RICORDI
Di
un tempo che forse fu
di Tiresia
Quanto tempo era passato dall’ultima volta che immagini e ricordi simili erano affiorati? Non so; è come se una coltre di tenebre si fosse stesa sulla mia mente, per un tempo indefinito e adesso, senza un motivo plausibile, riaffiorassero prepotentemente. L’inquietudine che mi pervade si trasmette a Jacopo. Non so dare una spiegazione, l’unica cosa che posso fare è cercare di ricordare e di raccontare… sì, raccontare a me stesso ma anche a Jacopo cosa sono quei ricordi così sfocati. Trovo in lui un interlocutore interessatissimo: è così curioso ed avido di sapere! La sua spensierata ignoranza mi commuove, non si cura delle conseguenze che un simile racconto potrebbe comportare. In questo momento per lui la sete di sapere va ben oltre ogni e qualsiasi avvertimento di pericolo. Del resto è anche giusto che sia così, glielo devo: lui ha tutto il diritto di sapere. Forse il racconto che faccio a lui altro non è che un parlare a me stesso e proprio in questo modo riuscirò a scoprire qualcosa in più. Quanto ci sia di veritiero, di realmente accaduto, e quanto invece sia frutto di una mia personale distorsione di fatti realmente accaduti nemmeno io lo so di preciso.
Brandelli d’immagini, suoni , voci, addirittura profumi di un tempo emergono a sprazzi nella mia mente.
Quasi presagisse l’origine dei miei ricordi da un po’ di tempo Jacopo si era gettato in lunghe ed appassionate letture storico/archeologiche: dagli studi delle civiltà dell’Era del Bronzo, alla religione e architettura degli antichi Egizi, per passare poi agli Etruschi, fino ad arrivare alla mitologia di Atlantide.
Quella sera la sua smania era particolarmente acuta, il suo disagio era palpabile.
Consumò velocemente, con poca voglia una cena dal sapore amaro, poi si mise in poltrona, davanti al camino scoppiettante, che con la sua vivacità sembrava quasi fare da contrappasso al suo umore. Affondò mollemente nelle morbide pieghe, fissando spaesato il fuoco. Intorno il buio e, se non fosse stato per il crepitio delle fiamme, una coltre di silenzio. In mano l’immancabile bicchiere di Caol Ila.
Un leggero torpore si stava impossessando del suo corpo, fu allora che m’insinuai nella sua mente, con delicatezza, alla ricerca di un contatto: stasera era tempo che venisse a conoscenza di alcune cose, ma anche che mi aiutasse in quella che era una ricerca che occupava tutto me stesso: ricordare.
Come un padre che cerca di parlare al proprio figlio, così io iniziai quello che in fondo sapevo sarebbe stato un lungo viaggio. Ma poi dove sta scritto che è il padre ad insegnare? Non è forse invece che ambedue le parti danno e ricevono?
“C’è stato un tempo, quando di preciso non so, in cui camminavo in mezzo agli uomini, senza un corpo. Come me molti dei miei Fratelli e Sorelle.
C’è stata anche una società che ha conosciuto questo periodo, il suo nome è ancora carico di un misterioso fascino: Atlantide. Non tutto di ciò che fu è svanito, molto è ammantato da un’impenetrabile nebbia, poiché così deve essere dopo quanto accadde. Ma quanto successe fu colpa di noi Note: noi creammo e noi distruggemmo quel sogno. All’inizio inconsapevolmente, poi, miopi e presuntuose, non ci rendemmo conto che la situazione stava andando ben oltre il nostro controllo, poi il collasso. Tardivo e sterile fu l’intervento di molti di noi: di quel magnifico progetto non ci restava altro che un cumulo di macerie, come monito per l’avvenire… già, l’avvenire, ma forse non abbiamo ancora imparato la lezione.Nulla nelle menti degli uomini era perturbato, poiché il Pathos permeava ogni e qualsiasi aspetto della vita e del tempo; non avevamo bisogno di un corpo, noi eravamo già dentro gli uomini come emozioni, non avevamo necessità di un corpo, loro ci sentivano e ci percepivano anche senza, in una parola ci vivevano.
La società perfetta era chiamata! Tutto sembrava realmente tale, saggiamente regolato dalle leggi di Solone.
Anch’io all’inizio ci credevo: non c’erano sprechi, solo la gioia del vivere, del dare e del ricevere emozioni. Con me molti fratelli e sorelle risiedevano in quel continente, nessuna ombra,si pensava, avrebbe potuto oscurare il radioso avvenire della civiltà.
Ma il tempo produsse una cosa che nessuno mai avrebbe potuto immaginare: la noia. Questa si portò dietro, quasi come una dote, la necessità di nuove e sempre più potenti emozioni per colmare quel vuoto che, giorno dopo giorno, si allargava sempre più nell’animo di ciascuno. Per questo bisogno ringraziare quel maledetto folle, tu possa essere maledetto, megalomane e tracotante di mio fratello Chimera. Lui e la sua maledetta magia tecnologica!”
Feci una pausa, riflettendo su quello che avevo appena detto.
Jacopo, inaspettatamente, venne fuori, attaccandomi frontalmente, trovandomi totalmente spiazzato.
“Stupido indovino! Stai criticando il medesimo aspetto di cui tu stesso ti sei macchiato, a qual ragione?”
Sì, era vero, Chimera aveva scatenato tutto ciò, ma io ero ugualmente colpevole: non ero stato in grado di fermare lui ed il suo progetto, non per paura, ma per miopia, forse avevo peccato d’ingenuità. All’inizio il suo progetto per togliere una buona parte del fardello delle fatiche dalle spalle degli uomini non mi aveva lasciato totalmente indifferente, ma nemmeno entusiasta.. Ero troppo indaffarato e preso dal misticismo del mio compito che non mi sfiorò nemmeno per un momento l’idea che un simile progetto avrebbe avuto poi tali conseguenze. Mi curavo solo ed unicamente di assaporare l’ebbrezza di quei momenti ed insegnare ai mie discepoli l’arte interpretativa dei segni, del dove e come ricercarli, per poi interpretarli.
Mi ammutolì, in fondo aveva ragione. Ma che coraggio! Anche se per ragioni e con fini totalmente diversi ambedue ci eravamo macchiati dello stesso crimine, è vero: pensare a noi stessi ed alla nostra gloria. Ci crogiolavamo nella beata presunzione, fieri di vedere le “nostre” creature godere dei piaceri che gli “concedevamo”, ignorando totalmente una realtà che, di lì a poco, ci sarebbe stata rilevata in tutta la sua drammaticità.
La sua reazione era più che giustificata, nel profondo del mio animo sapevo perfettamente che aveva ragione.
Le sue parole mi avevano scosso, profondamente, ed in me si era già insinuato l’embrione di una nuova e diversa visione dei fatti.
Dopo un lungo silenzio ripresi il mio racconto, anche se la convinzione di poco fa era svanita.
“Il tempo era sempre di più, ma anche il desiderio di riempire quei vuoti. Gli uomini ricercavano piaceri e passatempi sempre più numerosi e strani. Ma per avere dei piaceri bisognava dare qualcosa in cambio. Visto che il concetto di compra-vendita era pressoché inesistente l’unica merce di scambio prevista era la propria persona.
All’inizio noi non capivamo: pensavamo di fornire agli uomini tutto ciò di cui necessitavano, in primis le emozioni, ma adesso loro andavano a ricercarne di nuove. Noi procuravamo emozioni e ci nutrivamo delle loro, riflesse, filtrate e rivissute. Il loro comportamento ci confuse. Ancora non capivo perfettamente, anche se avevo già intuito la pericolosità dell’imboccare una simile strada. Invano tentai di parlarne con altri miei fratelli e sorelle, cercando di spiegare loro le conseguenze che un simile evento poteva portare: era una strada a senso unico, che avrebbe portato al collasso. L’unica parola che poteva rendere l’idea era : catastrofe.
Adesso, dopo così tanto tempo, penso che questa sia stata cercata, voluta, addirittura pianificata, almeno da alcuni di noi. O forse, inconsciamente, tutti noi l’ abbiamo voluta e cercata.
Uomini che vendevano i loro stessi corpi… ciò che gli offrivamo non era sufficiente. Alcuni di noi, allora, per cercare di risalire alla fonte di questa insoddisfazione, decisero di compiere un passo mai compiuto prima: scendere in carne ed ossa tra gli uomini! Camminare in mezzo a loro, vivere come loro, forse solo in questo modo si sperava di comprendere.
Ma il passo fu compiuto repentinamente, troppo, senza pensare alle immani conseguenze che ciò poi comportò: l’incontro tra due entità così diverse, un uomo ed una Nota. Troppe le differenze, incolmabili alcune distanze. Le menti di alcuni furono sconvolte, gettando molti di loro in un spirale di dolorosa pazzia sempre crescente, altri riuscirono talmente sconvolti che sprofondarono in un agonizzante silenzio, da cui non si risollevarono mai più. Quello che nelle premesse era un atto dettato dall’amore si trasformò in un danno più grande ancora di quello che volevamo risolvere.
Alcuni di noi, devastati dal dolore, si diressero verso un volontario esilio, altri rimasero, ma il peso di un simile errore fu un fardello che nessuno di noi riuscirà mai a scrollarsi di dosso.
Fortunatamente simili incidenti non mi accaddero…”
“Incidenti?!?” Ruggì Jacopo. “TU chiami incidenti lo spengere una vita umana, anche se involontariamente?”
In quel momento mi sentii come un nano al cospetto di un gigante. Era la prima volta, che mi ricordi, che una simile sensazione si impossessava di me. Avevo usato, involontariamente, un termine inadatto, non c’è dubbio, avevo offeso la sacralità della persona umana. Una lezione che non mi sarei scordato. E non a torto!
Jacopo si accorse di questo mio stato d’animo, il suo silenzio era eloquente; la sua rabbia lasciò il posto, lentamente, ad un rinnovato interesse per le mie parole, ma sempre vigile.
“Come stavo dicendo” ripresi un po’ affannosamente”le nostre energie, debitamente indirizzate erano tali a garantire la vita di Atlantide, ma la direzione impressa dall’incalzante progetto di Chimera sconvolse le gerarchie: adesso sembrava quasi che le nostre energie si dissipassero: avevamo costruito un alveo capiente per il fiume delle emozioni, garantendo una corretta irrigazione degli animi, poi però mille e mille canali laterali erano apparsi, deprimendo la portata, fino a perdere la capillarità di un tempo.
Non avremmo mai pensato, all’inizio, che avremmo dovuto affrontare un simile problema, impensabile, improponibile. Invece…..
Fu così che le fondamenta, prive dell’energia sufficiente a reggere i pilastri portanti cominciarono a scricchiolare e a dare sintomi di cedimento.
Ma non bastò: la cosa che lasciò esterrefatti me come molti altri, fu quello che provammo una volta che iniziammo a convivere in modo totale con voi. Inizialmente, come ti ho detto, si pensava che le emozioni, di cui ci nutrivamo, fossero un semplice riflesso. Come dire… eravamo abituati ad un determinato gusto; invece, una volta in voi, ci accorgemmo che così non era. Pensavamo che voi rifletteste in maniera “passiva” ciò che noi vi davamo, invece ciò che giungeva a noi era qualcosa di rielaborato: avevate sviluppato, senza che ce ne accorgessimo, una propria ed indipendente facoltà emotiva. Un vero schiaffo alla nostro animus ambizioso. Mi vergogno ad ammetterlo, ma fino a quel momento vi vedevo e vi vivevo quasi come un giocattolo: bello, prezioso, degno di rispetto, sì, ma pur sempre una sorta di passatempo creato per colmare quello che invece era il vero vuoto: quello dei nostri animi, non quello che avevate voi a causa del “tempo libero”. In realtà il vuoto era proprio dentro di noi, eravamo noi! La vostra ricerca di nuove emozioni altro non era che la conseguenza e la proiezione di quel gran vuoto che noi avevamo e ci portavamo dentro senza saperlo, o che volevamo ignorare. Voi non eravate la causa della fine di quel sogno chiamato Atlantide, eravate invece i giustizieri della nostra superbia e miopia!
Adesso, a distanza, ringrazio questo evento, visto inizialmente come nefasto, perché proprio grazie a questa lezione abbiamo imparato molte cose: Prima ci ritenevamo i maestri, adesso invece siamo allievi e maestri al contempo.
Ci avete insegnato il vero rispetto della persona umana. Può darsi che non lo si sia appreso a pieno, ma posso assicurarti che la vostra persona, la vostra vita, hanno un peso maggiore della nostra stessa esistenza. Voi siete i nostri figli e come dei buoni padri dobbiamo essere disposti a tutto purchè la progenie venga assicurata e che si possa tramandare il seme delle emozioni.
Noi abbiamo fatto il nostro tempo: vi abbiamo insegnato molte cose, adesso siete in grado di capire molte cose, di scoprirne altre da soli, ma ormai siete maturi per camminare da soli, senza il bisogno del nostro intervento diretto.”
“E’ questo forse un addio?” sussurrò Jacopo.
“No, non esattamente.” sospirai “Cambierà il tipo di rapporto. Ovunque ci sono emozioni c’è Pathos, ma ritengo che la nostra funzione “terrena” si stia esaurendo. Noi saremo sempre presenti ed al vostro fianco, ma non saremo più così facilmente reperibili, tutto qui. Diciamo che la nostra “parentesi” terrena è quasi giunta alla fine. Un tempo che mai dimenticherò, senza il quale non saremmo arrivati a capire tante e tante cose. E questo grazie a voi, solo ed unicamente a voi.” La mia emozione era palpabile.
“Non sarà facile nemmeno per me dire addio a tutta una serie di cose, ma è anche per il vostro bene che dobbiamo farlo: avete ancora molte potenzialità da realizzare, molti misteri da scoprire e campi da esplorare, ma se noi rimanessimo, influenzando direttamente e così pesantemente la vostra vita temo saremmo più un peso d’intralcio che non un aiuto. Non vi abbandoneremo di certo, troppi sono ancora i nemici e troppo deboli le vostre armi di difesa, anche se non dovete sottovalutarvi.
Non temere. In voi avete un embrione che si sta sviluppando e che vi porterà a compiere un passo importante nel vostro cammino di crescita, ma tutto a tempo debito.”
Il silenzio scese tra di noi, ognuno perso nei propri pensieri e preoccupazioni.
“Hai parlato di Atlantide… dimmi di più.”
“Presto, molto presto saprai, non temere.”Ho pensato molto a quanto accaduto quella sera in quella stanza. Adesso, anche nel mio regno, alcune cose sono cambiate: hanno ripreso consistenza cose e ricordi che erano avvolti dalla nebbia. Più giorni passano maggiori cose tornano a me ed io ho il dovere di cederle agli uomini, questo è il mio compito.
Non partirò, ma tornerò.