Pissi Pissi Bao Bao

di Flavia Fiocco


Mt.4
Gesù fu quindi condotto nel deserto per essere tentato dal Diavolo.
E dopo che ebbe digiunato per quaranta giorni e quaranta notti ebbe fame.
E il Tentatore venne e gli disse: “Se tu sei figlio di Dio dì a queste pietre di diventare pagnotte di pane”.
Ma rispondendo egli disse: “Sta scritto: non di solo pane vivrà l’uomo, ma d’ogni parola che procede dalla bocca di Dio”.
Allora il Diavolo lo menò seco nella città santa lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se tu sei il figlio di Dio gettati giù; poiché sta scritto:
Egli darà ordini ai suoi angeli attorno a te,
che talora tu non urti col piede contro una pietra”.
Gesù gli disse: “Egli è altresì scritto: non tentare il Signore Dio tuo”.
Nuovamente il Diavolo lo menò seco su un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: ”Tutte queste cose io te le darò se, prostrandoti, tu mi adori”.
Allora Gesù gli disse: “ Va’, Satana, poiché sta scritto: “Adora il Signore Iddio tuo ed a lui solo rendi il culto”.
Allora il Diavolo lo lasciò; ed ecco degli angeli vennero a lui e lo servirono.

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“Caldo, nevvero?”.
Il tono era ironico, certo che faceva caldo nel deserto.
“Sete?”.
Snervante, col caldo e la sete e la fame avere anche un rompicoglioni che te lo ricordava continuamente non doveva essere facile.
Quaranta giorni! Erano Quaranta giorni che se ne stava nel deserto e non mangiava né beveva (o almeno era quello che lui credeva), questo tizio era di ferro, ormai ero costretto ad usare i miei più puerili espedienti per irritarlo.
L’importante, comunque, era che non tornasse dai suoi amici, quella setta di vegetariani nulla facenti rintanata  nelle grotte presso la città, quei capelloni fissati con la pace e l’amore fraterno, probabilmente si dedicavano anche al culto di qualche fungo allucinogeno, drogati!
No, doveva continuare la sua predicazione, era stato anche battezzato da quell’altro pazzo, quello che mangiava miele e locuste e urlava nel deserto che tanto non lo stava a sentire nessuno, quello prima o poi farà una brutta fine, te lo dico io.
Ma tornando al mio nazzareno tutti i segni me lo indicavano come il Messia, il Liberatore, l’Unto del Signore.
Dovevo insistere, non dovevo arrendermi, Lei non me lo avrebbe perdonato.
“Ma non ti annoi? Sempre solo, senza nessuno con cui scambiare quattro chiacchere, con l'unica compagnia le lucertole...E me, ovviamente!”.
Ormai  non rispondeva nemmeno più alle mie banalità, se ne stava seduto su un masso e faceva scorrere la sabbia giallastra tra le mani, clessidra umana. Doveva pesargli il tempo, macigno doveva essergli la solitudine, ma non aveva scelta, doveva prendere una decisione, ci avrei pensato io a fare in modo che fosse quella giusta, non La avrei delusa.
“Sono stanco, sono sporco, voglio tornare nel fresco delle grotte, fare le abluzioni di rito, parlare con i miei amici, bere e mangiare.
Sono stanco”.
La testa ciondoloni sul petto, la schiena piegata e sulla tunica larghe macchie di sudore.
No! Ma che stava dicendo, avevo esagerato? Non era questo lo scopo, non dopo tutti questi giorni, non dopo tutto questo lavoro, tutto coincideva, tutto era rientrato nelle sue caselline, certo una piccola imprecisione con la data, ma in fondo quello era un peccato veniale.
E pensando a me che mi scusavo per un “peccato veniale” con Lei mi misi a sorridere sotto i baffi.
Uno scatto d’orgoglio lo attraversò, schiena ritta e testa alta, ecco, bravo, è così che ti voglio non come quel sacchetto d’ossa rassegnate di poco prima.
“Ridi? Pensi di aver vinto? No, non tornerò da mio fratello Giacomo ad elemosinare un perdono che non sono io a dover chiedere, dimostrerò che gli sono superiore, che è lui in errore”.
Bene, involontariamente lo avevo rimesso sulla buona strada, il fratello della mia Signora, Colui che è Trino, mi stava aiutando, certamente non volendo, su questo ci avrei scommesso la coda.
“Ma tuo fratello riderà di te, non sei che un ragazzino ribelle, pensi di essere migliore di lui? Di Isaia, di Enoch? Ti senti così superiore ai profeti?”
Ce la potevo fare, bastava dargli un poco sicurezza, conoscevo bene il tipo, più c’era da contraddire più si intestardiva.
“Ma chi sei tu per dirmi che non sono il figlio di Dio, li hai visti i segni, mia madre è la Vergine, la Stella mi ha riconosciuto, i Magi venuti dall’Oriente mi hanno riconosciuto, ho cambiato l’acqua in vino, Giovanni mi ha battezzato e mi ha riconosciuto suo superiore, lo Spirito Santo si è posato su di me, cos’altro vuoi? Sono Quaranta giorni e quaranta notti che mi tormenti! Ho fame! Ho sete!”
Iniziava a non reggere più la tensione, bisognava che velocizzassi le cose.
Nel mio Vero Aspetto le ali sono la parte più appariscente di me, quella di cui vado più fiero, quella che fa più effetto sui poveri di spirito.
Quella volta però le ali mi servirono anche nella pratica e presolo per le spalle mi sollevai in volo con lui, nel cielo azzurrissimo della Palestina, terso e senza nubi, lo portai in un campo pieno di pietre e indicandole gli dissi: “ Se veramente sei quello che dici di essere transmuta queste pietre in un pasto degno di te e sfamati”.
Devo ammettere che in quella situazione fui parecchio carogna, certo ero io che quando dormiva faceva in modo che si nutrisse senza saperlo, non sarebbe sopravvissuto un solo giorno nel deserto con quel fisico che si ritrovava, dovevo istillare in lui l’idea della sua superiorità, fargli veramente credere che fosse  il figlio di Dio, quello che ne sarebbe seguito serviva ai piani imperscrutabili della mia nuova Signora.
Rispose come meglio non avrei fatto io stesso, imparava bene, il ragazzo.
“Non di solo pane vive l’uomo, Tentatore, ma della parola di Dio!”.
Ma come si ergeva bene, come faceva bene la predica, ottimo, dovevo insistere, era quasi cotto a puntino.
Lo sollevai di nuovo e non si ribellò, finalmente non mi temeva più.
Un bel voletto fino alla città che sarà detta la tre volte santa, il tetto del tempio appena riedificato era la nostra meta.
Con le gambe penzoloni dal bordo guardava sotto, io alle sue spalle avrei potuto buttarlo di sotto con un movimento pigro della gamba.
“Se sei veramente chi dici di essere buttati giù e fatti salvare dagli angeli, perché è scritto che saranno mandati a proteggere il Messia affinché nulla gli faccia del male”.
Dal bordo della terrazza, pericolosamente in bilico, girò il volto verso di me e mi guardò con calma, la sua vita nelle mie mani, e rideva, non aveva più timore, ed io ne ero felice, la fiducia in sé stesso cresceva.
“E’ anche scritto: non tenterai il Signore Dio tuo”.
Si stava veramente convincendo, niente sarebbe potuto più andare male, ormai mancava solo l’ultima spintarella e avrebbe gioiosamente preso la strada per il martirio.
Stando attento a non spingerlo, sai che guaio, lo presi di nuovo per le spalle e ritornammo in volo, sulla montagna più alta, sull’Ombelico del Mondo, l’unico lembo di terra che non venne ricoperto dal Diluvio: il Golgota.
Mi posai nel punto in cui erano sepolte le ossa del Primo Uomo, nel punto in cui sarebbe stato piantato il Palo dell’Agonia e il suo sangue avrebbe imbibito il terreno, da lassù riuscii a fargli vedere i potenti imperi, le fiere città del mondo, le ricchezze immense; questa sarebbe stata la più dura delle prove, ma ero sicuro che l’avrebbe passata, ormai era veramente il Figlio di Dio.
“Inginocchiati e adorami, alza idoli alla mia immagine e tutto quello che vedi sarà tuo, rinnega il tuo retaggio e in terra avrai tutto”.
Certo della mia vittoria mi ero un po’ lascito andare, forse gli avevo fatto vedere troppo, stava esitando, aveva un certo sguardo di cupidigia...No, la certezza della ricompensa futura, il posticipare il piacere glielo rendeva più desiderabile, avrebbe rifiutato la mia offerta, avevo vinto.
“Hai perso, Satana, va adesso per la tua strada, poiché sta scritto: non avrai altro Dio all’infuori di Me e a Me solo renderai culto!”.
Mi allontanai velocemente con la coda tra le gambe, la sua figura esaltata stagliata sulla cima del  monte seguiva la mia disfatta, ma appena non fui più in vista la mia risata chiaffeggiò a lungo le valli del regno di Israele.
Poiché io sono Discordia di Discordia e questa mia vittoria la dedicherò alla mia nuova Signora.


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