UNA NUOVA STRADA
di Alex de Pace
Eccomi ancora una volta sul palco, ma qualcosa non va. Non riesco a
capire cosa. Eppure i trucchi riescono a perfezione, il pubblico è
lì davanti a me, catturato da ciò che capita sul palco, da
ciò che io faccio. Ma per quale motivo sono così teso? Poco
a poco me ne rendo conto. Sono a disagio, mi manca quella sensazione che
ho sempre provato sul palco, quel "qua sopra sono io il signore della
realtà, posso creare ciò che voglio".
Provo come una sorta di fobia, sento le mie mani umide di sudore, e poi…
Mi sveglio. Cerco di mettere a fuoco per un attimo, ma a mano a mano che
la mia coscienza si ridesta, mi rendo conto che non ho i miei occhiali.
Li cerco a tentoni sul comodino, e li infilo.
Poco a poco il sogno e la realtà si dividono, e mi rendo conto di
essere a Les Forges, a casa. Il sogno, ancora esso… sono molte notti che
mi tormenta.
Sento la fredda aria della notte, eppure sono madido di sudore. So che
il freddo non può che essere una mia impressione: la stanza è
climatizzata. Malgrado ciò sono di nuovo scosso da un brivido.
Che ora è? Le due, secondo il mio orologio.
Resto cosi' per un po' seduto sul letto, appoggiato a una delle colonne
del baldacchino, a contemplare la luna piena che disegna le sagome spettrali
degli alberi sopra lo "stagno".
Mi alzo e accendo la luce. So bene che è inutile rimettermi a letto.
Mi dirigo verso la mia scrivania, ingombra dei progetti per lo spettacolo
della prossima primavera. Sfoglio le scartoffie, ma dopo pochi minuti lascio
perdere, stizzito. Sono troppo nervoso.
Mi rialzo di scatto, mi guardo intorno. La stanza mi pare ancor più
enorme di quando ero bambino, non sono più abituato alle dimensioni
del castello. Malgrado l'imponente scrivania in mogano, l'enorme letto
a baldacchino, il monumentale guardaroba a tre ante e tutto il resto del
mobilio, sembra ugualmente vuota. Sono a disagio.
Mi infilo un maglione sul pigiama, apro la finestra e mi accendo una sigaretta.
Il freddo pungente della notte bretone mi fa rabbrividire ancora una volta,
ma non ci bado. Contemplo l'incantevole paesaggio, il cielo tersissimo,
Orione che fa bella mostra di se tra le stelle, la luna che si specchia
nel laghetto, il ghiaccio sui suoi bordi, gli alberi carichi di neve che
attorniano lo specchio d'acqua. Brocéliande è ancora più
suggestiva, nella perfetta pace di questa notte invernale.
Un altro brivido mi scuote. Spengo la sigaretta e chiudo la finestra. Provo
a rimettermi a letto, ma i pensieri non mi danno tregua. Penso al mio Risveglio…
Sembra avvenuto secoli fa, invece sono meno di sei mesi, intensissimi e
pericolosi, ma tutto sommato pochi. Molto è cambiato da allora,
o meglio, molto sono cambiato io, e sento che in questo momento stanno
avvenendo in me ancora altri grandi cambiamenti.
Sono solo poche settimane che ho lasciato il movimento di Sogno. Eppure
anche questa sembra una cosa lontanissima.
Di nuovo mi alzo nervosamente. Rapido, mi vesto. Infilo gli stivali e il
cappotto, ed esco. Mi sembra che per quanto io presti attenzione, i miei
passi rimbombino per tutta la casa. Arrivo fuori. Fa ancora più
freddo di quanto mi sembrasse, in questa notte di Febbraio. Non me ne curo
e mi dirigo verso la quercia sotto cui giocavo da bambino, quella che ho
rivisto nel regno di Solone, quando appena guarito dal MED siamo andati
alla riscossa di Morgana.
Mi seggo ai piedi dell'albero, guardando il riflesso dell'astro notturno
sulle acque del lago. Quasi non mi accorgo dell'umidità del terreno.
Nella tasca del cappotto trovo uno dei miei mazzi di carte. Ne osservo
per un attimo il dorso, blu elettrico, con disegnati su il mio cappello
a tesa larga e il mio mantello, e la scritta "la magie pour faire
les rêves".
Sogghigno, e improvviso uno o due trucchi, malgrado le mani intirizzite
dal freddo. Poi faccio sparire il mazzo.
"Magia? Dov'è? I sogni? Ancora meno… Io vendo aria fritta,
solo inganni e nulla di più!" penso, con un sorriso amaro,
mentre ritiro fuori il mazzo dalla tasca in cui l'avevo nascosto durante
il trucco.
Il mio corpo è scosso da un forte brivido, la temperatura deve essere
parecchio sotto lo zero. Mi rannicchio nel cappotto, mentre la mia mente
continua a correre come un puledro selvaggio, o forse come una cavia in
un labirinto.
Cerco di capire. Ma forse la mia colpa, o il mio merito, è proprio
di cercare di capire. Cosa mi ha spinto verso il Pathos? Cosa cercavo?
E cosa cerco ora? Per ora già mi basterebbe riuscire a capire chi
sono io, in realtà, qual è la mia vera essenza. Mi rendo
conto a poco a poco che il Pathos ha già molto cambiato la mia visione.
Inizio a vedere le illusioni di cui mi nutrivo per ciò che sono.
E' brutto perdere le proprie illusioni: certo, per uno che si è
sempre considerato figlio del Sogno, scoprire che invece non è questa
la sua casa… Ma quale, allora? Certo non sono un Distruttore, e altrettanto
mi sento distante da Discordia. Destino?… No, non è questo il mio
posto. Desiderio, forse? No, non credo. Molti amici, ma non è ciò
che Desidero… Psiche? Chi, lui? Non scherziamo: la laurea l'ho presa per
raggiunti limiti d'età, a trent'anni… Forse il solo che mi possa
aiutare, ancora una volta, è Paolo… E ancora una volta è
a Lui che mi rivolgerò.
Sì, aveva proprio ragione, quando affermava che la casa naturale
di un illusionista non può che essere Enigma.
Odo in lontananza i rintocchi della campana di Paimpoint. Sono ormai le
tre.
Mi rialzo, poiché oramai ho preso molte decisioni. E' ora di tornare
a Pisa, sono fuggito troppe volte, stavolta devo affrontare questa situazione.
Chissà, forse riuscirò a capire qual è il mio posto
in questa vita. Certo la strada verso la comprensione è ancora lunga,
ma non posso certo sperare di percorrerla, se ho paura ad imboccarla!
"Très bien, Pathos, rieccomi… Una nuova strada, un nuovo viaggio,
meno illusioni. Forse il solo modo per costruire, è distruggere
prima!"
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva