UNA
NOTTE
di Dario Cherubino
La luna doveva essere alta nel cielo, ma gli antichi palazzi della più lunga via d'Europa me ne nascondevano la vista. Fra poco avrebbe albeggiato nuovamente, e le tenebre avrebbero lasciato il posto alla luce. Che ironia! Uno dei Signori dei Sogni condannato a una terribile insonnia. Da sempre. Dalla nascita. Da QUESTA nascita, perlomeno. Sorrisi involontariamente vedendo passare un'automobile carica di ragazzi. La città era sempre stata straordinaria, e sembrava che non fossi l'unico a non dormire, la notte. Quando ancora non ricordavo le mie origini, non sapevo di essere una immortale creatura di Sogno, mi domandai il perché di questa insonnia. Ora lo so. O, meglio, credo di averlo capito. Cosa nasconde il mio regno ultraterreno? Perché, inconsciamente, lo evito? Che sia dovuto a quella unica rosa che si trova nel deserto giallo oltre i monti del Giallerhorn, nel mio Dominio? Che sia legato a quella rosa che mai appassisce, bagnata da un'unica lacrima della mia metà immortale chissà quanti secoli addietro? Perché non ricordo? Perché non capisco cosa il Signore dei Sogni ha provato? Perché non ricordo cosa IO ho provato?
Continuai a camminare per la via antica, i pensieri confusi e tesi nel tentativo di ricordare. Di capire. Ma d'altronde, cercare di capire se stessi è la cosa più complicata che esista. Nessuno ci riesce. Neanche dopo innumerevoli vite. I miei passi risuonavano sordi sulla pietra nera, e quindi il mio sguardo cadde su una vetrina ricca di abiti sfavillanti. Sorrisi ancora, di un sorriso triste, questa volta. Appoggiai le mani al vetro cercando di cogliere l'essenza di quei colori luminosi. Ma ero, e sono, daltonico. Ancora ironia, ancora dolore. Heimdall, Custode dell'Arcobaleno, incapace di vedere i colori. Mi ricordo ancora quando appresi, o, meglio, ricordai, di essere Heimdall. Da sempre mi chiedevo come mai i colori sono tanto legati a stati d'animo, sentimenti, pulsioni. Forse in quel momento trovai la risposta.
La mia passeggiata continuava ancora. Allargai le braccia e inspirai profondamente. Poi mi guardai attorno e attesi. Dopo pochi stanti, l'autoambulanza passò a sirene spiegate. L'uomo che portavano era in coma. Io lo sapevo, perché io ero il coma, da sempre. Io sono il Sogno di Destino, il Sogno di Morte, e cos'altro potrebbe essere il coma se non un Sogno di Morte? Là, nel mio colorato Dominio, esiste un unico luogo nel quale i colori sono banditi: un mare nero in cui sono affogate le anime delle persone in coma, immobili come statue, respirando il nero putridume della Morte. Se i colori sono sentimenti, la loro assenza è l'assenza di ogni sentimento. Di ogni vita. Ma questa è solo la mia visione. Potrei sbagliarmi. In fondo, non che ricordi molto. Non che capisca molto di tutto quello che sta succedendo, o che è successo. O che accadrà.
Ripensai a Lorenzo Kolosimo, morto per noi in Mauritania. Ripensai a Lorenzo, e a quando lo visitai nel mare nero del coma, quasi un anno prima. Ripensai a lui e all'anima immortale che aveva ospitato. Avrei rivisto Socrate, l'unica Nota di Ragione che avessi mai chiamato amico, ma non più Lorenzo, scomparso per sempre come è Destino di ogni uomo. Ripensai alla rabbia per la sua morte, e alla follia dei suoi amici che accusavano me e gli altri Sognanti. In altri tempi avrei ucciso per insulti molto minori, ma questa volta capivo i loro attacchi. Perché io mi sentivo colpevole anche se non lo ero.
Mi accorsi di essere arrivato sotto casa di una mia cara amica. Guardai il suo balcone socchiuso, e non potei fare a meno di chiedermi se fosse sveglia. Gli avevo “contagiato” la mia insonnia già da qualche tempo. Non era la prima persona a cui facevo una cosa del genere, ma l'avevo sempre fatto inconsciamente, senza volerlo. E senza essere capace di rimediare. Sospirai e mi sedetti sulla panchina là vicino. Forse volevo semplicemente avere qualcuno con cui parlare, nelle mie lunghe notti solitarie, e per questo allontanavo dai miei amici il sacro sonno ristoratore. Certo, mio padre Sogno non sarebbe stato molto contento del fatto che allontanavo da lui alcuni uomini, ma ho sempre pensato che mi capisse. Mi aveva sempre capito. E forse era proprio lui a rendere insonni i miei amici, per cercare di placare la mia solitudine. Ma Sogno si era addormentato, e da mesi non avevo sue notizie. Ma ne avrei avute presto: so cosa fare per risvegliarlo! O, perlomeno, penso di saperlo. Devo solo aspettare il momento giusto, e trovare un buon numero di amici che vogliano partire con me. E questo non dovrebbe essere un problema…
Il cielo stava finalmente cominciando a rischiararsi. Era il segnale di tornare a casa. Mi alzai e salii sulla mia macchina. Misi in moto e mi allontanai, lasciandomi alle spalle tutti i pensieri di una notte. Tutti i pensieri di una vita.