RISVEGLIO
di Piergiorgio Novelli e Iacopo Venni
Il giorno dopo, il 7, Pier Giorgio montò sulla sua macchina
e si diresse verso Firenze prendendo la superstrada FI-PI-LI, la più
diretta e veloce per la città, capoluogo della Toscana. Aveva preso
tutto, il suo computer, la sua macchina fotografica e il suo block notes.
Durante il viaggio verso Firenze, Pier Giorgio stava ripensando a cosa
gli aveva fatto accettare quell’incarico del cavolo. Le nuove tecniche
di lavoro al Nuovo Pignone? E che roba era? Cosa c’era di stimolante nel
comporre un articolo che parlava di quattro viti e tre bulloni? Però,
ripensando alla conversazione avuta la sera precedente con il direttore
del quotidiano, quel nome, Iacopo Bartolini Salimbeni gli era risultato
affascinante, misterioso, quasi carico di un’energia che lo aveva riacceso
e che gli aveva fatto accettare l’incarico. Certo per uno che aveva lavorato
con premi Nobel, con Presidenti, star dello spettacolo, cosa poteva significare
un misero ingegnere?
Sarebbe stato meglio se avesse rinunciato invece di accettare.
Ma ormai non poteva più tirarsi indietro; il direttore del Tirreno
era l’unico che ancora aveva un minimo di fiducia in lui, ed era l’unico
che lo aiutava in quel momento di Sfortuna.
La conferenza durò circa tre ore. Lui non se ne perse nemmeno
un secondo. Era talmente preso dalla figura del relatore, quello che lui
aveva definito “misero ingegnere”, che lo fissò e lo guardò
per tutta la durata della conferenza. Forse era preso dall’Emozione di
quel momento, ma gli sembrò che anche l’ing. Salimbeni lo avesse
fissato per tutte e tre le ore come se la conferenza fosse fatta solo per
lui.
Quegli occhi, anche se nascosti dagli occhiali e lontani, poteva
immaginarseli davanti: scuri, profondi, ipnotici. Lo avevano affascinato
tanto che si ritrovò a porre delle domande alla fine del dibattito
alle quali l’ingegnere rispose con calma e professionalità. Fu molto
dispiaciuto che la conferenza fosse finita e che dovesse tornare a casa.
Si, c’era qualcosa di enormemente affascinate in quell’uomo. Prima di uscire
dalla sala però ebbe come l’impressione che un qualche strano velo
fosse sceso sulla sala, che una qualche misteriosa energia stesse operando
in quel luogo. “Fantasie da bambini. Mi sono lasciato trasportare troppo.
E’ il momento di tornare a casa e di scrivere l’articolo”.
L’articolo! Era rimasto talmente affascinato da quella persona
che non aveva scritto niente sul suo taccuino. Preso dal panico aprì
quasi d’istinto quella serie di fogli di carta e con suo stupore vide che
erano tutti scritti in ottima calligrafia anche se lui non si ricordava
di averlo fatto. Fece spallucce e si diresse verso casa.
Dopo un’ora di macchina e una mezz’ora usata per riprendersi dal
viaggio, Pier Giorgio si mise davanti al suo computer a scrivere l’articolo.
Venne fuori un bel pezzo e anche abbastanza lungo: probabilmente lo avrebbero
tagliato per farlo entrare tra la cronaca regionale.
Per le otto l’articolo era pronto e spedito via e-mail al giornale.
Non restò alzato molto a lungo dopo cena e si coricò
presto. Durante la notte una strana persona venne a tormentare i suoi sogni.
Era una figura maschile, con una strana armatura addosso, non di quelle
che lui conosceva, che lo invitava a seguirlo sul suo carro verso il suo
castello. Troppo cosciente per credere che si trattasse di un Sogno, Pier
Giorgio accettò e poco dopo si ritrovò a volare sopra le
nuvole con il carro verso un castello che galleggiava nell’aria!
Venne accolto da delle donne bellissime che lo accompagnarono all’interno.
Era strano ma quelle donne le aveva già viste in qualche film strano,
uno di quelli scadenti che passano o la domenica pomeriggio o la sera in
esima serata.
Si, adesso ricordava! Erano le Valchirie, le leggendarie guerriere
della mitologia nordica. Ma che ci facevano nel suo Sogno? Aveva forse
mangiato troppo e male? No, niente di tutto ciò. Di getto cercò
di svegliarsi ma non ci riuscì. Si sentì sempre più
sperso ed impaurito quando sentì una voce dentro di lui che gli
diceva: “Non aver paura, non ti voglio fare del male. Voglio solo parlarti.”
Dove aveva già sentito quella voce dolce e soave che catturava
l’attenzione e che toglieva ogni dubbio dal cuore delle persone?
Incuriosito più che mai, senza più alcun dubbio,
si lasciò guidare nei meandri del castello dalla sua scorta femminile
fino ad arrivare di fronte ad una porta d’oro dove altre due donne armate
di tutto punto stavano facendo la guardia. Non fu rapito più di
tanto dalla bellezza delle fanciulle, quanto quello che lo affascinò
fu la porta: su di essa vi erano incise scene di caccia in cui un uomo
su di un carro rincorreva varie prede attorniato e aiutato da una schiera
di lupi!
Ormai deciso a svelare questo mistero, si diresse a passi decisi
verso quella che ora era diventata una porta massiccia ed imponente di
fronte alla quale lui non era che un essere insignificante. Quando la porta
si aprì, poté notare che la stanza altro non era che una
di quelle sale delle udienze in cui i re ricevevano funzionari statali
e sudditi.
In fondo alla grande stanza, che ad un rapido calcolo sembrava
essere più grande persino di quanto non sembrasse all’esterno, vi
era un trono finemente intagliato di avorio ricoperto con teli di seta
rossa. Seduto sopra il trono si stagliava una figura che stonava completamente
con l’ambiente circostante: sul trono era seduto l’ing. Iacopo Bartolini
Salimbeni.
Non ebbe il tempo di rendersi conto di tutto che la vista gli si
annebbiò e tornò alla realtà grazie al rumore del
telefono che squillava e della sveglia che gli urlava di alzarsi dato che
erano già le undici passate.
“Pronto? Pier Giorgio?” La voce era quella del direttore del Tirreno.
“Finalmente ti sei degnato di rispondermi. Volevo farti i complimenti.
Prima pagina, te la sei proprio meritata”.
Non potevo crederci. Erano quasi sette mesi che non ottenevo una
prima pagina! Che i miei problemi fossero finiti?
Senza pensarci due volte mi alzai dal letto e andai sotto la doccia.
Stranamente in mezzo a quell’euforia mi venne in mente il sogno della notte
e il volto dell’Ing. Salimbeni che mi sussurrava una parola: “Enigmata”.
Ma quale significato potesse avere non lo sapevo proprio.
Fatta una veloce colazione uscii di casa per recarmi alla sede
del giornale. Quando entrai ricevetti tanti complimenti e qualche occhiata
di traverso, ma non me ne curai. Andai diretto all’ufficio del direttore.
Ricevetti i complimenti anche da lui, e in più mi disse che voleva
spedirmi a Roma per fare un articolo sulla società che aveva finanziato
il progetto al Pignone e che si chiamava Enigmata.
La mia faccia doveva essere diventata bianca di colpo se il direttore
mi offrì una sedia e un bicchiere d’acqua. Lo rassicurai sul fatto
che stavo bene e che non avevo niente.
Gli dissi che sarei partito il giorno stesso per Roma. Mi feci
dare tutte le indicazioni necessarie per arrivare sia al mio albergo sia
per arrivare alla sede di questa società.
Il viaggio in macchina durò tutto il giorno e solo alla
sera trovai il mio albergo, anche per colpa del traffico infernale di Roma.
Una volta là non persi tempo e telefonai subito alla società,
per avere un appuntamento con il presidente, il dott. Woland.
“Ufficio del dott. Woland. Posso aiutarla?”
“Si, buonasera. Mi chiamo Pier Giorgio Novelli e sono un inviato
de “Il Tirreno”. Dovrei intervistare il dottore se è possibile”.
“Aspetti un attimo che controllo sull’agenda……. Si, ecco qua. Le
va bene per domani alle 11.00?”
“Certamente. La ringrazio molto. Buonanotte”.
Appena messo giù il telefono una serie di Dubbi assalirono
la mia mente. Come era possibile aver ottenuto un appuntamento così
facilmente? Perché il direttore mi aveva dato direttamente il numero
dell’ufficio di Woland? In che rapporti erano quei due?
Deciso a saperne di più andai a letto, per essere più
riposato il giorno dopo.
Ore 9.00: la sveglia era suonata già da un pezzo ma io non
l’avevo sentita. Avevo uno strano mal di testa e non mi ricordavo né
dov’ero né perché ero lì. Solo una voce mi ronzava
in testa e un volto. L’ing. Salimbeni vestito in armatura di fattura antica.
Che razza di incubi erano questi? Cosa diavolo mi stava succedendo?
Mi alzai di malavoglia e mi vestii. Dopo aver fatto colazione e
preso la mia roba chiesi al portiere di chiamarmi un taxi: non ero pronto
ad affrontare il traffico di Roma quella mattina.
Arrivai davanti agli uffici di Enigmata alle ore 10.45. Entrai
e dissi al portiere che avevo un appuntamento con il Dott. Woland. Lui
mi indicò la direzione in cui andare per arrivare all’ufficio del
dottore. Arrivato lì la segretaria mi disse che il dottore sarebbe
arrivato di lì a poco e che potevo aspettarlo nel suo ufficio.
L’ufficio era arredato in maniera molto semplice ma con ottimo
gusto. Sulla scrivania c’era un computer, un telefono e un blocco per prendere
appunti. Niente foto di mogli o cose del genere. Nessun fiore. Davanti
alla scrivania c’erano due poltrone e poco più in là, nascoste
dall’apertura della porta c’era un angolo bar. La finestra che stava dietro
alla scrivania dava sul giardino, dal quale ero passato anch’io per arrivare
davanti all’entrata.
“Buongiorno sig. Novelli. Benvenuto.” La voce. Quella voce. Nel
voltarmi verso l’angolo bar non potevo fare a meno di chiedermi come mai
non l’avevo notato prima.
“B..Buongiorno, ingegner Salimbeni. Ci sarà un errore forse,
ma io aspettavo il dott. Woland.”
“Nessun errore caro. Tu sei qua perché IO ho voluto che
tu fossi qua.”
“Non capisco” risposi “perché mi voleva qua, scusi? E chi
è veramente lei? Dopo che l’ho incontrata l’altra volta continuo
a vederla ogni notte nei miei sogni, vestito di una armatura strana.”
“Bene, vuol dire che allora non mi sbagliavo. Mio padre Enigma
ha deciso di accettarti tra noi. Sai di solito non sono molte le persone
che si ricordano di avermi visto in sogno. Bene, allora adesso è
il caso di aprirti gli occhi, non credi?”
“Mi scusi” risposi io in tono sarcastico “ma aprirmi gli occhi
in che sen..”
Non riuscì a terminare la frase. Con un suo gesto, simile
a quello che si fa di solito per togliere un telo che copre qualcosa, i
miei occhi vennero accecati da una luce intensa, quasi divina, che mi accecò
per un attimo e alla quale io chiusi gli occhi. Ma anche con gli occhi
chiusi potevo vederla.
“Il mio vero nome, quello che ho avuto per millenni è Loki,
Signore dei Lupi. E adesso, figlio, apri gli occhi e guardami. Ammira lo
splendore e la potenza di colui che da oggi sarà tuo padre e tua
guida. Apri gli occhi e ammira il mondo con i tuoi nuovi sensi, Risvegliato.”
Quando finì di parlare ebbi un attimo di esitazione. Chi
era questo uomo? Un pazzo o cosa? Chissà che trucco assurdo aveva
usato per accecarmi. Aprì gli occhi per vedere quel buffone, ma
era come se in cuor mio sapessi che non era così. Sapevo, il mio
istinto me lo diceva che Lui era quello che diceva di essere.
Infatti quando finalmente lo guardai, non vidi più Iacopo
Bartolini Salimbeni, l’uomo, no c’era qualcosa di più. Qualcosa
che andava oltre quello che noi uomini conosciamo. Una figura di una potenza
e di una maestosità indescrivibile. E queste sono le ultime immagini
che ricordo prima di sprofondare nell’oblio.
Quando mi risvegliai ero nella mia camera in albergo a Roma. La
sveglia mostrava le 12.45 del 20/02/99. Mi alzai con la testa dolorante,
come reduce da una bella sbornia. Sul tavolo notai un appunto, scritto
con una calligrafia che non era certo la mia, con un’orario e il nome di
un ristorante: “ore 13.00 ristorante Trastevere”
Avrei appena fatto in tempo ad arrivarci.
Ma perché dovevo andarci? Ero lì al tavolo che aspettavo
il solito Ing. Salimbeni.
Arrivò insieme a tre persone: un uomo e una donna. Me le
presentò come Dott. Fabio Woland, anch’egli della nostra armonia.
“Come scusi? Di cosa?”. Il pranzo non fu altro che una lunga, incomprensibile
spiegazione di quello che mi era capitato, cosa ero diventato e quale fosse
il mio futuro. Davanti a loro giurai sul patto dei risvegliati, anche se
non ne comprendevo a fondo tutti i significati.
La notte invece mi ritrovai in quello strano castello in cui finalmente
vidi il vero volto di quello che avrei chiamato Padre e Protettore. E fu
da lì che nacque una nuova vita e un nuovo Pier Giorgio.
Fine