NEPAL
Una nuova strada
di Monica Rewinski
(Soggetto di Monica Calicchia e Angelo Miccianza)
Ore è 6:00 - Aeroporto Leonardo da Vinci - Fiumicino Roma - 4 agosto 1999
"Cavoli!!! È tardissimo". Scendo dal taxi trafelata.
Addosso un paio di jeans, scarponcini e maglietta grigia, occhiali
scuri e cappello. Oddìo sembro una pazza!
Ho passato una notte in bianco. Già, un'altra.
Sarà una vita che non dormo.
E tutti a dirmi "Monica, che brutta cera ultimamente" .
Uff solo dei portasfiga!
Ma cosa mi sta succedendo? Se solo riuscissi a capirci qualcosa.
Quelle voci, quelle visioni neanche facessi uso di droghe. Magari
è arrivato il momento di provare. Ok Monica calma, non precipitiamo
le cose. Calma ok? Si, calma.
Oh Santi Eterni, De Sarzana sarà nero! È tardissimo.
A che ora parte l'aereo?? Ho l'idea che lui sia un tipo anche troppo
puntuale.
Vabbe', chissene, ormai sono in ritardo è inutile pensarci
su.
Pago il taxi, prendo la valigia e comincio a camminare verso l'entrata
per i voli internazionali.
Check in Alitalia. Sì, eccolo. Chissà se questo viaggio
sarà la cosa giusta da fare. Beh ormai ci sono. Oh ecco De
Sarzana.
Sorrisone a cento denti. "Ehm, Angelo ciao!!! Si, si scusa sono
in ritardo lo so. Hai visto ho una valigia piccina, non te lo aspettavi
dalla Rewinsky eh?? Farò presto, vedrai."
De Sarzana mi guarda senza scomporsi più di tanto. Un sorriso
appena accennato. "No, tranquilla non è tardi". Ecco, nooo ora mi
chiede dei capelli lo sento lo so. Che gli dico?
"Ma, signorina Rewinsky, cosa ha fatto ai capelli???" Sorrisino
sarcastico di Angelo.
"Cos..i miei capelli??? Ahhh i miei capelli!!! Beh facciamola corta
ok? Non sono venuti un granché, sono brava con le forbici ma da
ciò che puoi vedere non con la parte alta del corpo. Questa notte
sono stata assalita da qualchenonsoché che mi si è aggrovigliato
nei capelli. Un gatto nero? Una serpe? NON LO SO. So però che sto
per avere un attacco isterico" -Calma, mantieni la calma Monica- Insomma
per cacciare via tutta quella robaccia dai miei capelli li ho tagliuzzati
qua e là, si appunto...tagliuzzati". Dopo un breve silenzio lui
mi sorride appena credo abbia capito che non ho trascorso una notte felice.
Non dice nulla. Ci avviamo al gate di partenza.
L'aereo inizia le operazioni di decollo. Siamo adagiati comodamente
sulle nostre poltrone. Cinture ben allacciate. Il viaggio comincia.
Prima meta: Francoforte.
Ecco, come al solito ho il panico da decollo. Sono sfinita. Spero
di riuscire a dormire un poco. Ho paura di chiudere gli occhi. Lui mi aspetta
nel sonno. Potessi distruggerlo, annientarlo. Sono troppo stanca, devo
dormire. Lo affronterò ancora una volta non ho scelta.
Mi addormento -
Primo incubo
Mi sveglio di soprassalto sto precipitando in un tunnel buio. Mentre
precipito percepisco il terrore che avvolge quel luogo. Mille immagini
inenarrabili mi attraversano la mente. Sono immagini di terrore. Urla,
grida, angoscia, panico. Sento tutto dentro di me. Ho l'anima che mi scoppia.
Non ce la faccio. Perché non muoio. Devo uccidermi. Devo. Non ho
veleno con me. Maledizione! Sarebbe bastato poco per morire.
Improvvisamente la discesa rallenta. Sono sfinita è tutto buio.
Dove sono?
Mi viene da vomitare.
Non precipito più c'è come qualcosa. Una presenza. Non
so spiegare. Qualcosa che mi tiene sotto le braccia. Qualcosa che mi aiuta
a cadere. Sono sfinita. Non mi ribello a nulla. L'orrore che mi ha attraversata
mi ha sconvolto. Sono confusa.
D'improvviso sento suolo sotto i piedi. Il mio corpo inizia a cadere
lentamente e mi ritrovo raccolta su me stessa a terra. Non ho la forza
di reagire. Non dovrei pensare alla morte, al suicidio. La dottrina con
la quale sono cresciuta me lo nega. Allora perché "quella dottrina"
permette ch'io provi tanto orrore, perché. Devo reagire. Se lui
mi trova ora non avrò scampo. Lui non dà scampo. Nel buio
una risata agghiacciante scuote il silenzio che mi aveva avvolta.
"Allora soldatino, soldatino? Come ti facevi chiamare? Soldato di Cristo?
Ah, Ah, Ah...soldato! Su, bel guerriero combatti ora. Perché non
combatti? Dov'è la tua spada? Tesorino? Vieni a prendermi, Ah, ah,
ah. Sai chi sono? Ti fidi di me?
"Non so chi sei, non m'importa chi sei, vai a cagare!"
Cerco di muovere una mano nel buio. Tocco qualcosa di vischioso che
mi dà il voltastomaco.
Vomito, non riesco a trattenermi. L'odore terrificante che mi avvolge
con il buio non mi fa respirare. Devo uscire da qui. Mi alzo di scatto
e comincio a dimenarmi per cercare una via d'uscita. Tutto è vischioso
e puzzolente. Devo urlare. Non ne ho la forza.
Qualcosa inizia a spingermi. Sussulto. C'è qualcosa che mi fa
sussultare e tornare indietro. Le pareti intorno a me sono vischiose. Ma
dove cazzo sono! Improvvisamente la spinta diventa fortissima e vengo lanciata
ad una velocità pazzesca. Il mio corpo e coperto da una specie di
melma vischiosa. Me ne accorgo toccandomi. Non vedo nulla. No, vedo una
luce. Forse sto uscendo. Da dove? Precipito sulla poltrona dell'aereo.
Mi guardo intorno. c'è Angelo accanto a me. Nessuno sembra accorgersi
della mia presenza. Sono piena di un liquido senza colore con un puzzo
da infarto. "tesorino?" Quella voce , ancora quella voce. Alzo gli occhi.
Viene dall'alto. Una bocca gigantesca. Non vedo altro. Una bocca dalla
quale scende lo stesso liquido di cui sono cosparsa. Una bocca? Ma che
schifo, sono stata vomitata. Che schifo!!!
"Monica?" Mi sveglio di soprassalto. C'è Angelo che mi chiede
se va tutto bene e mi dice che ho avuto un sonno movimentato e che stiamo
atterrando a Francoforte. "Si, va tutto bene, credo. Grazie". Mi guardo
addosso, sono pulita. Non c'è nulla. Ho sognato. Un altro fottutissimo
incubo.
Scendiamo dall'aereo. Qualche ora da attendere per il volo verso
Kathmandu. Tra un caffè, deliziosi salsicciotti e patatine e chiacchiere,
il tempo scorre piacevolmente.
Angelo mi racconta delle emozioni provate in Nepal nei ricordi
dei suoi ultimi viaggi laggiù. Mi sento meglio. Per un po' dimentico
i miei incubi. Chissà forse ho fatto bene a partire. Di tanto in
tanto echeggiano nelle mie orecchie la voce e le parole di QUELLA COSA
che mi attanaglia l'anima. Le sue parole. Soldato di Cristo. Era tanto
che non sentivo quella frase. Ricordi lontani mi volavano attorno. Già
una volta ero un soldato di Cristo. Quanto tempo è passato. troppo.
Ma non ho mai scordato neanche un frammento della mia vita passata. Pathos.
Sto vivendo la cosa giusta?
Una volta avevo una missione importante. Ho visto cose che ancora
oggi stento a credere reali. Nulla dovrebbe più stupirmi. Eppure
quest'ondata di incubi mi trovano impreparata. Le mie vecchie armi sono
spente. Forse ho una vaga idea di ciò che sta accadendo ma è
tutto così confuso. Io non voglio morire. Nei sogni lo desidero
sempre. Eppure i nemici che ho incontrato in passato non erano da meno.
Maledette voci che mi attanagliano. Tommy, sciocco non mi ha mai
contattata. Potevamo aiutarci a vicenda, forse. Il Pathos mi uccide, forse
mi dà la vita. Il risveglio. Già. Forse in passato avevo
già un sentore di risveglio. Tutte le ricerche di mia madre. Tutte
abbandonate. Prima di morire mi implorò di continuare. Non ce l'ho
fatta. "La missione" diceva. "Continua e saprai, conoscerai la verità".
La verità. Lei era una assetata di verità. Assetata fino
alla morte.
Ore 20:00 Volo per Kathmandu -
Il viaggio è tranquillo e lungo.
Mi crogiolo tra i pensieri e giocherello con i ricordi.
Mi torna in mente un vecchio amore. Un amore importante, perduto
svanito.
I ricordi sono lontani, le sensazioni sono ancora così forti
dentro di me.
Quando sono a terra penso a lui. Sono anni che non ne so più
nulla eppure il solo pensarlo mi fa stare bene. Tanto bene.
Sono rilassata ora, cerco di sonnecchiare un po'.
Secondo incubo
Adagiata sulla poltrona completamente rilassata sento una voce che mi
chiama.
Il mio cuore comincia la sua corsa sfrenata. È lui. Sta tornando.
Mi volto di scatto verso Angelo. Cerco di muovermi per chiedergli aiuto.
Sono paralizzata. La voce, maledetta non esce fuori. La mia anima sembra
esplodere. Sono pietrificata. Il corpo non risponde alla mia volontà
di movimento. Mi sento in trappola.
Guardo verso la parte anteriore dell'aereo. Tutto è in penombra.
L'hostess è in piedi ferma verso la porta della cabina di comando.
Mi volge le spalle.
Cessano i rumori. Di nuovo il frastuono insopportabile del silenzio
assoluto. Perché non sento più i rumori dell'aereo? Perché
tutto tace?.
Un'ombra si forma accanto all'hostess. Lentamente assume una forma
contorta. Si allunga e si allarga. Una massa scura e deforme che fluttua.
Sono nel pieno dell'orrore.
Ho i riflessi lenti. Ora sento il mio cuore emettere boati. Ognuno
mi stordisce. Guardo verso il seno e mi sembra di vedere il cuore che si
muove dalle forme distorte della maglia.
Sudo. Sono fradicia. Non riesco a muovermi.
La massa deforme si muove lentamente. Una forma sembra accennarsi.
UN VOLTO. Un volto deforme. Quella bocca che si allunga e allarga. La sua
metamorfosi è lentissima. Lenta come una scena a rallentatore. Sono
senza fiato. faccio fatica a respirare. Al boato del cuore si aggiunge
il rumore del mio respiro. Del mio non respiro. Soffoco.
D'improvviso la massa scura si ferma. Dalla specie di volto che si
è formato nel nulla escono due occhi. Mi guardano. Torna la bocca.
Una risata. "Monica? Soldatino di chiii?
Dov'è la tua spada. Tesoro? Dov'è il tuo Dio? Guardami.
Sai chi sono vero? Su piccola fai uno sforzo, mi hai gia visto mille volte.
Soldatinoooo dove hai messo lo scudo? Chi ti protegge ora piccola? Dove
sono i tuoi fraticelli? Ah, no. Ora la ragazza punta in alto. Già
ci sono gli Dei a proteggerla. AH AH AH gli Dei! Siiiiiiii e quella massa
putriscente di carne e vermi dei tuoi amichetti. Ti mancano? Vuoi vederli?.
Una visione orribile si apre davanti ai miei occhi terrorizzati:
Una poltiglia di carne spappolata piena di piccoli vermi bianchi che
si muovono come pazzi. Un odore nauseabondo . Santo Dio che orrore. Non
resisto. Cerco di chiudere gli occhi. Non si chiudono i bastardi! Se le
mie mani potessero muoversi mi accecherei per non guardare quell'orrore.
Osservo meglio quella massa di orrore e scorgo ciò che resta di
alcuni volti. Sono uomini. Sono uomini. Riconosco tra i volti i miei fratelli
di distruzione e Flavius. No, nooo, noooooo. La mia anima urla. La voce
non esiste.
Sono pietrificata. Basta! Basta! D'improvviso si interrompe il silenzio.
Un ronzio assordante squarcia il nulla del suono. Dalla massa informe escono
due braccia deformi. Si allungano e le mani mi afferrano la gola. MI STRINGONO!
Mi stringono. Soffoco. Soffoco.
Quando sento che sto perdendo ogni forza qualcosa mi soffia sull'orecchio.
Un vento caldo e profumato. Non capisco nulla ma le mie braccia si sbloccano
e afferro quelle mani. Infilo le unghie con tutta le forza che posso. Le
afferro e cerco di reagire all'aggressione.
"Monica! Monica!" Mi rendo conto all'improvviso che stavo dormendo.
Angelo mi chiama. "Monica che succede?". Angelo mi guarda con aria preoccupata.
"Stai bene?". "Si, sto bene, grazie". Balbetto un po'.
L'hostess mi porge un piccolo asciugamano umido. Angelo mi dice
che siamo quasi arrivati. Mi copro il volto con l'asciugamano. Sono ancora
sconvolta. Mi accorgo di avere qualcosa tra le dita. Mi precipito a guardare
le mani. Peli neri. Tra le dita ho peli neri. Guardo le unghie. Sangue.
Era un sogno? Comincio ad avere davvero paura ora. Devo mantenere la calma.
Devo.
Guardo fuori dall'aereo. Planiamo, o almeno a me sembra, sulle nuvole. Che sensazione meravigliosa. Le nuvole. Le adoro. Quando ero bambina passavo le ore ad osservare le mille forme che assumevano nei lenti movimenti. Mi piaceva da morire quel gioco. Nessuno è mai riuscito a dipingere una nuvola per come è davvero. Impossibile copiare una nuvola.
Kathmandu - partenza per Pokhara
Sono ancora frastornata dal viaggio. Le mille scene che si aprono
davanti a me mi distolgono completamente dai miei incubi.
Gli odori, i suoni il caos di Kathmandu mi rapisce completamente.
Sono sconvolta. Non mi ero mai addentrata in una civiltà così
opposta alla mia. Sono quasi terrorizzata dalle differenze.
Solo giorni dopo il cuore del Nepal entrerà così
profondamente nel mio che capisco che farà parte di me per sempre.
"Tra qualche minuto arriverà un auto che ci porterà a Pokhara" Angelo ha pensato a tutto. Non devo pensare a nulla. Devo solo lasciarmi trasportare dagli eventi che in parte mi assalgono ma che sono convinta che è qui che dovevo essere. Ora.
Arriva l'auto. Una Toyota leggermente, diciamo così, invecchiata.
Ci inchioda davanti.
Si apre lo sportello. Esce l'autista. Un uomo alto circa 1, 60.
Occhi grandi e neri. Capelli di media lunghezza ben pettinati. Carnagione
olivastra. Un sorriso sincero e simpatico.
Osservo il suo abbigliamento. La parvenza di compostezza lascia
intravedere dalle parti dei tessuti che indossa molto consumati, che anche
lui come la maggior parte della gente che mi circonda, non deve passarsela
molto bene.
Già, è in questi momenti che mi rendo conto della
fortuna che ho di vivere come vivo. Provo quasi vergogna per le mie
frivolezze. Per un'istante. Poi tutto passa. "Monica, ti presento Sambù,
il nostro autista". Dice Angelo con il suo sorrisetto tra il sarcastico
e l'enigmatico. Io quest'uomo mica lo capisco fino in fondo. Penso.
Sorrido a Sambù. Lui mi fa un inchino congiungendo le mani
"Namaste madame" Io rispondo congiungendo le mani "Namaste Sambù".
Carichiamo i bagagli in auto. Sambù mi apre la portiera
dell'auto e con il suo sorriso mi invita a salire. Lui è seduto
alla guida noi siamo nella parte posteriore dell'auto.
La macchina è in moto. Si parte per la Kathmandu-Pokhara.
Sambù non fa che sorridermi. Mentre guida. si volta
e mi sorride. Io rispondo ai suoi sorrisi.
Mi salta all'occhio la posizione dello specchietto retrovisore
dell'auto. La cosa che mi incuriosisce è che non è puntato
verso le auto dietro di noi ma diretto sul volto di Sambù.
Mi guardo intorno man mano che usciamo dal centro di Kathmandù
e osservando le auto che ci affiancano mi accorgo che è una consuetudine
del luogo, la cosa mi desta curiosità.
Poi non ci penso più.
Comincio a divorare il paesaggio che mi si apre intorno. Una strada
che sale e scende continuamente dalle alte colline pre-himalayane, tutte
a terrazze scolpite nel terreno una sopra all'altra e coltivate a risaia.
Sembro una bambina alle sue prime curiosità.
Provo stupore per tutto, i miei occhi non smettono di guardare
e guardare.
Ci immettiamo nell'autostrada, dice Sambù. Autostrada. lasciamo
stare questa parola.
Un cumulo di buche e strapiombi a picco, una strada completamente
sterrata.
Non si capiscono i sensi di marcia e le auto e i camion e i pullman
sfrecciano rasentando alle curve gli strapiombi sprovvisti, ovviamente,
di guard rail.
Comincio ad avere un sentore leggero di terrore. Prima una mano,
poi un'altra alla fine mi picchetto con tutti gli arti a mia dispozione
ad ogni appiglio presente nel veicolo. Sambù sembra divertito al
mio orrore. Durante tutto il viaggio non fa altro che specchiarsi, tirare
fuori dalla tasca un piccolo pettine bianco e terribilmente sporco e non
fa che pettinarsi. "Ecco a cosa serviva lo specchietto in quella posizione.
Santo cielo altro che incubi". Penso senza fiato. Angelo mi osserva
divertito. Ad ogni curva di Sambù io emetto un gemito di paura lui
sorride. "Si, certo la prima volta fa paura, ma sta tranquilla è
uno dei migliori autisti della zona" mi dice sorridendo. Vai a cagare!
Penso con un sorrisino.
Dopo circa due ore di viaggio mi abituo alla guida movimentata di
Sambù e inizio a rilassarmi.
Ci immettiamo ormai nella strada che prosegue fino a Pokhara che
da qui, comincia a seguire il corso del fiume Mahesh fino alla sua confluenza
con il Trisuli, il fiume più frequentato dagli amanti del rafting.
Siamo a circa metà del percorso e nel suo punto più basso:
solo 280 metri di quota. Ci fermiamo per una breve sosta pranzo. Un autogrill?
In Nepal? Una specie di palafitta ma senza paglia con una miriade di persone
sedute all'ombra che mangiano riso con le mani da piccole ciotole.
Sambù ci fa segno di seguirlo. Noi siamo forestieri e per
noi c'è un posticino carino più in là.
Ora si che sto bene. Sorseggio il mio caffè e osservo le
meraviglie del paesaggio intorno a noi.
Il fiume sotto di me e "i pazzi" che gorgogliano tra le rapide
abbarbicati alle loro imbarcazioni.
Sambù è seduto lontano da noi. Ogni tanto si volta
e ci sorride. Una delle tante volte mi guarda e dice "Distruzione". Io
sobbalzo. "Angelo, cosa ha detto Sambù?". "Detto? Non ha detto nulla,
come fai a sentire ciò che dice da così lontano. Ci sta solo
sorridendo". Ricambio il sorriso a Sambù. Bene, come dire che ormai
sono fuori di testa. Lasciamo stare che è meglio. Sambù ci
fa cenno di andare. Ci avviciniamo all'auto. Mi apre lo sportello. Mi guarda,
mi sorride ancora e mi dice "Distruzione, madame...distruzione". Entro
in auto mi volto verso Angelo. "Angelo, hai sentito cosa ha detto Sambù?"
Angelo mi dice con gran tranquillità "Certo che ho sentito ti ha
detto good coffee madame? Certo il suo inglese è un po' sgrammaticato
ma si fa capire no? Ma che hai, sei agitatissima? Vedrai che quando saremo
arrivati dal mio maestro ti rilasserai un po'. temo tu ne abbia un disperato
bisogno".
- Si, ne ho un disperato bisogno e Sambù ha detto Distruzione. Ne sono certa. Non sono ancora pazza. Pazzo poi. cosa vuol dire pazzo. Ognuno è pazzo a modo suo. Ognuno è normale a modo suo. Sono sconvolta dagli ultimi eventi in Pathos. Tutto quel turbine di emozioni. Forse tutto è così eccessivo per un groviglio di carne e sangue quale sono. Forse sono solo molto stanca-
Riprendiamo il viaggio passando su uno dei ponti sospesi più
lunghi e impressionanti del Nepal. Sopravvivo alla traversata. Ecco siamo
a Dumre. La cittadina dalla quale partono i trekking per il circuito dell'Annapurna.
Arrivo a Pokara
L'impatto iniziale della città è piuttosto deludente.
Importante è saper guardare oltre.
Oltre, soprattutto verso il lago. Una delizia. le sue magiche sponde
circondate e adombrate dal bianco di alcune fra le più alte cime
dell'Himalaya. Dal lago, con i piedi a mollo si possono trascorrere ore
interminabili ed incantevoli osservando i profili possenti delle vette
tutt'intorno.
Angelo contratta i prezzi con le guide del luogo. Devo ammettere
che ci sa fare. È un'eternità che discutono animatamente.
Mi allontano un poco dal gruppo. Ho voglia di stare un po' sola. Mi tolgo
le scarpe e metto i piedi a bagno nel lago. Osservo il magnifico lago di
Pokara. Sulle sponde si aggroviglia una vegetazione magnifica e lussureggiante:
banani, limoni, cactus, senape e fiori, tanti fiori nuovi, per me. Le sue
acque quiete mi riportano un po' di pace interiore. Una cittadina tranquilla.
Il tramonto è magnifico. Mi rilasso a godermi lo spettacolo della
natura mentre osservo un tempietto splendido al centro del lago.
Mi chiedo a quale Dio sia ispirato quel tempietto così perfetto seppur molto piccolo adagiato su un isolotto minuscolo. Alcune imbarcazioni si avvicinano. Posano dei fiori sulla sponda dell'isolotto. Le persone a bordo si tingono la fronte con delle polveri gialle e rosse poste ai piedi del tempietto. Tutto avviene restando nell'imbarcazione. L'isolotto è talmente piccolo da non poter ospitare nessun uomo. Le imbarcazioni lentamente si allontanano.
Le barche sono abbastanza lontane. Osservo ancora il tempietto.
Le acque che bagnano la sponda che sto osservando si muovono leggermente
come accarezzate da una leggera brezza.
La cosa mi incuriosisce perché le acque subito accanto sono
immobili. Il movimento è concentrato in un punto ben preciso. Sto
ancora chiedendomi in base a quale fenomeno avviene questa cosa che le
acque si aprono e ne esce lentamente una figura.
Mi volto verso Angelo e gli altri. Sambù mi sorride. Nessuno
sembra vedere ciò che vedo io.
Mi volto ancora verso il lago. Ora la figura è in piedi
davanti a me e mi guarda.
Lo osservo silenziosa. Alto circa 1,80. Non riesco a definire se sia un uomo o una donna. Non ha nessuna caratteristica definita di uno dei due sessi. In realtà sembra nudo ma non lo è. È difficile da spiegare perché intorno al suo corpo ci sono minuscoli movimenti di materia un po' come la "nebbiolina" della TV che non lasciano definire le forme della sua nudità. Intorno ai piedi e alle mani non completamente definiti si muove la nebbiolina. Lui è immobile. Gli occhi non hanno pupille. Ma sono bellissimi. Non ha delle vere e proprie labbra o meglio non sono nitide. Ecco la parola giusta è che è una figura sfocata, in parte.
Non so cosa dire e resto lì muta ad osservarlo.
"La sapienza del cuore è la linfa che muove la ragione".
Mi sta parlando. Continuo ad osservarlo. Non ho paura. In realtà
provo un senso di pace.
"Le creature del dritto non possono guardare né in alto
né in basso. Tre o forse mille linee formano l'esistenza. Ognuno,
ogni creatura è posta su una linea. Le creature del dritto non devono
udire né dall'alto né dal basso. Ogni creatura regge la sua
linea. Le linee non si incontrano mai, tranne in alcune circostanze che
a voi non sempre è dato sapere.
La tua realtà è posta su una linea. Quale sia tu
lo senti ma non la conosci ancora.
Una sola è la strada.
Una sola è la marcia da accordare.
Una sola è la direzione
Uno solo è il rifiuto"
Detto ciò, l'immagine si sfoca fino a sparire del tutto.
"Quelle parole, alcune di quelle parole le ho già sentite.
Dove, non ricordo. Sono sicura di averle già sentite, mi
scoppia la testa"
II PARTE
"Monica, pronta? Andiamo". Angelo mi distoglie dai miei pensieri.
La lunga passeggiata verso il monastero non era poi così
faticosa come l'avevo immaginata. Le guide che ci accompagnavano erano
una compagnia molto gradevole. Durante la marcia Sambù mi spiegava
tutto ciò che poteva, a modo suo, a parole del tutto sue. Mi colpiva
la sua semplicità nell'esprimere concetti a volte complessi, nei
suoi occhi scorgevo una profonda sensibilità interiore.
Continuavo ad osservarlo dal fondo della mia anima. Aspettavo solo
che ripetesse le parole che già aveva pronunciato durante il viaggio
per Pokara. Ciò non avvenne più. Cominciai a pensare di aver
frainteso le sue parole. Cominciai a pensare di avere solo un carico di
stress sulle spalle molto profondo e che forse tutto era un bluff creato
dalla mia mente stanca. Cominciavo a rilassarmi davvero.
La natura che mi circondava mi faceva sentire un senso profondo
di libertà infinita. A volte avevo la sensazione di non sentire
più la stanchezza e la pesantezza del corpo. L'ncontro con le donne
sherpa con addosso grandi e tipiche gerle per il trasporto delle foglie.
Le donne, le loro storie così diverse dalle donne che ero abituata
a frequentare in Italia. Le case tradizionali costruite in fango, il breve
ristoro nei numerosi bhatti dove bere un buon caffè. Mi sembrava
di udire nel profondo silenzio che ci circondava le voci e i respiri di
tutto il mondo.
Le nuvole erano davvero vicine, mi sembrava di arrivare sempre
più vicina alle verità che inseguivo da tutta una vita. Ad
ogni piccola sosta concessaci immediatamente mi sdraiavo sull'erba che
circondava i nostri percorsi stretti e ripidi.
Nel silenzio scrutavo il cielo. Mi sembrava un enorme piscina.
Cercavo di scorgere le cime finali della catena dell'Himalaya. La sensazione
è incredibile. Stiri il collo fino all'impossibile per vedere più
in alto che puoi. Gli occhi arrivano a vedere le grandi nuvole che avvolgono
le cime. Ecco sembra di vederne la fine, un ultimo sforzo e ci si accorge
che la montagna continua ancora e ancora, si arriva alla consapevolezza
e all'impossibilità di vederne la fine. Lo stupore accanto ad un
senso profondo di riverenza per quelle immagini e per quel paesaggio attraversavano
i miei sensi. Udivo da lontano i suoni dei gong tibetani. Tutto era perfetto.
TUTTO ERA TRASPARENTE. Ad ogni passo mi sembrava di udire il rumore pesante
del mio corpo che profanava il silenzio e la sacralità di quei luoghi.
Mi reputavo fortunata, mi sentivo come un eletta per il solo fatto di essere
lì.
Entrammo nella strada verso il tempio. Arrivammo accanto ad una
serie di ruote da preghiera mosse da un corso d'acqua opportunamente canalizzato.
Da qui in poi una lunga e ripida salita a 3.800 metri di quota. La salita
si snodava con ripidi tornanti attraverso boschi e foreste.
La stanchezza e l'altezza pongono in una situazione psicologica
di "elevata irritazione", rendendo quest'ultimo tratto della giornata particolarmente
odioso. Una porta di pietra annunciava la fine della salita e l'arrivo
al monastero Tengboche.
Ce l'avevo fatta. Ero riuscita ad arrivare fin lì. No, non
ci avrei mai creduto.
Un piccolo ma splendido Monastero, posto al centro delle rovine
del vecchio monastero distrutto da un incendio anni prima.
Pur con questa visione di rovine l'ambiente mi procurò delle
immense emozioni: vastità ed intimità, serenità, calma.
Angelo doveva averle già provate tutte quelle esplosioni emozionali.
Era così silenzioso e non faceva altro che osservare il mio stupore,
come anche tutti gli altri. Dovevo essere davvero buffa.
Il panorama era fantastico in qualunque direzione l'occhio volgeva.
La catena Himalayana dominava in tutta la sua altezza e ampiezza ma senza
sembrare minacciosa. Tutto era quieto, quasi mistico. "Si, credo questo
sia uno dei luoghi più belli del mondo" dissi ad Angelo quasi balbettando
per l'emozione. Lui non rispose, mi sorrise.
Prima del grande incendio che lo distrusse il Monastero costituiva
il centro del Buddismo di tutta la regione.
Il monaco: Padma appartenente alla setta dei berretti rossi, apparve
come in una visione da una piccola costruzione laterale immersa tra le
rovine.
Si avvicinò a piccoli passi verso di noi. Andò incontro
ad Angelo. Prese le sue mani e in silenzio restarono a guardarsi, senza
parlare. La scena che guardavo era molto toccante. Scorgevo dagli occhi
di entrambi la gioia di un nuovo incontro. Riuscivo a percepire il loro
profondo legame. Una sola parola pronunciò Angelo "Maestro, caro".
D'un tratto lasciò le mani di Angelo e prese a guardarmi. Ero imbarazzata
e non sapevo cosa fare. Lui non si muoveva io non sapevo cosa fare. D'istinto
socchiusi gli occhi appena una leggera brezza mi accarezzò i capelli.
Udii una voce nella mente. Come una locuzione interiore ma estranea. "Avvicinati
e porgi le mani alla verità". Riaprii gli occhi. Senza timore mossa
da un nuovo coraggio mi avvicinai al Monaco.
Gli porsi le mani. Lui le prese tra le sue. Mi guardò, non
disse nulla.
Ci fece cenno di seguirlo e ci accolse nei nostri alloggi.
Mi sprofondai in un sonno interminabile. Ero distrutta.
Terzo incubo
Sprofondata nel mio temporaneo letto. Il letto cominciò a sobbalzare
così forte che saltai in un balzo seduta. Ero smarrita e assonnata.
Confusa. Il letto cominciò ad alzarsi con me sopra. D'un tratto
guizzò fuori. Iniziò un impennata incredibile fluttuando
verso le alte cime dell'himalaya. Guizzando tra le nuvole continuavo a
ripetermi che era tutto un sogno e magari neanche tanto spiacevole. Certo
sognare di volare aveva un significato ben preciso ricordando le teorie
freudiane. Ma non me ne preoccupai più di tanto. In fondo il mio
desiderio di un ritorno adolescenziale poteva essere motivato dagli eventi
dolorosi che coronavano la mia attuale esistenza. D'un tratto il gioco
si interruppe. Il letto si bloccò di scatto e rimase sospeso nel
vuoto. Il silenzio era impenetrabile, non riuscivo ad emettere nessun suono
vocale. Un urlo spezzò il silenzio. Un urlo agghiacciante. Qualcosa
che mi provocò un immenso dolore entrò nella mia testa. Non
capivo nulla ma man mano che passava il tempo avevo la sensazione che due
mani stavano palpando il mio cervello. Lo stringevano forte.
La sensazione era orribile. I nervi di tutto il corpo mi si contraevano.
Avevo dei flash di ricordi che improvvisamente svanivano. Vedevo volti
che si sgretolavano improvvisamente come biscotti friabili. Tutto era velocissimo.
Una lama sottile mi colpiva le gambe. Il liquido che ne usciva non era
sangue ma una specie di melma gelatinosa maleodorante. Ero perduta ero
terrorizzata.
Fiaccamente udivo una voce venire dal basso. Piano piano il volume
si alzava. "Non puoi, non puoi...ti ordino di fermarti!" Non capivo nulla
ma udivo quella voce. Nell'ultimo rantolo che mi restava riuscii a impormi
nella mente l'immagine dell'uomo del lago.
Raccolsi tutte la forze. Le sue parole nei miei ricordi.
"Io sono un essere del dritto, tu non puoi toccarmi, tu non esisti"
un suggerimento interiore. In un ultimo sforzo sovrumano cominciai ad urlare
questa frase ad alta voce, sempre più forte. Tutto si fermò
all'improvviso. Mi toccai la testa, era intatta. Le gambe erano tornate
normali così tutti i miei nervi.
Il letto cominciò a planare lentamente. Ero sfinita. Completamente.
Toccò terra morbidamente. Mi sdraiai sfinita. Chiusi gli occhi.
Una mano mi accarezzava il volto. Era morbida e calda. Aprii gli occhi
lentamente e a fatica. L'immagine era sfocata. Mi sforzai di mettere a
fuoco la visione. Scorsi il volto di Gilgamesh, il Guardiano del Sacro
Volto. Ero come ubriaca sussurrai: " Gilgamesh cosa ci fai qui". Poi l'immagine
svanì lentamente per ricomporsi ancora. Il volto del Greco, Pantarkos.
Feci per accarezzarlo, poi tutto tornò sfocato.
Riaprii gli occhi ancora un istante e vidi accanto a me il volto
di Padma, il Monaco.
Feci un balzo. Ero tutta sudata. Avevo la febbre alta. Padma continuava
ad accarezzarmi. Teneva tra le mani una specie di rosario tibetano. Mi
sorrideva e recitava una preghiera.
Non feci nulla approffittai delle sue carezze. Mi sentivo sola
ed impaurita. Presi coscienza del fatto di essere sveglia ed iniziai ad
avere delle crisi respiratorie. Un senso di oppressione mi soffocava lo
sterno. Non respiravo stavo soffocando. Il terrore prese il sopravvento.
Udivo la voce di Angelo disperato che chiedeva al monaco di fare qualcosa.
Capii che era tutto reale e che non stavo dormendo più. L'aria ,
cercavo aria. Cominciai a precipitare sul fondo del lago di Pokhara. Andavo
sempre più giù e faceva sempre più freddo. Ero nuda
e non respiravo. Sentivo l'acqua che penetrava lentamente nei polmoni.
Sentivo la fine della vita. Vidi il volto di mia madre. "Monica ricordi
la missione? Ricordi piccola mia? Leggi nel mio diario e ricorda i perché
degli insegnamenti. Devi scegliere. È arrivato il momento. Nulla
è giunto a caso. Loro vogliono tutto. Tu e altri dovete fermarli.
Guarda la porta. Guarda la porta e donale il tuo respiro. Noi non siamo
nulla di fronte all'immensità delle anime. Guarda la porta". Si
avvicinò alla mia bocca e mi gettò dentro tutto il fiato
che aveva. Aprì gli occhi di soprassalto e cominciai a vomitare
acqua. Ero tutta nuda e piena di alghe e fango.
Dio mio era tutto reale. Padma pregava incessantemente e Angelo
mi diceva di stare tranquilla. Di non aver paura. Cominciai a piangere.
Poi svenni.
Mi risvegliai quattro giorni dopo. Angelo mi raccontò l'accaduto.
Avremmo atteso ancora una settimana per darmi la possibilità di
rimettermi del tutto. Poi saremmo tornati a casa. Ero sconvolta e confusa.
Ma ora sapevo. Ogni giorno si apriva una nuova strada dentro di me. Cominciavo
a capire e il mio passato riaffiorava lentamente.
Tutto sembrava diventare più nitido. Forse, forse ora tutto
mi era chiaro.
Arrivammo di nuovo a Kathmandu. Fu un viaggio silenzioso. Sambù
mi aprì lo sportello e mi aiutò a scendere, mi consegnò
una lettera perduta in auto.
Lo abbracciai. Lo ringraziai per la sua amicizia. Si avvicinò
a me e mi sussurrò "Non avere paura, sei più forte di ciò
che pensi. Avrai la tua gente al fianco. Insieme vincerete. Saprete guardare
la parte dritta. Voi siete stati scelti uno ad uno". Poi se ne andò.
Non mi chiesi nulla. Angelo mi aiutò con le valigie e tornammo a casa.
A casa la prima cosa che feci fu di buttarmi di peso nel mio lettone.
Mi cadde dalla tasca la lettera di Sambù. La lessi. Non
era mia era di Angelo.
| Angelo figlio mio,
sei all'inizio di un nuovo percorso e penso che sia arrivato il momento
Sette anni fà arrivasti da me, la tua mente era confusa e
il tuo spirito
L'anno scorso è venuto a trovarmi un mio Amico, uno a cui
piace da
Adesso mi hai portato Monica che ha la stessa luce che io ho visto
in te,
Siatene degni e ricorda che: Nulla
Tuo Padma |