PAROLE SULLA PUNTA DELLE DITA
di Nella Portieri e Lazar Jakovic
Sabato, 16 Ottobre 1999 - Roma
Egregio signor Jakovic,
Dopo aver saputo dai media del disastro alla Clinica del dott.
Vodika mi permetto di scriverle personalmente.
Per giorni ho tentato di mettermi in contatto con lui, ma i telefoni
non funzionano e le mail che gli ho mandato non hanno ricevuto risposta.
Ho letto solo dopo dell'attentato alla clinica e del massacro compiuto.
Sono molto addolorata per la scomparsa del dottore che consideravo
il mio secondo mentore.
Egli mi teneva informata dei suoi progressi in campo medico ed
io lo aiutavo, con le mie modeste capacità, in campo psicologico
e psichiatrico
Spesso infatti succedeva che, a seguito dell'intervento, qualcuno
dei suoi pazienti avesse bisogno di appoggio terapeutico.
Ultimamente, forse proprio appena prima della sua tragica scomparsa,
ho ricevuto da lui la richiesta di esaminare il suo caso.
So che lei è stato oggetto di un trapianto speciale e Vodika
me ne parlava come di un suo grande progresso.
Nell'ultima lettera che ho ricevuto, però, esponeva anche
qualche perplessità sugli aspetti psicologici dell'intervento e
mi forniva il suo indirizzo, invitandomi a parlare con lei.
Probabilmente, se ne avesse avuto il tempo, lui stesso l'avrebbe
invitata a collaborare con me.
So che dal punto di vista fisico lei sta bene, ma Vodika temeva
che qualcosa turbasse il suo equilibrio.
Nel caso lei pensi che io possa esserle utile, sarei ben lieta
di discutere dei suoi problemi.
Cordialmente
D.ssa Isabela Fuentes Carabella
Domenica, 17 Ottobre 1999
Gentile dottoressa Carabella,
so di dovere la mia sopravvivenza alla grande professionalità
del dott. Vodika e mi ha rattristato molto apprendere della sua morte.
Ancor di più mi rattrista pensare che forse quel che è accaduto
alla clinica Alive è legato proprio alla mia presenza in quel luogo,
anche se non avrei mai creduto possibile che l'UCK riuscisse ad arrivare
fin lì. Esprimo a lei, come sua collaboratrice, le mie condoglianze.
Tuttavia devo ammettere di aver conosciuto ben poco il dottore.
Il tempo che ho trascorso all'Alive è stato lungo, ma quello che
vi ho trascorso in modo, diciamo così, consapevole è stato
veramente breve. Con il dott. Vodika ho potuto scambiare solo poche parole,
prima di essere trasferito dove mi trovo adesso.
Perciò non ho avuto occasione di apprendere da lui l'esistenza
di una collaboratrice, né quella di un comune maestro, al quale
dovrei estendere la mia gratitudine. Mi sembra anche strano che il dottore
abbia potuto parlare del mio caso con una persona esterna, ma suppongo
che prima di farlo abbia informato i miei, diciamo, superiori. Nel ringraziarla
per il suo interessamento, le chiedo di specificarmi se e come è
stata autorizzata a contattarmi, anche se questo indirizzo di mail
non può esserle stato dato che da Vodika o da qualcuno dei miei
custodi.
Nel frattempo sappia che non potrò parlare con lei e che
non lascerò traccia di questo scambio, e la prego di fare altrettanto,
la mia posizione è molto delicata, deve capire. Quindi la saluto
e chiudo.
Tuttavia, vorrei aggiungere, sono molto confuso. Lei certamente
saprà che durante la guerra sono stato ferito gravemente alla testa.
Pare che il mio cervello sia stato seriamente danneggiato e che io fossi
clinicamente morto. Ma il dott. Vodika ha eseguito un intervento sui tessuti
danneggiati, forse qualcosa tipo una plastica ricostruttiva, con
i suoi metodi innovativi e rivoluzionari. E pare che tutto sia andato bene,
così dicono. Sono vivo, no? È vero, fisicamente sto bene
e mi sto riprendendo in fretta.
Ma quelle fitte lancinanti alla testa, quel senso di... Ecco, ora
sto continuando a parlare con lei, e non dovrei. Ora mi sto quasi fidando
di lei, un nome che non conosco, un nome su un monitor, e non dovrei.
Ma sento l'impulso a dire a qualcuno, che non cominci subito a
guardarmi con aria sospetta, quello che provo.
Da quando sono uscito completamente dal coma, sono confuso.
Parlo alla psicologa, quale spero che lei sia davvero. Vuole che
le dica alcuni sintomi? Ho perso alcuni miei ricordi. Per esempio
non riesco a ricordare il mio primo giorno di scuola, e nemmeno il
volto di mia sorella. E fin qui mi hanno già spiegato che è
normale, dopo un intervento così delicato, no?
Ma ho altri ricordi, che non mi appartengono. Non mi crederà,
ma mi vedo passeggiare per Pisa, (so riconoscere la torre e la piazza dei
miracoli).
IO NON SONO MAI STATO IN ITALIA.
Quello che mi sta capitando sembra più un fenomeno paranormale
che un escursus post operatorio.
Non rida di me.
Mentre leggevo in rete la rassegna stampa mondiale sulle atrocità
che giornalmente vengono compiute contro i miei fratelli serbi in Kosovo,
tra gli altri sono capitato su giornali italiani. Mi sono accorto di essere
in grado di leggerli, di capire la lingua. Io non ho mai studiato l'italiano!
Sono come quelli che si dicono posseduti dal demonio e cominciano a parlare
in aramaico?
Mi rendo conto ora che mi sto confidando con una sconosciuta. Il
mio impulso è quello di cancellare tutto e spegnere il computer.
Ma c'è un altro impulso contrastante, che mi spinge a portare
rapidamente il cursore verso la casella send.
Lazar Jakovic
Domenica, 17 Ottobre 1999 - Roma
La ringrazio per le condoglianze, la perdita del dott. Vodika è
una perdita incolmabile per la scienza medica e per il progetto.
Non ho chiesto nessuna autorizzazione, in realtà non sapevo
nulla di questa necessità.
Il dottore mi inviava solitamente i dati medici anonimi dei suoi
pazienti. Anche nel suo caso ricevetti i dati del trapianto, ma il suo
era un caso molto particolare, Vodika aveva usato una tecnica innovativa
non ancora sperimentata a fondo.
Avevo solo i dati fisici, età, statura, peso, segni vitali.
Solo pochi giorni fa mi scrisse pregandomi di mettermi in contatto
con lei, fornendomi il suo nome e l'indirizzo.
Non era la prima volta che succedeva: ho seguito per conto del
dottore alcuni pazienti dopo l'uscita dalla clinica.
Ho esitato qualche giorno a scriverle solo perchè non riuscivo
a contattare Vodika.
Lei accenna ai suoi custodi. Immagino si tratti di infermieri o
medici.
Ma non sapevo proprio di dover chiedere autorizzazioni a qualcuno.
Pensavo anzi che il dottore l'avesse avvertita.
Forse non c'è stato tempo. Forse quei criminali hanno fermato
la sua vita prima che lui potesse farlo.
Comunque non capisco.
Se ha bisogno di assistenza non vedo perchè non possa averla.
L'operazione che ha subito è piuttosto delicata e l'intervento
di uno specialista in psichiatria e psicologia è più che
normale in casi anche meno speciali del suo.
Se c'è bisogno di qualche permesso, mi dica, lo chiederò
al più presto. Le mie credenziali sono tali che nessun medico potrebbe,
in coscienza, negarmelo.
Considero inoltre un mio preciso dovere professionale seguire le
indicazioni del Dottor Vodika, tanto più che ora lui è scomparso.
Ma veniamo al suo caso.
Una parte della sua corteccia cerebrale laterale era seriamente
compromessa in seguito alle ferite riportate.
Le funzioni vitali erano praticamente assenti.
Vodika ha eseguito sui di lei qualcosa di più di una semplice
plastica ricostruttiva.
Si è trattato dell'inserzione di "sfoglie" di nuove cellule
cerebrali espiantate da un donatore.
Era una operazione complicata e difficile. Ma per sua fortuna,
perfettamente riuscita.
È quindi piuttosto normale che ora abbia ancora qualche
fastidio.
Se si tratta solo di fitte alla testa, quelle sono una conseguenza
delle microsuture che sono state eseguite durante il trapianto.
Fra un paio di mesi non sentirà più nulla.
Comunque, nel caso le fitte si facciano troppo forti può
prendere un analgesico a base di FANS, qualsiasi medico è
in grado di prescriverlo.
Per quanto riguarda il resto...
Mettere a proprio agio le persone fa parte del mio lavoro.
Se non fosse così non potrei mai riuscire ad entrare nella
loro psiche per aiutarli.
Sono abituata ad ascoltare i problemi e le paure dei miei pazienti,
anche quelle che pensano di non poter dire a nessun altro. Se fosse nel
mio studio sarebbe più facile, ma possiamo provarci anche così,
per incominciare.
La mancanza di alcuni ricordi è nella piena normalità.
Lei ha subito una notevole distruzione cellulare nella zona temporale.
L'intervento non ha potuto ovviamente ricostruire le cellule distrutte
e con esse probabilmente sono andati persi frammenti di memoria.
Potrebbe non ricordare alcune cose anche salienti, ed invece ricordarne
altre del tutto insignificanti: non sappiamo molto del reale funzionamento
del cervello. Ma sappiamo che la distruzione di cellule comporta sempre
la perdita di dati memorizzati.
Parliamo invece dei ricordi che lei sostiene non essere suoi.
Cerchiamo di ricostruire insieme i frammenti.
Credo che questa sia la via per ricostruire la sua Psiche. Non
tema di sembrare ridicolo.
Non è mio costume ridere di ciò che mi viene raccontato
dai pazienti.
Io non giudico mai. È uno dei principi di base del mio lavoro.
Cerchiamo piuttosto di analizzare insieme le sue sensazioni.
Vedrà che troveremo una spiegazione.
Le capacità del cervello umano sono ampie e poco conosciute.
Forse l'intervento ha risvegliato qualche capacità sopita
o qualche conoscenza inconscia.
Lei non ricorda molte cose della sua vita precedente.
Può essere certo di non aver mai passato qualche giorno
in compagnia di italiani?
Forse le nozioni che ora lei dice di conoscere erano semplicemente
immagazzinate in modo latente ed ora, a causa del trauma, stanno emergendo.
Non abbia paura di farle emergere: solo ciò che è
nascosto può turbare la mente.
E soprattutto non pensi a sciocchezze come la possessione...
Vede, lei in realtà ha paura di ciò che non conosce
di se stesso, ma nello stesso tempo vorrebbe sapere. Per questo ha due
impulsi contrastanti. Cerchi di non avere paura.
Immagini che ci sia io a tenerle la mano ed a guidarla nel cammino.
Questo sarà il mio compito, se lei me lo permette.
All'inizio forse sarà difficile, ma, man mano che i ricordi
emergeranno, sono certa che lei si sentirà meglio e potrà
riprendere il suo posto nella sua famiglia e nella vita.
Spero di risentirla presto
D.ssa Isabela Fuentes Carabella
Lunedì, 18 Ottobre 1999
Gentile dottoressa,
pur con tutti i dubbi che nutro sulla regolarità, e sulle
finalità, di questo contatto con lei, debbo confessarle che le sue
e-mail sono per me uno spiraglio di luce in un giornata scura. Se dovessero
togliermi anche questo, non avrei appigli a cui aggrapparmi. Quindi è
meglio che, per ora, lei lasci perdere la richiesta di autorizzazione;
è stata autorizzata dal dott. Vodika.
Quelli che ho definito custodi non sono esattamente né medici
né infermieri, perché il posto in cui mi trovo non
è esattamente un ospedale.
Non ci pensi, lei non può capire la mia situazione.
Ma non si preoccupi, qui ho quel che serve per la mia salute e c'è
anche un medico (militare, ma comunque medico) che si occupa costantemente
di me, forse anche troppo.
Mi è stato concesso l'uso di un computer collegato in rete
per permettermi di documentarmi sulla situazione nell'area balcanica
(vorrei riprendere al più presto la mia attività di, come
dire, consulenza politico militare che, a quanto pare, è ritenuta
preziosa ad alti livelli), ma anche per tenermi in contatto con i miei
superiori che, per motivi di sicurezza, preferiscono evitare trasferte
pericolose. Ma non credo che verrebbe tollerato un mio contatto con
persona estranea. Per questo fingo di prendere i tranquillanti che mi somministrano
regolarmente e, nei momenti in cui sono lasciato finalmente da solo perché
considerato dormiente, posso dedicarmi a questa chiacchierata con lei.
Devo pagare un prezzo per questi momenti di libertà, il
prezzo di una notte insonne ma ugualmente popolata da incubi. Ma sono pronto
a sopportarla, per l'opportunità di parlare con una persona che
si interessa a me per quel che sono, e non in quanto simbolo di un
qualche cosa.
E non sono nemmeno sicuro che ciò sia vero. Ma mi piace
pensarlo. Ho bisogno di pensarlo.
Un avvertimento, non si stupisca se riceverà una mail troncata
o, per così dire, senza saluti. Se dovessi sentire passi che si
avvicinano a quella porta, sarei costretto a spedire e chiudere istantaneamente.
Mi scusi.
Apprendo da lei che, pur essendo venezuelana, vive in Italia, a
Roma. Se conosce bene la lingua, potrebbe per favore a scrivermi
qualche frase in italiano?
Vorrei provare, chissà...
Le confermo comunque di non essere mai stato in Italia e
di non aver mai frequentato italiani. Sono ancora confuso, è vero,
mi manca qualche pezzo della mia vita. Ma nel complesso sono me stesso,
sono sicuro di quasi tutto, sono pieno di ricordi, di me e della mia vita,
anche di quelli che preferirei forse dimenticare.
Il problema è che ne ho TROPPI, ne ho ALTRI, che non mi
sembrano nemmeno coerenti con quel che è Lazar Jakovic. Forse ha
ragione lei, il trauma.
Ma Pisa ... oggi ho visto una foto della famosa Torre, e sono stato
travolto dalla nostalgia! Non è...
Devo salutarla. Mi scusi ancora.
L.J.
Giovedì, 21 Ottobre 1999
Caro Lazar,
Sono abbastanza perplessa.
Da quel che dice pare che lei sia più un recluso sotto stretto
controllo che non un paziente in convalescenza dopo un intervento complesso
e molto rischioso.
Questo non è certamente producente per le sua condizioni
di salute.
Anche i tranquillanti non mi sembrano particolarmente indicati
nel suo stato. Eviti di prenderli, se possibile perché potrebbero
peggiorare il suo stato emotivo.
Se la sua perfetta ripresa fisica e psichica sta così a
cuore a coloro che l'hanno in cura, lei dovrebbe poter disporre di assistenza
di primissimo livello.
E non mi sembra che sia questo il suo caso.
Per quanto anche a me la situazione non sembri completamente reale
( è la prima volta che lavoro con un paziente via e-mail) c'è
qualcosa in lei che mi appassiona e mi spinge a scavare, a conoscerla in
profondità. Sono sicura che la soluzione è lì.
Come mi ha chiesto, il resto della lettera sarà scritto
in italiano, lingua che ormai mi è piuttosto familiare.
Sicuramente più familiare del serbo, come, suppongo, avrà
avuto modo di constatare dalle lettere precedenti...
Mi parli dei suoi ricordi..
Mi ha già detto di Pisa e della nostalgia. Cerchi di essere
più preciso. Cosa altro ricorda in particolare? È importante
per me capire se si tratta di sensazioni, di emozioni, o di cosa vissute.
Ho fatto alcune ricerche in questi giorni, fra le carte inviatemi
da Vodika negli anni scorsi.
Da quanto mi risulta lei è stato il primo caso di trapianto
massiccio di cellule cerebrali prelevate da un donatore. Negli interventi
precedenti le cellule trapiantate erano cellule di coltura.
Ora sto cercando nei data base a mia disposizione ulteriori dati
sul donatore.
Per ora è solo un'ipotesi vaga ed alquanto fantascientifica,
quindi non starò a tediarla con i miei ragionamenti fino a che non
avrò delle corrispondenze e dei riscontri inequivocabilmente positivi.
Anche per questo ho bisogno di conoscere più esattamente
possibile il contenuto dei ricordi che le sembrano estranei al suo passato.
Aspetto la sua risposta.
Con affetto
D.ssa Isabela Fuentes Carabella
Giovedì , 21 Ottobre 1999
Gentile dottoressa,
come vede riesco a scrivere in italiano. È incredibile,
ma non ho grandi difficoltà a farlo.
Forse davvero ho studiato questa lingua a scuola e non me lo ricordo.
Lei scrive "caro Lazar", ed io vorrei risponderle "cara Isabela".
Ma non può andar bene così. Lei in realtà non mi conosce,
e se mi conoscesse per quel che sono veramente, non mi direbbe caro
Lazar e non mi permetterebbe di chiamarla cara Isabela. Quindi anche se
mi sembra opportuno, fin quando sarà possibile, seguire le indicazioni
del compianto dott. Vodika e provare a sviluppare questo rapporto paziente/terapeuta,
preferisco non illudermi che possa derivarne qualcosa di più, come
un'amicizia, per esempio.
Lei dice di non capire il mio isolamento.
Il problema è, mi sembra di capire, che a qualcuno sta a
cuore la mia salute, ad altri un po' meno.
Non posso dire che il trattamento che mi riservano non sia adeguato,
però ho come la sensazione di essere una pedina che fa gola, per
scopi diversi, a più giocatori. E il guaio è che non capisco
bene a che gioco si stia giocando.
Forse perché sono ancora troppo confuso, e poi è
vero, ha ragione lei, i tranquillanti che mi somministrano contribuiscono
a tenermi in questo stato.
Cercherò di evitarli il più possibile.
Mi chiede di parlarle dei miei ricordi...
Non è facile tradurre in parole sensate e coerenti
quelle che sono sensazioni che sfuggono, improvvisi attacchi di emozioni,
immagini e suoni che emergono con violenza da dentro di me e travolgono
quel debole equilibrio che faticosamente sto cercando di ricostruire.
Cosa le posso dire? Che ricordo di essere in biblioteca e di sfogliare,
sbuffando, un pesante volume dal titolo Storia del diritto costituzionale.
Che ricordo di passeggiare lungo le mura di una città che
non conosco, teneramente abbracciato a una ragazza che, tra un bacio e
l'altro, mi chiede se ci devo proprio andare alla casermetta alle 9.
Che ricordo... fumo, odore acre nell'aria, qualcuno che grida
"Ehi, ne abbiamo trovati cinque nascosti in cantina. Solo vecchi e bambini".
"Mi dispiace - rispondo - non devono restare testimoni".
QUESTO NON È UN MIO RICORDO, credimi signora. Mi credi? Tu mi credi?
Mi scusi, dottoressa. Non consideri l’ultima riga.
Non volevo realmente scriverle. Non so cosa mi è successo.
Ho perso per un attimo il controllo. Però preferisco non cancellarla.
So che se ci trovassimo nel suo studio, in un normale rapporto tra paziente
e strizzacervelli (che buffo! so che da voi si dice così),
tutte le mie parole sarebbero annotate e valutate, per pazzesche che siano.
Se ci trovassimo nel suo studio ... io comodamente sdraiato sul divanetto
(di che colore è? Sa, penso che sia verde, di velluto), rilassato,
tranquillo, lei seduta accanto a me sulla sua poltrona, con il blocco notes
in mano e tante domande pronte sulle labbra.
Mi immagino la sua aria seria e professionale. E i suoi capelli?
Sono biondi o neri? Le gambe accavallate, lunghi silenzi, l'orologio che
scandisce il tempo che passa.
Fine della seduta. Ci vediamo tra una settimana.
Va bene, ma cosa fa stasera? Si potrebbe cenare insieme.
Mi scusi ancora, ora torno in me, alla mia realtà.
Non so cosa le abbia comunicato il dott. Vodika riguardo al mio
intervento ma deve esserci un equivoco. Proprio ieri ho insistito
con il medico militare che si occupa di me, per avere una spiegazione sul
tipo di intervento che ho subito. Così ho saputo che la ferita alla
testa era grave, ma non tanto da mettere in pericolo la mia sopravvivenza.
Certo, l'intervento eseguito all'Alive è stato di tipo innovativo,
ma niente di fantascientifico; una plastica ricostruttiva con innesti di
tessuto biosintetico, la instillazione di una sostanza con un nome
strano, tipo la calciocreatina, che ha permesso la rigenerazione delle
parti ossee danneggiate, e altri interventi con tecniche sofisticate di
microchirurgia. Confesso di non averci capito molto, ma certamente non
si tratta di cervelli spostati da una testa all'altra.
Temo di stare abusando del suo tempo. La lascio quindi alle sue
occupazioni, ai suoi amici, alle giornate sicuramente tiepide e soleggiate
della Roma autunnale (qui fa già freddo, è tutto il giorno
che pioggia e vento sferzano questa... questo posto).
La saluto. Spero che potremo risentirci.
Lazar J.
P.S. Domani sarà una giornata importante. Verrà per incontrarmi di persona il mio... insomma il comandante del mio reparto. Forse riuscirò a capire qualcosa di questa situazione. Di lui mi posso fidare.
Venerdì , 22 Ottobre 1999 - Roma
Caro Lazar,
Perchè no? Caro Lazar...
E la prego di rispondere come preferisce.
Premetto che di solito sono più professionale ma questa
è una situazione molto speciale.
Penso sappia che il primo rapporto che deve crearsi fra uno "strizzacervelli"
(come lei mi definisce... ma allora non ha perso il senso dell'umorismo,
questo è bene...) ed il suo paziente è un rapporto di fiducia
reciproca totale.
Ieri sera ho fatto qualche ricerca su Internet.
La sua reticenza a parlare di se stesso, i suoi accenni ad un passato
da militare, mi avevano incuriosita.
Ho trovato il suo nome, non è stato neanche troppo difficile.
Non me lo aspettavo. Lei è considerato un criminale di guerra,
condannato e ricercato dal Tribunale internazionale dell'ONU.
Ma come vede sono ancora qui, decisa a continuare. Sorpreso?
Perchè non me lo ha detto lei stesso? Aveva paura che l'avrei
abbandonata?
Non è il suo passato che mi interessa, ma il suo presente
ed il futuro.
E quindi, ora che questo peso le è stato tolto, continuiamo.
Mi scrive di sentirsi una pedina in un gioco che non conosce.
Lo capisco. Lei è un simbolo, nel bene e nel male, sia per
una parte che per l'altra.
Vorrei poterla aiutare a capire, ma temo di non avere elementi
sufficienti.
Ma ritorniamo ai suoi ricordi.
Come si chiama la ragazza? Lo ricorda?
E la città? C'è il mare? Ha un nome? Dei particolari
che possano farla riconoscere? Ci pensi.
Ricorda altre persone? I loro nomi?
Il divano del mio studio è azzurro, azzurro come i
fiordalisi.
Ed i miei capelli...
Potrebbero essere biondi e lunghi...
Oppure scuri, a riccioli... È importante? Vediamo... Lei
come immagina che io sia?
(Ma non scusarti per le tue parole, Lazar.
Continua a parlare liberamente.
Continua a lasciare libera la tua mente. Le parole e le emozioni
fluiscono, scorrono come ondate... onde di un oceano sconosciuto che spazzano
i detriti del passato e lasciano sulla sabbia piccole dune bianche... )
Mi creda, Lazar. Conosco il tipo di intervento eseguito su di lei.
Forse io sono rimasta l'unica persona che sa esattamente in che
cosa consisteva.
Dubito che Vodika abbia rivelato ad altri le tecniche che usava.
Erano troppo avanti per poter essere comprese da chi non avesse
seguito tutta la sperimentazione. Gli avrebbero dato del pazzo. Invece
era un genio.
Ho il rapporto dell'intervento e le lettere che mi inviava regolarmente.
Non ci sono equivoci. So quel che dico.
Mi dia ancora qualche giorno, devo ancora finire i controlli, poi
forse potrò sciogliere i miei ed i suoi dubbi. Sono andata
a riprendere in mano gli appunti del dott. Hoentopf ed ho trovato qualcosa
che potrebbe essere una spiegazione per il suo caso. Ma devo ancora avere
alcune conferme.
E le attendo anche da lei.
Non si preoccupi per il mio tempo, mi fa piacere occuparmi di lei.
Vorrei poter fare di più ma temo che sia difficile in queste condizioni.
E incontrarci suppongo sia purtroppo impossibile, vero?
Ho letto che domani sarà una giornata importante. Allora
le faccio i miei migliori auguri.
Spero che questo possa migliorare la sua attuale situazione. Mi
racconterà com’è andata, vero?
Lazar, sia forte... Non si lasci travolgere dagli eventi.
Uno come lei deve avere sangue freddo. Vedrà che ne usciremo
insieme nel migliore dei modi.
A presto
Isabela Fuentes
Sabato 23 ottobre 1999
Cara Isabela,
ora lei sa. E non mi sbatte la porta in faccia, indignata. Ne avrebbe
tutte le ragioni, non potrei biasimarla se lo facesse. Invece resta al
suo posto e continua a parlarmi e ad ascoltarmi. Sorpreso? Si, lo
ammetto.
Evidentemente il suo interesse professionale le permette di sopportare
anche uno come me.
Purtroppo però presente e futuro non possono prescindere
dal passato.
E allora, fiducia per fiducia, voglio precisarle che io non rinnego
il mio passato. Mi pesa, questo si; non mi lascia dormire sonni tranquilli,
questo è vero. Ma non lo rinnego, perché tutto quel che ho
fatto l'ho fatto consapevolmente, convinto, come sono ancora, che in certe
circostanze qualcuno deve pur fare le azioni sporche. Sporche ma necessarie
per cercare di evitare che il proprio popolo, i propri fratelli, vengano
fatti annegare nella merda.
E anche per preservare la loro verginità, perché
comunque vadano le cose non tutti siano considerati colpevoli.
Quel che le sto dicendo non vuole essere una giustificazione. Intendo
assumermi tutte le mie responsabilità, e so che prima o poi tutto
si paga.
In un altro momento, se ci sarà, le spiegherò le
mie motivazioni. E, ripeto, motivazioni, non giustificazioni.
Accidenti! Ha trovato l'informazione che mi riguarda addirittura
su Internet! Allora sono proprio "messo male". In effetti nell'incontro
di ieri Zeljko, il mio comandante e amico, era teso e piuttosto preoccupato.
Mi ha riferito di un gioco di potere ad alto livello che potrebbe
avere ripercussioni sul nostro reparto e sulla mia situazione in particolare.
Non posso dirle molto, non vorrei essere accusato anche di alto tradimento!
Comunque ci sarebbero pressioni da parte delle opposizioni, soprattutto
di un oppositore, per la consegna di alcuni cosiddetti criminali
di guerra nelle mani delle NU, in cambio di aiuti finanziari per la ricostruzione
(in realtà, penso che si tratti di cospicui finanziamenti anti Milosevic).
I miei stanno cercando di contrastare queste tendenze, ma non si sa cosa
può accadere. D'altronde da quando sono stato prelevato dalla Alive,
contro la volontà di Zeljko, sono affidato alla protezione
di uomini fidati del Presidente. Questa è stata una mossa saggia
e previdente, visto quel che è successo alla clinica.
I terroristi dell'UCK erano sicuramente lì per me.
Mi dispiace che ci siano andati di mezzo tanti innocenti.
Ma ora c'è anche il sospetto che l'UCK sia servito
da copertura per le manovre di altri.
Sto parlando troppo, e di cose che non la riguardano né
la interessano.
Continuiamo la nostra seduta.
Mi chiede di parlare dei ricordi... vediamo.
La ragazza? Si chiama .. forse.. Zlada. No, che dico! Quello
è il nome della infermiera che mi ha assistito fino a quando
sono rimasto all'Alive. Era una ragazza molto giovane, sembrava quasi una
bambina. Aveva un volto dolce e, probabilmente, un debole per me. Spesso
si attardava accanto al mio letto, fino a quando i sorveglianti non la
allontanavano, e mi carezzava delicatamente la guancia.
La città? Non so, non c'era il mare. Era completamente
circondata da mura. Ricordo una piazza molto bella, di forma vagamente
ovale, Anfiteatro, questo è il nome che mi viene in mente.
E poi un senso di calore, tanti amici, FRATELLI MI RICORDATE?, tutti insieme,
forse una festa. E ricordo anche un particolare spiacevole, una litigata,
sì, con un individuo aggressivo, un avvocato. Doveva essere una
discussione sulle rispettive competenze. Perché io sono un
avvocato...
Un divano azzurro. Mi piace. Dà un senso di pace, quella
che mi è ormai preclusa.
I tuoi capelli, Isabela. Ora li immagino lunghi, mossi e scuri,
ma non è importante. Comunque siano, devono essere bellissimi. E
mi piacerebbe accarezzarli e affondarci dentro il viso, per sentirne il
profumo.
Vede, da bravo paziente sto seguendo le sue indicazioni.
Parlo liberamente. Sicura che non le dispiace?
Credo a ciò che mi dice, anche se non mi tranquillizza per
niente.
Non so quali conferme posso darle.
Io sono morto in un campo di battaglia in Kosovo.
Io sono morto in un sotterraneo di Belgrado.
Io mi sono risvegliato in un letto di ospedale e ho visto
più poliziotti che medici.
Comunque non tema, sono forte e ho sangue freddo.
E sei proprio tu, Isabela, che in questo momento mi dai forza.
Ora devo lasciarla, dottoressa. Non vorrei abusare della mia fortuna.
Un saluto affettuoso.
Lazar J.
P.S. Zeljko mi ha consegnato segretamente due "doni".
Il primo è una P38, può servire per difendere la
mia vita. Il secondo è una piccola capsula che mi ha fatto innestare
tra i denti (sì, c'è quasi da ridere, proprio come
nei film di spionaggio), contiene cianuro, può servire a difendere
la mia morte.
Lunedì, 25 Ottobre 1999 - Roma
Caro Lazar,
Non è solo interesse professionale. Mentirei se lo dicessi.
Fin dalle prime lettere c'è stato qualcosa che mi attirava
nel tuo modo di scrivere e di pensare.
Nella tua paura, appena velata dall'ironia.
Nella corazza che ti sei cucito addosso. Nel grido disperato che
percepivo tra le righe.
All'inizio, quando ho deciso di contattarti, era interesse professionale
per un caso clinico unico, era senso del dovere per un compito affidatomi
da una persona che stimavo.
Ma ora non so. Non lo so più.
Sono combattuta fra il dovere e le emozioni.
Non sto facendo un buon lavoro con te perché mi sento troppo
coinvolta emotivamente.
C'è qualcosa di buffo in questo, non trovi?
Io, che dovrei prendermi cura dei tuoi problemi, ora ti accollo
le mie incertezze...
Che buon medico, davvero...
Allora, dottoressa, rimettiti il camice e smetti di sognare, perché questo rimarrà solo un sogno...
Non mi aspettavo che tu rinnegassi il tuo passato. Perché
sarebbe da ipocriti farlo.
E tu non lo sei. Duro, crudele, tagliente come una lama di
cristallo. Ma non ipocrita.
So... lo so.
C'è sempre qualcuno che deve prendersi la responsabilità
di fare il lavoro sporco per evitare ad altri di sporcarsi le mani.
Io non ti giudico. Non potrei farlo.
Ma temo per la tua vita...
Ho cercato sui notiziari e sui giornali occidentali.
Ci sono davvero indizi che gli Stati Uniti stiano facendo pressioni
piuttosto pesanti sulle Nazioni Unite per ottenere dalla Serbia l'estradizione
di cinque criminali di guerra.
E, in questo momento, Milosevic si trova ad affrontare una situazione
interna piuttosto difficile. Penso che tu lo sappia meglio di me. Io so
solo quello che leggo sui giornali italiani. Le voci sulla crescita dell'opposizione
interna in Serbia sono ormai su tutte le prime pagine.
Cosa ne sarebbe di noi... di te... se...
Non voglio pensarci.
Lazar, ho continuato le mie ricerche.
Te lo avevo già detto che stavo cercando dei dati che mi
mancavano.
I tuoi ricordi... quelli della città con le mura e la piazza
ovale. Mi facevano venire in mente qualcosa. C'è una città,
in Italia, che corrisponde alla tua descrizione. È Lucca, in Toscana,
non molto lontana da Pisa.
Ti rammenta qualcosa?
Chi sono i tuoi fratelli? Chi è tua madre?
Ti prego, Lazar, continua a parlare in libertà...
Mi sembra di sentire le tue mani, il tuo viso... E tu? Tu come
sei?
Sei giovane, poco più di un ragazzo. Eppure nei tuoi occhi
c'è l'espressione di un uomo.
I capelli scuri, ispidi, corti... non possono ancora essere ricresciuti
molto... vorrei accarezzarli...
Forse non dovevo... Scusa. Scusami.
I tuoi ricordi, Lazar... Mi servono per capire.
Non manca molto, quasi tutto il mosaico si sta componendo.
Le coincidenze sono molte, ma ancora non sono pronta, mi mancano
ancora alcuni dati.
Se potessi donarti la mia energia lo farei con tutto il cuore.
Con affetto
Isabela
Lunedì, 25 Ottobre 1999
Cara Isabela,
le tue parole mi inquietano e mi sorprendono sempre di più,
ma ormai sono diventate per me linfa vitale. Mi hai strappato dal mio limbo,
dove aspettavo rassegnato il mio destino, pronto ad accettarlo, qualunque
fosse. Mi hai costretto a prendere coscienza di me e delle mie anime, a
ritornare ad esistere, a provare emozioni nuove e antiche. E ora
scopro in te quello stesso turbamento che io già provo da un po'
di tempo..
Non penso che ci sia nulla di buffo, in tutto ciò.
Forse c'è qualcosa di drammatico, questo si. E anche tu
te ne rendi conto fin troppo bene.
Si, forse è meglio che ridiventi la professionista...
Ma aspetta un momento, prima di indossare il camice.
Il camice è caduto in terra, e io voglio guardarti così,
senza veli che celino la tua bellezza. Avvicinati al divano color fiordaliso,
e lascia che le mie mani carezzino delicatamente la tua pelle di seta,
lascia che le mie labbra sfiorino tuoi capelli. Chiudi gli occhi
e dimentica il mondo che scorre al di fuori di questa stanza, la stanza
in cui continueremo a incontrarci, se vorrai, per l'eternità.
Io non ho mai provato queste sensazioni, prima d'ora. E scopro
tutto questo quando è probabilmente troppo tardi. Destino crudele,
certo, ma anche misericordioso, dal momento che mi concede di capire come
avrebbe potuto essere la vita. Ma non è mia intenzione rattristare
questo momento magico, dobbiamo vivere attimo per attimo, finché
ci è concesso. In questa stanza segreta prova ad ascoltare la mia
voce che ti sussurra una poesia.
È opera di un nostro poeta, Mile Ristovich; forse ti aiuterà
a comprendere la mia gente, e anche un po' di più me:
Poeta
In forma di antico gioco
Sogna sentieri per la sua gente
Chiama i sogni per volare
Nello splendore dell'arcobaleno
Ascolta di nascosto i messaggi delle piante
E questo continua per tutti gli anni
Prigioniero della fanciullezza
Indica il futuro
Perdona l'acqua e il sole
Nel palmo della mano agita il focolare
Con l'amore negli occhi
Rende eterna la bellezza con la poesia.
E ora riprendi pure in mano il tuo blocco notes, dottoressa
Hai capito perfettamente come sono. Sembra quasi che tu legga nella
mia anima, come se ci conoscessimo da molto tempo, come se un forte legame
ci mettesse in sintonia.
Dici che temi per la mia vita. Hai ragione, non ci scommetterei
mezzo dinaro. Però non bisogna drammatizzare. Altre volte mi sono
trovato in situazioni difficili, e ne sono uscito. Sono anche morto,
no?
E come vedi sono ancora in circolazione.
Ce ne vuole per far fuori un "duro" come me! Basta questo per farti
tornare il sorriso sulle labbra?
E poi ho ancora amici influenti. E poi non credere che sia tanto
facile smuovere dal suo posto il vecchio Slobodan! L'opposizione
è litigiosa e divisa. Non credo che la situazione interna precipiterà
così presto come vogliono farvi credere i vostri giornali servi
degli Stati Uniti.
Quando hai tempo, vai a leggere qualcosa di diverso dai bollettini
NATO. Per esempio sui nostri siti, ce ne sono molti sulla rete.
Torniamo ai ricordi....
Lucca, si mi ricordo. E Pisa. Ci sono stato. Ma so che non è
vero. È strano, è come se ci fossi stato. I miei fratelli.
Ci sono nomi che risuonano nella mia testa. Vito, Cristian, Monica, Leonardo...
Mia madre. Mia madre è di Novi Sad, la mia città
natale.
Mia madre è scozzese, vive ad Edimburgo.
Mia madre è ... di più.
Ora sono di nuovo confuso. Queste tue domande mi scuotono.
Ci penserò più tardi.
Io non sono tanto giovane. Sono un uomo. Ho ventisette anni,
tra qualche mese ne compirò ventotto. Forse.
Comunque non sono niente male. E si, i miei capelli sono
proprio come li descrivi.
C'è anche un zona in cui non ricrescono per niente. Porto
un berretto grigio di lana, per coprire la mia testa.
Perchè ti scusi? La tua carezza mi fa molto piacere.
Questa notte cercherò di sognare....no, non credo che questa
notte avrò il tempo di sognare. Mi ero scordato che tra poco verranno
a prendermi per fare un viaggetto.
Domani finalmente mi faranno incontrare mia madre. Naturalmente
non possono far venire lei qui, per motivi di "segretezza". Quindi mi porteranno
a Belgrado, in un posto sicuro, e la potrò abbracciare. Poveretta,
cosa deve aver passato in tutti questi mesi!
Spero di tornare presto e di poter ancora parlare con te.
Devo chiudere subito la mail.
Ciao.
Lazar
Giovedì, 28 Ottobre 1999
Caro Lazar,
Non ti ho risposto subito perché non ero a Roma.
Ho molte notizie da darti, non so se siano buone o no.
Io credo di si. Ma è meglio che incominci dall'inizio.
Ho cercato sui data base dei trapianti di Vodika il nome del donatore.
Si chiamava Alessio Majere, 22 anni, italiano. Sono partita da lì.
Seguendo il filo dei tuoi ricordi sono stata a Pisa. Ho cercato
prima sulla guida telefonica, il nome non risulta. Poi sono stata all'università.
In qualche modo (mi è costato molto...) sono riuscita a
vedere gli elenchi degli iscritti a giurisprudenza degli ultimi 3 anni.
Il nome c'era, con curriculum scolastico ed indirizzo.
Avvocato, mi avevi detto. Sono stata all'ordine professionale.
Anche lì lo stesso nome, procuratore legale.
Sono stata all'indirizzo che avevo trovato. A casa non c'era nessuno.
(per fortuna... non so cosa avrei potuto inventare se ci fosse stato qualcuno...)
Ma da una vicina ho saputo che Alessio Majere è sparito dalla
fine di giugno. Le ricerche fatte eseguire dalla famiglia (pare avesse
un parente nei Carabinieri) non hanno dato alcun risultato.
La stessa vicina mi ha poi indirizzata ad un pub che lui frequentava.
Ci ho passato la serata, chiedendo a tutti se conoscevano Alessio.
Finalmente, il banconista del turno di notte ha saputo darmi qualche
indicazione.
Mi ha detto che Majere gli aveva parlato di una associazione a
cui apparteneva ed in cui aveva trovato un nuovo scopo nella sua vita.
Non sapeva dirmi il nome, ma ricordava che Alessio era stato un
paio di volte a Lucca proprio per incontrare i suoi "fratelli" ( così
li chiamava) anche se la sua ragazza non era stata molto felice di rimanersene
da sola ad aspettarlo...
Lazar...
Le coincidenze sono tante, troppe per essere casuali.
Tutto il mosaico sembra ricomporsi. I ricordi non tuoi, il tuo
italiano, le sensazioni di essere stato a Pisa, a Lucca, il tuo dire: io
sono un avvocato...
Ma se è così... Tu ora chi sei? Lazar
o Alessio?
Forse ambedue, in una fusione tanto impossibile quanto reale.
Ed ora? Come posso aiutarti?
Se la situazione è questa, ora quei ricordi fanno parte
di te. Sono i frammenti di una vita vissuta, diversa dalla tua, che tu
hai la possibilità di rivivere. Forse sono una seconda possibilità
che il Destino ti regala. Accettala, ti prego.
Accettala come un dono inatteso ma non sgradito.
Impara ad ascoltare i ricordi e le emozioni senza timore, non possono
farti alcun male. Forse ci scoprirai sensazioni mai provate, forse ci troverai
legami che non potevi conoscere e che ora sono lì, in attesa che
tu li colga. È come se tu potessi vivere due vite in una.
Tu sei forte. Sei un uomo.
Puoi imparare. Lo so, perché io credo in te.
Ricordati, Lazar...
Ricordati di me.
Sono io, sono qui per te solo...
Amante, madre, amica, sorella.
Una marea di amore così caldo da toglierti il respiro.
Fiordalisi e spighe di grano che ondeggiano al vento.
Per sempre.
A presto
tua Isabela
Giovedì, 28 Ottobre 1999
Smrdjet! Era una trappola, era una maledetta trappola.
Non hanno avuto il coraggio di dirmi che mi avrebbero portato davanti
a una commissione d'inchiesta.
Temevano forse che avrei fatto delle storie, creato dei problemi.
E così si sono inventati la storia dell'incontro con mia madre.
Lunedì a notte fonda ho fatto il viaggio in un furgone blindato,
scortato da non so quanti uomini della Sicurezza. Prima che sorgesse il
sole mi hanno portato nella prigione della città vecchia dove tutto
era predisposto, a loro dire, per un incontro da quadretto strappalacrime,
ma con la massima protezione possibile. Mentre scendevo dal furgone ho
visto parecchi "braca tigari", fratelli del mio reparto, posizionarsi intorno
all'edificio.
E questo mi ha fatto sentire più tranquillo. Ho dormito
qualche ora addirittura in una cella di isolamento; per amore di mia madre,
ma anche delle misure di sicurezza, mi sono adattato anche
a questo.
Puoi immaginare la mia sorpresa delusione mortificazione quando,
invece che alla mia majka, mi sono trovato di fronte a cinque commissari,
fra rappresentanti governativi e delle opposizioni, che hanno cominciato
a farmi domande con aria da inquisitori. Naturalmente mi sono dimostrato
poco collaborativo. Ero furioso e molto agitato. Così è intervenuto
uno di loro che chiamavano dottore, uno psichiatra, credo (un tuo
collega, no?) che mi ha iniettato qualcosa "per farmi rilassare un po',
per mettermi a mio agio" a suo dire.
Mi sono rilassato così tanto che in breve ho perso la percezione
dello spazio e del tempo. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, però
ero sveglio e non potevo fare a meno di rispondere alle loro domande. Ora
mi sembra tutto un sogno.
Non sono sicuro di cosa mi hanno chiesto davvero e di cosa ho detto.
Devo aver parlato di
alcune azioni militari fatte durante la guerra, e di qualcosa che
riguardava il reclutamento.
Ma poi mi tornano in mente brani di discorsi spezzati, uno di loro
che insisteva per sapere come ero arrivato a Rovinj e cosa avevo
fatto... una telefonata ...un camping ... un appuntamento.
E poi mi rimbombavano nella testa parole ovattate e poi amplificate,
setta segreta, adoratori di Dei pagani, .. ammettilo ...eri uno di loro.
Ricordo solo che qualcosa dentro di me mi spingeva a negare, non
volevo assolutamente parlare di questo, sapevo che era importante non ammetterlo.
Ma la resistenza era difficile e la sofferenza troppo grande. A questo
punto devo aver avuto qualcosa di simile a un collasso. Mentre scivolavo
in una pietosa incoscienza, li ho sentiti litigare tra loro, si accusavano
reciprocamente di incapacità; qualcuno parlava, tra le bestemmie,
di equilibrio sbagliato tra pentotal e scopolamina.
Ho poi il ricordo, avvolto nella nebbia di un dormiveglia febbricitante,
del viaggio di ritorno.
Questa volta sul furgone con me c'erano almeno tre miei drugovi,
compagni. Mi hanno detto che c'è stato un bel po' di casino, alla
prigione. Zeljko aveva subodorato qualcosa di poco chiaro e li ha
fatti intervenire nel momento cruciale, quando già i cinque stavano
decidendo che era meglio trattenermi lì, a loro disposizione, sempre
per motivi di sicurezza, naturalmente.
Non capisco come il Presidente abbia potuto permettere tutto questo.
Probabilmente avrà avuto i suoi buoni motivi, forse diplomatici,
forse tattici, non voglio criticare. Lui agisce sempre per il bene dei
figli della Grande Serbia.
Forse gli eventi sono andati al di là delle sue aspettative.
Comunque per ora sono di nuovo nel mio rifugio e ciò che
conta è che posso ancora parlare con te. Sono rimasto intontito
e febbricitante per un giorno intero, ma adesso sto già molto meglio.
Cara Isabela, mentre scrivevo il resoconto che puoi leggere sopra,
è arrivato il tuo messaggio. Quindi riprendiamo la nostra seduta.
Risponderò passo passo, mentre lo leggo.
Riesci a sconvolgermi sempre di più. Ma questa volta non
mi trovi impreparato.
Si, lui c’è. E si aggrappa alla vita attraverso di
me. Ormai l’ho capito. Quel che è accaduto due giorni fa ha avuto
un effetto «collaterale». Ho percepito in modo inequivocabile
la sua presenza.
Ma, mi dispiace, io sono Lazar Jakovic e intendo restare
Lazar Jakovic. E se lui è condannato a condividere la mia vita,
non ne ho colpa. Almeno di questo, non ho colpa. Quello che ci hanno
fatto, qualunque cosa sia, non l’ho chiesto io. Io avevo scelto
di morire, lui probabilmente ha avuto un incidente e sarebbe morto comunque.
Le nostre strade si sono incrociate.
Mi chiedi come puoi aiutarmi.
Vorrei dirti: restami accanto, Isabela. Continua a parlarmi, continua
ad incontrarmi nella stanza segreta, continua ad accettarmi per quello
che sono.
Almeno fino a quando sarà possibile. Però credo che
sia meglio che tu esca da questa storia e non ci pensi più.
Avrai tanti altri casi interessanti di cui occuparti!
Dico questo con grande dolore, ma so che è la cosa giusta.
Il perché lo capirai dal quello che sto per raccontarti.
Questa notte ho fatto un sogno. E i sogni si raccontano al
proprio terapeuta, no? Anche se il terapeuta stesso è coinvolto
nel sogno. Tu, Isabela, eri con me in uno splendido hotel, di quelli con
tanti piani, una specie di grattacielo. Eravamo lì per una convention
molto importante, dove tutti i partecipanti erano amici, e sedevamo per
il pranzo di lavoro sulla terrazza dell’attico, ad un tavolo lunghissimo,
intorno al quale chiacchieravano e brindavano almeno cento persone. Poi
abbiamo deciso di allontanarci dalla confusione per poter restare un po'
da soli, io e te. Eravamo felici per esserci finalmente trovati e avevamo
molte cose da dirci. Siamo saliti sull'ascensore, le porte si sono chiuse,
ho premuto il bottone del nostro piano, e, a questo punto il sogno si è
trasformato in un incubo. L'ascensore ha cominciato a precipitare in caduta
libera, piano dopo piano, sempre più veloce. Ci siamo guardati negli
occhi, terrorizzati, aspettando l'inevitabile schianto finale. Allora
ho pensato di prenderti tra le
braccia e sollevarti verso l'alto, per farti scudo con il mio corpo,
sperando di risparmiarti una fine così orrenda. Ma ho anche pensato
che se non ci fossimo incontrati e non ti avessi portata con me nell'ascensore,
non ti saresti trovata in questa situazione.
Mi sono svegliato con il cuore che batteva all'impazzata e scosso
da brividi di freddo.
Questo è pane per i tuoi denti, dottore! Ma non c'è
bisogno di scomodare Freud per interpretarlo, ti pare?
Mi chiedi di accettare la presenza di quest’altro nella mia mente.
Io l’ho odiato, così come in certi momenti odio me stesso.
Ho cercato di ribellarmi, di bloccarlo. Lui mi ha odiato. Ha cercato
di respingere me e i miei ricordi. Ma non c’è nulla da fare. Siamo
costretti ad accettarci, anche se ancora non capisco bene cosa questo comporterà.
Devo riflettere, devo pensarci. Ho bisogno di tempo.
Isabela, queste immagini, queste sensazioni, non sono nuove,
le ho già viste e provate.
Ma come, dove? Ora mi investono con violenza, mi travolgono,
mi tolgono il respiro, mi fanno soffrire da pazzi. Non posso
sopportarle. Qualcosa si sta lacerando dentro di me.
Vuoi distruggermi?
Isabela, o chiunque tu sia, lasciami al mio destino, non
scrivermi più, non voglio più sentire la tua voce,
non credo più nella tua amicizia, non voglio il tuo aiuto,
non voglio fiordalisi e spighe di grano e vento, cosa mi stai facendo?
ti odio...
Isabela, io ti amo. Io non posso più fare a meno di te.
Lazar
Giovedì, 28 Ottobre 1999 - Roma
Caro Lazar,
ho letto con angoscia il tuo racconto: non te lo avevo detto perché
sarebbe stato inutile, non avresti neanche potuto leggerlo, ma ero preoccupata.
Questa storia del viaggio a Belgrado per incontrare tua madre non mi convinceva
per nulla.
E avevo ragione. Ora ho davvero paura.
Sei nelle loro mani, qualsiasi cosa decidano di fare, chi potrà
impedirglielo, chi ti proteggerà?
Ti hanno drogato, ti hanno interrogato come un condannato, non
hanno avuto nessun riguardo per le tue condizioni.
Lo rifaranno... Se non hanno ottenuto ciò che cercavano,
lo rifaranno.
E se non ci fosse il tuo comandante per metterti in salvo, stavolta?
Ti prego, Lazar...
Devi fuggire. Devi andare via dalla tua prigione.
Devi sottrarti alle loro torture, non puoi essere il burattino
che balla al suono della loro musica. Il tuo presidente non ti difenderà.
Anche per lui sei solo una pedina da muovere come meglio gli conviene.
I politici si interessano delle masse e non dei singoli. E tu sei uno solo.
Sei rinchiuso e sorvegliato. Perché?
Non ci credo che è solo per la tua sicurezza.
Io non posso fare molto, ma sono disposta a fare qualsiasi cosa
tu mi chieda, qualsiasi cosa tu pensi possa esserti di aiuto per sottrarti
a questo gioco crudele che altri stanno giocando sulla tua pelle.
Se tu fossi qui in Italia potremmo cercare un rifugio sicuro e
iniziare una nuova vita. Insieme.
Non mi importa di quello che potrà succedere, non mi importa
se dovrò abbandonare la mia tranquilla vita da signora borghese.
Non mi importa, se tu sarai con me.
Lazar, non mi basta più questa stanza segreta.
Voglio te.
Voglio sentire la tua voce, guardarti negli occhi, accarezzare
la tua pelle, respirare il tuo respiro, ascoltare il tuo cuore.
Non hai il diritto di chiedermi di uscire dalla tua vita.
E non sarà un sogno a spaventarmi.
I sogni non sono premonizioni, sono solo creazioni della mente
che prendono vita dalle nostre paure. Tu hai paura di causarmi dolore.
Lazar, io non sono una bambina.
Sono consapevole di ciò che sto facendo. E so che lo sto
facendo per mia libera scelta.
Qualsiasi cosa accadrà, sarà solo perché anche
io l'ho voluta.
E se l'ascensore precipiterà nel vuoto, allora mi terrai
stretta fra le tue braccia.
Ti prego, amore mio...
Pensa a quello che ti ho scritto. Seriamente.
Hai già dato una volta la tua vita per la tua Patria, nessuno
può chiederti di più. Ora devi fare qualcosa anche per te
stesso. La tua vita si è aperta a nuove vie. Dobbiamo percorrerle
insieme. Dobbiamo strappare il velo e guardare al di là. C'è
qualcosa di più e di meglio che ti aspetta. Se riuscirai ad esserne
consapevole, tutto sarà più chiaro e più facile.
Ed io sono qui, con te.
Ci sarò sempre.
Non sei solo. Non sarai solo. Mai più.
Devi solo ricordare, amore mio... solo ricordare.
Strappa in piccoli pezzi la tua anima e lascia che si ricomponga
in una nuova configurazione. Deve fare male. Perchè la vita nasce
con dolore.
Non voglio distruggerti. Voglio farti rinascere.
Noi siamo legati, Lazar. Il tuo destino è anche il mio.
Non posso abbandonarti. Verrò a Belgrado, Lazar e
ti porterò via con me.
Perchè anche io ti amo.
Isabela
Lunedì, 1 Novembre 1999
Isabela, moja ljubav, mio amore,
scusami se ho lasciato passare tanto tempo per rispondere alla
tua e-mail, ma ho avuto qualche problema di salute, probabilmente uno strascico
di quel che è successo martedì scorso. Ora va molto
meglio. E dobbiamo parlare dei problemi sempre più numerosi, dei
pericoli da affrontare, dei possibili futuri che possiamo ipotizzare.
E ne parleremo, fra poco.
Ma prima lascia che parliamo di noi, del sentimento che improvvisamente
e inaspettatamente ha fatto irruzione nelle nostre vite, di questa
forza irrazionale che sembra travolgerci. Noi, in fondo, due sconosciuti,
che ci raccontiamo le nostre anime attraverso parole battute su un monitor.
Tu dici che non ti basta più la stanza segreta. Ma credo
che questo sia il massimo che il destino può offrirci , e ogni giorno
potrebbe essere l'ultimo, e perciò dobbiamo approfittarne. Lasciamo
pure il tuo studio, dottoressa.
Vieni in un mio luogo segreto, lontano dal mondo, uno chalet nel
bosco incantato. Fuori è buio e freddo. Ma dentro, mentre ti aspetto,
ho acceso il fuoco nel camino, ho steso un grande e morbido tappeto sul
pavimento, ho preparato un CD nel lettore.
Due bicchieri di cristallo sono già sul tavolo, accanto
ad una bottiglia di vodka. Quando bussi alla porta, corro ad aprirti,
mentre il cuore accelera i battiti.
Entra, ljubav, questa è la tua casa.
Un bacio sulla guancia, il soprabito che vola su una sedia. Ti
prendo per mano e ti mostro l'unica grande stanza del mio piccolo regno.
"Carino qui!", mi sembra di sentirti, mentre ti guardi intorno,
"caldo e intimo". Si, sarà il nostro mondo. Qualunque cosa
succeda, questo sarà il nostro rifugio. Se saremo separati, se non
potremo scriverci, parlarci, incontrarci, io penserò intensamente
a te, a te in questa stanza con il caminetto, e se tu penserai a me nello
stesso modo, nello stesso momento, noi ci incontreremo per l'eternità.
E ora ridi pure del mio berretto di lana grigia, ridi quando riesci
a togliermelo, e scosti la mia mano che scatta a coprire una parte della
testa. "Non fare così, sciocco. Non mi fa impressione, davvero".
E fai il gesto di scompigliare i miei capelli, anche se c'è poco
da scompigliare, sono corti e ispidi. Non resisto più.
Ti abbraccio, ti stringo tanto forte da non riuscire a respirare.
E le tue labbra si incollano alle mie. Le lingue si intrecciano in una
danza senza freni.
Un momento, aspetta, manteniamo la calma. Ho preparato qualcosa
per noi. Verso la vodka nei bicchieri, faccio partire la musica. Le note
sottili della nona sinfonia di Beethoven cominciano a volteggiare nell'aria.
Vieni qui, accanto al caminetto. Brindiamo a noi due. Il
mio bicchiere colpisce troppo forte il tuo, il liquore schizza fuori e
si spande sulla tua camicetta.
Oh, mi dispiace - sono imbarazzatissimo - che guaio!
Non fa niente, dici tu, ridendo ancora. Le lavanderie esistono
apposta. È' meglio toglierla. Tanto qui dentro fa caldo, non si
rischia un raffreddore.
E mentre la sinfonia continua a diffondersi nell'aria, con mani
impacciate e poi sempre più impazienti faccio saltare i bottoni
della tua camicetta. Poi anche la gonna e il resto del tuo
abbigliamento cedono e volano in ordine sparso sul pavimento.
Ancora una volta ci stringiamo l'uno all'altra, ancora una volta le nostre
labbra si cercano.
Finalmente ci separiamo, per riprendere fiato.
Mi allontano per regolare il volume della musica.
Tu, rivolta verso il camino, ti incanti a guardare il fuoco che
si agita e scoppietta. Mi avvicino silenzioso alle tue spalle. Ti avvolgo
con le mie braccia. Le mani frenetiche cominciano a scorrere sul tuo corpo.
E' bello questo contatto, è bello toccare, stringere carezzare.
Vorrei essere un dio indiano, di quelli che hanno almeno sei braccia.
Ma anche così, con due sole, non me la cavo male. Tuffo
il viso nei tuoi capelli, ne aspiro con voluttà il profumo,
e sento il tuo corpo fremere. Dalle tue labbra esce un sospiro forte
e prolungato. Ti giri, mi guardi negli occhi e il tuo sguardo esprime una
richiesta.
Armeggi sulla tuta che indosso, e in un attimo il giubbotto
e i pantaloni raggiungono i tuoi
abiti. Ci lasciamo cadere sul tappeto, le nostre mani esplorano
reciprocamente i nostri corpi. Le tue dita trovano la cicatrice sulla mia
spalla. Una delle tante, sono un soldato, no? Percorri l'antica ferita
più volte con il dito, c'è un che di voluttuoso, in
questo gesto. La musica sta raggiungendo il momento magico.
L'inno alla gioia ci sta trascinando verso le stelle.
Senza smettere di carezzarti, ti sussurro, con la voce resa roca
dall'eccitazione, Amata Immortale, angelo mio, mio tutto, mio stesso
io....
Queste sono le parole che Ludwig ha scritto in una lettera
piena di passione e di disperazione a Johanna, il suo amore impossibile.
Continuo a parlare, non so se mi ascolti. E intanto i nostri corpi
si sfiorano con delicatezza, si
avvinghiano con violenza, si avvicinano e si allontanano, si trovano
e si perdono, in un gioco
senza fine.
"Può il nostro amore sussistere diversamente che col sacrificio?
puoi tu impedire che tu non sia tutta mia, che io non sia tutto tuo?".
Johanna, la moglie di suo fratello Kaspar, un amore così
intenso e così tragico. Johanna, che l'ha odiato perchè lo
amava troppo.
Le mie labbra ora percorrono tutto il tuo corpo, le mie mani vogliono
scoprirne ogni più intimo segreto. La nona sinfonia sta raggiungendo
l'acme, così come le nostre emozioni.
Questo tappeto è tutto il mondo.
Sul tuo petto c'è ancora sapore di vodka. Bevo la tua pelle.
Porto le mie labbra, ora roventi, sulle tue labbra, ora roventi.
Ormai esistiamo solo noi, e questo amore così incredibile,
così avvolgente, così penetrante.
L'intensità delle sensazioni ci conduce al punto di non
ritorno. Gridiamo al cielo il nostro piacere e le note culminanti della
sinfonia del grande Ludwig sono la nostra colonna sonora. Poi una dolce
sensazione di sfinimento ci pervade.
Restiamo fermi per un tempo incalcolabile, la musica
tace.
Mi sollevo e ti guardo, distesa sotto di me. Un senso di vertigine:
sul tuo seno macchie di sangue. Mio dio, no, ma cosa... un bruciore,
una leggera sensazione di bruciore sul mio petto. Guardo. Due graffi, abbastanza
profondi, due piccole lacerazioni che sanguinano, rido e piango per
il sollievo. Le tue unghie, appuntite e taglienti, nel momento dell'implosione
dell'universo, un dono d'amore. Quel sangue non deve imbrattare la tua
pelle.
Poggio le labbra sul tuo seno e lentamente, lentamente ... tutto
ricomincia.
Amata immortale, sii piena di gioia, resta il mio prezioso
unico tesoro, il mio tutto, come io sono per te.
Deve essere.
E ora Isabela, torniamo alla nostra realtà. Devo interrompermi
qui, e ho ancora tante cose da dirti. Domani, domani ti spiegherò.
Ma assolutamente fermati prima di commettere un errore. Non venire in Serbia.
Non è così che puoi aiutarmi. Non è mettendo
a repentaglio la tua vita che puoi salvare la mia. Tu non hai idea
di che tipo di persone sono quelle con cui abbiamo a che fare. Qui
non si scherza, qui la guerra è vera, la morte è vera. Non
farmi vivere anche l'angoscia di saperti in pericolo. E poi come potremmo
comunicare? Non fare mosse avventate. Ti prego. Lasciami il tempo
di pensare, il tempo di trovare una strada. Parliamone.
Domani vedrò di nuovo Zeljko. Lui mi porta notizie. Lui
saprà come aiutarmi.
Ti amo
Lazar
Martedì, 02 Novembre 1999 - Roma
Lazar, querido...
stavolta sei tu che mi lasci senza respiro.
Vigliacco... mi hai teso una trappola troppo ben preparata... cosa
altro posso fare se non entrarci con tutta me stessa?
Non ridere di me, Lazar, ma pur non essendo una ragazzina, non
avevo mai fatto all'amore per lettera e un po' la cosa mi imbarazza. Ti
diverte vedermi arrossire? Ridi?
Ti graffierò per questo, ti morderò e ti prenderò
in giro per il tuo buffo berretto di lana.
E poi ti amerò fino a farti chiedere pietà.
Nella nostra stanza segreta o nello chalet del bosco incantato
o dovunque tu mi porterai.
O forse riuscirò a condurti io in un luogo magico, su una
terrazza sopra i tetti della vecchia Roma. In una notte d'estate, di quelle
in cui non c'è un alito di vento e l'aria sembra miele fuso sulla
pelle.
Tra le fiammelle danzanti delle candele appoggiate fra i vasi di
geranio del parapetto in vecchi mattoni.
C'è della musica che sale dalle terrazze più basse
e brusii di feste.
Ma noi, la nostra festa, l'abbiamo qui.
Siamo noi: la tua pelle lucida di sudore, calda, abbronzata dal
sole di una giornata passata insieme al mare. Le mie mani che scivolano
sul tuo petto ed indugiano su ogni piccola increspatura e la mia bocca
che ti cerca, tutti i sensi tesi da un desiderio che è quasi dolore.
Basta, Lazar, questo gioco è crudele.
Non posso sognare l'acqua mentre muoio di sete.
Mi chiedi di aspettare.
Ma non posso restare qui ad aspettare senza fare nulla. E se domani
non ricevessi più nulla da te? Dove ti cercherei?
Come potrei sapere come stai, se sei vivo, cosa ti stanno facendo?
Mi dici che non ho idea di chi potrei incontrare.
E allora insegnami, fai in modo che io sappia difendermi perché
io possa difendere te.
Non posso starti lontana. Non posso, non posso.
Ma va bene. Aspetterò le tue notizie. Ne parleremo.
Ma il tempo non lavora per noi ed ogni giorno in più aumenta
i rischi che tu corri.
Ho bisogno di una tua foto. Quando verrò a Belgrado devo
avere i documenti anche per te.
Sono stata a Lucca domenica. Mi sono seduta ad uno dei bar di Piazza
Anfiteatro ed ho sognato che tu fossi con me. Ma quando ho aperto gli occhi,
avevo davanti solo una sedia vuota.
Ed allora ho pianto.
Isabela
Mercoledì, 3 Novembre 1999
Cara Isabela,
è vero, è un gioco crudele. Scusami, non volevo farti
soffrire. Ma in quale altro modo posso farti vivere l’amore che provo?
Non ho altro che le parole.
Per te vorrei essere innocente come un bambino, per te vorrei
essere libero come un rondone, per te vorrei volare fino alla terrazza
della tua Roma.
Mi poserei sulla tua spalla e con il becco, delicatamente, giocherellerei
con i fili lucenti che sono i tuoi capelli, li intreccerei uno con l’altro
fino a formare una treccia, e con quella treccia legherei i nostri cuori.
Ma io non sono innocente, e le mie ali sono tarpate, e non
potrò mai volare. Allora è meglio non lasciarsi trasportare
dal sogno. Il risveglio può essere molto duro, se il sogno è
troppo bello. E al risveglio la realtà che mi attende è questa,
le quattro mura che sono il mio rifugio e la mia prigione, il letto su
cui passo ore tormentate e insonni, il tavolo con il PC, la magica porta
dimensionale che ci ha fatti incontrare, che ci permette di sentirci vicini.
Finché potrò avere questo, potrò considerarmi fortunato.
Tu fai molto. Mi dai la voglia di continuare a vivere un giorno
di più, mi dai la forza per non arrendermi agli eventi.
Non temere, ljubav, cercherò sempre e in ogni modo
di mettermi in contatto con te. Ho qualche amico vero su cui contare.
Per ora non voglio che nessuno sappia di te. Ma se fosse necessario credo
di potermi fidare di Zlatko. Comunque ricorda, Isabela, chiunque
ti parlasse a mio nome dovrebbe iniziare con «quella notte passeggiavo
nella piazza dell’anfiteatro». Ehi, mi sembra di essere in un film
di spionaggio! ;-))
Lo so che è difficile stare lontani, ma per ora è
necessario. In questo momento stare vicino a me è come essere seduti
su una cassa di dinamite.
Un giorno, forse, un giorno sarà tutto diverso. Un giorno
ci sarà un mondo migliore.
Ok, lo so, frase fatta poco credibile, del tipo «andrà
tutto bene» dei film americani.
Ieri ho parlato con il mio comandante. Non viene volentieri
qui, perché teme che questi spostamenti possono dare indicazioni
a qualcuno sul luogo in cui mi trovo. Ma ieri era latore di un messaggio
dalla stanza dei bottoni. In breve, la situazione è questa:
la fazione di Draskovic (il maggior oppositore di Slobodan e miglior
interlocutore degli occidentali, aggiungerei anche il miglior potenziale
traditore) fa pressioni per un accordo con le NU che riguarderebbe la consegna
di alcuni di noi (uno in particolare, e indovina chi?) in cambio di un
allentamento delle sanzioni e di aiuti economici per la ricostruzione.
Zeljko non riesce a capire perchè ci sia questo accanimento
su di me.
Non ho mai avuto a che fare direttamente né con l’opposizione
né con il suo capo. Non sono certo tra i peggiori. E allora perché
questa insistenza?
Il Presidente sembra ancora intenzionato a proteggermi, soprattutto
perché lo deve al mio comandante, per tutti i servizi che
gli ha reso. Ma per quanto può resistere? E allora la proposta sarebbe
questa: io mi consegno volontariamente alle forze internazionali e loro
mi danno la garanzia di un processo equo.
Forse questa garanzia ti sembrerà poco. E invece è
qualcosa di rilevante.
E già, pensi che noi Serbi, gli eterni Aggressori, i
macellai, i «criminali di guerra», i campioni di
tutte le nefandezze, possiamo aspirare a trattamenti e giudizi equi, come
tutti gli altri inquilini di questo mondo? Sai che ci sono «criminali
di guerra» di tutte le altre etnie, croati, sloveni, albanesi? ma
di loro non si parla nella vostra stampa occidentale. E quando al tribunale
internazionale sono costretti a dar seguito alle denunce, per loro è
tutta un’altra musica.
Non voglio negare quel che è stato fatto, sai bene che mi
assumo le mie responsabilità. Ma la verità non è a
senso unico. Proprio in questi giorni perfino sulla vostra stampa
serva del capitalismo americano cominciano ad affiorare alcuni dubbi. Se
vuoi puoi leggerlo anche sul sito che ti avevo indicato. «Cosa
sa della verità chi al posto di un fatto si trova davanti unicamente
all’immagine dello stesso o, come nei notiziari televisivi, a uno stenogramma
dell’immagine o, come nel mondo della rete informatica, allo stenogramma
dello stenogramma?»
Queste non sono parole mie, non sarei capace di scriverle, sono
solo un rozzo criminale di guerra di un rozzo Paese Aggressore. Sono parole
di Peter Handke, scrittore, sceneggiatore (Il cielo sopra Berlino, per
capirci), saggista. E non è nemmeno serbo.
Scusa, mi sono lasciato prendere la mano.
Era solo per farti capire l’importanza della proposta. Un processo
equo.
Questo ha detto lo Zeljko ambasciatore.
Ma lo Zeljko comandante del reparto speciale ha aggiunto altre
cose:
se decidi di non accettare, ti faranno fuori loro, se decidi di
accettare, ti faremo fuori noi. Divertente, no?
E ora siamo al lavoro per trovare un’alternativa. So di avere ancora
un po’ di tempo. Intanto qualche giorno, prima di dare la risposta.
Che naturalmente sarà di rifiuto. Da quel momento avrò ancora
del tempo a disposizione perché chi mi cerca non sa dove trovarmi.
Prima che lo scoprano, io sarò fuori di qui. E poi si vedrà.
Le Tigri non possono permettere che io cada in mani nemiche.
Mi chiedi una foto. Non l’ho, e poi non saprei come fartela avere.
Pescando attraverso internet nell’archivio militare potrei forse
trovarne una, ma sarebbe comunque digitale. E poi ho paura di mostrarti
la mia immagine.
E se non ti piacessi?
Isabela, amore mio, non pensare che sia possibile quello
che stai architettando. Anche ammesso che io riesca a fuggire e a
restare libero, non potrei venire con te in Italia, in un Paese che fa
parte della Nato, che ha permesso agli aerei dell’alleanza di partire
dalle sue basi per venire a bombardare la mia terra.
E poi chi sarei, lì, cosa potrei fare, lì?
Dovrei vivere nascosto da qualche parte, con la continua preoccupazione
di essere riconosciuto, con la continua angoscia di perdere la mia identità.
Io amo la mia Patria, voglio continuare a servirla,
ho giurato di dare la vita per il mio popolo. Quando questi
momenti critici saranno superati potrò riprendere il mio posto per
continuare a difenderlo, oppure potrò decidere serenamente di pagare
il mio debito. Ma tutto questo non ci impedirà di incontrarci.
Non appena avrò trovato un posto sicuro, magari entro i
confini di un paese amico, troverò il coraggio di dirti di
raggiungermi.
C’ero, amore mio a Lucca. Non appena ho letto le tue parole,
l’altro/me mi ha permesso di vedere quella piazza, di vederne i colori
alla luce delle lampade, di sentirne gli odori e i rumori. Come un fantasma
venuto dal futuro ti ho allora raggiunta, ti ho vista seduta al bar, circondata
da tanti volti amici. Ho sentito le vostre voci e le vostre risate, ho
percepito la grande emozione che provavate per il solo fatto di stare insieme.
Ho girato per la piazza assaporandone ogni aspetto, soffermandomi
su ogni minimo dettaglio. Poi ho visto il tuo sguardo triste, rivolto
verso una sedia vuota. Ho visto la lacrima che silenziosa scivolava sulla
tua guancia. Non mi hai sentito, Isabela?
Ero lì e baciavo la tua guancia salata.
Non hai sentito un improvviso e delicato alito di vento che ti
ha sfiorata, ti ha circondata in un abbraccio impalpabile? Ero io,
ero li con te.
E ora devo lasciarti, anche se vorrei restare tutto il giorno attaccato
a questa tastiera per continuare a parlarti.
A presto. Ciao, gospoda moje srca, signora del mio cuore.
Lazar
Giovedì, 04 Novembre 1999 - Roma
Caro Lazar,
Non scusarti. È una dolce sofferenza sognare di amarti.
È vero, abbiamo solo le parole a difenderci dalla realtà.
Ma presto avremo anche altro. Ne sono sicura.
Tu di me conosci solo una piccola parte, quella che hai intravisto
nelle mie lettere. Io non sono solo questo, Lazar, non solo.
Non immagini quanto possa essere testarda... e quante poche siano
le cose che mi possono impedire di fare ciò che sento giusto fare.
La vita mi ha insegnato molte cose: non ho fatto guerre, ma ho
combattuto le mie battaglie e le ho vinte. E riuscirò a vincere
anche questa. Te lo prometto. Per noi.
Perchè la posta in gioco è troppo alta per
permettermi qualsiasi altra soluzione.
Mai arrendersi... mai.
Non devo essere io ad insegnartelo, vero soldato?
Ogni giorno è un nuovo dono da scoprire. Ed ogni giorno
ci avvicina un po' di più.
Chi è Zlatko? Non so nulla di te, della tua vita, dei tuoi
amici...
Avanti, fai il bravo paziente...
Racconta alla dottoressa i tuoi turpi segreti... Oh, Lazar...
non so perché ma stasera sono quasi allegra. Vorrei stare tra le
tue braccia a parlare di sciocchezze, a sentire la tua voce che mi racconta
di quando eri bambino...
Com'era tua madre?
E la tua prima ragazza?
Uhmmm... No... questo non lo voglio sentire...
Non voglio immaginarti con un'altra donna, anche se è lontana
nel passato... potrei diventare molto gelosa... Ridi amore mio? Vorrei
sentirti ridere.
Dimenticare per un attimo tutto ciò che non è come
vorrei.
Ah... dimenticavo... ho sempre sognato di sedere su una cassa
di esplosivo...
Sarà per questo che voglio stare con te. Adesso.
Non un giorno lontano in un futuro improbabile ed in un mondo migliore.
Ti chiedi il perché dell’interesse per la tua persona ?
Perchè tu porti in te stesso le prove di qualcosa di impossibile.
Forse tu non te ne rendi ancora conto.
C'è un gruppo di pressione negli USA, un gruppo che ha una
grossa influenza perfino sul presidente. Non mi meraviglierebbe troppo
scoprire che l'attacco della NATO alla tua patria è avvenuto anche
grazie alle pressioni di quel gruppo.
A loro non interessa né il Kossovo né la Serbia...
Volevano i segreti degli studi di Vodika. E pensavano che la grande Serbia
di Milosevic si sarebbe arresa dopo 48 ore di bombardamenti a tappeto.
Le cose poi sono andate diversamente...
Hai idea del valore di quegli studi? Hai idea di quanto possano
fare gola a chi ha tutto tranne la possibilità di vincere la morte?
Perchè alla fine di questo si tratta, amore mio. Vodika
sapeva di essere nel mirino di questi fanatici. Aveva ricevuto prima proposte
e poi minacce.
Io non credo che siano stati gli uomini dell'UCK a provocare la
strage nella clinica. Non ne avrebbero avuto la possibilità, nonostante
tutto.
E se le mie ipotesi sono esatte, se sono stati loro a distruggere
la clinica, ora hanno in mano tutte le cartelle e sanno benissimo
quale tipo di intervento sia stato eseguito su di te.
Sanno che Vodika considerava il tuo donatore un uomo molto particolare,
con una vitalità superiore alla media. Per inciso, proprio questa
fu la ragione che indusse il dottore ad utilizzare una parte del suo cervello
per te. Eri un paziente importante, amore mio...
Se non mi sbaglio, loro hanno in mano gli stessi dati che ho io...
o magari anche qualcuno in più. Ti pare ancora strano che vogliano
proprio te?
Ma non illuderti.
Non avrai mai un processo, né equo né di parte: chi
vuole la tua consegna non ha nessuna intenzione di processarti. Vogliono
studiarti. E per loro che tu sia vivo o morto non fa alcuna differenza.
Siamo al lavoro?
Fuori di lì?
E dove? E con chi? Per farti uccidere da qualcun altro?
Senti, ne ho abbastanza delle tue reticenze e del tuo tenermi fuori
dai problemi.
Sto facendo gli ultimi preparativi. Entro la prossima settimana
sarò a Belgrado che tu lo voglia o no. Tu mi dirai dove sei
e cosa posso fare per aiutarti.
E se non me lo dirai tu lo scoprirò da sola.
So badare a me stessa e non correrò pericoli inutili. E
non voglio discussioni perché ho già deciso: a costo
di ispezionare tutta la Serbia palmo a palmo, io ti troverò. Non
hai idea della forza che posso avere, quando voglio.
Mandami la foto, non importa se è vecchia. E non preoccuparti
per il tuo aspetto...
Oddio, come sono sciocchi gli uomini...
Credi che sia così importante come sei? Sei tu. Mi basta.
... e se invece fossi io a non piacerti?
Se fossi brutta, grassa, bassa, coi brufoli, le gambe pelose ed
i denti d'oro? (...paura, eh?)
Non ti dirò come sono: quando ci vedremo la prima volta
tu saprai che sono io anche se non mi conosci. Mi hai già
vista... nei tuoi sogni, nella tua anima tu sai...
Tutto è possibile se lo vuoi.
Se non potremo stare in Italia andremo in un altro paese. Ho molti
amici. Amici, fratelli, che potranno aiutarci. Se necessario potremo cambiare
il tuo viso quel tanto che basta per non farti riconoscere. Avrai un nuovo
nome, una nuova identità ed una nuova vita.
La tua patria ha già avuto tutto da te.
La vita, tu l'hai già data una volta per il tuo popolo.
Che altro vuoi dare, anche la tua anima? Hai già pagato
i tuoi debiti. Con il dolore e con la solitudine. Pagherai ancora. Coi
ricordi: nessuno potrà mai cancellarteli.
Ma adesso basta. Ti proibisco di continuare a farti del male. E
ti ordino di vivere, per noi, se non per te stesso. Te l'ho già
detto una volta.
Hai un nuovo futuro, hai perfino ricordi nuovi, diversi, a cui
aggrapparti, in cui trovare la forza che ti manca. Sei diverso da quello
che eri prima.
Devi renderti conto di questo. E ci sono io.
Non mi puoi rinnegare. Io sono la tua signora immortale.
Ti ho risvegliato, un giorno, perché ho sentito in te qualcosa
che mi attraeva.
Ti ho scelto per me, amante e figlio. Ti amo.
Nulla Sarà Come Prima.
Isabela
Giovedì, 4 Novembre 1999
Cara Isabela,
mi sento sempre più confuso e frastornato. Nelle cose che
mi hai detto nella tua ultima lettera c'è quanto basta per far uscire
di testa una persona normale, figuriamoci uno col cervello ricostruito
come un puzzle.
Ma come fai a saperle, quelle cose? A me sembra fantascienza o,
più esattamente, fantapolitica. Mi verrebbe da ridere, se me le
avesse dette un altro. Ma a te non so fare a meno di dare fiducia. Non
dovrei, perché in realtà potresti essere chiunque,
anche qualcuno che nascosto dietro la divisa di professionista della psiche
mi sta costruendo intorno l'ennesima trappola. Forse nel camice della dottoressa
Carabella si cela un omaccione grande e grosso con barba e baffi. Mio dio,
chi ho amato con tanta passione nello chalet del bosco ?!?
Ma non posso fare a meno di continuare a vederti come ti ho vista
finora, perché lo so, qualcosa dentro di me continua a ripetermelo,
tu sei il mio amore.
Chi sei, Isabela? Sento che sei molto di più. E me/l'altro lo sa e sogghigna. Ogni tanto mi concede qualcosa, ma poi alza una barriera e si chiude a riccio. Ancora mi detesta, ancora non riesce ad accettare quel che sono. Potrei forzarlo, potrei imporgli di lasciarsi andare totalmente in me. Ma mi costerebbe fatica e sofferenza, e in questo momento devo preservare le mie scarse energie per le prove che mi aspettano.
Anche io mi sento allegro, amore mio. Mi ha messo allegria il tuo
sorriso, mi va di sdraiarmi di nuovo sul divanetto color fiordaliso e vederti
all'opera .... con il blocco notes, intendo! E stavolta niente distrazioni!
Quando ero bambino, ero un bambino normale (insomma, non ero già
un ricercato). Vivevo con la mia famiglia a Novi Sad, una città
bella, con tanti ponti (ora ne stanno ricostruendo qualcuno; sai, è
stata tra i posti che hanno ricevuto il più gran numero di omaggi
dalla NATO).
Mio padre, Ivan, era un generale dell'esercito serbo (punto a mio
sfavore? origini guerrafondaie, violenza nel DNA).
Mia madre, Katarina, si occupava della famiglia, di me e di mia
sorella Neda, poco più grande di me (ora ricordo il nome, ma non
ricordo il suo volto). Bravo a scuola, un po’ bulletto da adolescente,
passione per la musica (ahimé, Wagner, la cavalcata delle Valchirie,
tornano i conti? Però anche Beethoven, lo sai no?), passione per
le armi e per le varie forme di combattimento, grande amore per la Yugoslavia
e soprattutto per il suo cuore, la grande Serbia; tifoso della squadra
di calcio "Stella Rossa".
Ammesso all'Accademia Militare, Lazar Jakovic si è sempre
brillantemente distinto, sia dal punto di vista fisico che da quello intellettuale
(lasciami pavoneggiare un po', mi mette di buon umore pensare a che buon
partito ero). Poi è cominciato il crollo del mio mondo. E ho sentito
che era mio dovere scendere in campo per difendere il difendibile, con
qualunque mezzo. Mio padre è stato ammazzato nel giugno
del 1991, durante la cosiddetta guerra dei dieci giorni in Slovenia, uno
dei settanta morti nel conflitto iniziale. Quasi tutti i morti erano
soldati dell'esercito iugoslavo, già allora il grande "aggressore".
Come si spiega questo, considerando che essendo enormemente superiore in
ogni senso avrebbe potuto avere facilmente ragione sui pochi combattenti
per l'indipendenza slovena? Chi ha sparato su chi? In quel periodo
ho conosciuto Zeljko Raznatovic al club "Stella Rossa Belgrado", e lui
mi ha offerto la possibilità di battermi per le cose in cui
credevo.
Poi ... non mi va più di parlarne.
La mia ragazza? Ohhh, ne ho avute talmente tante da non ricordarmele!
Fai bene ad essere gelosa...
Va bene, va bene, non so mentire. Ho avuto una sola storia, Ljiljana.
Dolce, carina, capace di adorarmi e di solleticare la mia vanità.
Soprattutto capace di aspettarmi, con pazienza e devozione, perché
io, il guerriero, ho sempre avuto poco tempo per lei. Ma le ero fedele,
perché per me l'impegno preso con una persona ha un grande valore.
Quando sono tornato dalla mia paziente e fedele amata, dopo la guerra
di Bosnia, lei era sposata ed aveva anche un piccolo bambino!
Zlatko, il mio amico? Questo è un discorso delicato.
E' sempre stato il mio amico del cuore, compagno di scuola e di
vita. Ci siamo sempre aiutati
reciprocamente e ora lui occupa una posizione che gli permette
di fare qualcosa per me, ma con alto rischio personale. Quindi non voglio
comprometterlo più di tanto. Se ci sarà bisogno, lui potrà
farci da tramite. Gli ho chiesto un portatile e un cellulare (mi
hai dato tu l'idea), così potremo sempre rimanere in contatto.
Mi dici che non ho idea di quanto tu sia testarda.
Ce l'ho l'idea, ce l'ho eccome! E mi preoccupa. Non so che dirti,
non posso impedirti di fare di testa tua . Ti mando la foto. Speriamo bene.
Ehm, dal vivo sono meglio, sai, quella foto è venuta un po' male.
Ed è vero, sono sicuro che ti riconoscerei, se ti
vedessi.
Con tutti quei denti d'oro, brufoli e peli, non potrei sbagliarmi!
Ti ho già detto che non voglio perdere la mia identità.
Posso accettare un documento falso solo per un periodo limitato, ma continuerò
ad essere Lazar Jakovic.
Mi so difendere, la lotta non mi preoccupa.
Sono davvero un duro, sai?
Le tue ultime frasi mi hanno veramente stravolto. Sento di
essere molto sensibile ai tuoi ordini. Sei davvero la mia Signora, e sono
pronto ad adorarti. Ma è veramente a me, Lazar, che ti stai rivolgendo?
O in me cerchi solo l'altro, il donatore, Alessio, si ora ho pronunciato
il suo nome, è lui che avevi scelto, è lui che ti attraeva?
A chi dici ti amo? A chi ti stringevi sdraiata sul tappeto nello chalet?
Sono confuso.
È come se tutto questo fosse già accaduto. L'improvviso
gelo che mi stringe il cuore l'ho già provato. E allora cosa resta
di me, del mio amore per te? Sono solo un involucro? Vuoi che Lazar scompaia
e lasci il posto al tuo prescelto? Vuoi che mi annulli per restituirti
lui? Chiedimelo, Isabela, chiedimelo e lo farò, se è questo
che desideri. Lo farò per l'amore che provo per te.
Voglio spegnere tutte le luci, e voglio piombare in un sonno
che mi dia l'oblio. Prenderò i tranquillanti, questa notte.
Domani, domani è un altro giorno. E forse davvero nulla
sarà come prima.
Con amore e paura.
Tuo .. quello che vuoi.
Venerdì, 05 Novembre 1999 - Roma
Mio dolce Lazar,
pensi di poter sopportare un bacio da un omaccione con barba e
baffi?
Oh... che sbadata... non avevo neppure il camice... ti spiace?
Beh, tanto per incominciare non ho la barba. Neanche i baffi, se
è per questo. Non sono neppure grande e grossa. Per la verità
sono piuttosto minuta... dovrò alzarmi sulle punte dei piedi per
baciarti quando ci incontreremo.
Di positivo c'è che potrai prendermi in braccio senza troppi
sforzi se ci trovassimo in un ascensore in caduta libera.
... e che potrai continuare a versarmi la vodka sulla camicetta
tutte le volte che vorrai... a patto che poi tu me la tolga.
Ora basta ridere.
Quello che ti ho detto non è fantapolitica. Non sono esattamente
una sprovveduta.
Conosco qualcosa del mondo in cui mi muovo. Tu sei l'esperto in
strategie militari... io invece conosco le reali forze in gioco. Quelle
che muovono i fili. Posso guardare un po' oltre il velo e scoprire cosa
c'è dietro.
Mi chiedi chi sono… Lo sai.
Sono la tua amante, tua sorella, tua madre, tua figlia, la tua
vita.
La tua Amata Immortale, ricordi?
Sono la terra che germoglia e il grano che ondeggia.
Sono l'inverno che gela i campi, sono la neve.
Sono la primavera che risveglia i semi addormentati.
Sono azione e pensiero.
Sono solo una donna che ti parla d'amore...
Avremo tempo anche per capire..
Ora non è possibile. Ma più avanti, insieme, scopriremo
ciò che si cela oggi dietro la barriera. Imparerai a convivere con
la consapevolezza che ti porti dentro. Non devi forzare nulla: al momento
giusto andrà tutto a posto. Senza sofferenze.
Ti aiuterò io. In fondo è il mio mestiere e sono
un'ottima professionista nel mio campo.
Non devi preoccuparti per me. So cavarmela abbastanza bene. E poi
saremo sempre in contatto. Penso di poter essere a Belgrado per metà
della settimana prossima al massimo.
Lì mi dirai tu cosa devo fare.
Domani stesso porterò la tua foto ad un mio ... ehm... amico
per farti avere nuovi documenti.
Incomincio ad accorgermi che sei davvero un duro... E mi piace...
Sei tu che mi attrai. Sei tu quello che amo. Sei tu. Perché
d'improvviso hai paura? Possibile che non lo senti? E' per te quest’amore.
Per te, Lazar Jakovic. Per te. Chiunque tu sia.
Non voglio perderti. Non voglio che tu annulli la tua mente.
Voglio che tu sia libero di vedere, di scegliere. Voglio che TU
mi ami.
Ma lo vedrai, lo sentirai presto.
Perché se ora puoi avere dei dubbi o delle paure, quando
saremo insieme, quando saremo vicini, allora i dubbi spariranno come nebbia
al sole.
Dormi bene, amore mio.
Ancora poche notti lontani.
E poi ogni notte sarà la nostra.
A presto
Isabela
Sabato, 6 Novembre 1999
Isabela, tesoro mio,
oggi sono felice. Ho aspettato a lungo prima di leggere la tua
lettera. Temevo che mi chiedessi di farmi da parte, temevo che le mie insicurezze
e le mie paure trovassero conferma nelle tue parole. Lo so, sono proprio
uno stupido, non dovrei nemmeno pensarle certe cose. Sento il tuo amore
che mi scalda e mi avvolge in ogni momento della giornata. Però
tutto questo è così nuovo e così importante,
così "irrinunciabile", che non mi sembra vero che sia capitato proprio
a me e ogni tanto si insinua nella mia anima, ammesso che io abbia
ancora un'anima, il sottile terrore che sia tutta una illusione.
Ma le tue parole hanno sciolto la mia paura, almeno per ora, e
voglio vivere a pieno questa giornata, ripetendo a me stesso fino allo
spasimo tutto quello che mi hai detto. Purtroppo non posso tenere a lungo
i nostri messaggi. Li imparo a memoria e poi li cancello. Ogni volta cancello
anche il tuo indirizzo. Non posso rischiare che qualcosa di noi sia visto
da occhi indiscreti. Se questo bel sogno venisse interrotto, le sue tracce
resterebbero solo nella tua memoria. Mi ricorderai per sempre, Isabela?
Ma ora basta con questi toni da melodramma. Oggi sono felice, e voglio
pensarti felice.
Ho dormito a lungo, la scorsa notte. E ieri sono rimasto per tutto
il giorno ... imbambolato,
inebetito, intontito. Ma cosa ci mettono in queste pasticche di
valeriana? Ti immagini il grande guerriero che non riesce a fare quattro
passi dritti, che per arrivare dal letto alla sedia si fa venire l'affanno,
che ci mette dieci minuti per capire una semplice frase che gli viene rivolta?
Ma non ti preoccupare, ho ripreso a buttare le pasticche nel cesso (ops,
scusa il linguaggio da caserma...) e oggi sono di nuovo me stesso (come?
non vedi la differenza? ah, birichina, non sfidare troppo la mia pazienza.
Chi è questo ...EHM...AMICO cui accenni??? Cosa hai
a che fare con lui? Guarda che non posso sopportare l'idea che l'ehmamico
ti faccia gli occhi dolci, che ti sfiori la mano con lascivia, che faccia
qualche pensierino poco corretto su di te. Digli che se ci prova dovrà
vedersela con me!
Scusami, Isabela, tu sai molte cose di me, io invece so poco della
tua vita. Sei, come si dice ... single? Sei sposata, hai un uomo accanto
a te? Credo proprio di no, perché non potresti esprimere tutto
quell'amore se già avessi un amore che ti appaga.
Comunque SPERO proprio di no, non potrei sopportarlo.
So di avere ancora qualche giorno di tempo, prima che la situazione
diventi critica. Dovrei fare dei piani. Ma oggi non mi va di parlare di
problemi, di pericoli, di nemici. Oggi sono felice e voglio parlare solo
di te e di me.
Hai detto che ti piace che io sia un duro.
Hai detto che hai sempre sognato di sedere su una cassa di esplosivo...
E allora ti porterò con me, ma questa volta lontano dallo
studio col divanetto fiordaliso, lontano dal caminetto scoppiettante e
dalle note della nona sinfonia.
Vieni con me, mia amata, vieni con me sul campo di battaglia.
Ascolta il sibilo delle pallottole, il fragore delle esplosioni,
le urla dei colpiti. Questa sarà la
nostra colonna sonora.
Guarda i bagliori delle granate, i colori ipnotici del fuoco che
divampa e distrugge, il rosso del sangue che impregna la terra.
Respira l'aria che odora di polvere da sparo, di fumo acre, di
carne martoriata, di sudore e paura.
Assapora ogni istante di vita in quel modo intenso e speciale che
viene solo dalla consapevolezza di poterla perdere l'istante dopo.
Tendi tutti i tuoi sensi fino allo spasimo e ripeti incessantemente
IO VIVRO', perché il fatto di continuare ad esistere un minuto dopo
può dipendere da questo.
Siamo insieme, nascosti fra le macerie di quella che fu una fattoria.
Quei resti anneriti ci fanno da scudo, ci proteggono dai proiettili assassini
che schizzano nell'aria come api impazzite. Di tanto in tanto mi sporgo
cautamente e rispondo al fuoco. Sto "coprendo" il disimpegno dei miei compagni.
Sono rimasto isolato, e non so per quale sortilegio tu sei comparsa accanto
a me. Ora devo cercare di uscire da questa situazione. Dobbiamo salvarci
la pelle, e non sarà facile. Sento la responsabilità della
tua vita, perché ti ho lasciato venire qui? Se ti accadesse qualcosa
non potrei mai perdonarmelo.
Laggiù, a circa cento metri, c'è un veicolo corazzato.
Sembra in buone condizioni. Però occorre traversare il fuoco
nemico, per raggiungerlo. Ti porterò in salvo, amore. Resta qui
al riparo. Non temere, correrò più forte del vento, salterò
sul corazzato, lo porterò fin qui, ti porterò la salvezza.
Tu stai pronta a saltare su.
I sensi tesi, sto per scattare.
- Vengo con te - la tua voce mi ferma.
Non ci pensare nemmeno, rispondo.
- Vengo con te - ripeti, e i tuoi occhi esprimono decisione.
No, ti prego, non è necessario, aspetta qui. La mia voce
è quasi supplicante.
- Vengo con te - sembra una sentenza senza appello.
Allora la mia voce diviene dura. TI ORDINO di restare qui.
Uno sguardo ironico, fai il gesto di baciarmi, una spinta
inattesa e perdo l'equilibrio, un attimo e sei schizzata fuori dal riparo.
Sconcertato e incredulo ti vedo correre tra i proiettili, zigzagare
con la leggerezza di una gazzella tra i piccoli fuochi d'artificio
delle granate che esplodono poco lontano da te. Mille pallottole argentate
ti sfiorano, mentre figura eterea corri tesa e determinata per evitare
le carezze di quei freddi amanti assassini.
Gridando il tuo nome ti seguo, sparando all'impazzata verso nemici
invisibili. Volontà di annientare quelli che stanno mettendo in
pericolo la tua preziosa vita, volontà di distruggere quelli che
osano guardare il tuo corpo indifeso, anche se solo attraverso il
mirino di un'arma.
Secondi che scorrono lenti come secoli, momenti che potrebbero
dividerci per sempre. Se uno dei due fosse colpito, che ne sarebbe del
nostro amore?
Arrivi al veicolo. Ora c'è di nuovo uno scudo a proteggerti.
Apri lo sportello e sali sopra. Ti raggiungo, Mi fai segno di salire. Mi
incanto a guardarti. Il tuo volto è arrossato, il tuo respiro
è affannoso.
Isabela, pronuncio il tuo nome con una nota di rimprovero nella
voce.
Mi rispondi sgranando gli occhi e indicando qualcosa alle
mie spalle.
Faccio appena in tempo a girarmi per guardare in viso il mio aggressore,
e vedere la traiettoria del suo pugnale che mi colpisce il braccio sinistro,
quasi all'altezza della spalla. Un dolore lancinante, la lama affonda nel
muscolo. Avevo pensato che fossi in salvo, amore, e invece sei ancora
in pericolo!
Estraggo il coltello e mi getto in un furioso corpo a corpo, un
combattimento crudele e primitivo, l'uomo che difende la sua caverna e
la sua donna. Il nemico barcolla, cade, mena fendenti alla disperata. Con
un colpo rabbioso gli faccio volare via l'arma; giace privo della
iniziale baldanza, i suoi occhi implorano pietà. Ma non c'è
posto per la pietà, in questo luogo dimenticato da Dio. Colpisco
con il coltello all'altezza del cuore. Un grido, ed è tutto finito.
Mi tendi la mano e mi inciti a salire sul veicolo. Il sangue esce
con pigrizia dalla ferita. Siamo ancora vivi, nonostante tutto.
Il nostro amore si è guadagnato altri istanti da vivere.
Le mie labbra si incollano alle tue con la stessa furia che mi
ha spinto contro l'aggressore.
Le nostre lingue si esplorano reciprocamente con voracità,
ci stringiamo l'uno all'altra con una sorta di voluttuosa disperazione,
come se la guerra che intorno a noi continua la sua danza macabra non fosse
reale.
La tua mano sfiora la mia ferita. Sobbalzo, e tu guardi con stupore
il rosso liquido caldo che scorre fra le tue dita.
- Sanguini, bisogna fare qualcosa - mi dici con voce preoccupata.
E' come risvegliarsi. Ma che stiamo facendo? Stiamo per fare l'amore
sotto l'artiglieria nemica?
- Non è niente, ne ho tanto di sangue nelle vene! -
dico ridendo come un cretino - Ora bisogna andare via di qui, subito.
Ci penseremo dopo a leccarci le ferite!
- Va bene, mio eroe. Io guido, tu pensa a sparare - rispondi mentre
metti in moto il veicolo. E anche tu cominci a ridere senza freni. Questa
allegria sembra fuori posto, e invece è proprio adeguata alla situazione,
amore e morte, morte e amore, cosa ci può essere di più eccitante
per due come noi?
Siamo fuori dalla portata delle armi nemiche. Comincia a farsi buio.
Andiamo avanti, ancora e ancora. Il braccio mi fa male, la ferita brucia,
anche se il sangue si è fermato. Ma questo dolore pulsante ha un
suo fascino, mi ricorda che sono vivo. Ora la strada è diventata
stretta e disagevole. C'è un bivio davanti a noi. E' il momento
di fermarci. Guardi la piantina che hai trovato nel cruscotto del
furgone.
Dovremmo andare a Nord. Fai un passo, ti blocco.
- Aspetta - grido - davanti a noi c'è un campo minato! Vedi
le zolle di terra smossa? Vedi ... e ti indico le prove di quel che sto
affermando.
- Va bene, allora gireremo da questa parte e riprenderemo la direzione
giusta in questo punto. -
Non ti perdi d'animo, il tuo senso pratico non ti abbandona mai.
- Ma prima fermiamoci un momento. Abbiamo bisogno di un attimo
di riposo, e poi voglio vedere la tua ferita.
Ci sediamo sull'erba malconcia, mentre la luna comincia a salire
nel cielo.
- Uhum, bruttina, ma non grave - mi sussurri all'orecchio
dopo aver esaminato il mio braccio. - Ora te la disinfetto.
Armeggi con il tuo zaino e mi mostri una boccetta di profumo.
- Nooo, lascia stare - cerco di scansarti - è solo
un graffio.
- Via, soldato, - scuoti la testa ridacchiando - avrai mica paura?
Oh si, farà un po' male, ma che vuoi che sia per un duro come te?
Mi arrendo, stringo i denti e ti lascio fare.
- Ti avevo detto di non muoverti - la mia voce è tagliente.
- E io volevo venire con te. Faccio sempre quel che voglio - rispondi
troncando ogni possibilità di discussione.
Mi alzo, ti guardo, ti sorrido, guardo la luna. E comincio ad avanzare.
Lentamente, ma con determinazione. Quando sollevi la testa verso di me,
sono già molto avanti, dentro il campo minato.
- Lazar - mormori - sei impazzito? Ti hanno trapiantato il cervello
di una scimmia?
Senza girarmi continuo a camminare, attento a dove metto i piedi.
Quando sono più o meno al centro del campo mi fermo, mi giro, e
ti tendo le mani. La tua espressione è un punto interrogativo. Poi
all'improvviso sfoggi un sorriso ironico e determinato, che sa di accettazione
della sfida.
Cominci ad avanzare verso di me. E i nostri cuori battono all'impazzata,
e i nostri sensi si tendono spasmodicamente nell'attesa di quello che potrebbe
accadere. Finalmente mi raggiungi. I nostri respiri sono affannosi, il
sapore del pericolo ci travolge con il suo effetto afrodisiaco. Mi assali
con furia, gridando pazzo, maledetto pazzo, te la farò pagare.
Sono io che te la sto facendo pagare, Isabela.
Mi schiaffeggi, mi graffi, ti mordo, ti strappo di dosso quella
specie di pigiama di seta nera che indossi (ma dove compri vestiti così?
Per venire in guerra, poi? La guerra non è un pranzo di gala, cosa
credi?).
Laceri la mia tuta mimetica, la ferita al braccio si riapre e comincia
a sanguinare. Ci rotoliamo tra l'erba, striati di sangue, rabbiosi e felici,
ci amiamo in modo violento, senza tregua, gridiamo e ridiamo, piangiamo
e ridiamo, sfidando il destino. E per un momento lo desideriamo, l'orgasmo,
il piacere che esplode insieme alle mine che ci circondano. Amore e morte,
morte e amore. Cosa c'è di più eccitante?
Domani, domani penseremo a come andar via di qui. Per ora restiamo
abbracciati al centro del campo minato.
Tuo Lazar
Domenica, 07 Novembre 1999 - Roma
Lazar caro,
Ho appena finito di leggere la tua lettera.
Amore mio pazzo e meraviglioso.
Quando mi aspetto da te piani e istruzioni di guerra, ecco che
mi arriva invece un abbraccio così caldo da lasciarmi senza fiato.
In un campo minato, per giunta...
Credo proprio che non ci annoieremo, insieme...
Mi piace come mi immagini. Ma forse non sarei così temeraria...
Certamente non userei il profumo per disinfettare una ferita...
Dopotutto sono un medico, anche se i miei metodi a volte possono sembrare
poco "ortodossi" a chi non ha occhi per capire... Ma non a
te...
< Percezione >
**(Chiudi gli occhi, amore. Abbassa le difese della tua mente, lasciati
andare al flusso delle emozioni senza timore. Abbandonati, lasciati cullare,
rilassati...
Ascolta solo le sensazioni che senti fluire dentro di te.
Le emozioni ti attraversano come se fossi trasparente e ti colmano
di energia. C'è tanta energia intorno a te e dentro di te. La vedi:
sono fili argentati che vibrano e pulsano, vivi.
Riccioli cangianti che fluttuano, danzano, si dividono e si ricompongono
in schemi già visti e già compresi. Tu la senti e la comprendi.
La puoi raccogliere.
Ne sei capace... lo so.
Lo sai che puoi raccoglierla, devi solo aprire la tua mente e accoglierla
dentro di te. Fallo.
Ecco... Ora tu stesso sei energia...
Vicino a te ci sono io: un piccolo punto di luce brillante che
ti dà forza e ti mostra la via.
Guarda la tua ferita, ora...
Intorno ad essa i fili argentati sono spezzati, aggrovigliati,
pulsano di un lucore malsano. Sotto, vedi i lembi aperti della carne ed
il sangue che sgorga lento.
Ricorda come fare... lo sai...
Allunga le dita fatte di nulla, riannoda i fili spezzati, distendi
i grovigli, fai fluire nuovamente la vita...
Sei tu, ma sei frammentato nell'incoscienza vigile dei miliardi
di cellule che compongono il tuo corpo. Ha la perfetta consapevolezza di
ciascuna più piccola parte di te. Sai dove si trova il danno, sai
come fermare il dolore, sai come riparare le lesioni.
Il piccolo punto brillante ti ama, ti sorride. Vai avanti.
È facile. Ogni cellula lo sa e tu devi solo dare loro una
piccola spinta con le dita della mente. Devi solo avviare il processo...
Basta poco. Il punto brillante ti incita, continua, continua... non aver
paura...
Le cellule danneggiate vengono riparate, il sangue riprende il
suo corso nei vasi ricostruiti, lembi della ferita si richiudono...
Il piccolo punto di luce sorride, si allarga, s'ingrandisce...
è una donna bellissima... una dea?... Madre? Lo sapevo
che potevi farlo, figlio mio...)**
Il nostro sogno non sarà interrotto. E ci sarai tu accanto
a me a ricordarmi di amarti ogni giorno come se fosse il primo.
Ho tutte le tue lettere. Le leggo ogni giorno, quando mi manchi
troppo, per scoprire dove è incominciata questa strana storia fra
noi. Mi ricordo la prima lettera che ti scrissi...
Quanto tempo sembra passato da quel giorno: eppure non è
neanche un mese. Mi sembra di conoscerti da una vita.
Oh, Gesù... sei anche geloso ?
Ma non ti preoccupare: l'ehmamico è un vecchio avvocato
che bazzica in vari ambienti e che è stato in grado di preparare
per te i documenti falsi. Li vado a ritirare domani mattina. Mi ha assicurato
che saranno perfetti.
Sei un soldato pigro e romanticone... Ma guarda un po' di chi mai
dovevo innamorarmi...
... e così tocca a me fare i piani...
No, scherzo. È stato talmente emozionante leggere le tue
parole e viverle con te che non posso rimproverarti nulla. Anzi. Ogni volta
che sarò troppo seria o troppo preoccupata o troppo presa dai problemi,
ricordati di portarmi via con te...
Ma ora devo passare, almeno io, alle cose serie.
Martedì sera parto da Ancona con il traghetto per Spalato
(sarei venuta in aereo, ma non ci sono voli per Belgrado...).
Alle sei della mattina dopo dovrei essere lì. Non so esattamente
quanto ci vorrà per Belgrado, lo stato delle strade non era buono
neanche l'ultima volta che fui in Yugoslavia otto anni fa, immagino che
ora sarà peggiorato.
Comunque, in serata conto di essere a Belgrado e di cercare un
posto per dormire. L'agenzia di Roma mi ha consigliato l'hotel Yugoslavjia,
bld Nikole Tesle, è un hotel di lusso. Io vorrei qualcosa di più
tranquillo... magari un po' fuori città, chissà se tu hai
qualche idea...
E poi?
Lazar, io non so dove sei.
Non credi che dovresti dirmelo? Va bene la segretezza, ma se non
so dove sei...
... e poi come conti di uscire da lì?
O pensi che debba venire io ad assaltare il tuo ospedale, mitra
in pugno?
Guarda che lo faccio... Però non ho il mitra... sai dove
posso trovarne uno?
Insomma, amore mio... io la mia parte di piani l'ho fatta, ma lo
stratega, fra noi due, sei tu...
Lazar... ci pensi?
Fra tre giorni potremo incontrarci.
Niente più parole scritte e baci immaginati. Niente lettere.
Niente sogni rubati.
Tre piccoli giorni. Tre eternità da riempire di speranze.
Poi saremo insieme.
Giura che la prima cosa che farai sarà darmi un bacio lungo
almeno mezz'ora.
Ti amo
Isabela
Domenica, 7 Novembre 1999
«Quella notte passeggiavo nella piazza dell'anfiteatro»
Egregia dottore,
scusate per mio italiano poco giusto, ma io conosco così.
Nostro comune amico oggi no può parlare con voi.
Esso ha avuto piccolo incidente, inciampato in scala e caduto.
Aveva sigaretta accesa in mano, così ora in apoteka con
ematomi e bruciatura. Ma poca cosa. Niente preoccupazioni. Domani lui guarito
torna a parlare con voi.
Distinti saluti.
Zlatko
Lunedì, 08 Novembre 1999
Lazar, cosa è successo?
Davvero stai bene?
Davvero sei solo caduto?
Non ti hanno picchiato, vero?
Ma sei scemo? Ti avevo detto di non prendere più i tranquillanti
che ti stordiscono... Ma come si fa ad inciampare in una scala... E con
la sigaretta in mano...
Accidenti a te, eroico guerriero, che mi fai morire di paura.
Isabela
Lunedì, 8 Novembre 1999
Ciao, amore mio,
eccomi di nuovo qui, un po' malconcio, ma ansioso più che
mai di parlare con te. Mi dispiace se sei stata in pena per me. Sto bene,
insomma, abbastanza bene.
Accidenti a Zlat! Gli avevo chiesto di avvisarti che forse per
qualche giorno non avrei potuto scriverti. Ma non di farmi fare una
figura da cretino! DETESTO fare la figura del cretino.
Prima di tutto devo precisare che:
primo, non ho preso pasticche
secondo, io non fumo
terzo, non vado in giro per le scale di questo edificio.
E ora forse è il caso di raccontarti quello che è
veramente successo ieri.
È un po’ lungo... L’ho scritto prima per te....
***
Domenica mattina, giorno di festa (per chi?). Ho ancora un po'
del buonumore di ieri. Chiederò per l'ennesima volta che mi
permettano di telefonare a mia madre. Non sarà poi così pericoloso,
via, per una telefonata!
Ho indossato camicia e pantaloni, invece della solita tuta.
Il berretto di lana grigia è al suo posto. Voglio tenerlo sempre
in testa, perché so che il mio amore mi pensa così. Uno degli
agenti di guardia bussa alla porta e mi dice che ci sono tre signori che
devono vedermi. Entrano tre individui e mi mostrano documenti e permessi
firmati da dirigenti di vari Ministeri. Sono tre medici della " commissione
medica governativa", incaricati di svolgere alcuni accertamenti e redigere
un rapporto circostanziato sulle mie condizioni di salute. Gli agenti della
sicurezza controllano le scartoffie e poi mi invitano a seguire gli esimi
dottori in infermeria. Chiedo se ha dato il suo assenso il Capo Distrettuale
della Sicurezza. Mi viene confermato che è tutto a posto. Li seguo
malvolentieri, ma capisco che è un invito che non si può
rifiutare. Scendiamo verso il livello -1 (in ascensore, non per le SCALE!)
e arriviamo nell'ala riservata all'infermeria. Noto che stranamente nei
corridoi di questa ala non c'è in giro nessun altro, oltre a noi
e ad alcuni agenti che sembrano conoscere i tre medici.
Non mi piace questa situazione, ma non so bene cosa fare. Paranoia,
mi dico; non puoi vedere trappole dappertutto.
Entro con il trio nella saletta del pronto soccorso. Anche lì,
nessuno. Il più autorevole dei tre dice qualcosa agli agenti in
corridoio e chiude la porta. Poi mi fa accomodare e apre una sua valigetta.
Iniziamo con un maldestro prelievo di sangue. Bestemmio mentalmente, pensando
"chissà se la siringa è stata ben disinfettata?", e fin qui
tutto mi sembra abbastanza normale. Subito dopo i due che chiamano "signore"
quello autorevole, mi si affiancano. E qui cominciano i guai.
-------------------------------------
Ehm, scusa il linguaggio da caserma che mi scappa di tanto in
tanto nella parte che viene adesso, ma il fatto è che ci troviamo
praticamente in una caserma
------------------------------------
- Signor Jakovic - dice lo stronzo autorevole - abbiamo bisogno
di avere alcune informazioni da lei. Per il suo bene la preghiamo di collaborare.
- Non mi ritengo autorizzato a parlare con voi, signori. E poi
non ne ho voglia. Sono stanco, sarà per un'altra volta.
E faccio per dirigermi verso la porta.
I due stronzi gregari mi bloccano subito e con aria strafottente
cominciano a spintonarmi all'indietro. Guardandoli con attenzione, nessuno
dei tre ha l'aspetto di un medico.
- Ehi, fottuti rottinculo, non mi mettete le mani addosso -
dico.
- Oh oh - dice il capo - il signor Jakovic non vuol collaborare.
Ci avevano avvisato che è un tipo tosto. Bene ragazzi, ammorbiditelo
un po'.
E così cominciano a picchiare, mentre quello aggiunge
con voce annoiata - Ricordatevi di non colpirlo alla testa. Ci serve in
buono stato.
------------------------------------------
Si, amore mio, le ho prese di santa ragione! Che figura,
eh? Dopotutto era più dignitosa la caduta per le scale. Ho cercato
di difendermi, ma sai, ancora non sono in perfetta forma.
-------------------------------------------
Insomma, in breve sono a terra, e me le busco tutte. Ma gli ordini sono stati eseguiti alla lettera: non mi hanno rovinato i lineamenti. Poi mi sollevano come un sacco di patate e mi portano davanti allo stronzo capo, sorreggendomi uno per lato, come due angeli custodi.
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In quel momento ho sentito una voce dentro di me, il tono era
beffardo
- Complimenti, una prova da grande guerriero!
- Vaffanculo - mi sono risposto - Tre contro uno, malaticcio
per giunta. Vorrei vedere!
--------------------------------------------------
- Bene, signor Jakovic, è pronto adesso a darci quelle
informazioni? - dice il capo.
- Non so che cazzo volete sapere, str... - freno la lingua,
nella mia posizione è meglio parlare più educatamente.
- Ci dica, tanto per cominciare - il tono è calmo e misurato,
le parole come strascicate - da quanto tempo fa parte di questa setta
che adora Dei pagani?
- Ma che storia è questa - rispondo - Non so nulla si
sette e di Dei. Chiedetemi della guerra in Kossovo.
- Bene soldato - replica lui, e intanto prende una sigaretta
da un pacchetto di Svezda Crvena e l'accende con uno zippo d'oro (o dorato?
sicuramente solo dorato, è buffo come in certi momenti uno si perda
in questi problemi irrilevanti) - Hai poca memoria, eh? Vediamo se possiamo
aiutarti a ricordare.
Fa un cenno ai due angeli custodi e quelli mi strappano la camicia
(nuova, appena inaugurata!). Li guardo perplesso e comincio a preoccuparmi
davvero.
Aspira profondamente , si avvicina e mi soffia in faccia una
nuvola di fumo. Che schifo! È la marca più puzzolente che
circola in Serbia.
- Allora, Lazar, ci dica i nomi dei distruttori della Alive.
Ci dica il nome dell'agente della sua setta che sta scorrazzando per i
Balcani.
- Non so nulla di tutto ciò, siete pazzi, mi scambiate
per un altro - grido, sicuro di essere poco convincente, anche se sono
sincero.
- Oh - esclama il fumatore, guardandosi intorno e scuotendo
la testa - ma qui è vietato fumare! E non c'è nemmeno
un posacenere. Dove spegnerò la sigaretta?
Cerco di divincolarmi, ma i due scagnozzi serrano la presa.
Con mosse aggraziate dirige la mano con la brace accesa verso i miei occhi.
Mi si blocca il respiro. Non lo farà davvero, mi dico, è
solo un bluff, non può farlo davvero! la mano si abbassa all'altezza
del petto. E spegne la sigaretta.
Lo spasimo dura per secondi infiniti. La stanza vacilla intorno
a me. Poi tutto ritorna al suo posto. I due stronzi gregari ridacchiano.
- Allora, signor Jakovic, ricorda meglio, ora?
---------------------------------------------
*Non so niente, anche se ho intuito molto. Accidenti, Alessio,
dammi qualcosa da dire! Qualcosa che non sia importante, ma che li tenga
a bada per un po'.
* Non ricordo, e anche se ricordassi non te lo direi. La terza
legge ci impone di non rivelare nulla di noi agli ignari.
* Ehi, ma il dolore lo senti anche tu, no?
* Uh, si, ma per me è molto ovattato. Il corpo è
tuo!
* Cazzo, Alessio, inventa qualcosa, presto. Cazzo, quello
si sta accendendo un'altra sigaretta!
* Problemi tuoi.
----------------------------------------------
Il fottuto autorevole rispetta per la seconda volta il divieto di fumare.
==============================
La spiaggia, il rumore della risacca, l'aria che sa di mare,
le strida dei gabbiani. Sto sdraiato sulla sabbia tiepida e tu giaci sdraiata
accanto a me. I nostri corpi nudi e caldi si sfiorano. Un dolce senso di
torpore ci avvolge. Uno sfinimento piacevole ci pervade. Forse abbiamo
appena fatto l'amore sulla riva del mare. È tutto così bello
e può durare in eterno.
Un'onda anomala sorta dal nulla si abbatte su di me. Mi
si rovescia addosso gelida, mi entra nel naso e nella gola, mi soffoca,
mi....
==============================
.... sveglia. Mi hanno appena versato un bicchiere d'acqua in faccia. E così sono stato costretto a tornare in me. Tossisco, ho lo sguardo velato, ma, purtroppo, sono sveglio. E l'incubo ricomincia.
-------------------------------------------------
* Bell'esempio di eroe. Sei svenuto come una femminuccia.
* Capita, sai. Non sono molto in forma. Però non ho parlato.
* Ah, troppo facile, così. Non sai nulla, cosa potresti
dire? facile. Capaci tutti.
* E allora dimmi qualcosa e vediamo. (Ma sono scemo? sfido me
stesso?)
* OK, Lazar, Professor Marco Oreste Migliorini. Questo
è il nome. Vediamo cosa sai fare.
* Jaba ti, fottiti. Ora sono proprio nei guai.
--------------------------------------------------
.... fanno niente queste sigarette - sta dicendo uno degli angeli
custodi - Proviamo con le unghie, funziona meglio.
Il capo fruga nella valigetta e tira fuori uno strano oggetto
che ricorda una pinza, una tenaglia o qualcosa di simile.
- Bene, signor Jakovic, ora smettiamo di scherzare. Le viene
in mente qualcosa di interessante da dirci? No? peccato! Allora lascio
a lei la scelta, perchè mi sta simpatico, sa? Niente di personale.
Scelga lei da quale unghia incominciare.
Il sangue è ora ghiaccio che circola nelle vene. Mi sento
sull'orlo di un abisso, pronto a cadere giù. C'è questo nome
ora nella mia mente. Ma è lì per essere custodito, protetto.
Anche se non so chi sia, so che non posso tradirlo. E allora comincio a
pensare se è meglio la mano destra o la sinistra. Non sono mancino,
quindi meglio la sinistra. E quale dito? Uno vale l'altro, Il medio, più
centrale. No, meglio il mignolo. È più piccolo, dovrebbe
fare meno male.
Porgo la mano sinistra con il mignolo sollevato a mister Torquemada.
Non cerco nemmeno di ribellarmi. Sono esausto. Infila il suo strumento
sotto l'unghia, stringe, comincia a tirare. Vedo le prime avanguardie di
sangue. Spilli appuntiti e roventi cominciano a saettare dal dito al cervello.
Chiudo gli occhi, Forse sto urlando, ma non sento, perchè sono tutto
concentrato sul mio amore. La mia Amata Immortale è lì
con me. Vedo la terra che germoglia, vedo il grano che ondeggia, e l'inverno
che gela i campi, e la primavera che risveglia i semi addormentati, ascolto
una donna che mi parla d'amore, e dimentico Torquemada e le sue tenaglie.
Posso affrontare qualunque cosa, pensando a lei, finché lei è
con me ... non temerò alcun male...
-------------------------------------
* Piantala, Lazar, Lei il tuo amore? Scordatelo!
* Invece di rompermi la concentrazione, inventa qualcosa. Trova
una via d'uscita.
* Oh, se non riesci a sopportare un po' di dolore, femminuccia,
una via ce l'hai e come.
* Facile parlare quando tutto ti arriva "ammorbidito".
E qual è questa via d'uscita, genio? Sbrigati, cazzo!, devo già
scegliere il secondo dito. Va bene il pollice, è più periferico,
che dici?
* Nooo, il pollice serve. Vai con ordine, meglio l'anulare,
tanto non hai, né avrai MAI, anelli da infilarci!
* Stronzo! Vada per l'anulare. Ma la via d'uscita?
* Ti sei scordato la capsula di cianuro che hai tra i denti?
Quella che ti ha dato quel delinquente del tuo comandante? È venuto
il momento di usarla, no?
* Già, forse hai ragione. Ma così, moriremo.
* Beh, siamo già morti. Non ti sei preoccupato così
l'altra volta.
* L'altra volta non c'era lei. Ora c'è Isabela.
* Ah ah ah, Isabela, eh? Ti ho già detto che non è
per te. Comunque fai come vuoi. Hai dieci unghie da farti strappare, E
poi, Lazar?
--------------------------------------
Mi sono distratto, apro gli occhi pronto al secondo round. Ma
in quel momento un agente dal corridoio chiama i miei tre amici.
Colgo qualche parola come ... stanno arrivando qui ...il capo distrettuale
della sicurezza in persona... avevate garantito almeno due ore ... discutiamo
dopo ...via, svelti passiamo dalle cucine.
Torquemada chiude la sua valigetta. I due angeli custodi mi
lasciano (e io cado in terra) e seguono lesti lesti il gruppetto di testa.
Ancora non ci credo, ma l'unghia dell'anulare è ancora al suo posto,
appena appena scalfita. La testa mi fa male. Nelle orecchie sento un ronzio
fastidioso. La mia vista è annebbiata. Ma riesco a vedere Zlatko
che come una furia si precipita nell'infermeria, urla ordini a destra e
a manca, sbraita e bestemmia. Mi viene vicino e cerca di sollevarmi.
- Va tutto bene, Lazar. Ci sono qua io. Chi è stato?
Chi ti ha conciato così?
- Non lo so - riesco a mormorare con voce impastata - Erano
tre medici. Ma come danno la laurea in medicina al giorno d'oggi? Sto bene.
Non ti preoccupare.
È solo qualche graffio.
***
Sono tornato da poco nella mia stanza e ho subito trovato i tuoi
messaggi. Ho chiuso gli occhi e mi sono lasciato trasportare, come mi hai
insegnato tu. Ho vissuto intensamente le emozioni che mi hai trasmesso,
amore.
Le tue parole si sono animate e hanno cominciato a danzare intorno
a me, sono penetrate in profondità nel mio animo e mi hanno dato
quella forza di cui avevo proprio bisogno in un momento come questo.
Ho annodato i fili spezzati, ho disteso i grovigli, ho fissato
il piccolo punto luminoso, e ho dimenticato il dolore, sia quello della
carne sia quello dello spirito. Ora va molto meglio, sai? Questa notte
forse riuscirò a riposare, e domani potrò sentirmi pronto
a prendere alcune decisioni importanti.
È inutile che ti chieda di non partire, vero?
Cerca almeno di non correre troppi rischi. Lascia perdere il mitra.
Vai pure all'Hotel Yugoslavjia, mi sembra una buona scelta. È
lì che vanno i turisti stranieri, non dovresti farti notare. Ambientati
un po', poi quando capirai meglio la città, prova a trasferirti
in un piccolo hotel nella zona della città vecchia, il Najbolje
Svratiste, nella stradina che fiancheggia la moschea e finisce sulla Casa
Dusana. È un posto discreto e riservato, ci alloggiano spesso gli
studenti universitari. Mi metterò in contatto con te appena possibile.
Ti penso, e desidero intensamente il momento in cui ci incontreremo,
però lo temo. E se ti deludessi? Sai, è vero che la foto
non è venuta tanto bene, e forse ERO meglio di quell'immagine. Ma
in questo momento non sono proprio al massimo della forma. Sono un po'
smagrito, ho un colorito poco vivace, ho un po' di occhiaie, ... insomma,
una schifezza!
Lo so, lo so. Non è solo l'aspetto fisico che si ama.
Anzi, noi non ci conosciamo nemmeno se non attraverso le nostre
anime! Però tutto questo non mi libera dal timore che quando ci
incontreremo di persona, il bel sogno svanirà e la nostra storia,
questa storia che ci ha regalato emozioni indimenticabili, finirà
nell'archivio come tante altre storie.
Ma non è il momento di pensare a questo.
Ora abbiamo le nostre prove da affrontare.
Quanto a giurare... Ci puoi contare! Ma non credo che il bacio
durerà così a lungo. Penso che dopo, diciamo, un minuto,
avremo qualcosa di molto più "sostanzioso" da fare!
Un bacio lungo un'ora.
(per adesso non posso fare altro)
Lazar
Martedì, 09 Novembre 1999 - Roma
Lo sapevo. Lo sentivo.
Quando ho ricevuto il messaggio del tuo amico, ti ho visto pesto
e sanguinante. Non poteva essere solo una banale caduta.
Lo capisci ora che non puoi rimanere lì dentro?
Che cosa vuoi?
Un'altra seduta di tortura? Stavolta magari perfino un po' più
raffinata?
Magari un po' di elettricità in zone molto sensibili? Si
fa, no?
Quanto credi di poter resistere, grande eroe?
Se non ci arrivi da solo sei un pazzo furioso.
La tua prigione, come vedi, nonostante tutta la sicurezza millantata,
non ti protegge per niente. Se quei tre sono potuti entrare, avevano la
complicità di qualcuno lì dentro... Non importa come l'hanno
avuta. Soldi, potere... i mezzi non mancano...
Per quante volte ancora potrà arrivare qualcuno a sottrarti
alle loro torture?
Ah, si... la capsula di cianuro. Bravo... quella è la soluzione?
Non tentare neanche di pensarci.
Ora il linguaggio da caserma lo uso io...
Sono incazzata. INCAZZATA con te e con l'altro bel tipo che convive
nella tua testa.
Non hai nessun diritto di toglierti la vita: la tua vita appartiene
a me, tu me l'hai offerta e ora non credere di potertela riprendere.
E riferisci ad Alessio, visto che ci dialoghi come se fosse un
altro te stesso, che questo vale anche per lui e che anche per lui i miei
desideri sono ordini. Diglielo. Sono sicura che lo capirà.
Tu devi vivere.
Stai giocando col fuoco, amore mio.
Ma con un fuoco che non conosci e che non consuma solo la carne
ma anche l'anima.
Per favore, per favore... Ascoltami.
Ci sono cose che tu non sai, e che ora non posso dirti perché
aumenterebbero solo i rischi che già corri. Ma credi in me.
Ti prego, ti prego...
Ti racconterò tutto quando ci incontreremo. Non ci sarà
neanche una piccola ombra fra noi, perchè così deve essere
e così sarà.
Credi in quello che sai, credi in quello che senti, credi nell'amore
che ti avvolge e che è l’unica realtà vera, tutto il
resto per ora non ha importanza.
Ora importa solo che tu sia fuori da lì al più presto.
Questa è l'ultima lettera che ti scrivo da Roma.
Stasera partirò e fino a domani sera non potrò leggere
tue notizie perché sarò in viaggio.
Sarò all'Hotel Jugoslavjia per un paio di notti, penso.
Poi conto di trasferirmi al Najbolje Svratiste. Ti comunicherò,
spero di poterlo fare, i miei spostamenti.
Se è vero che mi ami, tu trova un modo per uscire dalla tua
prigione, ovunque essa si trovi.
Non mi importa come farai e chi ci andrà di mezzo.
E se non lo farai tu, amore, dovrò venire io a cercarti.
E lo farò a costo di rimetterci la vita mia e di tutti quelli che
si metteranno in mezzo fra me e te.
Ti assicuro che sono perfettamente in grado di farlo, se è
necessario.
Ancora non mi hai detto dove ti trovi, ed anche questa assurda
reticenza mi fa andare in bestia.
Ma se in qualche modo devo aiutarti, mi dici COME posso farlo e
che cosa ti serve?
Per favore... COSA POSSO FARE?
Devi solo dirmelo. Non importa se a te sembrerà che per
me sia impossibile... Non importa quanto pericoloso possa essere. Smetti
di trattarmi come se fossi un oggetto fragile.
IO NON LO SONO.
E pensavo che lo avessi capito, ma vedo che sei un testone...
Trattami, per una volta, come un tuo pari e non come la donna che
hai amato nelle stanze segrete create dalle nostre parole.
Poi, quando sarà finita questa brutta avventura, ritornerò
ad essere quella donna e lo sarò per te solo, ogni volta che lo
vorrai, fino a quando lo vorrai. Senza riserve e senza segreti.
La nostra storia, le emozioni che abbiamo provato, nulla di questo
ci può essere tolto, amore mio. È nostro per sempre.
In qualunque modo finisca, se mai dovesse finire, non sarà
stata una storia come tante. Ma, credi, l'unica cosa che può mettere
la parola fine sulla nostra storia è la morte.
E noi non moriremo.
A presto, Lazar.
Augurami buon viaggio...
Isabela
Mercoledì, 10 Novembre 1999
MIO PARI,
è mercoledì mattina e tutto va bene (si fa per dire!)
E così ci siamo, temo. Non sei più a Roma, ma stai
venendo a cacciarti in questa tana di lupi. Ora dovrò stare in pena
anche per te. Non sopporto l’idea che tu possa trovare sulla tua
strada quel tipo di persone che io trovo sulla mia. Mi sento spinto ad
agire, a fare quello che posso per impedirti di mettere in pericolo
la tua vita. Queste quattro mura sono diventate improvvisamente strette
e soffocanti.
Là fuori, da qualche parte, non più tanto lontana,
ci sei tu. E io ho voglia di raggiungerti, di stringerti a me, di portarti
in salvo. Ti prego, Isabela, lascia che sia io a correre verso il
furgone corazzato, ti prometto che schiverò tutte le pallottole
e le granate e che rapidamente ti passerò a prendere; ma tu non
gettarti sotto il fuoco nemico, resta al riparo del muro.
Non so nemmeno se potrai leggere questo messaggio! E se non riuscissi
più a comunicare con te?
Preferivo pensarti nel tuo studio, al sicuro. E invece in questo
momento chissà dove sei !
Mi sembra di impazzire.
Comunque non resterò qui a lungo. Dopo gli ultimi istruttivi
eventi, abbiamo deciso che è il momento di cambiare aria. I miei
compagni stanno organizzando un’azione simile a quella fatta a suo tempo
dagli uomini del Presidente, quando mi hanno portato via dall’Alive. Questa
volta andrò in un posto molto più sicuro, e sarò molto
più libero. Con le dovute precauzioni, ci potremo incontrare.
Questa è la condizione irrinunciabile che ho posto, anche
se non sono entusiasta del fatto che per poter organizzare la cosa dovrai
entrare in contatto con qualche ... ehm...tigre. Te la senti?
Pensi che abbia già usato tutta la mia dose annuale di fortuna?
Non ce lo insegnano forse i tuoi amici americani che al momento giusto
ARRIVANO sempre I NOSTRI?
Sto esagerando? Sono troppo spiritoso? E non ti sembra il
caso, vero, data la situazione?
Ma che ci posso fare? Mi viene da ridere, ridere, ridere, in questo
momento non riesco a trattenermi, sto seduto davanti a questo PC e rido
fino a farmi uscire le lacrime dagli occhi. Non so perché,
ma rido, rido, rido.
Ecco, adesso ho smesso. Mi ha fatto male la costola
incrinata, ho scontrato col dito fasciato sul bordo della sedia e
mi sta facendo un male cane, tutte le varie acciaccature si stanno
facendo sentire. Che scemo. Non mi va più di ridere.
Non ci penso alla capsula, stai tranquilla. Però il fatto
che ci sia mi da’ sicurezza.
E, si, mio generale. Riferirò le tue parole
ad Alessio. Eseguiremo. I suoi ordini sono i nostri desideri! Anche il
«bel tipo» sta ridendo a più non posso. Ma è
una cosa contagiosa?
Ti credo, voglio crederti con tutto me stesso. Sei la cosa
più bella che mi sia mai capitata. So di non meritarti. Ma
non sempre c’è giustizia a questo mondo!
Uscirò di qui, vedrai, nessuno riuscirà a tenermi
lontano da te. Quando sarai tra le mie braccia non permetterò
a nessuno di avvicinarti, né di parlarti, né di guardarti.
Sono un tipo possessivo, non te lo avevo detto? Però metterò
la mia vita nelle tue mani, e potrai farne quello che vuoi. Oddio, che
razza di frasi smielate mi vengono fuori! E di nuovo mi viene da ridere.
Tu mi parli di cose serie, e io sto ridendo come un cretino.
Fai quello che mi hai scritto, amore mio. Vai nel piccolo hotel.
Fra tre giorni sarò fuori di qui.
Manderò un amico a cercarti (ne sceglierò uno presentabile,
dai modi presentabili, intendo, però possibilmente bruttino, non
vorrei concorrenza proprio adesso!).
Non c’è niente da fare, non riesco a stare serio, a pensare
serio.
Noo, non ti INCAZZARE! Quando ti incazzi mi metti paura! Non ho
preso nessuna pasticca. Giuro.
Isabela, è vero, questa nostra storia nata su
un monitor non può finire, è troppo bella, troppo intensa,
troppo tutto. I nostri cuori si sono toccati, e ormai nessuno potrà
dividerci. Nemmeno la morte, che non ci sfiorerà neppure da lontano,
perché noi non moriremo.
Deve essere.
Buon viaggio, amore.
Lazar
Giovedì, 11 Novembre 1999 - Beograd
Ciao amore mio,
sono arrivata da qualche ora a Belgrado, sono allo Jugoslavjia,
come mi avevi consigliato tu.
Il viaggio è stato massacrante, sono stanchissima.
Ho guardato la città dalla finestra della mia stanza: mi
sembra di essere in un documentario di guerra. Non mi aspettavo una tale
devastazione.
L'albergo è pieno di gente. Ci sono perfino altri italiani,
li ho sentiti parlare mentre salivo in camera. Non devi stare in pena per
me. Guarda che sei tu quello in pericolo, mica io.
Smetti di preoccuparti inutilmente. Me la cavo. E poi devo solo
aspettare altri TRE (ma sono tantissimi, accidenti!) giorni. Farò
la turista, andrò in giro per la città e starò attenta
a non combinare guai, ok?
E poi non sono io che devo essere portata in salvo. Sei tu,
sciocco amore mio...
A me nessuno mi usa come posacenere...
E per incontrarti potrei seguire anche Zeljko in persona...
Mi dici che hai solo pochi graffi... Ma credi di prendermi in giro?
Pochi graffi... Non raccontarmi palle.
Costole rotte, un'unghia in meno. Bruciature di sigaretta. Non
sono graffi.
Anche io sono un tipo possessivo, forse più di te. Pensaci
bene Lazar, prima di affidarmi la tua vita...
Per stavolta ti starò a sentire e ti aspetterò al
riparo del muro. Forse. Ma non ti ci abituare.
Tu continui a ridere come uno scemo. E va bene. Ridi allora.
E mentre ridi come un matto io ti prendo per mano e ti porto con
me nelle nostre stanze segrete... Per una volta sarò io a condurti...
Camminiamo. C'è molto caldo. Caldo e umido.
Siamo in un luogo che ti sembra a metà fra una palude ed
una giungla, ti sto trascinando in mezzo ad una vegetazione incredibilmente
folta. Seguiamo un piccolo sentiero, appena segnato. Tu continui
a ridacchiare, ma mi vieni dietro.
"Ci siamo quasi" ti dico.
Stiamo salendo su una duna. Il terreno umido lascia il posto alla
sabbia. Sabbia bianca.
Saliamo lungo la costa e finalmente siamo in cima.
"Vieni, guarda" - ti invito vicino a me.
Dall'alto della duna vedi sotto di noi una piccola spiaggia bianchissima,
luccicante al sole, sembra di zucchero... ed il fiume, che si allarga davanti
a noi in un'ampia palude. L'acqua si muove appena, filtrando pigramente
attraverso la vegetazione fitta, di canne altissime.
Ma il colore... È rossa... rossa come un cristallo di rubino.
È uno spettacolo incredibile.
Il bianco abbagliante della sabbia, il rosso cupo dell'acqua, il
verde della vegetazione. I colori sono nettissimi, brillanti, lucidati
dal sole.
Ti prendo per mano. Corriamo giù sulla sabbia. Ridi.
Non so chi di noi due inciampa per primo, ma rotoliamo ambedue
sulla spiaggia, finiamo in acqua ancora vestiti. L'acqua è fresca,
limpidissima, incredibilmente colorata di rosso.
Seduti nel fiume, completamente fradici, ridiamo come bambini.
Ed ancora ridendo lottiamo nell'acqua. E nella lotta finisco seduta
fra le tue braccia.
Ti guardo negli occhi...
E lentamente mi avvicino alla tua bocca.
Mentre ti bacio, le dita febbrili aprono la tua camicia, ti cercano...
- Togliti questi abiti, voglio sentire la tua pelle...-
La camicia, poi i pantaloni... gli abiti volano sulla spiaggia,
seguiti dai miei.
Facciamo l'amore in questo cristallo rosso, movimenti ora languidi
ora violenti, addolciti dall'acqua. I nostri sospiri, le parole appena
sussurrate, si confondono nei fruscii delle canne...
Poi, esausti, ci stendiamo sulla sabbia di zucchero. Il sole è
caldissimo sulla pelle bagnata. Perle d'acqua luccicano ancora sul tuo
petto.
"Senhor? Senhor... Tudo Bem?"
Una voce ci sveglia dal torpore piacevole in cui siamo immersi.
Dalla vegetazione di canne compare un vecchio indio in groppa ad
un cavallo malandato che porta sui fianchi due larghe gerle piene di fasci
di vimini.
L'acqua arriva appena alla pancia del cavallo che continua ad avanzare
fra le canne e poi fino alla spiaggia.
Il vecchio ci guarda. Scuote la testa...
Fa un gesto largo verso l'acqua:
"Perigo, senhor... Perigo aqui, nao bem vocè aqui... ARRUAS!
Comprende senhor?
E indica ancora le canne che si muovono poco lontano.
Poi si incammina con il suo cavallo verso il sentiero sulla duna.
Lo guardiamo, ci guardiamo. E scoppiamo a ridere come due deficienti.
Abbiamo appena finito di fare all'amore in mezzo ai coccodrilli...
Buonanotte, Lazar. A presto amore mio.
Isabela
Venerdì, 12 Novembre 1999
Amore mio,
il mondo ci sta crollando addosso. In poche ore la situazione si
è fatta critica e sono accadute cose terribili che mi costringono
a cambiare i piani. Ho poco tempo per scriverti. Mi trovo in un internet-cafè,
ho potuto leggere solo ora la tua ultima lettera. Ti amo!
Amo te e amo i tuoi meravigliosi coccodrilli.
Ma non posso parlarti di quello che vorrei. Da un momento
all'altro potrei accorgermi di essere osservato, e allora dovrei di nuovo
fuggire. Nella notte tra mercoledì e giovedì sono stato bruscamente
risvegliato da grida e spari. Subito dopo Zlatko si è precipitato
nella mia stanza e mi ha detto che dovevo andar via subito di lì.
Era in corso un attacco contro l'SSSS e alcuni gruppi erano già
riusciti a penetrare nell'edificio, gruppi che si stavano sparando
reciprocamente, per giunta.
Facile intuire quale fosse l'obbiettivo di questa azione.
Ho avuto solo il tempo di infilarmi la tuta sul pigiama, indossare
scarpe e giaccone, prendere la pistola nascosta sotto il materasso, afferrare
lo zaino con quel che c'era dentro, e correre a perdifiato giù
nei sotterranei. Zlat mi ha guidato attraverso un, diciamo così,
passaggio segreto, un lungo tunnel che conduce ad un'uscita situata ad
almeno un chilometro dall'edificio. Dopo pochi istanti è arrivata
una macchina civile, guidata da due agenti in borghese. Il mio amico
mi ha abbracciato, mi ha consegnato tutti i soldi che aveva in tasca,
ha ordinato ai due agenti di portarmi lontano da lì, e ha
aggiunto che non voleva sapere dove. Mi ha detto con aria tormentata
che ha fatto quello che ha potuto, per me, rischiando molto. Ma dopo questa
notte non potrò più contare su di lui. Se riceverà
l'ordine, sarà costretto a darmi la caccia.
Poi è tornato ad occuparsi della sua caserma.
Il viaggio notturno sulle strade accidentate della Serbia post
guerra è stato angosciante. I miei accompagnatori non hanno detto
una parola, e io, chiuso nella mia stupefazione, non avevo certo voglia
di parlare. Quando abbiamo costeggiato Belgrado, ho avuto la tentazione
di farmi portare all'hotel Yugoslavjia, per scoprire se tu eri arrivata,
per realizzare finalmente il sogno. Ma sarebbe stato un gesto egoista e
sconsiderato. Dopo tutte le raccomandazioni che ti ho fatto, proprio io
avrei rischiato di coinvolgerti in questi casini, portando direttamente
da te i miei eventuali cacciatori. E poi avevo una cosa urgente da
fare.
Incontrare mia madre che non vedo e non sento più da
prima della guerra. Così ho chiesto ai due di portarmi a Novi Sad
e di lasciarmi alla stazione, perché da lì sarei partito
per "chissà dove".
Mossa furba, no? ;-))
Siamo arrivati che ancora era notte. Stanco e frastornato, e anche
molto infreddolito, mi sono infilato in una sala di attesa e ho cercato
di riposarmi un po' sdraiato su una panca di legno, uno sbandato fra tanti
altri.
Ma la tensione non mi ha dato tregua. Appena ha cominciato ad albeggiare
mi sono messo a camminare per le strade della mia città.
Quello che ho visto mi ha stretto il cuore. Nonostante sia iniziata
la ricostruzione, i segni dei bombardamenti sono ovunque. Scordando tutto
il resto, sono salito su un tram e ho girato per la città come un
tragico turista. I ponti, tutti i nostri splendidi ponti, lo Stari
Most , il Sloboda Most, lo Zereljev Most, rottami. La sede della TV, il
quartiere Detelinara, le case, le scuole, rottami.
Per ore ho vagato come un'anima in pena, assimilando questo spettacolo
di distruzione. Ma la città è ancora viva, e sta reagendo.
Così improvvisamente sono tornato in me, mi sono diretto
verso il Boulevard M. Pupina. Proprio lì, a ridosso del parco,
dove c'è la casa della mia famiglia.
Non sono così scemo, anche se scommetto che l'hai appena
pensato! :-) .
Ho preso in considerazione la possibilità che la casa potesse
essere sorvegliata.
Così mi sono infilato in una caffetteria, nella "6 oktobra
1988" e ho usato il telefono per chiamare mia madre. Il telefono ha squillato
a lungo. Nessuna risposta. Ho sperato di aver sbagliato numero. L'ho rifatto.
Niente. Il cuore ha cominciato a battermi forte. Avrei voluto correre
su, bussare alla porta, sfondare la porta, se necessario. Ma sarebbe stato
inutile e rischioso. Così ho cominciato a passeggiare per le strade
del quartiere, cercando un volto amico a cui chiedere informazioni. Finalmente
nelle vicinanze del parco ho incrociato Mirko, un insegnante che abita
sullo stesso pianerottolo di mia madre.
Portava a spasso il cane. In un primo momento non mi ha riconosciuto
(devo avere proprio un bell'aspetto! Ancora sicura di volermi incontrare?).
Poi, quando ha capito chi ero, ha cominciato a guardarsi intorno con fare
nervoso.
Era chiaramente a disagio. Gli ho chiesto se aveva notizie di mia
madre e di mia sorella, e lui, dopo un po' di insistenze, mi ha detto
che verso la fine di settembre se ne sono andate. Come? Dove? Non lo sa.
Sa solo che una mattina sono arrivati due signori eleganti, dall'aspetto
di funzionari governativi. Dopo un po' sono usciti di casa con le due donne.
"Andiamo finalmente a trovare Lazar", ha detto mia madre, con un
sorriso triste, scendendo le scale. Da allora in quella casa non c'è
nessuno.
Nelle settimane seguenti però, a più riprese, individui
di vario tipo, serbi ma anche persone con accento straniero, hanno gironzolato
nei dintorni e hanno fatto domande a destra e a manca, non sempre con modi
gentili.
Addirittura due settimane fà la serratura della casa è
stata forzata. La Milicjia, dopo un sopralluogo, ha messo i sigilli
in attesa del ritorno della proprietaria.
Mirko mi ha fatto capire di non volermi dedicare altro tempo.
Mi ha sussurrato "auguri, eh!" ed è corso dietro al suo
cane.
Mi è sembrato di avere mille occhi puntati addosso.
Mi sono allontanato dal quartiere, sono entrato in un piccolo ristorante
e ho messo qualcosa sotto i denti, senza nemmeno accorgermi di mangiare.
Poi mi sono chiuso nel bagno. E avrei voluto dare sfogo alla mia rabbia.
Avrei voluto sbattere la testa al muro (no, non ti incazzare, non l'ho
fatto, non era proprio il caso di rovinare tutto il lavoro del tuo maestro).
Allora ho preso a pugni il lavandino, la cassetta dell'acqua, tutto quello
che mi capitava a tiro. Così sono riuscito a scorticarmi la mano
destra, quella sana.
Perdita di controllo, dottoressa? Si, lo ammetto, ma non
so che farci, ne avevo bisogno. Dove saranno mia madre e mia sorella? In
mano a chi? Non riesco a darmi pace. Io avrei dovuto pensare a loro, proteggerle.
Io, l'unico uomo della famiglia. E invece le ho abbandonate. Per
colpa mia sono coinvolte in chissà quali orrori. Devi andartene
da questo paese, amore mio.
Vedi cosa capita a chi mi è vicino? Torna in Italia. Io
sistemerò questa faccenda, troverò la mia famiglia. Poi andrò
via, in un posto sicuro, probabilmente in Bulgaria.
E allora potrai raggiungermi, e nessuno ci separerà mai
più.
Ti chiedo solo un po' di pazienza.
Per la notte ho trovato una stanza in una pensioncina periferica.
Mi sono buttato sul letto senza nemmeno spogliarmi, ero troppo agitato
e preoccupato per riuscire a dormire. In piena notte mi è sembrato
di sentire movimenti e voci sospette.
Così ho afferrato lo zaino e sono uscito dalla finestra
(stanza al primo piano, non ti preoccupare!). Ho passato il resto della
notte sdraiato tra i cespugli di un giardinetto spettrale. Avevo freddo,
le ferite hanno ricominciato a farsi sentire (devo ricordarmi di medicarle,
ma non so bene cosa fare. Peccato non avere con me la tua boccetta di profumo!
:-))
Poi ho cominciato a pensare ai nostri rifugi incantati, ai tanti
posti in cui siamo già stati insieme, al tuo corpo caldo e invitante,
ai baci appassionati e all'amore senza più freni che ci unisce.
Così ho superato anche questa seconda notte.
Stamattina ho trovato finalmente questo internet-cafè,
ho letto il tuo messaggio (te l'ho già detto? ti amo, ti amo sempre
di più, ad ogni parola che aggiungi alla nostra storia, io aggiungo
altro amore).
Ora però sto qui dentro da troppo tempo. Devo andarmene,
sta entrando gente che non mi piace per niente. Mi sento osservato.
Ora devo cercare alcune persone, contatti giusti, spero, per avere qualche
notizia sulla mia famiglia. Ti scriverò appena possibile. Se non
potrò scriverti in e-mail, comprerò carta e penna e ti manderò
delle lettere. Finché sarai all'hotel Yugoslavjia. Ma non temere,
troverò il modo.
Ciao Isabela. E cerca di essere prudente.
Un bacio lungo un'ora, amore mio, purtroppo un bacio ancora fatto
solo di parole
Lazar
Sabato, 13 Novembre 1999
Mio dolce amore,
anche se il destino ci tiene ancora separati, io voglio condividere
ogni momento della mia vita con te.
Così cerco di raccontarti le mie giornate di "fuggiasco",
parlarne con te mi fa sentire di non essere solo. Per uno abituato ormai
agli angusti confini delimitati da quattro mura, il fatto di trovarsi nel
"mondo" ha qualcosa di sconvolgente.
Ieri, dopo aver chiuso il messaggio e-mail ed essere uscito così
precipitosamente (e forse inutilmente) da quel locale, ho cercato
un mezzo di trasporto per recarmi al Monastero di Rakovac, a pochi chilometri
da Novi Sad. Ho pensato di andare a parlare con padre Pavle, un religioso
molto caro a mia madre, un sant'uomo in cui la mia famiglia ha sempre riposto
molta fiducia. Pope Pavle mi conosce da quando sono nato, ha seguito me
e mia sorella negli anni della nostra infanzia e dell'adolescenza. Ha sempre
tentato di trasmetterci i suoi insegnamenti santi e saggi, di portarci
a percorrere la "retta via", come usava dire sempre lui. Con Neda
c'è riuscito, io invece non gli ho proprio dato soddisfazione.
E' stato vicino alla mia famiglia nei momenti più tragici,
come quello della morte di mio padre. E mia madre ha sempre trovato in
lui un confidente e un sostegno. Per questo penso che lei, prima di scomparire,
possa aver parlato con lui dei suoi problemi e delle sue paure.
Soprattutto voglio sapere come gli parlava di me, se ero il suo
orgoglio o la sua disperazione. Comunque credo che Pope Pavle potrà
darmi qualche indicazione, se non altro qualche consiglio.
Ho trovato il bus navetta che porta i pellegrini al Monastero.
Era al solito posto, ma il prezzo è più che raddoppiato.
I trasporti in Serbia sono un vero problema ormai. Il carburante
scarseggia, tutto ciò che è vitale scarseggia, e ...
insomma, te ne sarai accorta anche tu, no? La nostra gratitudine per gli
Stati Uniti, la Nato e tutti gli "umanitari" del mondo sarà eterna!
Il tragitto è durato tantissimo, per i pochi chilometri
da percorrere. Le strade sono dissestate, il bus è una specie di
catorcio antiquato. Ma chi si può curare di questi dettagli in un
Paese sull'orlo del collasso? Quando non si sa se i corpi dei cittadini
Serbi riusciranno a sfamarsi e a scaldarsi in questo lungo inverno, che
importanza può avere il destino delle loro anime?
Sono arrivato che era già pomeriggio. Mi sono concesso qualche
minuto di raccoglimento all'interno del Monastero, protetto dal ventre
accogliente di Madre Chiesa.
Ho perfino pensato, ipocritamente, di chiedere perdono per
i miei peccati, non si sa mai!
Poi ho cercato padre Pavle. Per scoprire, con sgomento, che non
è più qui. Parlando qua e là con fedeli e con altri
preti, ho saputo che lui è uno di quelli che hanno espresso critiche
sull'operato del Presidente e ne hanno chiesto la destituzione. Così
ha pensato che fosse più salutare cambiare aria, trasferirsi in
qualche posto lontano da Belgrado, possibilmente vicino ad un confine.
Il Pope più anziano, al quale ho chiesto un colloquio riservato,
non ha voluto darmi maggiori informazioni, e posso comprendere la sua ritrosia.
Però alla fine, intuendo forse la mia profonda disperazione, mi
ha detto che padre Pavle ha lasciato un messaggio per i suoi figli che
lo cercano con intenti onesti e cuori puri.
Dice di seguire l'Angelo Bianco, nel suo volo verso l'incrocio
tra due fiumi e tra due Stati.
PORCA TROIA! Non è proprio il momento per i rebus
e le cacce al tesoro! E come cazzo faccio a trovare l'angelo bianco?
E poi anche se il mio intento è onesto (mica tanto, poi, potrei
mettere nei guai anche lui, che già ne ha di per se), il mio cuore
non è certamente puro. Quindi non lo troverò mai, questo
rottinculo di angelo!
Lo so, le bestemmie in un Monastero sono veramente disdicevoli.
Ma le ho solo pensate. Sono tornato a Novi Sad più agitato che mai.
Fai funzionare quell'ammasso di roba che hai nella testa, mi ripeteva
una voce interiore. I preti non si mettono a fare indovinelli. Deve trattarsi
di qualcosa che ha un senso solo per chi conosce bene Pope Pavle.
Ma non riuscivo a pensare in modo razionale, ero stanco e sempre
più malandato. Ho cercato una Apoteke e ho comprato dell'aspirina.
Poi ho chiesto al farmacista se mi poteva dare qualcosa per disinfettare
una ferita e una qualche pomata per le ustioni. Ha insistito per dare un'occhiata
alle mie ammaccature, e mi ha consigliato di andare urgentemente in ambulatorio
a farmi fare una medicazione seria. Dice che avrei bisogno di antibiotici,
ma in Apoteke non ne hanno... Ho preso il pacchettino, pagato a caro prezzo
(se continua così finirò presto i soldi). E sono andato in
giro per le strade del centro. In un mercatino improvvisato, di quelli
che la gente mette su per racimolare qualche dinaro, ho curiosato tra le
bancarelle, senza curarmi, per un po', di guardarmi alle spalle, di controllare
se qualcuno mi seguiva..
Mi andava di fare qualcosa di "normale", ho pensato a come sarà
bello quando andremo in giro insieme per "fare spese".
I miei occhi sono stati attirati da un piccolo oggetto, una cianfrusaglia
tra le cianfrusaglie. Un
ciondolo a forma di cuore argentato (banale e sdolcinato, eh?),
ma da un lato aveva, lavorati a piccoli rilievi, ... il grano che ondeggia,
la terra che germoglia, la primavera che risveglia i semi.
È per lei, mi sono detto, è per la mia Amata
Immortale.
- Già, ha ironizzato la mia voce interiore, ora fai pure
il romantico. Che carino! Due cuori e una capanna. Lui che porta il regalino
alla sua fidanzatina. Un cuoricino, poi! Blah, sei ridicolo. Sbaglio o
eri un duro?
- Non è solo un cuoricino. Ci sono le spighe, ci sono le
cose preziose che lei ha donato al mio cuore. È il simbolo del nostro
amore, e io lo donerò a lei quando ci incontreremo.
- Aha, aha, aha. Riderei, se non stessimo così male!
Quando la incontrerai? SE, la incontrerai.
Non ho nemmeno trattato sul prezzo. Questo gesto così comune,
comprare un regalo per la persona amata, mi ha fatto sentire molto meglio.
Grazie anche per questo, amore mio.
Per la notte ho preferito evitare i posti dove chiedono i documenti.
Ho con me il tesserino con su scritto Lazar Jakovic, non mi sembra il caso
di usarlo. Per lo stesso motivo non posso andare in un ambulatorio. Ho
dormito in una squallida camera in affitto.
Questa mattina, sabato, sul presto, ho preso un pullman per Belgrado.
Tantissime deviazioni, tantissime soste. Sono arrivato in tarda mattinata
e sono andato a cercare un vecchio amico, un ex compagno del mio reparto.
Mi ha dato appuntamento nel parco (tutti abbiamo visto i film di spionaggio;
quel che si impara a volte diventa utile).
Ho parlato a lungo con lui, gli ho chiesto di mettermi in
contatto con i miei, di cercare Arkan. Lui mi ha sconsigliato. Dice che
ci sono dei precedenti poco tranquillizzanti. Dopo la guerra in Bosnia,
quando molti collaboratori di Arkan sono diventati personaggi scomodi,
in un breve periodo di tempo il problema è stato risolto alla radice.
Così Knezevic, Banovic, Dimitrov e tanti altri sono stati
tutti eliminati (da chi?).
Ha detto che è meglio che mi allontani da Belgrado, ha sentore
di vari "cacciatori" sulle mie piste. Mi ha dato dei soldi (ci metterò
una vita a pagare i debiti che sto cumulando) e mi ha congedato, pregandomi
di non ricontattarlo.
Ho deciso di andarmene da qui al più presto. Però
sono passato davanti all'Hotel Yugoslavia. Ho guardato a lungo l'edificio,
cercando di immaginare quale fosse la tua stanza. Alla fine ho varcato
la soglia. Mi sono avvicinato alla portineria e ho chiesto di te. Mi hanno
detto che non c'eri, che eri partita. Mi sono sentito deluso e sollevato.
Credo che ormai il desiderio di incontrarti sia uguale alla paura di incontrarti.
Non mi chiedere perché, adesso non saprei risponderti. Forse è
la febbre che mi fa delirare.
Però mi hanno detto che avevi dato disposizioni di tenerti
la posta. Così ti ho lasciato il mio regalo. Almeno, qualunque
cosa succeda, avrai qualcosa di me. Sorridi? lo so che non è granché,
però è qualcosa che io ho tenuto in mano davvero e che ora
la tua mano toccherà davvero.
E ti ricorderà per sempre il mio amore.
Ora devo lasciare questo computer. C'è la fila e non
mi piace avere accanto gente che potrebbe sbirciare, anche se sto scrivendo
in italiano.
Solo il tempo per ripeterti ancora che ti amo.
Ciao, amore mio.
Lazar
Sabato, 13 Novembre 1999 - Novi Sad
Lazar, amore mio,
Ho appena letto la tua lettera.
Tu sei a Belgrado. Ed io a Novi Sad.
CAZZO!
Perché qui mi sono precipitata giusto stamattina a cercarti.
Se penso che ora potevamo essere insieme, se non fosse stato per
la mia fretta di trovarti, mi prenderei a pugni in testa.
Non so neanche se riuscirai a leggere questa lettera e quando.
Una cosa è certa... stasera stessa torno a Belgrado... e
tu, per favore, non ti muovere da lì... o finiremo per rincorrerci
per tutta la regione, senza trovarci mai.
Ora tocca a me farti un po' di resoconti dei giorni passati. Non
si può certo dire che siano stati monotoni.
Giovedì mattina ho assistito ad un attentato ad un caro
amico che teneva una conferenza alla Galleria Korzika di Belgrado. Ora
Marco è all'ospedale, con una spalla a pezzi. Maledetti nazisti...
Bel modo di passare la prima mattinata a Belgrado...
Come se non bastasse...
Nel pomeriggio sono stata a Obrenovac, alla tua prigione.
Davvero pensavi che non avrei scoperto dove eri? Amore... tu mi
sottovaluti :-)
Quando ho saputo che durante la nottata c'era stato una specie
di assalto alla caserma dei Servizi di Sicurezza dello Stato Serbo mi sono
sentita morire.
Non so come ho fatto, sono passata in mezzo ai cordoni di militari
senza che nessuno potesse fermarmi e sono riuscita a parlare con il tuo
amico Zlatko. Ho usato la "parola d'ordine" che avevi inventato tu.
Lui mi ha detto che ti aveva aiutato a fuggire, ma che non sapeva
dov'eri.
Ma almeno sapevo che eri libero.
Poi, tornata in albergo, ho trovato la tua lettera.
Dicevi di essere a Novi Sad.
Ed io cos'ho fatto? Sono corsa come una pazza a Novi Sad.
Stamattina ti ho cercato per le vie della città, sono stata
al tuo quartiere... ho girato per bar e caffetterie...
Non sapevo neanche cosa cercassi: forse mi illudevo di incontrarti.
Che cretina.
Ed ora leggo che tu invece, in questo momento sei a Belgrado.
Se non fosse tragica, tutta questa storia sarebbe veramente ridicola.
Ora pagherò la stanza di questo posto squallido e tornerò
di corsa a Belgrado: entro stasera sarò al piccolo hotel nella città
vecchia, quello che tu mi hai consigliato. E non mi muoverò più
da lì fino a che tu non ti farai vivo. Passerò allo Jugoslavjia
a prendere il tuo regalo.
Lo metterò al collo, lo terrò sulla pelle, sarà
come se ci fossero le tue mani.
Ma ti prego.
Ho bisogno di incontrarti. Trova di nuovo il coraggio di cercarmi,
fallo presto, amore mio, devi sapere tutto, è ormai indispensabile
perché tu possa sopravvivere. Io posso aiutarti.
Posso aiutare te a cercare la tua famiglia e posso proteggerti
da chi ti sta dando la caccia. Per favore. Per una volta, prendimi sul
serio.
E stai male, Lazar, hai bisogno di un medico. Hai bisogno di me,
possibile che non te ne rendi conto, bastardo testone cocciuto?
Hai cercato aiuto da tutti tranne che da me. Ti odio.
No, non è vero. Non ti ho mai amato come in questo momento,
ma contemporaneamente se ti avessi tra le mani vorrei riempirti di cazzotti.
Io smetterò di girare come una trottola inseguendo le tue
tracce, ma tu smetti di scappare per un giorno. Fermati, dobbiamo trovarci.
Ora è proprio necessario. Non si può più rimandare.
Perchè se non lo fai, metterai nei guai ( più di
quanto già non ci sia) anche me che ti corro dietro senza pensare
allo sconquasso che mi lascio dietro.
Per te ho dimenticato tutte le precauzioni, ho buttato via ogni
prudenza, sto correndo sotto le pallottole che mi fischiano intorno, nella
speranza di trovarti alla fine di questa corsa da folle.
Lazar, aspettami.
Non ti chiedo molto, solo un giorno. Aspettami.
Stasera all'ora di cena sarò a Belgrado. Parto subito, in
auto non ci vorranno più d'un paio d'ore. Che stupida. Perchè
non ci ho pensato prima.
Io ho un telefono. Il numero te lo scrivo qua sotto, è sempre
acceso.
Appena ricevi questa lettera chiamami.
Verrò in qualsiasi posto tu sia, immediatamente.
Giurami che lo farai.
P.S. Moj rado ciniti, amore mio, ho dimenticato di dirti una cosa
importantissima.
Stamattina, nei miei giri vicino a casa tua, ho parlato con il
tuo amico, Mirko Stranovic. Mi ha detto che tua madre ti aveva lasciato
un biglietto, in un cassetto della cucina, e lui nella fretta si era dimenticato
di dirtelo. L'ho supplicato... ed alla fine lui è andato a prendermelo.
Ora l'ho io. Forse è importante. Ma non ti dirò cosa
c'è scritto.
Lo leggerai quando verrai da me. So di essere crudele, ma se questo
serve ad avvicinarti a me non ho rimorsi a farlo.
Vole ti, ti amo
Isabela
Lettera consegnata a mano, mercoledì 17 novembre - Beograd
Ciao Isabela,
lo so che stai in pena per me, lo so, mi dispiace, mi dispiace.
Ma come vedi, se stai leggendo questa lettera scritta a mano, dall'ultima
volta che ti ho mandato una e-mail non ho più avuto la possibilità
di accedere a un PC.
E i tuoi messaggi sono rimasti senza risposta. Ma alla prima
occasione leggerò tutto, mi mancano tanto le tue parole.
Ora dovrei raccontarti quello che è successo
in questi ultimi giorni, quanti ne sono passati? due, tre? Dovrei
farti sapere dove mi trovo, ma, credimi, non so come dirtelo, non mi è
molto chiaro. Non andare su tutte le furie! Mi sembra di sentirti, "ma
che sei SCEMO!?!". Me lo hai già detto varie volte.
Beh, a questo punto devo ammettere che forse hai ragione.
Dunque, cercherò di ricostruire gli eventi, per quanto
possibile, anche per schiarirmi un po' le idee. Ti ho già detto
che, dopo il Monastero di Rakovac, sono tornato a Belgrado. Sabato sera
ti ho scritto. Chissà se hai trovato il mio piccolo regalo, se ora
quell'oggetto è a contatto con il tuo corpo? Mi piace pensare di
si. Forse potrà trasmetterti il calore del mio amore, fino a quando,
fino a quando ... non ci sarò io stretto a te.
Ho gironzolato un po' cercando un posto per la notte. Ero sfinito
e avevo la febbre.
Ma ho avuto la sensazione che ogni, hotel, pensione, pensioncina,
affittacamere, fosse sotto sorveglianza. Ho notato anche una discreta attività
di agenti e militari, in giro. Probabilmente esagero, sto diventando un
po' (solo poco poco) paranoico. Però da quel che ho capito,
non posso concedermi errori, in questo momento. Il prezzo sarebbe troppo
caro.
Così ho deciso di andare via subito da Belgrado, di raggiungere
un posto più, come dire, defilato, dove avere un attimo di tranquillità
per pensare all'indovinello di padre Pavle.
Quale posto? Uno qualunque, avrei scelto in base ai treni in partenza.
Verso sud, comunque. Ma la stazione, le biglietterie, i binari,
erano pieni di Milicija, anche con cani al guinzaglio, e i passeggeri in
partenza erano piuttosto scarsi.
La situazione ideale per passare inosservato!
Ho fatto appena in tempo a fare dietrofront.
Alla stazione dei pullman, stessa scena. Allora mi sono deciso
a muovermi a piedi. L'idea era di allontanarmi il più possibile
verso la periferia, e poi fare l'autostop.
Faceva freddo, molto freddo (se sei ancora in questo paese lo senti
anche tu questo freddo, amore mio?). Camminavo a fatica, scosso dai
brividi, battendo i denti, respirando con affanno (beh, sto drammatizzando
un po'. È un modo per attirare la tua attenzione e farmi compatire,
coccolare. Cosa dice la psichiatra? Complesso di Edipo non risolto? )
Sono arrivato in una zona lontana dall'abitato, ma di auto da fermare
per l'autostop nemmeno l'ombra. Ho continuato a camminare come in trance,
completamente inebetito, solo nella notte, nel buio, nel freddo,
straniero nel mio paese.
Poi in lontananza mi è sembrato di vedere il bagliore
di un fuoco acceso. Sono stato attirato verso quella luce vitale come una
falena. Arrivando più vicino ho cominciato a sentire le voci. C'era
gente laggiù. Pericolo? Beh, mi sono detto, ora mi avvicino, poi,
in caso di pericolo, mi allontano. Un ragionamento che non fa una piega,
no? Mentre continuavo a camminare verso il fuoco, mi è venuta
incontro una figura, femminile, una ragazza (niente male, ho potuto apprezzare,
appena me la sono trovata vicina. Ehm, era solo una distaccata valutazione
estetica!).
Una ciganka, una zingara, per la precisione. - Ehi, covek, uomo
- mi ha detto in serbo, ma con l'accento tipico dei gitani - questo è
l'accampamento dei Vragi, non ti puoi avvicinare. Perché sei qui?
Che vuoi? Profugo? Gli albanesi ti hanno cacciato dal Kossovo? Se sei profugo
puoi venire, noi siamo amici. Altrimenti ...- con un gesto ha indicato
il taglio della gola.
Parlava, parlava, e io non riuscivo a dire una parola. Devo aver
bofonchiato qualcosa tipo ..cibo, posso pagare. Poi mi ha preso per mano
e mi ha trascinato nel campo, verso il cerchio di persone intorno al fuoco.
Era in corso una specie di festa, o forse per i Vragi è
normale mangiare, bere, cantare e ballare tutti insieme di notte, al caldo
del fuoco scoppiettante. Marijka, questo è il nome della ragazza,
ha detto ridendo qualcosa come ..." ecco il mio nuovo fidanzato", gli altri
mi hanno guardato solo per un istante e poi hanno continuato a ... bisbocciare.
Una vecchia mi ha fatto cenno di sedere in terra accanto a lei. Mi sono
accovacciato, grato per il calore del fuoco, ma anche per quello umano.
Stavo visibilmente tremando, così la vecchia ha detto qualcosa
a Marijka, in un linguaggio storpiato di cui ho capito poco. La ragazza,
sempre ridendo, è corsa verso uno di quei carri poco distanti, le
loro case mobili, ed è tornata subito dopo con una coperta che mi
ha gettato sulle spalle. Un uomo, grosso e baffuto, mi ha offerto una ciotola
con una bevanda calda. "Grazie, Isabela", ho detto, ridacchiando
(beh, si, mi ricordava "qualcuno" di mia conoscenza ;-))) A te no?).
Mi ha guardato strano, poi è scoppiato in una fragorosa risata
e ha detto "Karnjo, mio nome è Vrag Karnjo, no Isabela".
Ho mandato giù qualche sorso di quella sbobba calda. La
ragazza si è seduta accanto a me, e ha cominciato a farmi un sacco
di domande. Voleva sapere il mio nome, da dove venivo, che cosa sapevo
fare. Parlava, parlava, e io mi sentivo sempre più frastornato.
Le ho detto di chiamarmi Mirko, che ero fuggito da Pristina, e qualche
altra balla di questo tipo. Intanto le danze e i canti si facevano sempre
più forsennate. All'improvviso Vraga Marijka (qua si chiamano tutti
Vrag, diavolo) è saltata in piedi, mi ha baciato sulla fronte (ma
si, giuro, solo sulla fronte), si è avvicinata al falò
e ha cominciato a danzare. Gli altri le hanno lasciato spazio libero. Si
è scatenata in una danza di quelle che solo i ciganini sanno fare,
al suo di strani violini e al ritmo del battito delle mani. Poi si è
di nuovo avvicinata e mi ha fatto segno di raggiungerla, di danzare con
lei.
Ho cercato di rifiutare, ma gli occhi di tutti erano puntati
su di me. Mi hanno sollevato di peso e mi hanno spinto verso di lei.
La guardavo agitarsi al ritmo indiavolato che saliva sempre di
più, la guardavo e ho cominciato a vedere al suo posto te,
amore mio, vestita solo di pietre sfolgoranti, di perle e di zaffiri, di
rubini rossi come il sangue, signora della terra e del fuoco, padrona della
notte e della luna; ti ho vista danzare in un tempo senza tempo al
suono di tamburi alieni, officiante di un rito ancestrale. E l'aria
era carica di eccitazione, di desiderio palpabile, di offerte d'amore.
Mi sono unito a te nella danza, io che non so danzare, mi sono unito a
te nel canto, io che non so cantare. Mi sono lasciato trascinare dai tuoi
movimenti, sono stato incantato dal tuo corpo, ti ho seguita nella frenesia
di un ritmo che oltrepassava l'umano. Insieme abbiamo attraversato il fuoco,
insieme ci siamo rotolati nella Madre Terra, insieme abbiamo vissuto fino
allo spasimo tutte le estreme sensazioni di questo amore stregone.
No, amore mio, non temere. Non ho fatto tutte queste cose con la
ciganka credendo che fossi tu. Questo è stato solo il mio delirio,
un dono della febbre che mi porto addosso. La realtà mi è
stata raccontata dopo, ed è molto meno eccitante. Dopo due passi
verso Marijca, sono piombato a terra come un sacco di patate.
Delle ore successive ho un vago ricordo. Mi hanno adagiato in un
letto, nella roulotte della ragazza (e di sua nonna, la vecchia di prima).
Mi hanno spogliato (nudo, embè, che ci potevo fare! ero privo di
sensi! Però il berretto me lo hanno lasciato). Hanno cercato di
curarmi con pozioni puzzolenti, che però qualche effetto devono
averlo avuto.
Ora devo sbrigarmi a finire la lettera. Vrag Vuk, il cugino di
Marijka, deve tornare indietro a Belgrado e mi ha promesso di portarla
al tuo piccolo hotel.
Spero che tu la riceva. Quando mi sono risvegliato davvero, uscendo
dal torpore di almeno un giorno, mi sono accorto di essere in viaggio.
Infatti la roulotte si stava muovendo, trainata da cavalli!! Marijka mi
ha spiegato che i Vragi hanno risolto così la mancanza di carburante.
Volevo alzarmi subito e tornare sulla mia strada, ma la vecchia mi ha detto
che devo lasciare al mio corpo il tempo di guarire. Dice che ho il sangue
avvelenato, dice di aver visto la morte accanto a me (ho fatto gli scongiuri)
ma che con le sue erbe e le sue magie riuscirà a tenerla
lontana. Marijka mi sta sempre vicina, un po' troppo per i miei
gusti.
Ha fatto sparire tutta la mia roba, compresa la pistola! Ha detto
che più si scende verso sud e più aumentano posti di
blocco e presidi militari. Si è rifiutata di dirmi da quanto tempo
siamo in viaggio e dove ci troviamo.
Farò finta di accettare questa situazione. Domani starò
molto meglio e, appena la carovana si fermerà, cercherò la
mia roba e raggiungerò la città più vicina. Alla prima
occasione, al primo punto internet che trovo, mi metterò in contatto,
leggerò finalmente i tuoi messaggi (sono in crisi di astinenza)
e ti farò sapere dove mi trovo e dove penso di andare.
Coraggio amore, sii forte.
Le nostre strade stanno per congiungersi. Lo spero. Deve essere.
Ti amo
Lazar
Mercoledì 17 Novembre - Beograd
Mio caro Lazar,
Ti scrivo, più per il piacere di farlo che per altro...
Ho poche speranze che tu legga questa lettera in tempi utili, non importa.
Scriverti mi allevia un po' la sofferenza, mi sembra di poterti
sentire più vicino.
So che stai viaggiando verso sud. E questa è l'unica cosa
che so di te.
Ma me la farò bastare.
Sto cercando le tracce della famiglia Vrag attraverso altre famiglie
Rom, forse riuscirò ad avere qualche indicazione più precisa
sulla direzione che hanno preso allontanandosi da Beograd con te.
Penso, spero, già in giornata, di poter partire da qui con
qualche notizia su dove andare.
Lascerò detto all'albergo di tenermi la posta, nel caso
tu mi scriva ancora e chiamerò ogni giorno per saperlo.
Ma ho aspettato fin troppo senza fare nulla, ora tornerò
a rincorrerti, come oramai mi sono abituata a fare.
Sono un po' scoraggiata: ogni volta che mi sembra di averti raggiunto,
d'improvviso succede qualcosa che ti allontana di nuovo.
Ma non finirà mai questo maledetto gioco a rimpiattino?
Sei tu che stai scappando anche da me?
Non voglio pensarlo, ma non riesco a farne a meno.
Lunedì sono stata interrogata dalla Milicija... oh, no...
non a tuo riguardo. Devo ammettere che avevo proprio questo timore, quando
sono venuti a prelevarmi all'albergo...
Ma evidentemente il tuo amico Zlatko non mi ha tradita, ed è
più di quanto potessi sperare.
No, si trattava di una semplice misura di sicurezza, mi avevano
notata sul posto dove si doveva tenere la conferenza del Prof. Migliorini,
appena dopo l'attentato e volevano sapere cosa ci facevo, se lo conoscevo,
se avevo visto qualcosa...
Non è stata un'esperienza entusiasmante.
Non che mi abbiano tratta male, questo no, ma mi hanno fatto capire
che non gradiscono stranieri, italiani, che vanno in giro a fare domande.
Ho spiegato che sono qui per uno studio sugli effetti dei traumi
della guerra sulla popolazione civile... non so se mi hanno creduto. La
cosa comunque è finita lì, mi hanno rilasciata la sera stessa.
Mi rendo conto solo ora di quanto capillare sia la sorveglianza
della polizia nel tuo paese.
Nessuno aveva preso il mio nome, eppure sono riusciti a trovarmi
nel giro di un paio di giorni.
Dovrò stare molto più attenta di quanto non abbia
fatto finora.
Probabilmente dovrò anche controllare di non essere seguita...
e non solo dalla Milicija.
Pare che tu sia un bocconcino fin troppo ambito.
Ti cercano i tuoi compatrioti, con l'accusa di diserzione.
Ti cercano i neonazisti di un gruppo oltranzista che fa capo ad
un certo Volks, forse ne avrai sentito parlare, che opera da queste parti.
Ti cercano quelli di un gruppo (te ne ho parlato, ricordi?) a cui
servono le informazioni di Alessio, che tu porti racchiuse nella mente.
Ti cerco io.
Ed io sola ti cerco per proteggerti, per darti modo di sapere come
e da chi devi difenderti.
No... non è completamente esatto. Non è solo questo.
Io ti cerco per me. Perché, al di sopra di ogni altro motivo
e contro ogni pensiero sensato, contro ogni ragionevole previsione, mi
sono innamorata di te ed ora non riesco a immaginarmi senza le tue braccia
che si aprono per abbracciarmi e tenermi stretta.
Io... forse in passato ho amato altri uomini...
Ma è un passato lontano. Non credevo che potesse succedermi
ancora, non in questo modo. Non in questa vita.
Pensavo di non avere più in me il dono di provare questa
emozione.
Ed invece sono qui, davanti al monitor, a mettere altre parole
fra noi, a piangere e sperare.
Ho al collo il tuo regalo, posato sulla pelle fra i seni, come
se fossero le tue labbra.
Non so se ci incontreremo, e non so quando.
Non faccio più previsioni perché ogni volta la delusione
e la sofferenza diventano più pesanti da sopportare.
Non so neanche se tu mi accetterai per ciò che sono o se
invece avrai paura e un'altra volta ti allontanerai da me. Forse lo farai.
E forse faresti bene.
Perché per stare insieme, io dovrò chiederti molto.
Più di quanto tu immagini. Dovrò chiederti di entrare
in qualcosa di più grande di noi. Pericoloso, rischioso. Alessio
lo sapeva.
Ed in cambio avrai solo me.
Potrà bastarti? Potrà valere la pena?
Solo tu puoi dirmelo, amore mio.
Isabela
Giovedì 18 novembre
Moje divne blago, meraviglioso tesoro mio
finalmente ho davanti a me un monitor e una tastiera, finalmente
ho potuto leggere i tuoi messaggi, condividere le tue angosce, vivere le
tue speranze.
Purtroppo le cose sono andate come sono andate. Potrei maledire
il destino che continua ad impedire il nostro incontro. Ma
è più utile sfidarlo con le azioni piuttosto che con le parole.
Leggo che sei andata da Zlatko.
Ma sei pazza? Infilarti nella tana del lupo? Va bene
che sei determinata e forte, capace di azioni incredibili. Ma non esagerare,
per favore. Da quello che mi dici mi sembra che cominci a renderti conto
della pericolosità delle persone con cui abbiamo a che fare.
Per fortuna Zlat è un vero amico. Ma anche per lui non sono per
niente tranquillo.
Io ho bisogno delle tue parole. Non ti abbattere, ti prego, continua
a parlarmi. Come vedi prima o poi riesco ad ascoltarti. In questo
momento sono a Valjevo, nell'unico locale che dispone di un collegamento
in rete. Non credo di poterci restare a lungo. Ho trascorso la notte in
una casa di contadini, poco distante dalla cittadina. Sono stati gentili
e mi è costato pochi dinari. Non ho più molti soldi, e voglio
conservarli per la e-mail. Il padrone di casa mi ha accompagnato qui col
suo furgoncino e ora è lì al bancone che beve una birra e
mi guarda con occhi tristi e pensosi. Si sta chiedendo quanti dinari
gli renderà parlare di me alla polizia. Non posso giudicarlo. Qui
ormai la gente vende di tutto per racimolare qualche soldo. Ho capito che
la mia sopravvivenza dipende dal non restare a lungo nello stesso posto.
Era quasi l'alba di ieri, mercoledì, quando Marijka mi ha
svegliato. Era agitatissima e mi ha praticamente gettato addosso la mia
roba, i vestiti, lo zaino, la pistola (per fortuna). Ha detto che dovevo
subito andarmene dal campo, perchè fra poco la polizia sarebbe venuta
a prendermi. Vrag Karnjo era appena tornato dal paese vicino
dove aveva consegnato il mio
documento agli agenti. Questa storia del risveglio e fuga sta diventando
un'abitudine. Stavo ancora vestendomi quando si è sentito il rumore
delle camionette. Sono uscito dal finestrone posteriore della roulotte
e ho cercato di strisciare inosservato verso la parte che dava sui boschi.
Marijka mi è venuta dietro, poi all'improvviso mi ha infilato dei
dinari, i miei, nella tasca dello zaino. "Meglio se li tieni tu -
ha detto - La nonna ha trattenuto solo quelli delle spese" . Poi
mi ha stampato un bacio sulle labbra, e mi ha salutato.
Dobara sreca, covek, buona fortuna, uomo.
Ho preso il sentiero tra i boschi, ma dopo pochi metri mi sono
trovato davanti proprio quel figlio di puttana di Karnjo. Con il sorriso
stampato sul faccione mi ha minacciato con un coltello da tagliagola: -
"Tu vieni con me buono buono, covek, vieni con Isabela - caspita, il nome
gli è piaciuto! -. C'è amici che vuole parlare con te".
Gli ho puntato addosso la pistola e ho sperato di non essere costretto
a sparare (no, non per motivi di coscienza, figuriamoci, io, un serbo
criminale di guerra! No. Solo perchè il rumore dello sparo mi avrebbe
fatto scoprire!) . Se l'è fatta addosso per la paura, il vigliaccone,
e mi ha giurato che sarebbe stato zitto.
Ho corso a perdifiato (veramente il fiato l'ho perso subito, perché
ancora non ho riacquistato la mia forma migliore). Però li ho battuti
sul tempo. Sono riuscito a saltare sul furgoncino sgangherato del signor
Majevic, che passava sulla strada proprio in quel momento e sono arrivato
sano (si fa per dire) e salvo (almeno per ora) nella zona di Valjevo. Il
mio salvatore ha notato il mio aspetto febbrile e mi ha proposto un letto
e del cibo nella sua casa rurale.
Ho deciso di accettare, avevo bisogno di un altro po' di
riposo.
Per tutta la giornata di ieri, al riparo di quella casa e
affidato alle benevoli attenzioni della signora Majevic, ho mangiato
un po', ho dormito molto, ho ingurgitato aspirine. Questa mattina
mi sembrava di stare molto meglio, così ho dato una mano ad aggiustare
il tetto della stalla (non devo essere stato di grande aiuto, perché
dopo un po' mi hanno detto di fare quattro passi, che lì avevo
lavorato abbastanza!). Dopo pranzo sono venuto in città col signor
Majevic. E ora sono qui.
Non cercare i Vrag, lasciali perdere quelli. Venderebbero anche te. E poi te l'ho già detto io che sono a Valjevo. Ma fra poco me ne dovrò andare. Il signor Majevic ha finito la sua birra e sta chiacchierando con il barista. Fra poco uscirà di qui. Dove lo porterà la sua coscienza?
Non voglio pensare che sto scappando da te, ma c'è del vero
nelle tue parole. Forse sto scappando anche da me stesso. Ma non è
il momento di perdersi in queste riflessioni.
Ne parleremo quando starò comodamente sdraiato sul divanetto
color fiordaliso nel tuo studio. Ma allora, forse, avremo cose più
interessanti da fare!
Mi sono sentito morire, quando ho letto che sei stata interrogata
dalla Milicija.
Lo vedi quanto è pericoloso stare qui? E quel tuo amico,
poveretto, mi dispiace tanto. Spero che quel che è accaduto
non abbia a che fare con questa storia! Spero che ora lui stia
bene. Se lo vedi fagli le scuse da parte mia, è stato aggredito
mentre era ospite della mia terra, sono mortificato.
Ho anche un'altra preoccupazione. Questo indirizzo e-mail che uso
mi era stato dato a Obrenovac. Mi aspettavo di non poterlo più usare.
E invece lo hanno lasciato attivo. Non potrebbe essere un modo per
controllarmi? Non mi intendo molto di queste cose, ma non vorrei che qualcuno
lo usasse per seguire le mie tracce. Comunque non posso fare a meno di
collegarmi, quando è possibile. È l'unico modo per stare
in contatto con te, e sono disposto a correre qualche rischio (uno in più
o in meno che differenza fa?).
Hai un messaggio di mia madre. È vero, sei stata crudele
a non farmelo conoscere. Ma capisco, pensi che me la merito questa crudeltà.
Forse hai ragione.
Scusami, ma mi sento travolto dagli avvenimenti, e non posso far
altro che reagire di volta in volta. Magari nella prossima lettera cerca
di essere meno crudele e dimmi cosa c'è scritto.
Capisco che i miei compatrioti mi cerchino... Ma ...DISERZIONE!?!
IO disertore? Questa accusa infamante non posso proprio sopportarla. Devo
assolutamente parlare con qualcuno, devo chiarire la mia posizione. Dovranno
ascoltarmi. Ma cosa posso fare. Se solo questa dannata febbriciattola mi
desse un po' di tregua, se solo riuscissi a ragionare lucidamente e a fare
un piano d'azione serio! Forse dovrei mettermi in contatto con Zlatko.
Non capisco i neonazisti, mai avuto a che fare con questa feccia.
E questo altro gruppo di cui parli. Ma cosa pensano di ricavare
da Alessio? Non mi pare che abbia nulla di interessante da dire.
Non è mai di nessun aiuto, sa solo criticare ed è pure antipatico.
Per fortuna è un bel po' che tace.
Leggo le tue parole...
Ti stai stressando troppo, amore. Non parlare così, non
ti torturare con questi pensieri tristi, perché mi si stringe il
cuore e non vorrei che quel cretino di cui sopra ricominciasse con la storia
"ehi, ma non sei un duro?».
Sono contento di sapere che hai ricevuto il mio regalo. Così
posso immaginare quel piccolo oggetto sulla tua pelle, e mi sembra di poterti
accarezzare attraverso il suo contatto.
Le tue ultime parole mi preoccupano un po'. Mi sembra di aver capito
che le cose non sono quelle che sembrano, che c'è qualcosa di misterioso
in te, e forse un po' di paura la provo davvero. Ma ti sembra che la mia
vita sia trascorsa tra la bambagia? Ti sembro un tipo da "televisore e
pantofole"? Non temere, non c'è nulla che potrà farmi
allontanare da te, una volta che ci saremo incontrati. Sono pronto ad accettare
qualunque cosa, per amore tuo. Lo sai, Isabela, lo sai nel profondo del
tuo cuore.
Io metterò la mia vita nelle tue mani, e tu potrai farne
quello che vuoi.
Ora devo chiudere e andarmene. Il contadino mi ha fatto un cenno di saluto e sta uscendo dal locale. Non so esattamente dove mi dirigerò adesso. Ma te lo farò sapere. Se riuscirò a trovare un telefono funzionante e sicuro, cercherò di telefonarti. Oppure troverò altri punti internet. Se davvero vuoi spostarti seguendo le mie tracce, fallo con molta cautela e inventa dei motivi credibili. Da queste parti non ci sono "turisti" stranieri, è difficile non farsi notare. Ed è pieno di militari e agenti della sicurezza. È una zona calda, il Kosovo non è lontano.
Un'ultima cosa. Mi hai scritto «moj rado ciniti» e queste
parole mi hanno fatto venire in mente qualcosa che mi potrebbe essere utile.
Stric Rado era il nomignolo che io e mia sorella davamo da
bambini al pope Pavle: lo zio gioioso, più o meno. Perchè
quando lo incontravamo ci faceva lunghi discorsi sui suoi pellegrinaggi,
ci raccontava dei Monasteri e Santuari che visitava, della gioia che gli
procurava il contemplare le cose sacre. Provava sempre gioia per un sacco
di cose, vedeva la benedizione di Dio in tutto. Devo ricordarmi per
cosa si emozionava. È in questo la chiave del suo messaggio criptico.
Dunque, sicuramente gli piacevano i crauti e le salsicce, e provava
molta gioia davanti a un buon boccale di birra. Poi era un fedele di San
Sava, e ci raccontava leggende sulle reliquie dei santi. E poi c'è
la storia della contemplazione dell'angelo bianco.
Che scemo, che sono. Devo trovare al più presto una chiesa,
parlare con un prete.
Troverò la risposta, ne sono sicuro. E allora saprò
dirti dove sono diretto.
Vedrai, amore mio, fra non molto ci troveremo.
Lazar
Venerdì 19 novembre - Valjevo (messaggio mai consegnato )
Caro Lazar,
Oggi sono arrivata a Valjevo.
Ho parlato con gospodin M. che ti ha ospitato.
È una brava persona, non ha fatto parola di te alla polizia,
come vedi, anche qui, nonostante la fame, c'è ancora qualcuno che
ha un po' di cuore. Gli ho lasciato dei dinari per ringraziamento.
Ora sono in partenza per Prijepolje...
Non so se sia la direzione giusta, tu non mi hai lasciato indicazioni
su dove ti dirigi, ed allora ho fatto di testa mia. Ho seguito i tuoi consigli,
sono stata a parlare col pope di Valjevo e gli ho chiesto se aveva notizia
di un monastero che potesse collegarsi all'Angelo Bianco.
Mi ha detto che queste parole a lui facevano venire in mente il
monastero di Mileseva, famoso per un affresco in cui è rappresentato
un angelo vestito di bianco e, in più, lì vicino sono state
trovate le reliquie di Sam Sava. Spero sia lì che troverò
la persona che cerco.
Se la trovo, sono quasi certa di poterti dare notizie di tua madre.
Infatti il biglietto che lei ti ha lasciato dice "Figlio mio, ricordati
di fare gli auguri allo zio Rado" ed ora capisco anche cosa voleva farti
sapere.
Ho pochissimo tempo, come ti ho detto sto partendo.
Se tutto va bene domattina sarò al monastero.
La posta elettronica può essere pericolosa, lo so, potrebbero
intercettare i messaggi e, attraverso quelli, tracciare la tua posizione
anche se è una cosa un po' difficile (io l'ho fatto... o sennò
come credi che avrei saputo che stavi ad Obrenovac?) o, più semplicemente,
avere tutte le informazioni che servono loro leggendo i messaggi che ci
scambiamo...
Ma questo è l'unico modo possibile per me di farti avere
notizie e di dirti dove mi potresti trovare, se volessi, e non posso perderlo.
Potresti forse aprire una nuova casella, anonima, da uno dei tanti
server in linea che offrono questo servizio. Questo almeno servirebbe
a rallentare la possibilità di rintracciare te.
Lazar, mi mancano le tue parole d'amore.
Devo andare, spero di incontrarti, ma in fondo al cuore qualcosa
mi ripete di non illudermi, dice che non sarà così neanche
stavolta.
Ti abbraccio forte,
A presto, amore mio.
Isabela
Sabato 20 Novembre
Ciao amore,
sono ancora qui. A questo mondo, intendo.
È una mattina freddissima, la temperatura sta scendendo
sempre di più, si comincia a parlare di neve, e io sono il primo
cliente del giorno di questo locale di Uzice dove finalmente sto per scriverti
qualche riga.
Giovedì, dopo averti mandato la e-mail, mi sono infilato
in una Chiesa. Ma in quel momento non c'era nessuno con cui parlare.
Mi sono adagiato su una delle panche, deciso ad aspettare l'ora della funzione.
Ma ero così sfinito che devo essermi addormentato. Probabilmente
non c'è stata nessuna funzione serale perché, quando mi sono
ripreso dal torpore a cui mi ero abbandonato, la Chiesa era buia e deserta,
e fuori era notte fonda.
Cautamente mi sono diretto verso la stazione. Non c'era movimento
in giro, niente Milicija che "rastrellava casa per casa". Probabilmente
il signor Majevic ha deciso di rinunciare ai suoi 30 denari. Un giorno
lo ringrazierò, per questo.
Nell'orario affisso nel parcheggio accanto alla stazione, pieno
di cancellature e scritte le une sovrapposte alle altre, sono riuscito
a capire che poteva esserci ancora un treno di passaggio per quella notte,
direzione sud. Facendo un giro dall'esterno, ho raggiunto una carrozza
in sosta su un binario morto e mi sono nascosto all'interno.
Sul binario accanto doveva, di lì a poco, transitare il
mio treno. E infatti è arrivato, con ritardo, ma ho sentito
lo stridio dei freni ed era lì, per la sua breve sosta. Ero pronto
a muovermi nel momento in cui si fosse rimesso in moto. Ma proprio tra
me e il treno è comparso un soldato, di quelli che sono comandati
"di guardia" anche dove non sarebbe necessario. Ho bestemmiato, silenziosamente,
in tutte le lingue conosciute (in italiano ne ho tirate fuori una bella
gamma), ho estratto la pistola e mi sono visto puntarla alla nuca del militare.
Il poveretto non avrebbe avuto il tempo di reagire, anche perché
aveva l'aria annoiata, distratta e sonnolenta, e l'ostacolo fra me e la
(beh, una fettina di) libertà sarebbe stato abbattuto. Ma
non ho potuto farlo. Lui era lì, Figlio della Terra Serba,
era lì per servire la mia stessa Patria, era mio Fratello. Era nemico
dei miei stessi nemici. E io avrei dovuto annientare la vita di mio fratello
per dare una piccola chance in più alla mia? Allora SI che l'accusa
di diserzione sarebbe diventata giusta e veritiera! E così
ho passato la notte senza muovermi dal vagone abbandonato. Freddo, fame
e febbre sono stati i miei allegri compagni. Non ti preoccupare,
drammatizzo sempre un po' per rendermi più interessante ai tuoi
occhi! Dai, sorridi, oggi va molto meglio.
Alle prime luci dell'alba di venerdì è passato un
altro treno. Questa volta non c'era nessuno di guardia tra i binari. Durante
il viaggio sono riuscito anche a mangiare e bere qualcosa.
Fortunatamente non si è visto nessun controllore. Se mi
avessero chiesto un documento, ci sarebbe stata un'altra bella scena di
toccata e fuga e avrei molto di più da raccontarti. Sono arrivato
a Uzice in tarda mattinata (forse avrei fatto prima a piedi).
Troppa sorveglianza in giro, per i miei gusti. Ho trovato una camera
in casa di due signore, (non fare il broncio, amore mio, due vecchie signore,
giuro) e così sono riuscito a ripulirmi e a riavere un aspetto presentabile.
Hanno detto che sembravo piuttosto malandato e hanno voluto misurarmi la
febbre, nonostante le mie proteste. La febbre c'era, ma ormai ci
sono abituato e non mi dà troppo fastidio, tranne quando esagera.
Si sono preoccupate per la mia mano fasciata e mi hanno indicato
la strada per l'ambulatorio. Nel pomeriggio sono uscito promettendo di
andarci. Si sono già affezionate a me! Vedi, il mio fascino
non perdona! ;-))
Ho cercato un punto internet. C'era fila e nella fila anche alcuni
militari. Mi sono infilato in un cinema e ho passato il pomeriggio
al riparo, vedendomi due volte "Asteriks i Obeliks protiv Cezara", grande
film prodotto dall'intelligenza occidentale!
Nella attigua saletta "culturale" ho visto anche un film-documentario
"Tantra: indijanski rituali ekstaze". Ho imparato un sacco di cose
interessanti! Quando ci vediamo te le spiego! ;-) No, niente cazzotti,
per favore. Serio, serissimo, ecco, ora sono serio.
E ti dirò anche dove sono diretto. Dopo.
Sono passato di nuovo al punto internet: troppo tardi, chiuso.
Ho pensato che avrei fatto bene ad andar via da Uzice, ma in fondo ci
stavo da poche ore, la stanzetta a casa delle signore era lì che
mi aspettava invitante.
E poi non avrei sopportato un'altra notte all'aperto. Così
ho deciso di rischiare, e mi sono concesso una notte quasi normale. Dico
quasi, perché il freddo, (eh già, niente riscaldamento per
il popolo serbo), un po' di fastidio alla mano sinistra e qualche
doloretto dovuto alle varie ammaccature non mi hanno lasciato dormire tranquillo.
E la mia voce interiore mi ha costretto a sfruttare il tempo in modo produttivo.
- Invece di rigirarti inutilmente nel letto e delirare, - mi ha
detto il bel tipo altro/me - cerca di pensare a padre Pavle e al suo angelo
bianco.
Di cosa vi parlava? Dove andava in pellegrinaggio?
Sicuramente si tratta di un Monastero. E se quei ricordi fossero custoditi
nella parte di cervello che non ho più? Dai, che sfiga! Angelo bianco,
una statua? Un quadro? Si, ci siamo. E alla fine è scattato il ricordo.
Le foto dell'affresco dell'Angelo sul sepolcro di Cristo, l'angelo dalla
candida veste bianca, il Monastero famoso per quell'affresco e per il ritrovamento
delle reliquie di S. Sava, il Monastero di Mileseva! Ecco, è
lì che devo arrivare. Lì mi fermerò, qualunque cosa
succeda. Lì saprò. Lì si compirà il mio destino.
Questa mattina ho salutato le signore (a proposito, ho detto di
chiamarmi Mirko Fuenteskovic), e sono passato al punto internet. A quest'ora
non c'è nessuno. Ti sto scrivendo, senza sapere dove sei,
senza sapere se leggerai questo messaggio. Però sento che le nostre
strade stanno per incrociarsi, che presto ci troveremo di fronte.
E questa storia di amore fatto di parole e di giochi a rimpiattino
finirà.
E poi? Avremo la forza per trasformarla in qualcos'altro?
Isabela, il mio amore per te è nato inaspettatamente, non
so come e perché, ma è cresciuto di giorno in giorno. E ora
è così grande che ha invaso totalmente il mio essere. Lazar
non potrà più esistere senza di te. E questa consapevolezza,
ora che il momento della verità si avvicina, mi riempie di una gioia
eccitante, ma mi provoca anche una grande inquietudine.
È vero, amore mio, tu l'hai già intuito, io ho paura.
Ma non importa, voglio gettarmi tra le tue braccia, e poi accada
quel che deve accadere, qualunque cosa sia.
Ora devo trovare il modo di raggiungere Prijepolje. Il Monastero
di Mileseva è lì vicino.
A presto.
Lazar