DECIMA MUSA
di Nella Picco
- Mio figlio... il mio primo figlio... Dallo a me, perché possa ringraziare gli dei.
La donna abbassa lo sguardo, senza parole, e gli porge il bambino.
L’uomo lo solleva verso il cielo, ubriaco di gioia - Mio figlio...
il mio erede... Grande Zeus, ecco mio figlio, il mio primogenito...
- Scamandros, non è un maschio... - la voce della levatrice
è un soffio - e la sua gamba sinistra è... - la sua
frase rimane sospesa, come se avesse timore di terminarla.
L’uomo la guarda con durezza, poi colto da un’improvvisa ansia svolge
le fasce.
La neonata protesta con vigore, i suoi vagiti si fanno acuti. Ed ecco.
Scamandros guarda con orrore la piccola gamba ripiegata in una posizione
innaturale.
Con un gesto secco porge la bambina alla donna e, senza vedere la moglie
che lo guarda dalla soglia della stanza, esce a grandi passi dalla casa.
- Come faremo, nutrice? Come faremo? La mia creatura... la mia piccola
bimba. Lui non mi permetterà di tenerla...
- Cleis, figlia mia, sei giovane, avrai altri figli... ritorna a letto,
sei stanca. Io baderò alla piccola, sembra affamata...
La voce della nutrice è sommessa, piena di dolore e di
rassegnazione.
Perché mai nutrire quella creatura destinata a morire?
***
Scamandros guarda con il cuore gonfio la piccola che dorme nella culla
appesa al soffitto.
La notte è silenziosa e solo un sottile spicchio di luna illumina
la costa fitta di ulivi argentati.
Sa ciò che deve fare, ma il saperlo non lo rende meno difficile.
Con passo silenzioso entra nella stanza, piano, per non svegliare la
vecchia nutrice dal sonno leggero che dorme sulla stuoia. Si ferma per
un lungo istante. Poi solleva la bimba addormentata, l’avvolge nel mantello
e si lancia verso l’esterno, attraversando l’atrio di corsa, col piccolo
involto fra le braccia.
Sul vialetto del giardino una donna gli sbarra la strada.
La sua pelle chiara splende come illuminata da una torcia, eppure la
notte è buia.
Il viso bellissimo ed i capelli biondi, intrecciati di fiori, il lungo
pallio azzurro fissato sulla spalla da una fibula d’oro. La visione
di una dea.
- Fermati Scamandros!
La sua voce rivela una potenza trattenuta e le sue parole si scolpiscono
nella mente dell’uomo.
- Questa è mia figlia, e tu la educherai e la onorerai come
la più preziosa delle figlie. La chiamerai Saffo, e lei canterà
le sue canzoni per tutta l’Ellade.
L’uomo è impietrito, riesce appena a sillabare qualche
parola.
- Mia Signora... la piccola è storpia, sarà derisa da
tutti... Come potrà essere felice ?
La dea sorride e porge le mani - Dammela -.
Accoglie la bambina fra le braccia e la culla, pronunciando antiche
parole.
Dalle sue mani emana un lieve bagliore dorato. La piccola si sveglia
ed emette un gorgoglìo soddisfatto.
- Ecco, ora le sue gambe sono perfette, ma ricorda: io tornerò
ogni cinque anni, in una notte come questa, per chiederti conto della sua
minuscola vita...
***
- Scamandros!
L’uomo si volta, nella notte.
- Ebbene, che ne è della piccola Saffo? -
- Oh, mia Signora - l’uomo si prostra davanti alla visione - Saffo
cresce felice, abbiamo avuto altri figli, ma lei è la prediletta...
Il suo cuore è sempre pieno di gioia e...
- Il suo destino è legato a me. Lei sarà la mia voce
ed il mio cuore. Per questo è ora che impari. Chiama i migliori
precettori da Atene, fai in modo che conosca Creta e Santorini e
la Lydia...
- Come desideri, Signora... - L’uomo piega il capo, in segno
di ubbidienza.
***
Le tempie di Scamandros mostrano ormai qualche filo bianco.
Saffo ha quindici anni. Non è bella ma il suo spirito e la sua
intelligenza le hanno procurato più d’un pretendente.
L’uomo non sa che fare. La dea non gli ha mai detto se sua figlia sia
destinata a qualcosa di diverso dal matrimonio. E il ricco Cercila di Andro
ha chiesto la sua mano.
- Mia signora... che cosa desideri per Saffo? - La dea non è
venuta a lui, ma Scamandros è sicuro che la sua domanda sarà
ascoltata.
Un voce risuona nella sua mente - Lei lo ama ?
- Si, lei è innamorata, ed anche lui...
- Allora dagliela in sposa, Saffo deve conoscere l’amore e la gioia
di essere madre, deve conoscere il dolore... Io posso attendere.
***
Cleides gioca con il cerchio nel giardino, sotto gli occhi pensosi del
nonno Scamandros.
Cercila è morto da qualche anno e Saffo è rimasta sola
con la sua bambina.
Non vuole sentire parlare di altri mariti.
La sua unica ragione di vita sono le liriche, che lei stessa scrive
e canta accompagnandosi con la lira.
E lui incomincia a sentire il peso degli anni... chi proteggerà
le sue bambine?
Assorto nei suoi pensieri, all’ombra fresca del gigantesco fico, non
si accorge della donna che gli si avvicina.
Un mantello indaco copre la figura ma ciocche di riccioli biondi sfuggono
dalla fascia che le orna la fronte.
Il volto è quello di sempre, non un solo istante del tempo trascorso
ha potuto lasciare una traccia sulla sua bellezza.
- Vecchio Scamandros, ti ringrazio per la devozione con cui mi hai
servita. Dimentica i tuoi tristi pensieri. Io sarò sempre con loro,
non abbandono mai coloro che scelgo per la mia via... Ora va’, chiama Saffo:
è giunto il momento che io mi riveli a lei. Chiamala e poi vai...
Lasciaci sole.
***
Saffo avanza nel giardino, tra ulivi ed aranci.
Sulle terrazze verdi molte giovani fanciulle passeggiano, giocano e
studiano, immerse nella quiete del tiaso. Le statue bianche delle dee,
che ornano le scale di marmo candido, acquistano riflessi rosati nella
luce calda del tramonto che accarezza l’isola di Lesbo.
La figura snella, fasciata in un peplo di lino bianco, sembra sfiorare
appena il sentiero che la conduce alla sua signora.
E Demetra attende, come ogni sera da cinque anni, la venuta della sua
figlia prediletta, gustando la perfezione di quel momento. L’odore del
mare, misto a quello del mirto e del rosmarino, riempie l’aria di fragranza.
Sotto la sua guida sapiente Saffo è diventata una donna splendida.
Conscia del proprio fascino e della propria forza, sicura della sua
arte, sicura dell’amore che si è conquistata.
Ha fondato il suo tiaso, l’accademia che accoglie le fanciulle provenienti
da tutta l’Ellade. Vengono a lei per imparare l’arte della lirica e della
poesia. E lei insegna. Insegna ad evocare le emozioni attraverso le parole,
insegna gli antichi riti, insegna il culto della dea perché le fanciulle,
divenute donne, possano tramandarlo alle loro figlie e renderlo eterno.
- Dolce signora, eccomi. Ho scritto per te nuovi versi...
Le guance appena arrossate per la camminata, gli occhi brillanti,
la donna china il capo in attesa.
Demetra si siede sull’erba e, con un gesto, invita fra le sue braccia
la figlia-amante, che porta con sé la piccola lira a ventun corde,
lo strumento che lei stessa ha disegnato e poi fatto costruire da un artigiano
dell’isola di Santorini. Le sue mani affusolate pizzicano le corde e ne
traggono i primi suoni, poi una cascata di note cristalline si innalza
come un volo di farfalle. E quando la melodia tace, la voce di Saffo è
un nastro di seta cangiante che si srotola e danza con grazia nell’aria
della sera.
E quando ti scorgo, in un momento
La mia lingua tace, deserta di parole
Un brivido di fuoco è nelle mie carni, sottile
I miei occhi sono ciechi.
Nelle mie orecchie un rombo,
Un tremito mi preda, dolcemente
Più pallida di un filo d’erba io divengo
e la morte mi sembra ad un passo.
Demetra china il capo sulla nuca sottile della fanciulla, sorridendo.
Nel silenzio la lira cade sull’erba, abbandonata, la mano di Saffo
si intreccia con quella della sua Signora ed il canto si spegne nei sospiri.
La lirica citata nel testo è una libera traduzione del frammento 31 di Saffo