NAKBA

di Alessandra Areni


Lo noto per la prima volta mentre mi aggiro, incorporea, per il campo di battaglia. La sua presenza è forte, la sua figura è circondata da un alone di energia. Notevole, per essere un mortale. E' il capo di questi uomini che esibiscono con orgoglio le croci rosso sangue impresse sulle loro tuniche bianche, sui loro mantelli, sui loro scudi. Dà ordini secchi e precisi, sembra tenere sotto controllo la situazione a trecentosessanta gradi, non mostra di avere attimi di dubbio; le sue sono decisioni con la D maiuscola. Mi accorgo di essermi distratta dal mio compito, attirata da quell'umano che giganteggia tra i guerrieri che si stanno affrontando in una lotta senza pietà. Comunque la battaglia volge al termine; per gli uomini del Sultano è una disfatta di proporzioni catastrofiche. Ci vorrà molto tempo per seppellire i morti, molto tempo per curare l'orgoglio ferito. Posso considerarmi soddisfatta e concedermi qualche distrazione.
Mi serve un corpo fisico. Per poter interagire con questi umani ho bisogno di assumere le loro sembianze. L'ho già fatto altre volte, e devo dire che l'esperienza mi è sembrata interessante. Lo so che non dovrei intervenire direttamente sulle loro storie, lo so che il mio compito è solo quello di provocare i grandi flussi di emozioni di cui la Vita si nutre. Queste sono le Regole. Ma c'e' un tempo per rispettare le Regole, e c'e' un tempo per trasgredirle.
E' notte. Mi insinuo nell'accampamento dei vincitori. Seduti a cerchio intorno ai fuochi, i Templari stanno festeggiando. Sono ebbri di vino e gonfi di orgoglio. L'aria è satura di emozioni positive. Il pathos è forte, in questo magico momento. Cerco il "Grande Uomo", ho voglia di scoprire qualcosa di più sul suo conto. E' solo, dentro la sua tenda. Sta tracciando segni su una pergamena; scrive, resta assorto, scrive ancora. All'improvviso sembra percepire la mia presenza. Si alza in piedi, si guarda intorno. E' un capo, si capisce subito; il suo sguardo è acuto, la sua figura incute rispetto. Poi pronuncia un nome, "Nicolas!", ed è un comando. Nella tenda irrompe sgraziatamente Nicolas, il suo scudiero, probabilmente. E' molto giovane, sui 15-16 anni; grazioso, secondo i canoni umani. Ha i capelli biondi che gli ricadono lungo le guance imberbi, gli occhi azzurri, il corpo snello ben modellato.
"Nicolas"- chiede il guerriero - "hai visto entrare o uscire qualcuno dalla tenda?".
"No, Maestro" - risponde titubante il ragazzo - "Sono tutti intorno ai fuochi, nessuno è venuto da questa parte".
"Sicuro di non esserti addormentato?"- chiede con tono severo il Maestro, ma nella sua voce c'e' anche una nota di tolleranza.
"No, Signore, giuro che no"- risponde in fretta Nicolas, troppo in fretta per sembrare una risposta veritiera.
"E allora, la mia tisana? Te l'ho chiesta prima che sorgesse la Luna!"- ribatte il Maestro.
"E' ...è ..pronta, te la porto subito, Signore!"- balbetta il ragazzo, uscendo precipitosamente dalla tenda.
E' mio! Lo avvolgo con mille spirali impalpabili. Penetro nel suo corpo, mi insinuo nella sua mente, mi impadronisco dei suoi ricordi. Sono lui. Ed ora, inesorabilmente, Nicolas diventa consapevole della sua nuova essenza: come potrei chiamarmi in queste Terre aride e sacre? come mi definirebbero gli indigeni, se potessero percepirmi? Forse ... Nakbà. Ma si, va bene. Ora noi siamo Nakbà.
Noi, Nicolas de Santpierre, siamo nati in terra di Francia, nella zona di Narbonne, 16 anni orsono, terzo di sette figli, da nobili genitori che decisero di non creare problemi al primogenito, distribuendo la prole tra conventi ed eserciti. Io sono stato affidato in tenera età ad una commanderia Templare, dove ho forgiato il mio corpo e il mio spirito, preparandomi a servire un giorno, se ne sarò degno, la milizia dei Cavalieri del Tempio. Non sono mai stato particolarmente brillante, però ho sempre cercato di fare il mio dovere. Per questo Guglielmo di Beaujeu, divenuto un anno fa’ Gran Maestro dei Templari, nel partire per la Terrasanta mi ha prescelto come scudiero personale. Ora sono al suo servizio, e sono orgoglioso di questo. Io rispetto e ammiro Guglielmo, ma non so come manifestare questi sentimenti. Anche se non sempre riesco ad eseguire alla perfezione gli ordini che ricevo, sto imparando molte cose, sto diventando un uomo. Presto sarò un vero Templare, e sarò degno della sua considerazione. Ma ora noi siamo anche Nakbà. E in noi sta nascendo il desiderio di fare qualcosa di più per il mio signore. So di poterlo fare, mi sento diverso, ma sono confuso. Non dobbiamo preoccuparci, Nicolas. Noi siamo ora qualcosa di più. Noi ora siamo... come i due Cavalieri nel sigillo del Tempio. Noi siamo...noi siamo.

"Maestro"- dico rientrando nella tenda, con una tazza fumante in mano - "Ti ho portato la tisana".
"Grazie"- risponde lui, senza alzare lo sguardo dalla pergamena che sta studiando - "Vai a brindare con gli altri".
"Preferirei restare qui con te, Maestro"- rispondo, con un filo di voce che esprime una preghiera, ma anche una volontà intransigente.
Ora non può fare a meno di alzare lo sguardo, e sono due occhi che esprimono stupore e contrarietà quelli che mi punta addosso.
"Ah si? E perché mai dovresti restare qui? Ti ho dato un ordine"- ribadisce brusco.
"Se è un ordine, Maestro, ti ubbidirò"- dico, chinando la testa con un gesto di umiltà, e mi appresto ad uscire dalla tenda, ma molto lentamente -"Però vorrei restare con te. Potrei esserti utile, per esempio con quelle mappe che stai tracciando. Sai, il triangolo di protezione..." - aggiungo come per caso, maliziosamente.
"Nicolas! Aspetta!" - sapevo che mi avrebbe richiamato; torno sui miei passi. "Come credi di potermi essere utile? Che ne sai del mio lavoro con le mappe?".
Mi avvicino al Gran Maestro, lo fisso intensamente negli occhi "Noi abbiamo la conoscenza"- sussurro, più con la mente che con la voce. Guglielmo è percorso da un brivido. E' bastato un accenno di simbiosi, e mi ha percepito. Anche noi Nicolas trasaliamo. L'emozione che si scatena in certi momenti è forte, per alcuni può essere mortale. Questo giovane corpo non resisterà a lungo. Il Gran Maestro, invece, è veramente qualcosa di speciale. Forse appartiene alla razza che un giorno avrà il privilegio di conoscerci. Mi pongo alle sue spalle, mi sporgo, poggiandomi sulla sua schiena, verso la superficie del tavolo su cui giace la pergamena. La mia mano striscia lungo il suo braccio destro, fino ad impadronirsi della sua mano. Accosto il mio volto al suo, e inevitabilmente la pelle liscia e fresca della mia guancia imberbe sfiora la sua guancia ruvida, i miei capelli biondi e sottili si mischiano ai suoi, scuri e ribelli. Si irrigidisce per un attimo, ma non gli lascio il tempo di reagire. Guidando la sua mano traccio le linee che uniscono i Vertici, e intanto la mia voce, con la consistenza lieve di aliti di vento, narra di geometrie non concepibili dalla mente umana, narra di materializzazione di oggetti metafisici, in grado di deviare il flusso degli eventi, narra di luoghi dove forte si manifesta l'energia vitale che permea questo pianeta. La Rochelle, San Giovanni d'Acri, Perusia, punti che uniscono le linee sacre che le nostre mani stanno tracciando. Narra, narra... Poi la parola si perde in un sospiro, e le mie labbra delicate scivolano verso le sue labbra, imprigionandole in un delirio senza tregua. Non cerca nemmeno di resistermi, sto già vincendo. Ma non c'è storia. Io vinco sempre!

E' l'alba, il campo è il dominio del silenzio. Esco dalla tenda, gli occhi appesantiti da una notte senza sonno. Guglielmo di Beaujeu mi ha preceduto. Lo vedo in piedi su una roccia, intento a fissare l'orizzonte. Il vento fa ondeggiare il suo mantello bianco, con la croce templare impressa sulla spalla, e scompiglia i lunghi capelli scuri. La figura eretta, le braccia incrociate sul petto, la spada che riflette i bagliori della luce di un sole nascente. Poi si accorge della mia presenza, gira la testa e mi fissa con uno sguardo sofferto e intenso; "Chi sei?" - mi chiede.

Lentamente indietreggio e intanto "Ricorda"- dico -"i Vertici di protezione, Perusia, il punto esatto della mappa". Con il braccio destro alzato al di sopra della testa, mostro la mano aperta, quella mano che poco prima era intrecciata alla sua. Poi la chiudo a pugno. Sto andando via.
Con apprensione, "Chi sei?"- ripete.
"Nakbà" - gli rispondo, mentre abbandono il corpo di Nicolas, che crolla a terra, involucro ormai privo di qualsiasi forza vitale.
Corre verso il giovane, cerca di rianimarlo. Inutilmente. Prende tra le sue la mano destra di Nicolas, serrata a pugno. Con delicatezza solleva le dita ancora tiepide. Nel palmo della mano, proprio nel punto in cui finisce la breve linea della vita, scorge un piccolo oggetto incastonato. Lo estrae con l’aiuto del pugnale, attento a non straziare le carni. Ora l’oggetto è nella mano del Gran Maestro. Ha la consistenza della pietra, è plasmato a mia immagine. Lui lo guarda con devozione, quasi fosse un frammento della croce del suo Dio incarnato.
Poi solleva lo sguardo verso il nulla.
“Nakbà... Catastrofe” - mormora nel vento mattutino, mentre i riflessi verde-oro sprigionati dal piccolo sasso a forma di scarabeo, adagiato sulla sua mano, rendono l’alba più luminosa.


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