale amicizia ti
possa giovare.”
“Per questo ho impiegato sì tanta cura nel preparare la mia difesa.
So quali accuse mi verranno rivolte, so che esse principalmente riguarderanno
la mia affiliazione massonica, ed il mio esercitare le arti dell’alchimia.
So come rispondere ad esse, punto su punto. Ed ho fatto in modo che la
mia difesa venga presa nella giusta considerazione.”
Balsamo si alzò dalla sua sedia, avvicinandosi alla sua sposa, e,
tenendole una mano come per rassicurarla, continuò: “Rispondendo
alle loro domande spiegherò loro come la mia fama di alchimista
sia immeritata, nata da dicerie popolari prive di qualsiasi effettivo riscontro.
E le logge massoniche si stanno diffondendo in tutta Europa; non potranno
prendere nessuna decisione drastica in questo momento. Siamo in un momento
di difficile equilibrio politico, ed io ho intenzione di prendere ogni
possibile vantaggio da questa situazione. Non potranno far altro che farmi
firmare una parziale dichiarazione di abiura, quella che stavo preparando
proprio stasera, e lasciarmi libero.”
“E questa per te sarebbe una vittoria? Sarebbe preferibile ad una fuga?”.
“No, non sarebbe una vittoria. Qualcuno ha voluto mettermi in una situazione
difficile, e ci è riuscito. Questo è l’unico modo in cui
posso uscirne, se non a testa alta, conservando la mia dignità.
Ed è anche l’unico modo che mi permetterebbe di portare avanti i
miei disegni.”
“Lo sai, Giuseppe, mi fido di te. Ma ti amo, e non vorrei perderti. Abbiamo
condiviso un’intera vita... Può sembrare poco, ma per me è...”;
la sua frase rimase sospesa.
Per un attimo egli si soffermò a cercare di comprendere quello che
le parole di lei nascondevano, poi disse: “Stai serena, Lorenza, mia dolce
sposa. E non temere.”
“Che farai ora?”
“Devo ancora terminare di riscrivere le ultime dichiarazioni. Il mio lavoro
è quasi al termine. Attendimi desta, ti prego, poiché stanotte
ti vorrei amare.”
“Ti attenderò”, rispose lei e sorridendo si volse per sparire nell’oscurità
della stanza, verso la porta.
Il mattino seguente una carrozza trainata da quattro cavalli bianchi trasportò
Giuseppe Balsamo fino alle aule vaticane. Egli fu scortato all’interno,
seguendo corridoi dopo corridoi, salendo e scendendo scale. Il suo volto
era sereno, il suo sguardo sicuro, ma mentre i suoi passi attraversavano
quelle stanze, il suo animo iniziava a trepidare. C’era qualcosa di sbagliato,
in quel troppo lungo percorso labirintico. Ad un certo punto Balsamo fu
quasi sicuro di trovarsi fuori dagli edifici vaticani, in qualche altra
parte di Roma.
Finalmente quel tragitto, che iniziava a parere infinito, terminò.
Egli arrivò di fronte ad una porta e gli uomini che lo scortavano
si arrestarono. Uno di essi gli disse, quasi con una certa deferenza, di
entrare. Balsamo osservò per un attimo i volti di coloro che lo
avevano accompagnato fino a quel luogo, ed in essi vide imbarazzo, forse
anche una punta di terrore, ed un forte desiderio di allontanarsi da quel
luogo. Sentì per un attimo le gambe che gli tremavano, ma facendosi
coraggio, afferrò la maniglia in ottone ed entrò.
La porta fu chiusa alle sue spalle ed egli si trovò in una piccola
stanza. Di fronte a lui, su quattro comode poltrone, quattro persone lo
osservavano. Egli non conosceva nessuno di loro, ed essi non indossavano
abiti talari, ma ricche vesti di colore nero. Di fronte a loro era posta
una quinta poltrona, e quello che sedeva all’estrema destra fece cenno
di accomodarsi.
Senza dire una parola, Balsamo raggiunse il suo posto e si sedette. La
sensazione che aveva provato prima si faceva di momento in momento più
forte. Le cose non dovevano andare così. Tutto quello che aveva
supposto, tutto quello che aveva organizzato, si stava dissolvendo in una
nuvola di fumo.
L’innaturale silenzio che regnava il quella stanza fu interrotto dall’uomo
che occupava una delle posizioni centrali, che esordì dicendo: “Signori,
come ben sapete siamo qua per giudicare Giuseppe Balsamo, sedicente Alessandro,
Conte di Cagliostro, avventuriero, alchimista e fondatore dell’ordine della
massoneria di rito egizio.”
La sensazione di sollievo che provò Balsamo nel sentire quelle accuse
familiari fu di breve durata. Infatti subito dopo l’uomo riprese: “Ma non
sono questi i motivi per cui Balsamo verrà da noi giudicato. Egli
infatti è accusato di esser parte di una setta che esiste da secoli
ed ha come scopo il sovvertimento del potere temporale e spirituale di
Santa Romana Chiesa, e di ogni potestà in Europa e nel mondo intero.
Vuole pronunciarsi a questo proposito, Conte?”
Stupefatto da queste parole, Balsamo ebbe solo la prontezza di dire: “I
motivi di tale accusa mi sono ignoti, signori, ma posso assicurarvi, senza
desiderio di offendervi, che ciò che voi dite è completamente
falso.”
“Questo è quello che sostiene lei, Conte”, intervenne l’uomo seduto
alla sinistra, “Ma noi sappiamo quale è la verità. Noi sappiamo
che da sempre lei è parte di tale setta.”
“E inoltre, se posso continuare”, riprese l’uomo che aveva parlato prima,
“Giuseppe Balsamo è accusato, al pari dei suoi confratelli, di gravissima
eresia. Infatti è noto a tutti voi che essi negano l’Onnipotente
e venerano al suo posto sette dei o demoni, rappresentanti delle più
turpi passioni umane. Come vede, Conte, sappiamo molte cose su di voi.
Ritengo che sia inutile per lei negare.”
Per un attimo, sentendo quelle parole, Balsamo ricordò qualcosa,
forse un sogno avuto molto tempo prima. Un sogno in cui veramente sette
entità regnavano sulla terra. Ma fu solo un attimo, e subito dopo
egli si riprese dicendo: “Continuo ad ignorare completamente ciò
di cui voi parlate e a ritenere false e ridicole le vostre parole. Non
so chi abbia voluto danneggiarmi in tal modo, ma posso assicurarvi sulla
mia innocenza.”
“Forse il Conte non sta mentendo”, disse l’uomo seduto a destra, quello
che aveva invitato Balsamo a sedersi, “Forse davvero lui non sa e non capisce
ciò di cui stiamo parlando. Potrei anche credere, a questo punto,
che noi sappiamo su di lui molto di più di quanto egli stesso sappia”.
Il più anziano dei quattro, che ancora non aveva proferito parola,
disse di risposta: “Ciò può essere vero, ma non cambia assolutamente
la sostanza dei fatti. Che egli sia cosciente o incosciente, non ha importanza,
poiché le sue azioni, lungo tutto il corso della sua vita, sono
state sempre favorevoli alla setta di cui egli fa parte, e contrarie a
quello che noi sosteniamo. Credevamo, dopo la caduta di Costantinopoli,
di aver relegato i loro dei nell’oblio e di averli portati alla definitiva
sconfitta, ma ancora una volta ci accorgiamo che non è così.
Cagliostro ed i suoi confratelli, servitori, talvolta ignari, di padroni
dimenticati, rappresentano ancora il più grave pericolo che dobbiamo
fronteggiare. Egli forse ignora di essere un servo dell’ignoto, o forse
sta mentendo, ma questo a noi non deve interessare. Poiché egli
è servo dell’ignoto. E come tale va trattato.”
Il silenzio seguì le sue parole. Balsamo era incapace di proferire
parola, in parte per lo stupore destato in lui da quelle parole, in parte
per il terrore che lo stava attanagliando. La sua difesa, preparata in
lunghe notti insonni, era inutile, tutto quello che aveva creato nella
vita era inutile, forse la sua vita stessa era inutile.
“Nessuno di noi credo sia in disaccordo con le parole del nostro superiore”,
disse poco qualche attimo colui che era stato il primo a parlare, “Ed è
quindi chiaro a tutti, come lo era da principio, quale debba essere la
nostra decisione. Perciò ordino che Giuseppe Balsamo, sedicente
Alessandro, Conte di Cagliostro, venga imprigionato nelle segrete della
rocca di San Leo fino al giorno della sua morte.”
Erano passati sei mesi, dal giorno del processo. Balsamo languiva nella
cella chiamata “il pozzetto”, nella rocca di San Leo. Le tenebre gli erano
compagne, giorno e notte, poiché solo un flebile raggio di luce
filtrava dalla piccola finestra posta troppo in alto.
Da quel giorno aveva avuto molto tempo per riflettere e per sognare. Quale
scherzo del destino era quello. Proprio le parole dei suoi accusatori gli
avevano rivelato chi era veramente. Ed ora lui lo sapeva, ora sapeva la
verità, o almeno una delle molte verità. Ma adesso era completamente
inerme.
Ad un tratto udì una voce venire dalla piccola inferriata. Una familiare
voce femminile che lo chiamava. Egli rivolse la testa verso l’alto e rispose:
“Lorenza...”
“Mio sposo, volevo sentire ancora una volta la tua voce.”
“Come sei riuscita ad arrivare fino a qua?”
“Non è stato facile. Non so quanto potrò rimanere, né
so se e quando potrò tornare.”
“Sono felice che tu sia qui. Mi conforta il sentirti vicina. Cosa darei
per poter vedere il tuo volto...”
“Addio, Giuseppe...”; la sua voce era rotta dal pianto.
“Non è un addio... Non chiedermi quando, ma saremo di nuovo vicini...”
“Ma come...?”
“Non lo so... Ci sono molte cose che non so... e che solo ora si stanno
rivelando...”
“Si, hai ragione... ci incontreremo ancora...”
“Non sarà presto...”
“Sta arrivando qualcuno, devo andare...”
“Ti amo, Lorenza, mia sposa...”
“Ti amo...”
“Chi sei veramente, Lorenza?”
Non ci fu risposta.
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