L'oblìo
di Mari
di Laura Bucciolini
NOTA STORICA
Nell’Agosto 1933 un piccolo gruppo di beduini si accampò, come tutte le estati, a Tell Hariri, zona desolata e pietrosa della Siria Orientale, a poca distanza dalle rive del fiume Eufrate. Mentre scavavano una tomba per un loro congiunto, dissotterrarono casualmente una statua acefala con iscrizione in caratteri cuneiformi sul basamento. L’ufficiale francese Cabane, passando con un giro di pattuglia nei pressi dell’accampamento, capì immediatamente di cosa si trattava. La statua risultò rappresentare la divinità di Ishtar Virile. Appena un anno dopo gli scavi riportarono alla luce la città di Mari.
Mari era una città di cultura mesopotamica, fondata dai Sumeri attorno al 2500 a.C. e successivamente abitata da una popolazione di stirpe Amorita. La città era antichissima, grande e potente quando Babilonia era ancora un piccolo villaggio e a Roma non c’erano ancora neanche le capanne. Posta in una posizione geografica eccezionale, controllava tutti i traffici commerciali che dalla Mesopotamia menavano all’area Mediterranea, l’Egitto, la Palestina, l’Anatolia. Questa posizione strategica la portò in conflitto nel XVIII sec. a.C con la nascente potenza Assira sorta nell’alta valle del fiume Tigri. La ricchissima città commerciale fondò una lega di resistenza anti-assira, all’interno della quale la maggiore alleata era Babilonia, del giovanissimo ed ambizioso Re Hammurabi, nascente potenza della Mesopotamia Centrale, che scacciò l’esercito invasore e sembrò assicurare a Mari altri secoli di prosperità e ricchezza. Pochi anni più tardi, nel 1759 a.C., l’antico alleato colpiva a tradimento la città, già in cronica decadenza, e le truppe di Hammurabi davano alle fiamme i palazzi e i palmeti di Mari, dopo un furioso saccheggio, non potendo tollerare che un’altra città che non fosse la loro controllasse la via per il Mediterraneo. In breve tempo, il nome di Mari, città sacra alla dea Ishtar, scomparve dalla Storia e dalla memoria degli uomini….
PERSONAGGI
ATAMRUM – Gran Sacerdote di Ishtar a Kadingirra
HAMMURABI – Re di Babilonia
EBIH-IL – Intendente di Palazzo a Mari
IPUMSAR – Grande Scriba di Mari
ZIMRI-LIM – Re di Mari
SHIPTU – Regina di Mari
UR-NINA – Sacro Cantore di Mari
NEFERHOTEP- Astrologo del Faraone Merhetepre
PARTE PRIMA
Atamrum cavalcava lentamente verso la Grande Porta. Dietro di lui la carovana di doni che Hammurabi, Re di Babilonia, offriva a Zimri-Lim, monarca di Mari. Stoffe, pelli e immagini votive erano il grosso dei doni del Re, ma il più prezioso, e il più infido, era custodito nel cofano di basalto nero trasportato nel carro al centro del convoglio.
Atamrum chinò il capo pensosamente. Egli era il Gran Sacerdote di Ishtar, colui che presiedeva al culto della Dea a Kadingirra, la ziqqurat di Ishtar nei pressi di Babilonia. Il compito di Atamrum era stato quello di tanti altri Enu, Grandi sacerdoti, prima di lui: presiedere alle attività degli Sciangu, i sacerdoti minori, e ascoltare i responsi degli Ascippu e dei Baru, i giuratori e gli indovini e riportarli al Re di Babilonia. Ma il suo compito più importante, quello che gli Enu di Kadingirra si tramandavano segretamente , era la custodia dell’Ili-Amranni, il misterioso cofano di basalto nero che era custodito da secoli nel Sahuru, la camera più alta dello ziqqurat.
Nemmeno Atamrum sapeva cosa era contenuto nell’Ili-Amranni, né aveva mai considerato di rompere i sigilli di terracotta per contemplarne l’interno. Le tavolette degli Enu dicevano infatti che conteneva l’Ira di Ishtar, pronta a balzare fuori e a devastare i sacrileghi che lo avessero aperto.
Eppure egli ora aveva portato l’Ili-Amranni per un lungo ed estenuante viaggio fuori da Kadingirra, per recarlo in dono agli ignari Sovrani di Mari.
Grande era stata invero la sorpresa di Atamrum quando Re Hammurabi era venuto a Kadingirra. Da generazioni i Re non entravano più nella ziqqurat essendo ormai il Culto di Ishtar caduto in secondo piano per il Culto di Marduk, il Drago Cornuto.
“Come puoi terminare qui la tua vita” gli aveva detto Hammurabi “Quando Marduk ha bisogno della tua sapienza e della tua opera? Non vorresti forse che l’infuocato potere di Marduk scorresse nelle tue vene al posto dei sonnolenti umori di Ishtar? Io ti offro di esercitare il potere del Dio su Babilonia, se tu farai dimostrazione della tua volontà di servire il possente Marduk.”
Le parole di Hammurabi avevano colpito dolorosamente il cuore di Atamrum, attossicandone per sempre i puri Desideri. Ora egli era servo di Marduk, e solo un vago timore della collera della Dea era ciò che rimaneva dell’antico Enu. Ancora non sapeva come avesse fatto il Re a sapere il più inaccessibile dei segreti di Kadingirra, ma di certo quella conoscenza non poteva che venirgli dal Dio Marduk.
“Tu custodisci nel tuo tempio un cofano di basalto nero. Lo prenderai e lo porterai nella città di Mari, dove lo offrirai in dono ai sovrani di quella città, che sono anche Enu e Nindingir-ra di Ishtar, che in quella città è detta Ninni-Zaza ed onorata anche in guisa virile. Ti assicurerai che siano proprio loro ad aprirlo e nessun altro. A questo proposito verrai investito dell’autorità di inviato di Babilonia, incaricato di portare doni di alleanza onde portare ricordo della vittoria su Assur.”
Atamrum aveva accettato ed ora era pronto ad assolvere il suo compito. Dopo aver contemplato la Grande Porta irta di guerrieri possenti, l’attraversò con il suo seguito e si fermò.
Di fronte a lui un uomo di bell’aspetto, col cranio rasato alla maniera del luogo e la lunga barba intrecciata, vestito di un ricco e corto gonnellino di stoffa porpora, gli si fece incontro scortato da due file di alti guerrieri, portando nella mano sinistra un cilindro di pietra nera e nella destra un ramoscello fronzuto, indice che considerava l’avvenimento gradito e fonte di gioia.
“Il mio nome è Ebih-Il” disse il dignitario “E accolgo con fraterna gioia Atamrum di Kadingirra, inviato di Babilonia, amica ed alleata.” Accompagnò il saluto rituale con un inchino lieve e l’Enu ricambiò il saluto.
“Salve, Ebih-Il di Mari. Vengo a portare doni votivi destinati al Sahuru di Ninni-Zaza, sia per sempre benedetto il suo nome, che nessuno mai potrà pronunciare perché è scritto solo sulla mano della Dea. Porto inoltre come dono più prezioso, una mistica reliquia custodita da secoli nel Sahuru di Kadingirra, che merita di essere posata solo nelle benedette mani di Zimri-Lim e di Shiptu, Re e Regina della Città dell’Ovest.”
Ebih-Il sorrise al suo ospite e soggiunse: “Ebbene, riverito Enu, porta dunque con te il tuo dono più prezioso, e seguimi a palazzo.”
Così Atamrum seguì Ebih-Il con la portantina dove l’Ili-Amranni era trasportato da due robusti portatori sumeri. La delegazione attraversò la città e Atamrum contemplò con leggero rimorso le ricche case e le splendide donne di Mari, con il loro caratteristico copricapo di globi e il velo sceso a coprire la loro sfolgorante bellezza, attraversò il mercato affollato e vociante e si inoltrò per la strada dei templi, fino a giungere davanti al favoloso Palazzo di Zimri-Lim. Quando vide il grande Cortile delle Palme, il gioiello fra i giardini di Mari, gli pianse il cuore perché egli portava con sé la fine di tutta quella bellezza.
PARTE SECONDA
Il Santo dei Santi del Palazzo Reale di Mari era anche Sahuru del Tempio di Ishtar Virile, di cui lo stesso Re era Enu. Al contrario del Sahuru di Ninni-Zaza, a cui presiedeva la Regina Shiptu, era un ambiente piuttosto disadorno, di forma quadrata, con al centro il sepolcro del primo Re di Mari su cui era posata la statua di Ishtar Virile.
Sull’unico scranno della sala era seduto il Sacro Cantore, Ur-Nina, un giovinetto che portava come unico indumento una fascia avvolta alla vita, che non nascondeva i genitali ancora immaturi del fanciullo. La sua voce da usignolo cantava, per tutto il tempo in cui il Sole attraversava il cielo, la gloria della divinità senza mai fermarsi, immobilizzato in una posa di estatico rapimento, coi lunghi capelli oliati che scendevano a raggiera sulle spalle esili e i grandi occhi dipinti spalancati verso l’immagine del Dio.
In questa sala il Re e la Regina avevano deciso di aprire l’Ili-Amranni, con la sola presenza del Grande Scriba Ipumsar, l’uomo più potente di Mari, del sacro Cantore, e dell’inviato di Babilonia, che a loro insaputa nascondeva dietro la maschera di cortesia, un folle terrore.
Nei piani di Atamrum, infatti, l’Ira di Ishtar si sarebbe dovuta rovesciare sui sovrani quando lui fosse stato già a debita distanza. Il terrore divino devastava il suo impuro cuore di traditore.
L’Ili-Amranni era stato posato di fronte alla statua del Dio. Zimri-Lim e Shiptu erano vestiti con le insegne della loro regalità: lunghi e pesanti abiti di montone conciato, e il copricapo cilindrico dei Grandi Sacerdoti. Nella mano destra portavano ancora il ramoscello fronzuto con cui manifestavano la loro gioia per il dono ricevuto. Il Re si chinò sul cofano e lo accarezzò con reverenza, mentre l’anziano Ipumsar osservava ogni movimento, per poterlo un giorno trascrivere sulle sue tavole.
Zimri-Lim estrasse il coltello rituale dal fodero e spezzò i sigilli. Atamrum sobbalzò: non si poteva più tornare indietro. Quello che doveva accadere sarebbe accaduto. Il Re e la Regina alzarono il coperchio e osservarono l’interno. Sul loro volto si dipinse un espressione di pura meraviglia ed ammirazione. Anche Ipumsar spalancò gli occhi e la sua bocca si spalancò dallo stupore.
Dall’angolazione dove si trovava Atamrum non riusciva ancora a vedere il contenuto del cofano e chiuse gli occhi come se non volesse vedere quello che stava per accadere. “E’… è bellissimo!” commentò il Re.
“Splende come la Luna di Ninni-Zaza” sentenziò Shiptu “Di certo deve essere indossato dalla sua Nindingir-ra!”
“Non credo..” replicò con una sfumatura d’irritazione Zimri-Lim “Ricorda che lo splendore è sempre stato un attributo del Sole!”
I due sovrani si guardarono negli occhi e così li vide Atamrum, quando, allarmato dalla situazione, osò guardare nella loro direzione. I due Sovrani si fronteggiavano, sui loro volti espresse diverse sfumature di un’identica cupidigia.
La Regina si abbassò con un gesto rapido e afferrò qualcosa dentro il cofano, e il Re la guardò con aperto disappunto.
Shiptu tenne alto l’oggetto e lo guardò con reverenza.
Era un Anello fatto di materiale sconosciuto, liscio, metallico, lucido e splendente come la Luna, con una grande pietra ovale, madreperlacea, vagamente simile ad un Sigillo. Sulla pietra Atamrum credette di scorgere una parola incisa, e capì, con il terrore che attanagliava il suo animo.
La Regina teneva in mano l’unico oggetto dove era scritto il Nome inconoscibile della Dea, sorgente di ogni potere e di ogni dannazione: la Mano di Ishtar.
Con sguardo di estatica contemplazione, Shiptu si mise l’Anello al dito.
Il canto di Ur-Nina si spezzò con una nota stridula.
PARTE TERZA
Neferhotep non era per nulla a suo agio e aveva oscuri presagi. La dolce ombra del Cortile delle Palme nel Palazzo Reale di Mari lo riparava, con la sua lieve frescura, dal caldo torrido dell’estate.
In qualità di Grande Astrologo del Faraone Merhetepre egli aveva scrutato le stelle per avere i responsi del Fato sul futuro del suo paese. Da secoli ormai egli era custode occulto del fato della Terra Antica, da quando nel lontano ed arcano passato che ricordava solo in vaghi frammenti, tracciava la futura grandezza dell’Egitto, tanto che era stato ricordato dal popolo del Nilo come Horus, Dio dalla testa di Falco. Ora egli era rinato come Neferhotep per volere dell’ Eterna Dea, che egli chiamava Iside, e che a Mari era detta Ninni-Zaza ed era espressione, come millenni prima, del Desiderio della Dea di controllare il Destino.
I suoi auspici, dettati dalla sua affinità con l’Eterno Destino, lo avvertivano che presto una tremenda minaccia avrebbe travolto l’Egitto: un popolo ostile proveniente dalle terre da cui il Dio Ra si levava dal suo sonno giornaliero, sarebbe giunto e l’Egitto sarebbe stato schiacciato sotto il suo tallone. Neferhotep aveva messo sull’avviso il suo Faraone, che per tutta risposta lo aveva mandato in Oriente per trovare il futuro popolo invasore e osservarlo, onde riportarne una conoscenza diretta.
Da mesi Neferhotep vagava in ricerca della minaccia per l’Egitto, ma ancora non aveva trovato la terra da dove il nemico sarebbe giunto.... solo un nome che li distingueva era giunto a lui dai sibillini responsi dell’Oracolo di Amon: Hyksos, il Popolo del Levante.
Nella sua ricerca degli Hyksos, Neferhotep era giunto a Mari, la Porta dell’Oriente, la città che era passaggio obbligato per tutti i popoli provenienti da oltre la Terra dei Due Fiumi.
Qualunque popolo fosse venuto da Oriente, avrebbe trovato Mari sul suo cammino, con le sue mura potenti e il suo formidabile esercito.
Ma Mari non era più la città che egli aveva visitato secoli prima. Quando Neferhotep e il suo seguito erano arrivati alla Grande Porta di Mari, l’avevano trovata sguarnita e aperta, con le sentinelle che li ignoravano, guardandoli con disinteresse. La città stessa era pregna della stessa innaturale apatia. Il mercato era deserto, e la gente che vagava per le strade si trascinava da un’ombra all’altra, cercando mollemente di sfuggire al caldo torrido dell’estate.
Giunto al Palazzo Reale, aveva chiesto un’udienza con Re Zimri-Lim ma aveva incontrato l’indifferenza dei dignitari. Uno di essi, un uomo sgarbato e scostante, di nome Ebih-Il, gli aveva concesso solo un’udienza con Ipumsar, il Primo Ministro di Mari, che portava il titolo di Grande Scriba.
Erano ore che l’Astrologo attendeva nel Cortile delle Palme di essere ricevuto da Ipumsar, ma lo Scriba ancora non dava segno di voler iniziare l’udienza.
Neferhotep non si sentiva per nulla bene. Qualcosa, nell’atmosfera di quella città era per lui mefitico ed insalubre. Un insano stordimento era penetrato nella sua anima, e non riusciva a scacciarlo, mentre la spossatezza si impadroniva ogni momento di più delle sue membra.
“Questa città è stata maledetta.” pensò fra sé l’Astrologo “Un potere occulto è all’opera, e va fermato al più presto. Mari è la barriera che protegge l’Egitto dai barbari dell’Est. Non deve cadere.”
Finalmente Ebih-Il tornò e senza dire nulla gli fece segno di alzarsi. Lo guidò strascicando i piedi per il palazzo, dove i servi dormivano e mucchi di rifiuti si accumulavano nei corridoi. Infine raggiunse la stanza di Ipumsar. Quando Ebih-Il lo lasciò solo col Grande Scriba, Neferhotep osservò attentamente l’anziano Ministro.
Ipumsar era sdraiato su una lettiga di cuscini e lo guardava con aria annoiata. Sembrava quasi che si fosse appena svegliato e fosse molto infastidito da quella visita inopportuna.
“Dimmi, Egiziano, ma non tediarmi a lungo con le tue chiacchiere, perché ho molti affari che richiedono la mia attenzione.” disse Ipumsar.
Neferhotep portò i saluti del suo Signore, il Faraone d’Egitto e parlò della minaccia degli Hyksos chiedendo informazioni, ma via via che parlava, si accorse che l’attenzione di Ipumsar andava scemando e la sua coscienza vacillava. In poco tempo il ministro puntò lo sguardo verso il terreno e chiuse lentamente le palpebre.
Neferhotep rimase interdetto. Non era possibile. Aveva sentito parlare fin dall’Egitto del Grande Scriba Ipumsar, fine politico e vero artefice della grandezza commerciale di Mari. Non poteva essere il beota sonnacchioso che si trovava davanti. Una collera allarmata si impadronì dell’Astrologo, avanzò, afferrò il ministro per le spalle e frugò nella profondità della sua anima, cercandone i più profondi Desideri. Li trovò addormentati, silenti, schiacciati, quasi annullati da un potere esterno. Ma Neferhotep era anche Horus e Horus era figlio di Iside.
L’Astrologo afferrò i Desideri del ministro, li scosse, li svegliò brutalmente, e Ipumsar spalancò gli occhi con una nuova intelligenza e chiese: “Tu non sei un semplice uomo: chi sei?”
“Sono stato inviato da Iside” rispose Neferhotep lasciando la presa sul Grande Scriba “Che voi chiamate Ninni-Zaza. Sono il suo Enu di Tebe, recatomi nella sua città santa dove trovo che il suo popolo l’ha abbandonata per il Dio del Sonno. Ora sono qui per salvare te, Ipumsar, e la tua città. Perché un potere malvagio è all’opera e tu dovrai aiutarmi nel mio compito.”
“Dimostrami che stai dicendo la verità” ribatté Ipumsar con una nuova consapevolezza nello sguardo “Dimostrami il tuo potere.”
“Lo farò. Tu mi porterai nel più sacro dei penetrali del Tempio di Ninni-Zaza, e là io chiamerò la Dea. Essa si manifesterà a me e tu la vedrai scendere in tutta la sua gloria e ascolterai le sue parole, poi sarai lo strumento attraverso il quale ella risolleverà la sua città.”
“Sia.” concesse Ipumsar “Ma stai attento, Neferhotep. Se mi stai ingannando, non vedrai l’alba di domani.”
Aspettarono il tramonto ed uscirono da Palazzo come ombre. Camminarono per la deserta via dei templi e giunsero infine davanti al Grande Tempio di Ninni-Zaza, governato dalla Regina Shiptu.
“Che ne è di Zimri-Lim, il tuo Re?” chiese l’Astrologo.
“La sua mente dorme nel Santo dei Santi del Palazzo. Là egli giace tutto il giorno, abbracciato a Ur-Nina, il Grande Cantore la cui voce si è spezzata per sempre. Entrambi vegetano in quel luogo con viso passivo ed assente.” rispose Ipumsar.
“Quando... quando si è spezzata la voce di Ur-Nina?” chiese Neferhotep.
“Non ricordo, una, forse due primavere or sono, quando giunse il dono di Hammurabi.” “Dono?” Esclamò Neferhotep allarmato “Quale Dono?”
PARTE QUARTA
Neferhotep ed Ipumsar erano entrati nel Tempio con una certa facilità. Nessuno si era parato loro davanti per impedire l’accesso ai penetrali più sacri dove solo le Sacerdotesse o le prostitute sacre potevano entrare.
Trattenendo il respiro per il sacrilegio che stava compiendo, Ipumsar condusse Neferhotep nel Sahuru del Tempio. Quando vide che Neferhotep indugiava sulla soglia si voltò verso di lui e vide che ansimava pesantemente.
“Che ti succede Enu?” lo interrogò Ipumsar con una nota di spavento nella voce. “Non lo so, Scriba. Qualcosa mi indebolisce da quando sono entrato in questa città, ed è ancora più forte da quando siamo penetrati in questo Tempio. Se quello che temo è vero la situazione è gravissima. Sorreggimi ti prego.”
L’anziano Ministro aiutò il nerboruto Astrologo ad entrare nel Sahuru, e lo sostenne mentre avanzava verso la statua di Ninni-Zaza. Era una statua di semplice fattura, che raffigurava la Dea in atto di svuotare un vaso, donando alla città il Fiume Eufrate.
L’intera grande sala era disseminata di ogni sorta di offerte votive, per lo più statuette, incisioni, stoffe con scene ricamate, cilindri di pietra e tesori di ogni genere. Era difficile procedere in mezzo a quella immensa distesa. Ipumsar si rese conto che, sacrilegio per sacrilegio, ormai non avrebbe fatto molta differenza. Con un calcio liberò lo spazio davanti alla statua di tutte le statuette che lo ingombravano ed aiutò l’Egiziano ad inginocchiarsi.
“O Iside possente!” invocò Neferhotep nella lingua del suo popolo. “Ascolta la voce di tuo figlio Horus. Una grande calamità ha colpito questa città, da secoli sotto la tua protezione. Illuminami della tua grazia o Divina Iside, scendi su di me, dammi un segno….”
Ipumsar attese. Non capiva la lingua dell’Astrologo, ma ne riconosceva i toni salmodianti, da cerimonia sacerdotale. Attese ancora. Non accadde nulla.
“Allora?” sibilò il Ministro “Perché non giunge? Perché non ti ascolta, Enu?”
“Ti prego Divina Iside… non puoi non sentire la mia voce…. Te ne prego… ho bisogno del tuo aiuto…. Manifestati a me…” L’ansimare di Neferhotep era diventato sempre più strascicato, il malessere lo stava sopraffacendo e la sua voce assomigliava a un basso rantolo.
Attesero ancora, ma Ninni-Zaza non rispose all’invocazione di suo figlio.
“Sono stato un pazzo!” disse Ipumsar a denti stretti “E tu folle di un Egiziano, mi hai trascinato nella tua follia!” Il Ministro si lanciò verso l’ingresso e scomparve nel buio.
“No! Aspetta!….” lo implorò Neferhotep. Ma il Ministro era probabilmente già lontano e la sua vista cominciava ad annebbiarsi. Con uno sforzo supremo l’Astrologo del Faraone si alzò in piedi, barcollò, raggiunse il corridoio, si appoggiò alla parete, ansando pesantemente e proseguì strisciando contro di essa, facendosi forza per non cadere.
“Iside, Iside, perché mi hai abbandonato….” Mormorò con voce spezzata.
All’improvviso una grande luce colpì i suoi occhi. Cercò di mettere a fuoco la stanza dove era entrato e le ombre assunsero contorni più definiti. Al centro della stanza c’era una donna, sdraiata su pelli orientali e cuscini del suo paese. Non riusciva a distinguerne il volto, ma il copricapo cilindrico era tutto ciò che serviva per identificarla. Non poteva che essere la Nindigir-ra di Ninni-Zaza, la Regina Shiptu. Alcune ancelle erano sedute al suo fianco ed agitavano mollemente i loro ventagli per fare vento alla Regina.
Shiptu si accorse dell’arrivo dell’intruso ma reagì in maniera insolita per una Grande Sacerdotessa il cui Tempio viene violato da un uomo.
“Chi sei tu?” chiese con voce impastata “Un altro lieve sussurro del niente? Di questo niente che ci circonda? Vieni, attraente niente. Scivola con me nell’inevitabile nulla…..”
Tutto l’essere di Neferhotep rabbrividì alla voce della Regina e al suo invito mortale. Dentro la sua anima, Horus urlò tre volte prima di ritrarsi impaurito nell’incoscienza, ma l’uomo che era Neferhotep capì che la Regina era il centro di tutto il Male che si era sparso per Mari, e che questo Male era troppo potente per le sue forze.
Di certo la Regina possedeva il Sigillo del Desiderio.
Con uno sforzo supremo Neferhotep raccolse tutte le energie che gli rimanevano, e corse giù per il corridoio sfuggendo alla propria morte, durante la corsa un pesante deliquio cadde su di lui, ma tale era il terrore che lo animava che corse fino a giungere davanti alla Grande Porta. Lì cadde e sprofondò in un’inquieta incoscienza. Sentì mani che lo afferravano, che lo toccavano, che lo scuotevano….
Quando riprese i sensi, si accorse di essere fuori dalla città, sulle rive dell’Eufrate. I suoi servitori lo avevano portato fin lì e tentavano di rianimarlo con l’acqua del fiume. Lontano, verso Oriente, il cielo si tingeva di rosso e un’enorme polverone si ammassò all’orizzonte.
Neferhotep guardò con orrore l’alba che avanzava. Babilonia era giunta a Mari. Il Destino si compiva. Il cerchio si chiudeva.
Ringrazio Elio “Digio” Di Giovanni per l’opera di collaborazione nell’editing del testo e per la ricerca delle fonti storiche.
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva