Il Male dentro... Di e con (in ordine apparizione):
Nella Portieri, Lucia Galasso, Roberto Voce,
Stefano Costantini, Hermann Cannavacciuolo,
Monica Rewinsky, Angelo De Sarzana,
Marzia Possenti, Emma Sansone,
Murray Writtle, Matteo Arthur Turant.Narrazione di Penelope Antisi.
24 Gennaio 1999
Nella passeggiava per il centro di Roma come non le capitava di fare da molto tempo, visti gli eventi che spesso, troppo spesso, avevano turbato la sua vita. Il suo sguardo scorreva distratto le vetrine dei negozi vicini al Pantheon mentre il suo pensiero vagava per altri luoghi.
Una piccola tabaccheria attrasse la sua attenzione.
Nella vetrina, semi-nascosta dalla varia merce esposta, c’era una scacchiera. I pezzi erano molto ben fatti, in stile medievale. Le pose sembravano così naturali da sembrare vere e i fanti, nell’atto di estrarre le armi, avevano quell’espressione determinata e quella disperazione che si nota soltanto in chi non ha nulla da perdere ed è disposto a sacrificare tutto per il proprio signore. La scacchiera dal canto suo era molto elaborata, incisioni argentee in latino ne percorrevano i quattro lati e i tasselli bianchi e neri erano perfetti, senza segni, come se il tempo non avesse lasciato tracce su di loro. Mentre era li che osservava, un uomo piuttosto anziano, probabilmente il proprietario del negozio, si affacciò alla porta e con un sorriso compiaciuto le chiese se s’intendesse di scacchi. Si trattava di pezzi da collezione e il loro prezzo era molto alto ma se voleva dar loro un’occhiata…
Attirata dalla simpatia dell’uomo, Nella entrò nel negozio.
Si ritrovò in uno di quei luoghi in cui gli scaffali sono talmente pieni di roba che non si sa dove guardare e non si finisce mai di scoprire cose interessanti sotto altre ancor più interessanti. Il vecchio signore estrasse con cautela la scacchiera dalla vetrina posandola sul banco. Vista così da vicino, la sua bellezza era ancora maggiore. Prendendo in mano un pezzo degli scacchi Nella provò una sensazione strana, come un richiamo lontano, e poi il buio....Lucia dormiva. Il suo Sogno era ambientato nel passato, in un tempo di cavalieri e dame, quando combattere nel nome del proprio Signore era tutto e duellare per l'onore di una Nobildonna era la norma.
Era inseguita, ma non riusciva a capire da chi. Il suo cavallo galoppava lungo un sentiero scosceso e lei lo incitava sapendo che non doveva farsi raggiungere, non poteva farsi raggiungere... Le grida dei suoi inseguitori risuonavano sempre più vicine e il cavallo era terrorizzato come lei, se non di più. Sembrava sapere che quello che portava non doveva cadere nelle mani sbagliate...
Il sentiero s’inoltrava in una foresta che diventava sempre più fitta man mano che Lucia procedeva, ma non poteva rallentare, non doveva rallentare... Un ramo basso le comparve all'improvviso di fronte sbalzandola da cavallo. Cadde per terra rotolando nel folto della foresta.
Si risvegliò con un forte dolore alla testa e un livido nero sulla fronte. Era caduta in una parte molto fitta ed evidentemente il sottobosco l’aveva nascosta ai suoi inseguitori. Si accorse di stringere ancora la sacca che tanto premeva loro. Con sollievo vide che i pezzi degli scacchi erano tutti lì, apparentemente intatti. N’estrasse uno e lo guardò attraverso la luce che filtrava dagli alberi, era così bello, così vero... Provò una sensazione come di richiamo.... “Non starò mica svenendo di nuovo”. Ebbe appena il tempo di chiedersi prima che il buio avesse nuovamente il sopravvento su di lei...Roberto era di fronte al computer, concentrato sul programma che stava scrivendo, quando suonarono alla porta. Si alzò perplesso, non aspettava nessuno a quell'ora. Si avvicinò con prudenza, stando attendo a non fare rumore, per vedere chi fosse. Dallo spioncino scorse un ragazzino della pony express con un pacco in mano.
"Consegna espressa per lei!"
Non gli sembrò che ci fosse nulla di strano e non vide nulla che potesse far presagire una trappola, perciò aprì la porta guardando il ragazzo perplesso. Questi con aria del tutto indifferente gli diede il pacco e un foglio da firmare e se né andò.
Una volta solo Roberto esaminò il pacco. Era una piccola scatoletta senza mittente, solo il timbro delle poste di Roma. Non mandava strani ticchettii, quindi non si trattava di una bomba. Lo aprì sempre più curioso e n’estrasse degli scacchi. Si trattava di pezzi molto belli, stile medievale e, da quello che sembrava, molto antichi. Ne prese in mano uno per studiarlo da vicino e provò una strana sensazione, poi il buio si chiuse attorno a lui…Stefano provava la terribile sensazione d’essere sveglio ma di non poter assolutamente fare alcun movimento. Tutto quello che ricordava era quella… Cosa orrenda che lo assaliva e la sensazione di aver commesso un terribile errore. Non riusciva ad aprire gli occhi per quanto si sforzasse e nel suo timpano continuava a rimbombare un costante bip. Cos’era successo? Provò a ricordare ma gli tornarono in mente solo le urla e il sangue, tanto sangue che ricopriva tutto. Gli scacchi! Perché gli erano venuti in mente gli scacchi? Rivide la base russa, i cadaveri, risentì gli spari e Penelope... Penelope! Era ancora viva? Perché non la sentiva? Gli scacchi... Gli scacchi... Che cosa c'entravano gli scacchi? Li vedeva di fronte a se, pezzi medievali, su di una scacchiera con i lati intarsiati da scritte in latino argentee che rilucevano... Tese una mano a toccarne uno e provò una stranissima sensazione, poi il buio lo avvolse di nuovo insieme al bip divenuto costante….
Fabio aveva fra le mani un'ascia insanguinata e di fronte a lui c'era un uomo ricoperto di sangue che urlava di dolore. Guardò per qualche istante la lama come affascinato, poi la gettò a terra e raccolse un tubo pieno d'acqua. Doveva pulire la ferita, doveva aiutarlo ma come?
"Stop! Va bene!"
Posò il tubo a terra e lasciò che gli sistemassero il trucco. La regista stava chiamando gli attori per la scena successiva e discuteva animatamente con l’aiuto su come sistemare le comparse. Per ora lui aveva finito, quindi si sedette un po' distante, in disparte ad osservarli mentre lavoravano... I Mortali... Gli Ignari... A volte pensava che sarebbe stato meglio lasciare perdere tutto e dedicarsi esclusivamente al Pathos... Ma la necessità di mantenere ancora il contatto con la realtà, con l'umanità per sentirsi a sua volta umano era più forte. Aveva bisogno di tutto ciò perché altrimenti sarebbe stato perso per sempre e non era ancora il momento.. Sarebbe venuto di certo, ma c’era ancora tempo.
Lo sguardo gli cadde su due macchinisti in pausa. Stavano giocando a scacchi, i volti talmente concentrati da sembrare due statue. Si avvicinò a loro incuriosito e, quando fu vicino, si accorse che c’era qualcosa che non andava. I pezzi erano troppo belli, intarsiati, in stile medievale, la scacchiera aveva delle scritte argentee sui lati che brillavano sotto la luce del sole. I fanti sembravano guerrieri pronti ad estrarre le armi con i volti contratti nel ghigno di chi è pronto alla battaglia. All'improvviso un pezzo cadde verso terra... Fabio si chinò per prenderlo al volo e provò una sensazione di richiamo poi il buio....
Gli eventi spesso si sommano l'uno all'altro e la vita riserva sorpresa e sconcerto quando tutto sembra ormai dato per scontato. I corpi pensano ed agiscono normalmente nel quotidiano, ridono, scherzano e piangono, ma le menti, in una frazione di secondo, sono partite e tornate da un viaggio più lungo.
Si ritrovarono su di un prato, sotto un cielo nero. I colori di entrambi erano molto intensi e da lontano provenivano musica e risate, miste a grida divertite ed applausi. La musica sembrava quella tipica del circo e s’udiva distintamente la voce di un imbonitore che chiamava a grandi divertimenti ed immenso stupore.
Si studiarono dapprima diffidenti, poi con perplessità ed infine con sorpresa. Erano in cinque. Uno di loro urlava.Demetra si guardò attorno... solo un attimo fa era a piazza del Pantheon, in un negozietto d’anticaglie a guardare un’antica scacchiera ed ora... Era piuttosto sconcertata... Che cavolo altro era successo ancora?
Poi con passo indeciso, si avviò verso la fonte della musica, quella che sembrava una fiera o un circo... Si fermò solo un attimo a guardare se gli altri la seguivano… Poi con andatura più spedita proseguì passando accanto ad uno dei presenti in T-shirt grigia e jeans che stava anche lui per muoversi in direzione della musica... Fenice!
"Ehi... anche tu qui? Ma dove cavolo siamo finiti?"
Alchera, accanto a loro, si guardò attorno un po’ cupa poi si accovacciò vicino a Fenice iniziando a pungolarlo con un piccolo rametto.
“Uè, che ci fai tu qui?”
“Ciao.” Disse intanto Fenice a Demetra, ignorando Alchera palesemente. “Quando sono arrivato pensavo di essere in un sogno… Quando ho visto lei,” indicò Alchera che stava continuando imperterrita a metterlo in croce con il bastoncino, “ho optato per un incubo…. Ma visto che ci siete voi sarà senz’altro il Dominio di qualcuno… Adesso tocca solo capire a chi appartiene.” Si voltò verso Alchera. “La smetti?!?”Stefano urlava con quanto fiato aveva in corpo. Ci mise qualche secondo a smettere e quando lo fece il suo viso esprimeva sconcerto e sofferenza. Era abbastanza alto, magro, con gli occhialini neri, la barba alla “Cavour”, capelli neri molto indisciplinati, un po’ brizzolati sulle tempie. Indossava un impermeabile leggero, color beige, pantaloni neri, camicia. Lo sguardo era spiritato, come uno che avesse appena visto una cosa orribile. Sembrò non sentire lo scambio di battute fra gli altri e si strinse le mani sul petto come se provasse dolore, anche se l’urlo non sembrava essere stato causato da quello.
Borges aveva cercato dapprima di capire dove si trovasse quel fantomatico circo ma ci aveva subito rinunciato accorgendosi che altri erano con lui, ed uno di loro stava urlando. La loro presenza lo convinse se non altro di non essere impazzito dal momento che in nessun suo sogno ci sarebbe stata una certa rompiscatole, in quel momento per fortuna impegnata a tormentare qualcun altro.
Si avvicinò all’uomo che stava urlando con l’intento di calmarlo ma, quando tese la mano verso di lui, si rese conto che era sporca di sangue e che indossava ancora la corazza di metallo, gli stivali e il grembiule di gomma bianchi. Tutto era macchiato di sangue… Imbarazzato arretrò cercando di spiegare.
“Sapete, non è che sia proprio come sembra, anche la mannaia,” si guardò attorno come in cerca di qualcosa, “cioè… Volevo dire… Vedete… E una specie di gioco di ruolo…”Attorno a loro il tempo scorreva lentamente, la musica sottolineava evoluzioni e gag forse di clown, viste le risate che l’accompagnavano. La voce continuava a chiamare la gente promettendo grandi divertimenti e numerose avventure. L’unica luce che si scorgeva era a nord, nella stessa direzione nella quale sembrava trovarsi il circo. Ora che avevano cominciato ad abituarsi all’oscurità, riuscirono a vedere finalmente le stelle e il prato non sembrò loro più così alieno con quel suo verde intenso.
“Venite, venite al Circo degli Zingari! Venite e non ve ne pentirete!”
Alchera gettò il bastoncino con cui fino a pochi secondi prima aveva messo in croce Fenice, poi, dopo aver salutato la reverenda Demetra, si avviò tutta allegra verso le voci squillanti che provenivano dal circo. Man mano che si è allontanava le sue vesti cominciarono a cambiare forma e foggia ed in pochi attimi era vestita come una zingara. Fenice la seguì sospirando di sollievo quando la vide gettare il bastoncino.
La distesa sulla quale si trovavano era in realtà una collina che dolcemente digradava verso una piccola valletta, nella quale si trovava un accampamento zingaro. Era una vista piuttosto impressionante, il campo era enorme e pieno di persone che entravano ed uscivano dalle varie tende ed altre che si accalcavano attorno a giocolieri e mangiafuoco. L’entrata era regolata da uno zingaro su di una cassa di legno. Una lunga fila seguiva il recinto di nastri colorati e bandierine che delimitavano il campo.“Venite!
Cercate le chiavi scomparse di un passato che avete sempre desiderato vivere!
Ritrovate voi stessi nelle vostre vite precedenti!
Scoprite l’elisir di lunga vita!
Entrate! Non ve ne pentirete!”Alchera provò la netta sensazione che lo zingaro si stesse rivolgendo direttamente a lei ed in effetti, quegli occhi neri ed affascinanti sembravano puntare direttamente verso la zingarella e la voce, molto bella, aveva assunto un tono più suadente mentre un sorriso accattivante era comparso sul volto dell’uomo.
Senza pensarci troppo, Alchera si avvicinò.
“Posso farmi leggere le carte dalla sua Signora, gentilmente?” Gli chiese allegra ed incuriosita da quello che intravedeva alle spalle dell’uomo.
“La mia Signora è sempre disponibile per coloro che la vengono a trovare…” Rispose lo zingaro ed il suo sorriso si allargò. “Basta solo varcare la soglia del suo mondo e trovarla, sono certo che una bella donna come lei non avrà alcuna difficoltà a farlo.” E le porse il braccio.
Dietro di lei, Fenice, scendeva la collina con l’intenzione di andare dove si trovava il mangiatore di fuoco.
Stefano nel frattempo sembrava essersi ripreso. Anche lo sguardo era più sicuro di sé e gli occhi, prima marroni, erano diventati azzurri. Il colorito del volto era più vivo, quasi pastello e l’impermeabile sembrava ora più delineato e colorato. La camicia al centro del petto era ora inzuppata di sangue ma la cosa non sembrava turbarlo. Si accese una sigaretta e si avviò dietro gli altri con una scrollata di spalle.
Continuando a bofonchiare che le cose non erano come sarebbero dovute essere, che l’abito che indossava apparteneva ad una sua esperienza passata e cercando di ricordare cosa stesse facendo prima di finire lì, Borges provò mutare il suo vestito di conseguenza. Dopo qualche tentativo si diresse verso l’ingresso di quello che aveva deciso essere un Luna Park, intenzionato ad entrare anche lui nella tenda della chiromante in ciabatte ed asciugamano. Si guardò sorpreso.
“No, non stavo facendo la doccia prima di finire qui…”
“Ho sempre sognato di trovare qualcuno che riuscisse a leggere il mio passato… Ci sono tante cose che non conosco e che vorrei scoprire…” Stava dicendo nel frattempo Demetra e con lunghi passi superò la fila in attesa con l’intenzione di recarsi nel carrozzone della chiromante.
Alchera vide Demetra passarle davanti a bocca aperta.
“Uhè, Demetra, ma come, io faccio la fila e tu mi sorpassi? …Mbè ma tu guarda che roba!” Mentre così si lamentava Borges la affiancò. “Bè, se oltre a vedere che mi passa davanti Demetra mi deve passare pure stò sciroccato in ciabatte ed asciugamano…”
Gli tirò via l’asciugamano ridendo divertita dell’effetto, poi candidamente riportò l’attenzione sullo zingaro.
Nel momento in cui tutti e cinque passarono per l’entrata del campo, provarono una strana sensazione di sdoppiamento. I pali, che formavano la porta, divennero grigi e si allargarono ed alzarono assumendo la forma di grosse pietre, al posto della recinzione, c’erano ora mura che correvano a destra e a sinistra e davanti a loro non vi erano più i vari carrozzoni con le persone che ridevano divertite alle acrobazie dei giocolieri, ma una città enorme, con viuzze strette che partivano dalla piazza che si apriva ora davanti a loro mentre dietro, verso l’entrata, due guardie controllavano i passanti e diversi carri aspettavano pazientemente di entrare in città. I soldati avevano al fianco delle spade e sulle spalle portavano dei moschetti. Sul capo indossavano elmetti e la divisa era azzurra con una croce dorata sul petto.
Stefano si limitò a fare un tiro dalla sigaretta e a guardare Fenice e Borges, sollevando un sopracciglio quando il suo sguardo si fermò sull’abbigliamento di quest’ultimo. Un po’ di fumo gli uscì dal petto.
“Come cavolo facciamo a ritrovare noi stessi se ci perdiamo in due passi? Beh? Qualcuno ha un’idea di cosa fare?”
“E’ normale che le cose in questi domini siano mutevoli, non possiamo fare altro che…” Borges rispondendogli si girò verso Stefano e notò il fumo che gli usciva da sotto la camicia. “Ma… Cosa…” Poi avvertì una strana frescura nella parte inferiore del corpo… Una ECCESSIVA frescura!
Accanto a lui, Alchera, privata dello zingaro, si guardò attorno con aria spaesata.
“E adesso? Dove stiamo? Pensavo si fosse diretti da una Signora cartomante…” Poi il suo sguardo passò al vestito che indossava. “Pensate sia adatto al luogo?” Chiese dubbiosa.“Mio Dio! Quell’uomo è nudo!”
“Un pazzo! Un pazzo!”
“Sono fatti così gli uomini sotto?”
“Contessina Adele copritevi subito gli occhi!”
“Qualcuno chiami le guardie!”
Una donna svenne fra le braccia del suo accompagnatore.Borges cercò di coprirsi con le mani e di sottrarsi allo sguardo dei presenti.
“No! Non è quello che sembra, cioè no! E’ quello che sembra ma non è colpa mia, io stavo passeggiando tranquillamente con un asciugamano, ma mi è caduto e poi…”
Demetra, che aveva fatto qualche passo nella piazza, si voltò per capire cosa stesse succedendo e, visto lo stato di Borges, si tolse il cappotto e glielo lanciò.
“Forse non sarà proprio la sua taglia, ma almeno sarà utile per evitare altri svenimenti di fanciulle!” Commentò sorridendo.
“Brava Demetra, l’avrei fatto io, ma il mio impermeabile è insanguinato.”
Costantini avvolse il cappotto attorno a Borges e lo spinse verso una strada laterale.
“Permesso! Permesso! Sono un dottore! Quest’uomo è malato! Permesso! Ha… Una malattia infettiva, si! La… Psiorasi! Stategli lontano!”
I due, con Borges che ciabattava, si diressero verso un vicolo.
Fenice si appoggiò alle mura scuotendo la testa ed Alchera si riprese a fatica dalle risate, poi trotterellando si avvicinò ad una guardia per chiedere maggiori informazioni sulla dimora della Signora della città. Qualcuno chiese a gran voce dei sali.“Fate largo alle guardie del Re! Fate largo!”
Un drappello di tre uomini, evidentemente chiamato da qualcuno, stava arrivando alla porta della città guidato da un uomo che, a giudicare dal cappello piumato, doveva esserne il comandante. Come per incanto la folla si disperse lasciando solo Demetra, Alchera e Fenice. Quest’ultimo mormorò sommessamente:
“Ecco, ce ne siamo andati da un circo per farne un altro qua.”
“Insomma, che succede qui?” Chiese il comandante.
Preso dalla foga Stefano spinse Borges nel vicolo buio e si girò verso la piazza, da dietro gli giunse un “Ouch!” seguito da un gran rumore di cocci. Voltandosi lentamente Stefano vide Borges a terra sopra di una fanciulla che stava cercando di liberarsi. Attorno a loro piatti in frantumi. Accorgendosi della nudità di Borges la donna con un suono strozzato svenne.
Nel frattempo Alchera si stava avvicinando graziosamente verso il capo delle guardie, sfoderando il suo sorriso più ammaliatore.
“Signore, c’è un uomo completamente nudo,” calcò le parole su completamente, “che sta cercando di stuprare una povera ragazza, lì in quel violetto,” indicò con il braccio la direzione in cui erano scomparsi Borges e Stefano, “anzi, a dire tutta la verità sono in due ed uno è completamente sporco di sangue!” Rabbrividì. “Sbrigatevi buon uomo o la città tutta risentirà della presenza malvagia di quei due disgraziati!”
Sempre appoggiato al muro, braccia conserte, con aria strafottente, Fenice commentò:
“Adoro l’ingenua perfidia di questa ragazza.”Nel vicolo, Borges s’inginocchiò accanto alla fanciulla e cercò di farle riprendere i sensi, ovviamente la sua preoccupazione non si estendeva all’idea che il proprio cappotto, anzi quello di Demetra, fosse ancora slacciato e proprio nel momento in cui la ragazza iniziò ad aprire gli occhi, Borges sentì le parole di Alchera e si alzò di scatto. La fanciulla, a quella vista, svenne di nuovo sotto lo sguardo sconsolato di Stefano. A quel punto, Borges decise di provare a creare l’illusione di una pila di secchi che lo potessero nascondere rapidamente.
Stefano guardò Borges, guardò la ragazza, guardò verso la piazza.
“Ma perché mai qualcosa di normale, dico io?” Poi a Borges. “Senti, cerca di trovarti qualcosa di più decente di un paio di ciabatte per andare in giro, vuoi? Io vedo di distrarli un attimo”.
Si accese l’ennesima sigaretta e tornò verso la piazza e le guardie che stavano accorrendo nella sua direzione.
“Tranquilli, ragazzi! Il sangue è tutto mio!” Disse tenendosi la camicia.
Demetra, che osservava la scena da poco lontano, si coprì gli occhi con le mani… Non voleva vedere la fine che avrebbe fatto Borges non appena le guardie lo avessero acchiappato… Secchi o non secchi.
Dal vicolo giunse il rumore di qualcosa che cadeva accompagnato da quello d’acqua che si rovesciava su qualcuno. Bagnato come un pulcino, Borges si guardò un po’ in giro per vedere se per il vicolo qualcuno avesse messo dei panni stesi ad asciugare e si allacciò il cappotto di Demetra scoprendo che gli sta decisamente piccolo.Nella piazza nel frattempo la gente si era radunata nuovamente, mormorava, si agitava, qualcuno cominciò a raccogliere scommesse.
Il capo delle guardie si bloccò di scatto e gli uomini dietro di lui urtarono l’uno contro l’altro.
“Signore!, Non so chi voi siate ma, in nome del Re, arrendetevi!” Esclamò agitando la spada in direzione di Stefano. Il tono della voce non era proprio sicuro, sembrava anzi piuttosto impressionato da Stefano. “Ho… Ho già affrontato altri esseri del demonio e voi non mi spaventate, nonostante il vostro aspetto sia uno dei più orribili abbia mai visto in tutta la mia vita!”
“Dovresti vedermi la mattina! Allora SI che faccio paura.” Ribatté Stefano e si avvicinò di un paio di passi. Alchera gongolò per un attimo tutta contenta, poi prese Fenice per una mano e gli mormorò all’orecchio:
“Qui è meglio se scappiamo, questi credono ai vampiri e ai morti viventi, la cosa mi puzza un po’!”
E iniziò a trascinarselo dietro facendo segno a Demetra di seguirla.
“Scusi buon uomo,” chiese ad un passante, “dov’è che abita il re?”“Ma il re non li aveva banditi i fantasmi?” Continuava intanto la conversazione attorno a Stefano.
“Ma no! Questo è uno di quelli che si risvegliano dopo morti! Non ti hanno insegnato nulla le Sacre Scritture?”
“E chi sa leggere????”
Stefano si voltò verso l’uomo che aveva parlato.
“Ecco, ha ragione quello là! E,” si girò nuovamente verso la guardia, la voce che era quasi un sussurro, “ti assicuro che NON vuoi sapere cosa mi ha ucciso!” Il suo tono passò improvvisamente alla perplessità. “Chissà se è qui in zona?” Si guardò attorno, come se si aspettasse di veder spuntare fuori chissà cosa da ogni ombra o angolo buio. Seguì un istante di silenzio, poi il suono improvviso delle campane fece sussultare i soldati che arretrarono terrorizzati e si diedero alla fuga. Come se fosse stato dato un segnale, la piazza si svuotò all’improvviso. Un gruppo più grande di soldati si stava avvicinando dalla via di fronte alla porta che si chiuse con un tonfo. Da fuori giunsero voci di protesta e sgomento.
Stefano rimase un attimo stupito del suo successo poi seguì la zingara che stava guidando sicura il gruppo verso una via laterale. Da un vicolo, che dava nella piazza, uscì una povera ragazza frastornata che balbettava.
Borges, nel frattempo, provò nuovamente a risolvere la propria imbarazzante situazione. Questa volta, approfittando della relativa tranquillità creatasi dopo la fuga dei cittadini presenti e l’allontanamento del resto del gruppo, tentò di vestirsi, piuttosto che creare un’illusione complessa. Attorno al suo corpo comparve una tuta e ai suoi piedi delle comode scarpe da ginnastica. Sollevato, si decise a seguire il gruppo.
Alchera cominciava a non apprezzare come si stavano mettendo le cose. Si guardò attorno perplessa, poi raccolse le ampie gonne intorno alla vita e cominciò a correre forsennatamente in direzione del palazzo che il passante prima le aveva indicato. Ad un certo punto, spazientita, si tolse le scarpe dal tacco troppo alto e le tirò in direzione di Borges che in quel momento li stava raggiungendo e riprese a correre a piedi nudi.
21 Febbraio 1999
Angelo e Monica passeggiavano vicino ai Fori. Era un insolito pomeriggio, stranamente caldo e tranquillo. C’erano poche macchine in giro e ancor meno turisti. Si fermarono un momento a guardare le rovine, poi ripresero a camminare. Sul muro di un palazzo, Angelo notò uno strano disegno. Si trattava di una scacchiera così ben disegnata da sembrare vera. I pezzi erano disposti come se si trattasse di una partita già in corso, anche se nessuno dei due avversari aveva ancora eliminato un pezzo all’altro.
Monica allungò la mano a toccare il dipinto ed entrambi provarono una strana sensazione… Poi il buio…
Si ritrovarono su di un prato troppo verde per essere vero, sotto un cielo troppo scuro per essere reale. Da lontano giungeva il suono di una musica da circo e la voce di un uomo che invitava ad entrare a divertirsi. Ancora stupiti si diressero verso i suoni e videro un grosso campo zingaro illuminato da mille luci e pieno di gente. C’erano fuochi e donne che ballavano attorno ad esso, giocolieri e mangiafuoco, carrozzoni dai quali diverse persone entravano ed uscivano. Una lunga fila seguiva il recinto, fatto da nastri colorati e bandierine, che delimitavano il campo.
Lo zingaro all’entrata che stava invitando le persone ad entrare, li vide ed il suo sorriso si allargò.
“La mia Signora vi aspettava, la partita è già cominciata… Entrate se volete giocarla…”
“Dai, Angelo entriamo.” Monica era un po’ confusa anche se da qualche tempo nella sua nuova vita aveva imparato a non stupirsi più per il ritrovarsi improvvisamente catapultata in nuove situazioni e nuove esperienze. “Quest’aria di festa e questa musica sono piacevolissimi, colori e grida che allietano l’anima…” Rimase un po’ imbambolata a guardare le leggiadre danzatrici… Poi guardò ancora Angelo. “Allora ti muovi?” Ed accolse l’invito dello zingaro ricambiando il gentile saluto e sorriso.
Correvano lungo una viuzza molto stretta, con i panni stesi fra una finestra e l’altra, mentre il cielo si andava oscurando all’improvviso e un forte vento si era alzato sopra la città. Le strade erano deserte, le persone che prima le affollavano erano scomparse in pochi secondi e si sentiva soltanto il rumore dei loro passi sull’acciottolato e lo scampanio che dava l’allarme. Alchera, in testa al gruppo, venne superata da Borges che, grazie alle scarpe da ginnastica, correva ora più di lei. Stefano Costantini aveva il fiatone ed era tutto sudato. Evidentemente non era abituato a correre.
“Ehi!… Uff… Ma che cavolo… Vi volete fermare?… Uff… Se cercassimo un posto al COPERTO non sarebbe meglio?… Uff… Sta per venire giù il diluvio! INSOMMA VOLETE FERMARVI ACCIDENTI A VOI!…Uff…”
Improvvisamente dal cielo provenne un grido, era un suono strano, quasi un lamento.
“…E adesso cosa diavolo…?” Stefano si guardò attorno, cercando un posto che fornisse copertura dall’alto. Alchera si fermò di botto… Si guardò nervosamente intorno e s’infilò nel primo portone aperto che trovò… Aveva l’aria un po’ stravolta.
Nel silenzio che seguì, risuonò solo un coro sguaiato di persone evidentemente troppo ubriache per accorgersi che qualcosa non andava o forse incuranti di quello che stava succedendo.
Lo zingaro sorrise e accennò ad un inchino quando Monica gli passò al fianco, era un uomo molto affascinante con lunghi ricci neri che uscivano dal fazzoletto colorato e la camicia bianca spalancata sul petto. Monica lo guardò in modo biricchino poi proseguì il cammino. Fu in quel momento che si rese conto che non stava entrando in un campo, ma in una piazza di una città, e che davanti a lei non c’era altro che una fanciulla dall’aria sconvolta e dei soldati che stavano rapidamente smontando da cavallo. Numerose campane suonavano in distanza come un segnale di allarme.
Uno dei soldati alzò lo sguardo al cielo, poi afferrò la spada che portava al fianco e corse nella direzione completamente opposta a dove stava indicando, la ragazza lanciò un urlo e svenne.
Senza pensarci troppo Monica afferrò Angelo e fece per correre verso un lato della piazza cercando un atrio o un portone. Angelo però si divincolò dalla presa e corse verso la ragazza svenuta.
I portoni erano tutti chiusi, Monica si guardò attorno disperatamente, poi il suo sguardo si posò su di un carro abbandonato. Mentre stava per nascondercisi sotto le sembrò di notare nel vicolo li vicino, un gruppo insolito. Avevano un’aria stranamente familiare e stavano correndo.
“Oh… Quei forsennati hanno un’aria conosciuta… Ma chi è quel pazzo che corre in tuta da ginnastica???? Demetra? Alchera??? Heiiiii aspettatemi!!!!”
All’improvviso il gruppo si fermò e Monica si lanciò dietro di loro.Fenice era in mezzo al vicolo con lo sguardo all’insù, leggermente piegato come un gatto che puntava una preda. Lentamente le dita delle mani si allungarono e divennero dei lunghi artigli di colore rosso brunito che fuoriuscivano direttamente dai palmi delle mani. Rimase così in attesa, immobile come un gargoyle e silenzioso come la notte.
Borges, splendente nella sua tuta da ginnastica si eclissò prudentemente nel più vicino portone non occupato da un villico entusiasta e cercò di non perdere d’occhio gli altri componenti del gruppo.Angelo nel frattempo stava cercando di rianimare la fanciulla. Quando la ragazza aprì finalmente gli occhi, il suo sguardo si puntò verso il cielo e lo artigliò per una spalla. Sopra di loro stava passando un grosso uccello che sfilava i tetti delle case. Seguì qualche istante di angoscioso silenzio poi, un grido, dapprima isolato, risuonò nella città: “E’ Sir Roland! E’ Sir Roland!” Improvvisamente la gente uscì nella strada ridendo e salutando l’uccello. Osservandolo attentamente si poteva vedere nei suoi movimenti un che di meccanico, troppo rigido, e dagli occhi sembrava uscire una specie di tentacolo che si agitava in segno di saluto.
Angelo aiutò la ragazza ad alzarsi, la salutò con un inchino, poi si mosse nella direzione in cui aveva visto sparire Monica. Quando vide Fenice la prima cosa che gli disse, dopo averlo salutato, fu:
“Penso che puoi rinfoderare i tuoi artigli.”
“Come cavolo fai ad essere tanto tranquillo?” Gli chiese Borges dopo averlo salutato.
“Borges? Borges???????? Nooooooooooooooo non ci posso credere!!!!!!!” Monica corse verso di lui per salutarlo.
“Santi numi!” Fece Borges.
Fenice rinfoderò lentamente gli artigli.
“Divertente… “
L’uccello si allontanò verso il centro della città e gli abitanti ripresero le loro normali attività. Erano tutti assieme nella strada nella quale, chi in un portone, chi sotto ad un carro, chi in un vicolo buio, si erano nascosti in attesa di vedere chi o cosa stesse arrivando. Di fronte a loro un vicolo che sembrava condurre ad una piazza.
“Mah, io andrei verso la piazza… Che ne dite?” Propose Demetra.
“Sono d’accordo, è da lì che si sentiva cantare prima.” Stefano si avviò in quella direzione subito seguito da Fenice. Alchera si riassettò il suo vestitino zingaresco e nel farlo le caddero da vari punti del vestito, tarocchi, amuleti e oggettini strani tra cui una zampa di gallina… per un attimo guardò incuriosita ciò che aveva sparso a terra, poi fece un sorrisone e saltellando si diresse nella direzione presa dallo strano uccello. In lontananza la si sentì cantare a squarciagola canzoni napoletane tipo “O sole miooooooooooooooooo…”
“Il concetto di passare inosservati sembra sfuggire ai più, a quanto pare…” Osservò Borges, poi insieme ad Angelo seguì gli altri.
Si trovarono davanti quella che sembrava una tipica piazzetta francese con al centro una fontana alla quale si stavano abbeverando dei cavalli. Sulla sinistra, c’era una locanda con dei tavoli all’aperto e altri cavalli legati lì vicino. Un’insegna riportava la scritta “Il Gallo Stonato”. Ai tavoli sedevano soltanto quattro uomini che avevano tutta l’aria di aver bevuto troppo. Portavano dei cappelli neri piumati e indossavano casacche rosse con ricamata sopra una croce bianca. Mentre erano intenti ad osservarli, un gruppo di soldati, dalla casacca blu con croce bianca, si fece largo fra di loro dirigendosi a passo deciso verso la locanda.
“Ehi! Voi!” Quello che sembrava il capo, un grassone la cui casacca riusciva a coprire a mala pena la pancia, apostrofò i quattro seduti. Uno di questi sollevò appena il capo dall’ala di pollo che stava masticando e tornò a mangiare.
“Ce l’ha con te, Athos.”
Il rosso che gli stava accanto, intento a cercare di versarsi del vino nel boccale, impresa difficile dal momento che il boccale era capovolto, scosse la testa.
“No, no, io il mio uomo l’ho sistemato questa mattina, direi che è quello di Aramis.”
Il biondo, fino a quel momento intento a leggere un breviario e contemporaneamente ad accarezzare i fianchi della cameriera, sollevò un istante lo sguardo dalle pagine ed i suoi occhi grigi passarono in rassegna il grassone che si agitò a disagio sotto quello sguardo penetrante.
“Mi pare di ricordare qualcosa a proposito di un duello…” Tolse i piedi dal tavolo e si alzò pulendo la divisa. “Torniamo subito amici. D’Artagnan? D’Artagnan? Mi sembra che la cosa riguardasse anche te.”
L’ultimo dei quattro uomini si alzò di scatto facendo cadere la sedia sulla quale era seduto.
“Dove sciono? Dove sciono che li infilzo tutti!” Sguainò il fioretto e si affiancò all’amico. Non sembrava molto stabile sulle gambe.
I soldati si disposero di fronte a loro sogghignando.
“Non mi ricordo più, signori, chi doveva duellare con me e con il mio amico?”
Due si misero di fronte ad Aramis, altri due a D’Artagnan, il grassone rimase al centro.
“Chi di voi due dovesse sopravvivere si scontrerà con me.” E scoppiò in una risata sguaiata.Nel frattempo la zingarella correva saltellando lungo la strada all’inseguimento dell’oggetto volante non identificato. Dietro di lei un gruppo di ragazzini si divertiva a raccogliere quello che le cadeva dalla gonna scoppiando in risate divertite e grida di rabbia litigandosi gli oggetti strani ed interessanti che Alchera stava seminando per la strada. L’uccello si diresse verso un enorme palazzo bianco, acclamato lungo tutto il percorso da una folla festante. Non si muoveva molto rapidamente, anche perché perdeva diverso tempo a dare prova di acrobazie per la gioia del popolo che lo acclamava.
Alchera si fece largo fra la gente fino ad arrivare a delle mura bianche, molto alte. L’uccello le superò e scomparve alla vista.“Che beeeeello!! Un duello!!! Era da Bisanzio che non tiravo di scherma… Chissà come me la cavo…” Si domandò Fenice a voce alta, con gli occhi che gli brillavano di una felicità fanciullesca.
“Questo promette di essere uno spettacolo interessante…” Commentò Costantini accendendosi una sigaretta ed appoggiandosi ad un muro in modo da godersi la scena. “E tieni a bada gli artigli tu,” aggiunse rivolto a Fenice, “non sono ammessi in un duello leale!”
Fenice si girò verso “l’insanguinato”. “Ma perché… Esistono duelli leali?!?”
Stefano non ribatté e si rivolse a Borges, a bassa voce. “Secondo me D’Artagnan è un pallone gonfiato.”
“Per quanto mi riguarda mi sembra che un po’ tutti quanti siano dei palloni gonfiati, trascorrere le giornate cercando duelli, in attesa che arrivi la guerra che ti accopperà non mi sembra molto astuto…” Rispose Borges sempre a bassa voce. “La cosa strana è che, dai miei pochi ricordi di Dumas, non il libro, proprio di Dumas, mi sembra di ricordare che fossero i moschettieri a vestire d’azzurro e le guardie del Cardinale di rosso.”
Con un balzo felino Fenice arrivò al fianco del “rosso” e gli sfilò la spada. “Escuse moi Monsieu…” E si pose al fianco di Aramis con un largo sorriso.
“Ma perché finisce sempre così? Ma è mai possibile che io sia destinato ad essere circondato dai pazzi.” Fece Borges sconsolato, poi si rivolse verso Stefano. “Meno male che ci sei tu, che sei una persona prudente e ragionevole.”
“Prima o poi dovrò chiedergli come si è procurato quella ferita…” Aggiunse poi fra se guardando il petto di Stefano.
1 Aprile 1999
Marzia era triste, una condizione normale per lei.
Soffriva, anche questa non era una novità.
Non piangeva, non perché non ne avesse voglia, aveva soltanto finito le lacrime e non le restava altro che un forte dolore al cuore.
Era seduta al buio, nella sala vuota e silenziosa, con i gatti che le dormivano a fianco. Forse anche loro si sentivano soli, così disperatamente soli.
Aveva urlato e gridato ed alla fine si era rassegnata.
Aveva odiato, ma aveva capito che era inutile.
Lo avevano saputo sin dall’inizio che la loro vita sarebbe cambiata per sempre, diventando sicuramente più pericolosa. Erano così sicuri allora, così certi che tutto sarebbe andato bene.
Marzia chiuse gli occhi e rivide il volto di Stefano davanti a se, il suo sorriso, il suo modo di guardarla. Li riaprì di scatto. Basta! In questo modo si faceva soltanto del male! I gatti la guardarono stupiti ed anche un po’ offesi perché aveva disturbato il loro sonno muovendosi, si assicurarono che avesse capito sistemandosi meglio attorno a lei e tornarono a dormire.
Marzia posò la testa sul divano e chiuse di nuovo gli occhi. Dormire, doveva soltanto dormire ed il dolore a poco a poco se ne sarebbe andato…
Chi, in un bel giorno di primavera, con il sole che splende alto nel cielo e gli uccellini che cinguettano,si trovasse per caso a passare nei pressi della piazzetta di Saint Marie, assisterebbe ad uno spettacolo piuttosto insolito. Ben cinque guardie del Re sono schierate di fronte a due moschettieri, sempre del Re, e al loro fianco un giovanotto vestito in modo strano con un fioretto in mano e l’espressione decisa e divertita di chi sta per lanciarsi in qualcosa di esaltante. Vicino all’entrata, sulla destra, un altro gruppetto assiste allo scontro. Due nobildonne e tre uomini. Dei tre uomini, due hanno un aspetto molto strano: uno ha la camicia macchiata di sangue, fuma ed il fumo gli esce dal petto; il secondo veste un insolito completo di un tessuto sconosciuto, probabilmente un vestito da notte e delle strane calzature colorate, assolutamente non di cuoio. Il terzo si sta avvicinando verso la locanda e più precisamente in direzione di una cameriera molto avvenente, che sta assistendo tutta emozionata allo scontro.
Alla locanda, altri due moschettieri siedono. Uno di loro ha lo sguardo di chi non sa se intervenire o meno, la sua arma gli è stata appena sottratta e sembra indeciso se prenderla come un affronto, l’altro continua tranquillamente a bere, forse troppo ubriaco per rendersi conto della situazione.
Ma lasciamo, amici cari, che l’azione segua il suo corso, vediamo cos’accade in quest’insolito quadretto.“Messeri, non vorrete mica divertirvi da soli?!?”Esclamò Fenice.
Angelo si sedette ad un tavolo ordinando un boccale di birra ed approfittandone per accarezzare i fianchi della cameriera.
“Forza ragazzi sedetevi con me e godiamoci lo spettacolo, vai Fenice!!!”
“Ohhhh… Finalmente una buona idea. Una bella birra fresca anche a me!… Magari c’è anche un cameriere, eh?” Demetra imitò Angelo e si dispose ad osservare lo scontro.
“Scusateeeeeeeeee… Ero distratta dai paesaggi che mi deliziano, si una birra perché no??? Magari un po’ alticcia riuscirò a sopportare tutto questo guazzabuglio.” Anche Monica andò a sedersi accanto a Demetra. “Scusate signoriiii… Attenzione al sangue eh??? Ci terrei al mio abituccio… E il sangue non si toglie facilmente.”
“Signore, nonostante io sia colpito dalla vostra cortesia, non siete tenuto a prendere parte ad un duello non vostro.” Disse Aramis a Fenice.
“Lo so benissimo messere! E’ solo che non resisto di fronte alla tracotanza ed all’impudenza di tali signori…”
“Vi siete portati l’appoggio eh?! Cani vigliacchi!” Il grassone corse urlando in direzione di Fenice. I suoi compari lo imitarono prontamente scagliandosi contro gli altri due. Fu proprio a questo punto che una giovane donna vestita di un bianco chitone e con dei semplici sandali ai piedi, tali da farla sembrare una giovanetta dell'antica Grecia...con gli occhiali, fece capolino da dietro un ulivo, con lo sguardo affascinato di chi stava assistendo all'avverarsi di un sogno di vecchia data.
Stefano Costantini scosse lentamente la testa, una mano sul viso a coprirsi gli occhi. “Ma guarda come si è conciata!” Mormorò.
“Incredibile!! E' davvero incredibile!!” Affermò la donna con entusiasmo ma cercando di non dare troppo nell'occhio. “Un vero duello!! Ma quello è proprio Aramis... E D'Artagnan? Non posso credere che si perda un combattimento simile...” Un'ombra di dubbio velò il suo sguardo. “Ma io cosa ci faccio qui? E come ci sono arrivata? E che posto è mai questo, in cui i moschettieri vestono gli abiti delle guardie del Cardinale e viceversa...." Si guardò attorno con aria sperduta ed il suo sguardo vagò fino a fissarsi con un moto di meraviglia e di orrore sulla figura dal torace dilaniato. Il suo sguardo si addolcì quasi subito ed un sorrisetto ironico le comparve sul viso, ma non era una lacrima quella che le scendeva sulla guancia?
"Ok, ok, ho capito! Cos'e', il tuo modo di farti perdonare i mesi di silenzio e di segreti attorno alla sua morte?" Disse rivolta verso l'alto, poi si girò decisamente verso Costantini. "Doveva essere bello grosso per ridurti così... Quando imparerai a non sopravvalutarti sarà decisamente troppo tardi... O è già troppo tardi?" E corse ad abbracciarlo.
“Nausicaa… Marzia… Non fare così, accidenti! Ho una reputazione da difendere, qui.”
“Par bleu!” Esclamò Fenice fra una stoccata e l’altra. “Pare proprio che mi sia perso qualcosa...”
“Quel coso era dannatamente grosso e cattivo, si.” Diceva intanto Costantini impacciato durante l’abbraccio, cercando non macchiare quella specie di lenzuolo bianco che Marzia indossava. “Ma io cosa ne sapevo? Cioè, voglio dire, SOSPETTAVO ci fosse qualcosa, qualche esperimento dei rossi, ma quando mai una schifezza del genere!” Si accorse degli sguardi attoniti attorno a lui. “Beh? Ma non stavate facendo un duello? Si, sono morto, e allora? Capita, maledizione. Come credevate mi fossi procurato il dannato buco nello stomaco, al McDonald?” Poi di nuovo si rivolse alla greca. “Vedi, Nausicaa, tutto è cominciato con una dannata zuppa di farro e orzo. Eravamo sulle tracce di….” I due si allontanarono ancora abbracciati, ignorando il duello e si sedettero ad un tavolo in disparte conversando tra loro sottovoce.Dopo qualche secondo di perplessità, il duello riprese e fu veramente spettacolare.
I due moschettieri tenevano a bada i loro avversari con grande stile ed un po’ d’improvvisazione, usando tutto quello che capitava loro in mano per complicare le cose agli uomini del Re. Saltavano sulla fontana, sulle spade, si aggrappavano ai rami degli alberi, e le cose sarebbero state anche più spettacolari se non fosse per un terzo incomodo, un po’ imbranato con il fioretto, ma di chiaro animo generoso, che s’intrometteva spesso intralciando Aramis e D’Artagnan nel loro duellare, facendoli inciampare e incrociando il suo fioretto con il loro per poi accorgersi subito dopo che non erano loro i suoi avversari, ma quell’energumeno grande e grosso che lo stava rincorrendo per tutta la piazza.
Nausicaa alzò finalmente lo sguardo verso la piazza esclamando:
“Ma è meraviglioso! E’ proprio come l’avevo sempre sognato! Guarda che finte! E che bella sediata in testa… Questa si che è creatività!” Ed osservò estasiata la scena, facendo ogni tanto il tifo per Fenice.
Ben presto i nostri due moschettieri eliminarono i loro avversari e si sedettero sui bordi della fontana. Per riprendere fiato, si sarebbe portati a pensare, in realtà no. Guardavano stupiti e perplessi lo strano modo di duellare di Fenice e lo stesso avrebbe fatto volentieri il povero grassone che gli arrancava dietro ormai senza fiato gridando:
“E fermati un attimo che diamine! Fatti infilzare!”
“Vai Fenice! Fagli vedere chi sei!” Gridò Nausicaa poi, guardandosi intorno come se temesse ritorsioni di qualche tipo, tacque per un attimo per poi riprendere subito dopo incitando Fenice.
“L’hai avvertito anche tu??” Le chiese all’improvviso Borges avvicinandosi al loro tavolo.
“Cosa scusa? Il brivido dell’avventura e dell’azione? L’emozione di un duello con i moschettieri? O una puntura di vespa sul braccio?”
“No! Un leggero mutamento e la sensazione che il quadro assuma un’aria piuttosto terrificante…”
“Non mi sembra, ma spiegati meglio…”
“Quella ERA la spiegazione!”
Nausicaa cominciò a guardarsi attorno con aria preoccupata, osservando con attenzione quello che la circondava.
“Anch’io ho avvertito qualcosa di strano… Di terrificante… Improvvisamente mi è passata la ‘voglia di cameriera’.” Angelo si alzò dal tavolo per raggiungere Borges e Nausicaa. “Ragazzi forse è meglio che cambiamo aria, non mi sento per niente tranquillo. Non vedo più Alchera, andiamo, non possiamo lasciarla sola.” E si diresse piuttosto precipitosamente nella direzione presa dalla zingarella sollecitando gli altri a seguirlo. Monica non se lo fece ripetere due volte e partì anche lei all’inseguimento.
“Angelo? Ma perché sei preoccupato? Cos’hai percepito di strano? Stavi palpeggiando la ragazza ed ora scappi? Aspetta… Mi spieghi cosa succede?” Demetra corse dietro ad Angelo cercando di raggiungerlo.
“Ao… E basta co’ ‘sta storia!” Protestò Fenice mentre stava combattendo:“ Alchera… Chissà che danni potrebbe causare da sola!!!” Finalmente riuscì a sbarazzarsi del suo avversario e si girò verso gli altri con un sorriso aspettandosi un applauso. Un dito gli batté sulla spalla.
“La mia spada, per favore.”
“Oh… Si, si… Certo! Eccola.” Restituì velocemente la spada leggermente imbarazzato e rimase ad osservare i moschettieri indeciso sul da farsi.
Costantini sembrò un po’ stupito, anche se non volvae darlo a vedere l’incontro con Nausicaa lo aveva piuttosto scosso. Gettò la cicca di sigaretta che stava fumando e cominciò anche lui a guardarsi intorno con aria interrogativa.Ma spostiamoci verso il cuore della città. Di fronte ad un muro bianco del quale ormai conosce ogni minima scalmanatura e mattone, una zingarella attende perplessa. Ad un tratto sembra rianimarsi. Frettolosamente inizia a cercare qualcosa nei vari anfratti del suo vestito zigano, butta vari ninnoli che ad una prima occhiata le sembrano inutili per poi contenta rimirare l’oggetto della sua ricerca: un cavaturaccioli da bottiglia! Tutta felice lo impugna ed inizia pazientemente a trapanare il muro che le si para di fronte!!!
Nausicaa guardò stupita Angelo allontanarsi di corsa.
“Ma dove diavolo sta’ andando così di fretta?” Chiese a Borges e Stefano. “Cos’è, non gli piace la quiete dopo la tempesta?” Si alzò con calma ed invitò gli altri due a seguirla e a seguirlo con un cenno
“Ora non esageriamo.” Protestò Fenice. “Dopo tutto abbiamo trovato dei nuovi amici…”
Athos sorrise e gli batté una manata sulla spalla.
“Ben detto, mon ami! Mi piacciono gli uomini coraggiosi! Vieni, unisciti a noi, oggi si festeggia la nostra partenza!”
“E’ vero! Il Re ci ha affidato una missione importantissima!”
“Tutto è importante e niente lo è per il nostro re. Finiamo di bere e partiamo!”
“Giusto!” Fece Fenice. “Beviamo e Partiamo!” Ed andò a sedersi con i moschettieri canticchiando le “osterie” tra un boccale e l’altro.
Borges guardò Fenice sedersi, si girò verso gli altri che stavano sparendo dietro l’angolo, lanciò uno sguardo a Stefano e Nausicaa, andò a sedersi vicino a Fenice.
“Bene, bravo!” Lo accolse quest’ultimo contento. “Al diavolo premonizioni, percezioni e musonità varie… Famose ‘na bella trinkata!!!” E, memore dei secoli passati nelle più svariate caserme, che alla fine erano tutte uguali, si lanciò in una tipica, triviale, nottata brava da soldataccio.
Anche Costantini smise di guardarsi intorno perché non c’era assolutamente nulla di particolare da vedere, scrollò le spalle e si diresse verso i due, dando prima un’occhiata interrogativa a Nausicaa, e se la conosceva come la conosceva, lei avrebbe fatto un sospirone e risposto: “fai pure”.
Quest’ultima si girò verso di lui, fece un sospirone.
“Basta che non debba assistere a colii di alcool dal tuo torace, poi va bene tutto… Io vado a farmi un giro.” E fece per ripartire dietro agli altri.
“Bionda.” Disse a quel punto Costantini alla cameriera. “Non hai del sano vino rosso invece di ‘sta roba da mangiapatate?”
“Ma certo che c’è del vino!” Esclamò Porthos. “Dell’ottimo vino dei vigneti di Saint Germain!”
La cameriera si avvicinò a Stefano ancheggiando e posò di fronte a lui una bottiglia di vino rosso chinandosi a sufficienza perché lui potesse vederne chiaramente la scollatura. Sorrise e si allontanò di nuovo per servire altri clienti. Costantini stava per scoppiare a ridere,ma si bloccò vedendo la faccia di Nausicaa divenir color rosso paonazzo. La donna, a quel punto, rinunciò evidentemente ad andare via ed andò a sedersi accanto a lui. Quando la cameriera tornò, lo baciò vistosamente e moooolto teneramente PROPRIO davanti a lei, poi si girò e le sorrise di un sorriso gentile:
“Un bicchiere anche per me, grazie!”
“Cosa fai? Marchi il territorio?!?” Esclamò divertito Fenice, poi diviene pensieroso. “Beh… Sempre meglio che fare la pipì in giro.” E rise riprendendo a cantare.
“la classe non è mica acqua, sai?” E detto ciò Nausicaa bevve il suo vino.
Mentre Fenice si accomodava assieme ai suoi compagni, imitato da Borges e Stefano, Monica, Demetra e Angelo andarono alla ricerca della zingarella.
La ricerca da principio non fu facile, la città era enorme e piena di gente ma Angelo notò, lungo una stradina che s’inerpicava verso il centro, un gruppetto di bimbi che si stavano litigando un pentolino di rame e più in là, lungo tutto il viottolo, ve né erano altri che sembrava stessero giocando ad una specie di caccia al tesoro raccogliendo oggetti sparsi un po’ dappertutto.
“Oh, bene bene, le fanciulle tutte con me e i maschietti in quella tavernaccia dove le cameriere improvvisamente cambiano viso passando dal sorriso divertito a quello cattivo…” Angelo rabbrividì. “Ho provato una tremenda sensazione di disagio anche se poi tutto è tornato normale.” Spiegò a Demetra che lo aveva raggiunto.Facendo l’indifferente Stefano bevve, sembrò apprezzare il vino e molto meno le performances canore di Fenice. In un momento di pausa buttò lì un:
“Beh, ora che si fa? Voglio dire, io qui ci vivo…”
“Ah… Vivi qua? Strano! Ero sicuro che tu fossi come noi….” Il volto di Fenice s’illuminò. “Ma non sarai mica quello Stefano fatto a pezzi dalla cosa in Antartide?!? Che ci fai qui?”
Nausicaa lo guardò stupita.
“Credo che tu sia l‘unico a non averlo ancora capito…O no?”
Roberto la squadrò e con voce canzonatoria disse:
“Me molto intelligente!
Me forte guerriero di alto livello.
Me spacca tutto e fa molti PX!!!”
“Ah, si, conoscevo uno che ti somiglia... E' nel terzo cunicolo a sinistra del "dungeon del drago crudele", assieme ad un paio di centinaia di archetti e ad una pulzella in pericolo....l'ultima volta lo hanno sentito gridare "Mostri, ancora mostri, ancora PX!!!". Tipo simpatico ma di poche parole, non c'è che dire.
Stefano si prese la camicia rossa di sangue con due dita e la sollevò.
“Questo non è materiale di scena…” Si cacciò un dito leggermente sporco di sangue tra le labbra. “Tutta roba vera! E mia!!!”
“Sei sempre il solito macabro! Ok, ora che hai fatto la tua scena pulp puoi anche finire il tuo vino…”
“Comunque,” continuò Stefano, “per far breve una storia molto lunga, sono morto solo pochi istanti dopo essere giunto qui con voi, urlavo ricordi? Sembra però che mi sia stato concesso di soggiornare in città, almeno per ora.” Abbassò il tono della voce e lanciò uno sguardo fugace alla cameriera. “E tutto sommato non è poi male, come posto.”
Lo sguardo di rimando di Nausicaa non fu dei più gentili, del tipo che fa desiderare di essere molto lontani…
“Mmmh… Mi ricorda qualcuno.” Commentò Fenice.
“Ma voi sarete finiti qui per un motivo.” Proseguì Stefano.
“Boh… A saperlo!”
“Diverso da rompermi i timpani, intendo…senza offesa!”
“Distruggere i timpani… Prego, siamo precisi.” Ribatté Fenice senza minimamente scomporsi poi la sua attenzione venne attirata da quello che stava dicendo Aramis che aveva chiuso il breviario di scatto.
“Il problema è semplice, per un qualche strano motivo non riusciamo a lasciare questa maledetta piazza.”
“Mmmmh…. E perché non riuscite ad uscire dalla piazza?” Chiese intervenendo.
“Già… Le nostre amiche se ne sono andate di qui senza alcun problema. Cosa impedisce a voi quattro ragazzoni sani e robusti, e con una spada molto impertinente, di fare lo stesso?”
“Si può sapere come fate a sapere che non riuscite ad uscire di qui?” Intervenne Nausicaa parlando ad Athos, che era sempre stato il suo preferito, “Facciamo una cosa, adesso ci alziamo tutti assieme e ce ne andiamo verso la strada presa dai nostri amici… Che ne dite,eh? Ma da quanto tempo siete qui?”
“Dolce signora,” fece Aramis, “ben tre giorni or sono ci venne affidata la missione perigliosa.”
“A dire il vero a me non dispiace affatto! Mangiamo a sbafo e beviamo di gusto, che vogliamo di più?” Esclamò Porthos ‘azzannando’ una coscia di pollo e pulendosi la bocca con la manica.
“Già ma dovremmo pur poter far qualcosa.” D’Artagnan sembrava essersi ripreso dalla sbornia. “Prima non era così e perché noi non reagiamo nel modo giusto? Dovremmo fare qualcosa? Che so, provare di nuovo!”
“Calmati mon ami,” lo calmò Athos, “ci abbiamo già provato centinaia di volte ed alla fine abbiamo deciso di seguire il consiglio di Porthos e rassegnarci alla realtà dei fatti, non possiamo andarcene da qui.”
“Ma loro lo hanno fatto! Li hai visti! Forse hanno spezzato il maleficio che ci bloccava qui! Riproviamoci adesso!” Si voltò verso Fenice. “Non pare anche a voi messere che ne valga la pena?”
“Tentar non nuoce!” Rispose questi.
Nausicaa si alzò e con un gesto invitò amici e moschettieri a seguirla.
“Allora, signori, via di qui!”
“Su… Muoviamoci!” Aggiunse Fenice aiutando ad alzarsi il più sbronzo dei quattro.
Stefano finì l bicchiere di rosso e seguì sconsolato il gruppo decisamente pittoresco.
“Ci manca solo Paperino…”
Nel frattempo il gruppetto alla ricerca della zingarella era giunto alla volta di un muro bianco, molto alto, in tempo per vedere una vecchina che con un sorriso sdentato stava chiedendo l’elemosina ad Alchera.
Questa, intenta a trapanare il muro con il suo fido cavaturaccioli, pareva soddisfatta del lavoro fino a quel momento fatto e sorrideva tra sé e sé mormorando frasi di cui non si capiva il significato a dir la verità. Non sembrava essersi proprio resa conto che la vecchina voleva l’elemosina… Anzi, a dir la verità pensando si trattasse di un malintenzionato, aveva messo una mano nella saccoccia ed aveva iniziato a rovistare in cerca di qualcosa.Nella piazza i nostri eroi stavano per uscire dal vicolo, quando di fronte a loro si parò, a bloccarne il passo, un gruppo di soldati guidati da un uomo vestito di nero con l’occhio bendato.
“Non vorrete certo ostacolare i moschettieri del Re?” La mano di Porthos si posò minacciosamente sull’elsa della spada, per tutta risposta l’uomo vestito di nero estrasse una pistola puntandola contro D’Artagnan.
“Siete accusati di aver infranto la legge, affrontando in duello dei gentiluomini, i cui corpi sono ancora in questa piazza a testimoniarlo. Deponete le armi e seguiteci nelle prigioni, non vi conviene opporre resistenza.” Il suo sguardo si posò su Fenice. “Anche voi signore, dei testimoni affermano di avervi visto duellare.”
Fenice fissò imperterrito l’uomo con la benda ed una strana luce rossastra si rifletté nei suoi occhi.
“State attento, signore… Giocare con quelle armi potrebbe essere pericoloso! Hanno la spiacevole abitudine di esplodere… Potrebbe succedere una Catastrofe.”
Non finì nemmeno di pronunciare l’ultima parola che la pistola esplose nella mano del comandante con un forte lampo ed un botto assordante. La scena sembrò a tutti quella tipica dei cartoni animati: la pistola era aperta a striscioline come un fiore, mentre la faccia del comandante era completamente nera. Mentre tutti fissavano interdetti la scena cercando di controllare i cavalli scossi dallo sparo, il volto di Fenice cominciò ad aprirsi in un largo sorriso quando improvvisamente un portale rotondo si aprì vicino a lui! La scena si bloccò per un interminabile secondo… La struttura stessa del Dominio in cui si trovavano venne squassata da una dirompente forza atavica che trascendeva qualsiasi cosa. Nessuno, fin’ora, aveva portato una tale sensazione in un Dominio! Più che un portale l’abisso che si stava spalancando era un vero e proprio squarcio provocato da una forza potente e terribile… Una forza che poteva avere un’unica causa.
Fu come se tutto si svolgesse per fotogrammi, lentamente, al rallentatore… La zingarella per un attimo rimase raggelata, il cavaturaccioli le cadde dalle mani sporche di terriccio ed un lungo e disumano urlo le uscì dalle labbra sbiancate dallo sforzo di contenere un dolore a stento trattenuto. Le delicate sembianze della piccola zigana violentemente vennero soppiantate da una nuova figura ora piegata in due. Aveva il volto coperto da una folta capigliatura argentea, forti singhiozzi la scossero mentre si raggomitolava su se stessa. Improvvisamente fu nella piazza, accanto a Fenice e con lei quanti le si trovavano accanto.
Fenice istantaneamente venne avvolto da un bagliore rossastro e tornò nella sua forma originale di rapace fiammeggiante, anche se le fiamme non sembravano avere alcun effetto sulla scena generale che continuava ad apparire grigia e statica, come un fermo immagine.
Per un altro terribile attimo tutto tacque, immobile, eccetto l’oscuro portale, dal quale provenivano sinistri gemiti e urla.
Alchera si alzò a fatica, provata, da terra. Guardò angosciata lo spettacolo di Fenice in forma primordiale e cercò di manipolare con gesti delle mai i fili di un’invisibile trama… Un rivolo di sangue le uscì dal lato sinistro delle labbra, poi, sfinita, fu costretta a desistere, e sconfitta assistette alla scomparsa della Nota. Fenice scomparve risucchiato dentro e tutto tornò come se nulla fosse accaduto
Il vestito di Alchera. da bianco cominciò a tingersi di nero, quasi che lentamente stesse assorbendo una vernice invisibile, poi il suo sguardo si posò su Demetra, gli occhi passarono da un verde acqua ad una tonalità metallica, senza pupilla.
“Mi auguro che a Fenice non sia successo nulla Demetra… O ne risponderai tu stessa!” Nel parlarle le si avvicinò. Demetra non rispose e i loro sguardi si scontrarono sotto lo sguardo stupito dei presenti.
“Fenice ha perso un duello, è la regola. Né tu né nessun altro può fare nulla per arrestare il corso degli eventi. E con questo considero chiuso l’argomento.” Incrociò le braccia con l’intenzione di non rispondere più in nessun modo ad altri eventuali tentativi di attaccare briga da parte di Alchera.
Stefano Costantini si azzardò a riaprire gli occhi…
“Fiuuu… L’abbiamo scampata! Quando due donne cominciano ad azzuffarsi è sempre un casino!” Poi si voltò verso l’esterrefatto tizio con la pistola esplosa in mano e gli disse:
“Però potrebbero ancora fare in tempo ad incazzarsi con te se non sparisci subito!”
La vecchietta, che evidentemente era stata trasportata anche lei nella piazza, afferrò il braccio di Alchera, i suoi occhi rivelavano una sapienza antica ma erano velati, indeboliti. Il volto rugoso era ancora più vecchio di quanto sembrasse a prima vista.
“Perdonami, perdonatemi, se solo capissi cosa…”
La sua espressione cambiò improvvisamente in un uno sguardo stupito, poi fissò Alchera e la stretta sul suo braccio si fece più forte.
“Sta venendo per te, ha capito che solo tu potrai farlo uscire da qui. Se ti prendesse… No! Farò di tutto per bloccarlo, devo vincere, devo farcela!”
Un lampo venne seguito da un tuono, poi la presa sul braccio di Alchera scomparve e della vecchietta rimase solo una carta… Un asso di picche.
Per un attimo Alchera rimase stupita, poi lanciò uno sguardo indispettito verso Demetra che se ne stava ancora con le braccia conserte ed il viso sdegnato, fece per dirle qualcosa ma si fermò in tempo. Lanciò uno sguardo perplesso al cielo che si stava oscurando sempre di più e repentinamente e i suoi tratti tornarono quelli della zingarella. Due grosse lacrimone solcarono il viso della ragazza.
“Non mi sento tanto bene…” Fece in tempo a mormorare, poi si accasciò a terra svenuta.
Costantini raccolse la carta e la rigirò tra le mani, poi guardò il cielo cupo e la zingarella a terra. Riguardò la carta. "Deifobe?" mormorò. Poi si girò verso gli altri "Gente, qui ci sono tutti i segni di un GRANDE casino in vista e abbiamo appena perso le nostre due armi migliori, senza offesa per i presenti."
Nausicaa guardò il corpo esanime di Alchera, poi si girò verso Stefano.
“E tu sei davvero un grande esperto in proposito, vero?”
Senza rispondere Costantini raccolse il corpo di Alchera e lo portò verso la locanda. "Qualcun altro conta di svenire, sparire, trasformarsi in pollo, oppure possiamo cercare di capire cosa cavolo succede? E già che ci siete, datemi una mano, che questa è piccola ma pesa un accidente! Ma cos'ha nelle tasche, piombo?”
Borges si precipitò ad aiutarlo ed entrambi la portarono all’interno.
“Non mi dispiacerebbe farmi un giretto nei dintorni, ma visto che me lo chiedi così gentilmente ed insistentemente verrò a darti una mano con la ‘salma piombata’.” Ribatté in tono piccato Marzia e lo seguì verso la locanda.
La pioggia cominciò a cadere all’improvviso e con una forza tale da costringere tutti a correre rapidamente al riparo. Nella piazza restarono solo i soldati ed i moschettieri che avevano tutta l’aria di non capire molto di quello che stava succedendo. All’improvviso, i loro volti divennero di una rigidità impressionante e i loro occhi assunsero una fissità che solo dei manichini potevano avere. Anche all’interno della locanda successe la stessa cosa. Avventori e camerieri si bloccarono come personaggi di un quadro, immobili, nelle posizioni in cui erano. I sei si guardarono attorno stupiti.
Un’improvvisa ventata spalancò la porta della locanda facendola sbattere contro il muro. Il rumore fece sobbalzare tutti per lo spavento e nel buio, illuminata soltanto dai lampi, comparve una figura vestita di rosso, con una croce di legno che risaltava sul petto e lunghi capelli neri che scendevano arricciati sotto una papalina rosso fuoco.
"Ammazza e quanto sssssssssssei brutto!!!!!!" A urlare queste parole a squarciagola era stato un serpentello lungo poco più di 30cm uscito da una delle tante tasche della zingarella. Sulla testa, molto vezzoso a vedersi, la serpentessa, perché altro non poteva essere, indossava un fiocco di raso rosa a pallini bianchi, la coda, arricciata manteneva con garbo una borsetta in tinta con il fiocco...
"Ahò, il rossssso è fuori moda, grullo! Ed io non ssssssopporto chi va contro moda!!!! Sssssssssssssssssss...!!!!!" La coraggiosa serpentessa stava affrontando il ribaldo vestito di rosso sibilando con tutto il fiato che aveva!
"Ssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssss -sssssssssssssssssssssssssssssss - ssssssssssssssss!!!!!"
Borges tra sé e sé, ma probabilmente a voce abbastanza alta da essere udibile ai più vicini, disse guardando la serpentessa.
“Certo che se proprio aveva bisogno di un familiare poteva scegliersene uno un po’ più difficilmente attribuibile.” Si spostò vicino ad Alchera tenendo d’occhio il nuovo arrivato.
Anche Demetra guardò la serpentessa con uno sguardo non del tutto benevolo, poi con la punta della scarpa le diede un leggero colpetto e la scansò...
"Ssssssmettila di ssssssibilare..." Le ssssibilò ssssottovoce...
Poi avanzò verso la figura rosso vestita.
"Chi sei tu, che entri in questo modo così poco urbano... Dicci il tuo nome e le tue intenzioni o esci da questo luogo e lasciaci tranquilli... Non vedi che la nostra amica si sente male?” Ed indicò Alchera ancora svenuta poi continuò. "Cosa cerchi qui dentro?"
"Sua Eminenza, direi...o no?" Intervenne Nausicaa dopo un attimo di sbigottimento. Poi fece un paio di passi nella direzione dell'uomo...e si fermò affascinata a guardarlo. Stefano rimase alla finestra socchiusa guardando fuori. Stringeva ancora la carta, ed ogni tanto si girava per guardare dov'era Nausicaa e per tenere sott'occhio il nuovo arrivato. Il suo impermeabile da marrone era diventato blu scuro, le scarpe vecchi anfibi logori, la camicia era mutata in un dolcevita nero. Sempre imbrattato di sangue, ma si notava meno.
"Ci conosciamo forse?" Fece l’uomo a Nausicaa, la sua voce era molto profonda e il suo tono vagamente sorpreso. Entrò nella locanda passando la mano sulla tunica rossa per togliervi le gocce di pioggia. Gli schizzi colpirono il serpentello sul muso. Il suo sguardo fissò Nausicaa, i suoi occhi erano scuri, profondi e rivelavano un'intelligenza notevole che venne subito nascosta e sostuita da un'espressione benevola e un sorriso dolce. Tese una mano ingioiellata verso Marzia. La quale continuò a guardarlo come ipnotizzata.
“Dovete essere nuovi qui in città, e sicuramente non siete del lignaggio giusto per conoscermi. Sono il cardinale Richelieu e sono qui per voi."
“Per noi? Quale onore, Eminenza! E a cosa dovremmo questa insolita attenzione?"
Marzia rimase un attimo immobile, poi si riscosse come se avesse ricordato qualcosa di decisamente importante e, inchinandosi con grazia, baciò la mano del cardinale. Un lampo squarciò nuovamente il buio, e il tuono risuonò poco dopo portando altra pioggia che si abbatté con violenza sulla piazza e sulle figure immobili dei moschettieri e delle guardie del re.
Stefano non scollava gli occhi dalla finestra.
"Com'è che pizzetto, qui," disse indicando il cardinale, "non fa la bella statuina come gli altri là fuori?" Poi la sua espressione si illuminò. "Cardinale, cardinale... ma certo! Ecco chi dovevo incontrare!!!"
Il vestito di Costantini cambiò di nuovo: ora indossava una maglietta di lana grezza, un abito talare nero con tanto di cappello dello stesso colore, un collare bianco ed un paio di scarpe di cuoio a punta. In una mano aveva un bastone da passeggio con il pomo dorato decorato a simulare volute di fumo dal quale trasparivano due occhi. Nell'altra stringeva una borsa di cuoio.
Si guardò stupito.
"O porc...!!! Pure questa ci mancava!"
"Nel corso della mia vita, ho sempre scelto accuratamente le amicizie e pianificato puntualmente ogni cosa." Stava parlando intanto il cardinale ed il suo sguardo accigliato passò dall'uno all'altro. "Mai sono stato costretto a legarmi a chi per istinto o volontà si comporta sempre nel modo corretto. Non è nel mio stile, nella mia classe. Io sono abituato a tramare nell'ombra, a muovermi con passo felpato, a non agire mai personalmente."
"Non si preoccupi, eminenza, qui di subdoli raggiri ne sappiamo qualcosa
anche noi..."
Dalla manica il cardinale estrasse un fazzoletto bianco che passò su di una sedia. "Ma, come potete ben notare, attualmente non ho nessuno da poter mandare a parlare in vece mia. Così," si accomodò con grazia, “sono venuto personalmente." Il suo sguardo si posò sul boccale che l'uomo seduto ad un tavolo vicino stava tenendo in mano. Staccandogli le dita dal bicchiere, una ad una, riuscì a prendere la bevanda e se la avvicinò al naso. La sua espressione dapprima incerta, si fece schifata. Rovesciò il contenuto del boccale per terra. "L'alcool rende l'uomo virtuoso pericoloso per se stesso e per gli altri."
“Conosco più di una persona che avrebbe qualcosa da ridire in proposito...a dir la verità neppure io sono proprio d'accordo..."
In cardinale ripose il bicchiere dove si trovava precedentemente.
“Dove ero rimasto? Ah, si. Dicevo che ero venuto per voi. Siete le uniche persone, mio malgrado, che forse hanno una possibilità di venire a capo di questa situazione. Mi sembra evidente che qui sta succedendo qualcosa, qualcosa di molto grave, opera probabilmente del diavolo o di un abile fattucchiere, il che è la stessa cosa dal momento che il secondo serve la volontà del primo. Io non so perché voi siate diversi, come non so perché io lo sia, ma non discuto mai con la volontà divina che ci guida e con il mio istinto, e in questo caso non vedo altra possibilità che quella di usarvi per sistemare le cose."
“Bene, ora che sappiamo che in questo luogo siamo gli unici a non aver subito questa sorta di ‘congelamento’ sarà il caso di capire perché. Eminenza, non ha visto nessun altro che sia scampato a quell'orribile, o perlomeno scomodo, destino?" E così dicendo Stefano indicò fra le guardie paralizzate in mezzo alla piazza quella che aveva assunto la posizione più assurda ed inverosimile.
Il cardinale sembrò accorgersi solo in quel momento di lui.
“Non avevamo un appuntamento stamane per caso noi?”
Nausicaa guardò Stefano con un'aria piuttosto stupita, ed anche un po’ invidiosa...
“Perdonate, ho avuto un contrattempo." Si scusò lui e sbottonò la parte superiore della tonaca per mostrare il petto sfondato da cui sporgevano alcune costole spezzate ed insanguinate. "Ora, se volesse avere la compiacenza di spiegarci cosa diavolo sta succedendo là fuori e per colpa di chi..."
“Ci sono state persino persone che hanno affermato di vedere degli uomini nudi per strada, pensi un po’…” Commentò Borges a voce bassa ma perfettamente udibile.
Il cardinale ignorò palesemente il commento e proseguì:
“E’ cominciato con singoli episodi, talmente casuali da poter essere scambiati per frutti dell’immaginazione, della stanchezza o dell’eccesso d’alcool.
“Poi è successo alle persone. Un povero vecchio ha cominciato a gridare come un pazzo sostenendo che la propria moglie in realtà era un essere raccapricciante, pieno di pustole e bubboni.”
“Mi ricorda un vecchio film di fantascienza, come si chiamava?” Nausicaa guardò con aria interrogativa ed un sorrisino ironico la sua ex-dolce metà, poi proseguì: “Ma si, l’invasione degli ultracorpi!” E si guardò intorno soddisfatta.
“Comunque, dal momento che sono un uomo prudente, mandai i miei uomini ad interrogare il vecchio,e vi assicuro che sanno essere molto persuasivi. Vi garantisco che quando uno è così sicuro di quello che afferma, io di solito gli concedo almeno il beneficio del dubbio. Senza contare inoltre che questo non è stato l’unico caso, anzi sono aumentate sempre più le persone che sostenevano di aver assistito a strane apparizioni, visioni. Non so cosa stia effettivamente accadendo e nemmeno di chi sia opera tutto ciò e la cosa m’infastidisce non poco, devo confessarvelo, non era mai accaduto prima d’ora ch’io non fossi a conoscenza di tutto quello che avveniva nel regno. Personalmente sospetto che qualcuno dedito alla magia nera, un eretico sicuramente, abbia fatto il passo più lungo della gamba, ma sarete voi a dirmelo.”
Fece una pausa e li guardò come se li stesse studiando e l’esame di quegli occhi non risultò piacevole a nessuno di loro.
“Sono a vostra disposizione, signori, per qualsiasi domanda.” Disse alla fine.
"Non si potrebbe vedere il poveretto che tutti credono pazzo? Magari parlargli potrebbe esserci d'aiuto... Ma quello è stato l'unico caso di "follia" o ne sono seguiti altri? E sono successe altre stranezze?" Marzia si andò a sedere di fronte al cardinale con un'espressione attenta ed interessata impressa sul volto.
Con voce normale Borges chiese:
“Non le sembra un po' esagerato come effetto scenico per essere opera di un semplice stregone ? Non sa se il fenomeno e' esteso anche al di fuori dalla città ?
Il cardinale si schiarì la gola, poi guardò Borges.
"Non so se il fenomeno sia diffuso anche all'esterno dato che da diverso tempo nessuno riesce ad uscire dalla città."
"Bene, bene." Disse Costantini spillando un paio di boccali di vino rosso e porgendone uno al cardinale. "Quindi adesso lei spera che noi 'stranieri' le caviamo le castagne dal fuoco, giusto? E noi cosa ci guadagniamo, di grazia?"
"Questa è un'ottima domanda, direi...." Intervenne Marzia, fissando distrattamente il suo boccale di vino. "Eminenza, ha mai sentito parlare di una vecchina sdentata che va in giro con l'aria di sapere molte più cose di quante non dica?"
Il cardinale scosse la testa.
Stefano si girò verso Borges: "Tu prima in piazza non parlavi di qualcosa di strano? Qualcosa che non andava? Non potresti provare a 'sentirlo' ancora?"
“E' stata una sensazione, non è che se uno sente freddo una volta poi possa sentire freddo a comando. Tutto al più posso provare a rilassarmi, facile no? E vedere se avverto qualcosa.”
Il cardinale si alzò posando il bicchiere ancora pieno sul tavolo di legno.
“E' tardi, non credo che questa stasi durerà molto ancora e non e' il caso che io venga visto in una squallida locanda, quindi vi lascerò fra breve.” Dalla manica tirò fuori un foglio di carta bianca. “Qui c'e' un invito per la festa che si terrà domani al palazzo reale.” Dall’altra manica estrasse un sacchettino marrone tintinnante. “E qui ci sono i soldi per comprarvi qualcosa di decente.”
“Perché, cosa c'e' di male nell'indossare un chitone?" Marzia sorrise e fece un giro su se stessa, come per mostrare l'eleganza del suo abito.” D'altra parte nessuno ci vieta di abbigliarci in maniera diversa, no?" E la sua manina rapida e furtiva aveva già agguantato il sacchetto offerto dal Cardinale. "Qualsiasi cosa, purché non si debba indossare il busto...".
“Ritengo che quanto accade sia opera di qualcuno, ancora non so chi, che opera dall'alto. Se qualcosa deve succedere probabilmente accadrà alla festa cui parteciperanno molti personaggi importanti e le loro Maestà.” Disse il cardinale, sull'uscio si fermò come se si fosse ricordato di qualcosa. “Ah, quell'invito non e' nominale, vale per un gruppo di persone, ma devo chiedervi una cortesia, non fatevi accompagnare da questi moschettieri,” la pronuncia della parola ‘moschettieri’ era vicina al disgusto, “non sanno stare a corte e hanno la sgradevole abitudine di rovinare tutte le occasioni liete.”
"Peccato...sono davvero un'ottima compagnia." Disse Marzia con un sospiro.
“Devo andare ora, presto il tempo riprenderà a scorrere e non saprei come giustificare degnamente la mia presenza in questo posto." Richelieu uscì senza una parola.
"Bene, bene. Per mal che vada, non è da tutti potersi godere una festa a palazzo reale, no? Io direi di accettare l'invito del cardinale, anche se mi sembra infido come un serpente a sonagli" Commentò Stefano, poi si girò verso la serpentessa. "Senza offesa, piccola".
Nel momento in cui la figura del cardinale scomparve alla loro vista si udì come un rumore sordo, come se qualcuno avesse riavviato un film in pausa e le voci cominciarono a risuonare dapprima lente poi sempre più velocemente sino a diventare stridule e per qualche secondo attorno a loro le persone si mossero ad una velocità spaventosa, fino a quando improvvisamente tutto tornò normale e la locanda ritrovò la vita.
Fuori la pioggia smise, Rochefort guardò perplesso la sua arma e le sue mani sporche di nero, i moschettieri restarono anche loro per qualche istante stupiti, poi rapidamente si volsero verso i cavalli legati vicino alla locanda.
“Si e' fatto tardi mon amis, purtroppo dobbiamo andare!"
Marzia li guardò allontanarsi e sospirò: “Peccato! Ci stavamo davvero divertendo in vostra compagnia! Non e' vero?" E guardò con uno strano senso d’aspettativa gli altri del gruppo. "Magari a qualcuno farebbe piacere avere una scorta a palazzo." Sussurrò con un sorrisetto malizioso ai più vicini.
Poi improvvisamente la sua espressione s'incupì: "Niente niente il blocco temporale sia opera del Cardinale... Dato il tempismo con cui lo ha previsto come minimo ne sa di più di quanto non abbia affermato!"
“Non so se il Cardinale sia in grado di provocare il blocco al quale abbiamo assistito, anche se in realtà non ne sembrava tanto impressionato. Cerchiamo di adoperare quel denaro per raccogliere qualche informazioni, gli abiti, se nessuno ci mette lo zampino,” e Borges guardò la rappresentazione migliore della Serpe, “dovremmo essere in grado di modificarli anche da soli.
Marzia sorrise soddisfatta:
“Beh, meglio così! Ma posso richiedere un modello particolare?" Strizzò l'occhiolino agli altri. “Qualcuno ha visto dov'e' andata la vecchietta? Sembrava proprio una che la sa lunga..."
Stefano sembrava perplesso: "Secondo me quel damerino in tonaca rossa vuole mettercelo dove non batte il sole. Bah!" Poi si piazzò vicino alle botti e disse: "Chi mi tiene compagnia?" Ordinò una caraffa di vino rosso.
Improvvisamente si resero conto che Demetra, Angelo e Monica non erano più con loro. Dovevano essere scomparsi quando il tempo aveva ripreso a scorrere.
24 Gennaio 1999
Nella stringeva ancora in mano il pezzo di scacchi rappresentante l’alfiere. Si scosse e il pezzo le cadde dalle mani. Il vecchio lo prese al volo e lo ripose sulla scacchiera.
“Stia attenta, sono pezzi antichi questi…”
“Mi scusi, ha ragione sono molto belli. Ora sarà meglio che vada.”
Uscì dal negozio con la sensazione di essere stata allontanata da qualcosa, ma cosa?
Fuori la giornata era molto bella e il sole splendeva alto allontanando il freddo dell’inverno. Scuotendo la testa Nella riprese la sua passeggiata.
21 Febbraio 1999
Monica allontanò di scatto la mano dalla scacchiera e si guardò attorno perplessa. Cos’era successo? Per un secondo aveva provato una strana sensazione. Angelo, anche lui con un’aria piuttosto stordita, studiò di nuovo il disegno.
“Non mi ero accorto che le due Torri bianche fossero già state mangiate…”
Nella locanda tutto sembrava essere tornato alla normalità.
Marzia era ancora accanto alla porta con aria sognante a pregustare la serata ed il futuro incontro con Richelieu. Borges, in un angolo, stava studiando il suo abito ed era appena riuscito a cambiare le scarpe da ginnastica con un elegante paio di mocassini neri con fibbia. Il buon Stefano si stava allegramente ubriacando e c’era chi lo guardava con aria piuttosto stupita. Un prete che si ubriacava?!
“Magnifico!” Esclamò Nausicaa notando il lavoro di Borges. “Credi che saresti in grado di farmi un bel vestito da sera? Mi raccomando, che sia con trine e pizzi ovunque… Ho sempre sognato di vestirmi da bomboniera senza sembrare strana!”
“Onestamente non ho molta pratica di vestiti femminili e tanto meno di quelli di questo periodo. Se mi mostrassi un modello potrei forse provare a realizzare qualcosa d’adatto ad una serata simile.”
Marzia si frugò rapidamente in tasca tirandone fuori un fazzoletto di carta ed una matita e cominciò a disegnare.
Borges guardò la scena, poi Stefano che si ubricava, poi il soffitto.
“Santi numi!”
Ignorando completamente le paturnie di Borges, Marzia alzò lo sguardo con aria soddisfatta e gli mostrò il foglio.
“Pressappoco così… Che ne dici?”
Stefano si ubriacò in poco tempo, anche perché il vino era ottimo e andava giù con molta facilità. L’oste scosse la testa e lo fece accompagnare di sopra da un cameriere borbottando qualcosa del tipo:
“Non fanno più i preti di una volta…”
Evidentemente le parole "festa" e "abito da sera" avevano risvegliato la coscienza addormentata di Alchera... La ragazza aprì un occhio... Poi l'altro.... Poi li richiuse entrambi... Storse il nasino ed ecco che al suo posto apparve una splendida dama vestita sontuosamente per un ballo degno del Re Sole!
Ora Alchera indossava un vestito con una sopragonna a forma di campana di velluto rosso borgogna e una sottogonna di seta dello stesso colore ornata di velluto e perle, molto aderente in vita e dalla scollatura molto profonda. Le maniche di velluto, erano decorate con tanti piccoli nastri di seta color avorio adornati di perline, strette ai polsi con un elegante risvolto di pizzo tempestato di perline. Dalle gonne di Alchera spuntavano scarpine di camoscio avorio, strette e a punta, ornate di perle. I suoi capelli scuri erano spartiti nel mezzo e raccolti in uno chignon ornato con delle rose color avorio con foglie d'oro e una perla al centro .
“Beh che ve ne pare?" Chiese pavoneggiandosi per la locanda. " Non sono stupenda?"
"Sshsssssssssssssssss." La serpentessa non potendo battere le mani fece tintinnare i sonagli della sua coda.
I clienti della locanda guardarono dapprima stupiti, ed anche un po' ammirati, la trasformazione di Alchera, poi tornarono ai loro bicchieri. Alcuni commenti giunsero fino alle loro orecchie.
“Maghi...la solita storia...”
“Se non si esibiscono non sono soddisfatti...”
E così via.
Era notte, una fresca sera d'estate. L’indomani ci sarebbe stata la festa, l’indomani avrebbero scoperto chi o cosa stava minacciando quel luogo, domani...
Era notte fonda nella città. Dominava quello che poteva essere definito silenzio per qualsiasi luogo dove il numero degli abitanti superi quello delle case a disposizione. Ogni tanto, regolarmente, suonava una campana e qualche risata divertita giungeva dalle varie taverne e locande in piena attività. Il palazzo, al centro, circondato da un vasto giardino, era anch’esso silenzioso e risplendeva nella notte come una seconda luna.
Nella locanda nella piazzetta, che ormai ben si conosce, un uomo aveva finto di essere ubriaco. Si era fatto portare su, al primo piano, e aveva atteso che la porta della stanza fosse chiusa. Poi si era alzato stando ben attento a non far rumore ed aveva aperto la finestra.
Dalla locanda giungevano ancora suoni e risate e canti di ubriachi. Era solo e dalla finestra del primo piano poteva vedere la città alla luce della luna. Sotto di lui c’era un cornicione ed il muro era ricoperto da una pianta rampicante che portava fino a terra. Si calò lentamente e si ritrovò nella piazza dove quel pomeriggio i moschettieri avevano duellato con le guardie del Re.
L’uomo si diresse verso il vicolo che portava all’uscita della piazza e si bloccò in mezzo alla strada.
“E adesso dove cavolo vado?”
Poi si avviò di buon passo verso il palazzo, i potenti risiedono sempre nei castelli o vicino ad essi.
Non ebbe molto da cercare perché, mentre camminava nella direzione indicatagli da un passante, scorse una carrozza molto simile a quella sulla quale aveva visto allontanarsi il cardinale. Non appena ci passò accanto, la porta della carrozza si aprì ed una mano ingioiellata gli fece cenno di avvicinarsi.
Stefano gettò a terra la sigaretta che stava fumando ed obbedì.
Il cardinale lo guardò attentamente, il suo sguardo era molto più preoccupato di quello che aveva nella locanda.
“Vi aspettavo. Ho diverse cose da dirvi. Lei riponeva molta fiducia nel vostro intervento.
Stefano non rispose.
“Come avrà capito io non sono come gli altri abitanti di questa città, è stata Lei a rendermi cosciente e mi ha spiegato che prima non ero altro che uno dei tanti personaggi storici della realtà, dai quali era rimasta affascinata. Non sarei mai uscito dal mio ruolo se il pericolo non fosse stato così grande. Ella sta combattendo una battaglia e cercare di attirare la vostra attenzione alle mura del palazzo ha consentito al nemico di individuare chi potrebbe portarlo fuori da questo luogo chiuso e limitato.”
“Hmmm… Immagino che ‘Lei’ sia… Lei, ci siamo capiti, va bene. Ma chi è il nemico? E dove potremmo portarlo noi?”
“Fuori da qui, in altri mondi, luoghi. Le avevo fortemente sconsigliato di correre il rischio cercando di parlarvi, ma ha voluto tentare ugualmente, perciò ho deciso di agire di mia iniziativa e, sfruttando una delle cose che Lei mi ha insegnato, sono venuto a parlarvi. Fate attenzione, Lui è molto forte ma non può fare nulla, almeno per il momento, contro la realtà di questo luogo ed anche voi siete legati ad esso, ma vivete anche al di fuori e quindi avete maggiori probabilità di intervenire.”
“Sul fatto che io viva ‘al di fuori’ non ci scommetterei granché, Eccellenza. Ormai io e Lei siamo, come dire, nella stessa barca. Ed infatti sono qui ad offrirLe i miei servigi come, uhm, indagatore?”
Il cardinale annuì pensieroso.
“Un’ultima cosa, questo luogo è coerente con se stesso, forzarne la realtà potrebbe aiutare Lui a capire come manipolarlo e si rischierebbe di portarlo alla pari nella battaglia che sta svolgendo con Lei. Domande?”
"Il fatto che non dobbiamo 'forzare la realtà' vuol dire che dobbiamo evitare trucchi come il Suo di stasera a meno che non siano strettamente necessari, vero? Temo che questo concetto non sia stato recepito dai miei compagni. D'altra parte, se questo fantomatico Nemico deve sottostare alle leggi di questa simpatica e un po' puzzolente realtà, allora forse è proprio con i mezzi che essa ci mette a disposizione che potremo sconfiggerlo - a proposito, avete già inventato i cannoni?"
E sogghignò della sua battuta. Era chiaro che Costantini era convinto che quella in cui si trovavano corrispondesse ad un’era barbara in cui non esistevano né sigarette, né bagni, né musica rock, né tanto meno armi da fuoco degne di questo nome.
Il cardinale sospirò.
“Forse riuscirete a capire come sconfiggerlo, Lei, come le ho già detto, riponeva molte speranze nel vostro intervento, soprattutto in Voi, signore… Anche se non capisco come mai…”
“Bha, evidentemente sa che ho un certo stile…”
“I trucchi vanno bene ma non dovete permettere a Lui di capire come interagire con la realtà al di fuori di questo luogo. Egli non è ancora sicuro se voi siate ‘personaggi’ o altre ‘entità’. NON deve assolutamente imparare da voi. Diffidate perciò Monsignore, diffidate di chiunque vi chieda spiegazioni, di chiunque vi avvicini. Ovviamente, alla festa, ogni atto ‘magico’ o simile è proibito, consideratela come qualcosa di molto maleducato da fare, esibizionismo gratuito. La città è piena di maghi in grado di fare trucchetti.”
“OK, quindi abbiamo a che fare con un’entità di cui non sappiamo la forma né i poteri, ma che potrebbe essere potente quanto il boss che manda avanti la baracca." Costantini ruotò il dito indice verso l'alto, come ad indicare tutto intorno. "E ovviamente non abbiamo la minima idea di come fermarlo. Ma dobbiamo farlo presto. E dobbiamo tacere il fatto che veniamo da altrove, ovunque questo altrove sia. Sono contento." Alzò la testa verso l'alto. "Grazie, Penelope, bello scherzo!" Poi la riabbassò. “Donne, ah! Mai fidarsi!
“Eccellenza, se mi perdona ora cercherò di mettere un po' di buon senso nella testa dei miei compagni, cercando di prepararli a questa sera."
Il cardinale fece un gesto con la mano e la carrozza partì in direzione del palazzo, Costantini si accese una sigaretta e tornò alla locanda.
Gli uccellini cinguettavano alla luce di un splendido mattino, la giornata era stupenda e preannunciava una notte ancora più bella... La festa era nell'aria, la gente cantava allegra, numerose carrozze entravano dalla porta principale e nobili si aggiravano per le vie della città con un'aria un po' snob, ma chiaramente eccitata dall'atmosfera.
Gruppi di gitani si esibivano nelle piazze e numerosi saltimbanchi attiravano le folle con i loro numeri. Di fronte alla locanda era stato costruito un palco e su di esso una compagnia di attori-girovaghi stava provando.
Nel primo pomeriggio. Costantini rientrò nella locanda. Era perfettamente sobrio e ... possibile ... aveva la faccia seria! Forse persino un po' preoccupata!!! Radunò tutti i suoi compagni di sventura ad un tavolo della locanda, ordinò qualcosa da mangiare e da bere, poi esordì:
"Amici miei, c'è un enorme carico di merda in arrivo, e noi siamo esattamente sulla traiettoria. C'è... *qualcuno* qui fuori," fece gesto ampio delle braccia ad indicare tutt'intorno a sé, "che sta cercando di prendere il controllo di tutta la baracca. Metafisicamente parlando credo che questo bel tomo e Deifobe si stiano prendendo a cazzotti, o preparandosi a farlo.
"Chiunque sia questa... questo Avversario, muore dalla voglia di potersene andare *altrove*. Ora, noi siamo le uniche entità non originarie di questo posto. Le uniche che hanno la capacità di andarsene da questa realtà in altre. Tirate un po' voi le somme.
“D'altra parte noi siamo stati chiamati qui, quindi è evidente che il mio ex-principale, Deifobe, ripone fiducia in noi.
"Non possiamo sapere come agisce questo fantomatico Avversario, ma pare che sia sottoposto alle leggi di questo luogo. Il che potrebbe essere un vantaggio. Però dobbiamo fare attenzione a non tradirci, a non far capire che siamo differenti dagli altri abitanti del posto. Credo che il Cardinale sospetti che questa sera alla festa sarà presente anche l'Avversario. Quindi mettetevi in testa che non andiamo a divertirci, ma a salvare le riverite chiappe della mia ex-Nota, e forse anche le nostre.
"Domande?"
Borges, che dopo tanto tempo era finalmente riuscito a capire che tipo di abito Nausicaa desiderasse e che aveva appena finito di farle apparire attorno dal nulla l'ennesimo modello, si girò verso Stefano:
“Scusa, con: ‘fare attenzione a non tradirci, a non far capire che siamo differenti dagli altri abitanti del posto’, esattamente cosa intendi ??”
"Non possiamo smettere di lavarci per una settimana, quindi al massimo possiamo evitare di fare i fenomeni in pubblico, evitare di andare in giro vestiti come dei deficienti e non andare in giro a raccontare che arriviamo da altre realtà o cazzate del genere. E magari procurarci un'arma, invece che perdere tempo con questa roba," Rispose Stefano, guardando con scetticismo la montagna di vestiti. “Maledizione, ora sì che farebbe comodo il pollastro supermacho che era con noi prima, comecavolosichiama, Fenice!"
Marzia fece un giro su se stessa per ammirare estasiata l’ottimo lavoro di Borges, non sembrava affatto preoccupata.
“Meraviglioso! Se un giorno dovessi stancarti di fare la nota puoi sempre dire di avere un futuro come sarto d’alta moda.” E gli scoccò un sorriso disarmante. “Bene, ragazzi, si va?” E cominciò ad incamminarsi allegramente verso i primi sprazzi di festa.
“Va be', invece di star sempre a recriminare, qualcuno sa dove si trova questa festa ? Mi sembrano settimane che stiamo qui ad aspettare di andarci.”
Costantini era sempre vestito da ecclesiastico, ma i vestiti erano più adatti ad un ricevimento ufficiale: indossava una tonaca nera con gli orli ricamati, nei quali ogni tanto traspariva una lettera greca, un cappello sempre nero di velluto, un collare bianco di seta, un paio di scarpe di cuoio a punta con le fibbie di argento brunito. Sopra la tonaca indossava una mantella color canna di fucile, fissata all'altezza del collo da una catenella. Portava un bastone da passeggio con un pomello d'argento decorato a simulare volute di fumo dal quale traspaiono due occhi. Nell'altra mano aveva una maschera di velluto nero, di quelle che si reggono con il bastoncino.
"La festa sarà al palazzo reale. Suppongo sia quello che sta in mezzo alla città, no? Comunque basta salire su una carrozza e dire con voce sicura 'a palazzo reale'. Fidatevi, se si è abbastanza bravi manco vi fanno pagare...
"E poi e' quasi ora" Rispose Stefano, guardando fuori dalla finestra della locanda il cielo che scuriva rapidamente. "Forza, andiamo!"
E si avviò verso l'uscita.
“Consiglierei due carrozze, non intenderà certo presentarsi sullo stesso mezzo con una madamigella.” Fece Borges inchinandosi a Nausicaa mentre alle scarpe nere lucide con la fibbia argentata, si aggiungevano calze e pantaloni neri, con ampi sbuffi all’altezza delle cosce, una camicia di seta bianca con pizzi e merletti sul torace ed al termine delle maniche. Sopra di questa una giacca corta verde smeraldo e sulla testa un ampio cappello floscio nero, con fascia verde e piume di struzzo. Un bastone da passeggio con impugnatura a testa di cavallo in avorio ed una sacca assicurata in vita da una cintura completarono il suo vestiario insieme ad una parrucca con boccoli. Nausicaa ricambiò l’inchino e poi, una volta all’esterno, fischiò per richiamare la prima carrozza che stava passando!
Alchera guardò tutti per un pò, meditabonda... Poi vedendo che nessuno se la filava si avviò con sdegno verso la porta della locanda, scansò il "boccoloso" Borges con una gomitata ed uscì fuori...
"Scusate e io non sono forse una damigella? Sola devo stare? Senza nessuno dipartire? Oh me tappetta!!"
Queste parole meste furono accompagnate da un sibilo di sottofondo proveniente dalla scollatura ingioiellata di Lucia, non si faceva fatica a capire che la serpentessa ora alloggiava da quelle parti.
11 Ottobre 1999
Matteo stava dormendo. I suoi sogni erano abbastanza movimentati e testimonianza ne erano le lenzuola in ordine sparso nel letto. Sognava due avversari che si affrontavano di fronte ad un’enorme scacchiera. La partita era già in corso da tempo e diversi pezzi erano stati eliminati da entrambe le parti. Non riusciva a distinguere i volti dei due, ma avvertiva chiaramente la tensione che aleggiava nell’aria, tanto da sentire i capelli rizzarglisi sulla nuca. Si avvicinò verso la scacchiera, incuriosito, non riusciva a capire chi stesse vincendo ed era affascinato dalla bellezza dei pezzi che occupavano i quadrati bianchi e neri. Quando riuscì a vedere finalmente meglio la partita un pezzo avanzò nel mezzo e lui si sentì improvvisamente trascinare in avanti, verso il centro, sempre più veloce, più veloce, come se stesse rispondendo ad un richiamo più forte di lui. Vide la scacchiera ingigantire sempre più e cambiare colore passando ad un verde intenso che assunse presto l’aspetto di un prato erboso, nel quale si trovava un accampamento di zingari. Tante piccole formichine, che erano persone, si agitavano dentro e fuori di esso ed una in particolare attirò la sua attenzione. Man mano che precipitava verso il campo, vide che si trattava di uno zingaro e che stava sorridendo nella sua direzione seguendo con un dito il suo percorso. Poi la sua attenzione tornò rapidamente al terreno che si avvicinava e qualcosa di nero, una specie di carro verso il quale si stava dirigendo sempre più rapidamente, sempre più rapidamente… Sempre più rapidamente….
Di fronte alla locanda si fermò una carrozza scoperta nera, trainata da sette cavalli dello stesso colore. Il suo guidatore lanciò uno sguardo un po’ stupito al gruppo in attesa, soprattutto perché non abituato ad essere chiamato da una damigella in quel modo e si era fermato più per la sorpresa che per altro. Nella carrozza vi era già un occupante, Alchera, presa dallo sconforto non si accorse in un primo momento di lui. Si trattava di un giovane dai capelli castano chiari legati da un nastro, indossava una camicia bianca di seta ed una giacca di velluto marrone. Accanto a lui, sul sedile, erano posati un mantello scuro, una sacca ed un libro sugli scacchi. La lettura non doveva essere risultata molto interessante dal momento che il giovane stava dormendo.
“Toh!” Esclamò Alchera accorgendosi del giovane. “E’ già occupata!”
Marzia, dietro di lei, ignorò bellamente il dormiente, il quale si era scosso leggermente al momento in cui le due fanciulle misero piede sulla predella, mugugnando qualcosa d’incomprensibile mentre con una mano a tastoni recuperava un cappello a tesa larga da sotto il sedile e se lo schiaffava in testa e sul volto. Con un movimento da sonnambulo tirò su le gambe e si allungò su tutto il sedile fino a essere quasi sdraiato. Da una tasca gli cadde sul pavimento della carrozza un piccolo carillon a molla. Il fermo saltò e il piccolo meccanismo produsse una nenia che ricordava il Danubio Blu. Con queste piccole note, il giovane si riaddormentò profondamente con un piccolo sorriso sulle labbra.
11 Ottobre 1999
Era una splendida notte e le stelle erano nitide nel cielo, ma ormai l'inverno era alle porte e non se l’erano sentita di avventurarsi all’aperto. Una serata tranquilla in casa, avevano pensato, ceniamo, ci guardiamo un film, giochiamo un po' con il PC, leggiamo. Ma il film scelto, nonostante le numerose volte che l’avevano visto, li aveva coinvolti più del solito. Era come se per la prima volta ne notassero particolari di cui non si erano mai accorti prima, come se dietro di esso ci fosse sempre stato un disegno, un percorso segreto di cui solo ora si accorgevano. E, proprio nel momento in cui i protagonisti stavano per sfidarsi ad una partita a scacchi, si sentirono improvvisamente molto stanchi ma i loro occhi non riuscirono a staccarsi dallo schermo e il loro corpo sembrò di piombo, bloccato.
Le immagini si fecero sempre più nitide invece di sbiadire, mentre i loro occhi si chiudevano sempre più fino a quando non si sentirono trascinare verso qualcosa e si accorsero di non essere più nel salotto di casa ma al di sopra di esso e che si stavano allontanando sempre più. I loro corpi inermi si sollevarono nel vuoto fino a quando non riuscirono più a distinguere la terra sotto di loro, la salita proseguì sempre più rapidamente e presto si resero conto che in realtà non stavano salendo, ma precipitando verso un campo verde immenso, nel quale si distingueva una piccola macchia bianca che ingrandiva fino a formare un accampamento del quale riuscirono a distinguere le tende bianche e nere. Lentamente, però, mentre la velocità non accennava a diminuire, le tende sembrarono trasformarsi in case e quello che era loro sembrato prima un piccolo assembramento assunse le dimensioni di un'immensa città circondata da mura. Nella rapidità della caduta sembrò loro di distinguere al centro di essa un castello, ma non ne erano del tutto sicuri e la loro attenzione venne subito attratta da una piazzetta verso la quale sembravano dirigersi. Si sentì un suono orribile come di frenata e si trovarono a librare dolcemente in aria verso una carrozza che sembrava in loro attesa. Atterrarono dolcemente sui morbidi sedili.
Non appena si ripresero dalla sorpresa notarono che i loro abiti erano cambiati e che di fronte a loro dormiva un giovane dai capelli castano chiari legati da un nastro, che indossava una camicia bianca di seta ed una giacca di velluto marrone. Accanto a lui, sul sedile, erano posati un mantello scuro, una sacca ed un libro sugli scacchi.Mentre erano lì, ancora sconvolti, si aprì la porta della carrozza e due damigelle salirono con aria decisa.
La prima indossava un vestito con una sopragonna a forma di campana di velluto rosso borgogna e una sottogonna di seta dello stesso colore ornata di velluto e perle, molto aderente in vita e dalla scollatura molto profonda. Le maniche di velluto erano decorate con tanti piccoli nastri di seta color avorio adornati di perline, strette ai polsi con un elegante risvolto di pizzo tempestato di perline. Dalle gonne spuntavano scarpine di camoscio avorio, strette e a punta, ornate di perle. I suoi capelli scuri erano spartiti nel mezzo e raccolti in uno chignon ornato con delle rose color avorio con foglie d'oro e una perla al centro.
La seconda non la riuscirono a distinguere bene perché coperta dalle gonne della prima.
Nel momento in cui Alchera mise piede sulla carrozza notò, ma era certa che fino ad un momento prima non vi fosse nessuno, che il sedile di fronte a dove era steso il giovane era occupato da due persone dall'aria piuttosto sbalordita. Si arrestò bruscamente e udì un lamento venire da dietro le sue spalle quando Nausicaa, che la stava seguendo, la urtò.
“Ehi, ma cosa ti prende?" Marzia allungò il collo per guardare all'interno: "Salve! Anche voi diretti alla festa? Non è che ci sarebbe un po' di posto anche per noi?" E tese una mano verso gli sconosciuti salendo e chinandosi a raccogliere il piccolo meccanismo caduto.
“Carino però!”
Lo posò accanto alla testa del giovane.Visto l’affollamento, Stefano chiamò un’altra carrozza con un fischio molto poco consono all’abito che indossava e, quando questa arrivò, fece cenno a Marzia di scendere e salire con lui e Borges sulla seconda. Borges, fra sé e sé, e quindi udibile a qualche metro di distanza, disse:
“Bifolco.” E salì sulla seconda carrozza, aiutando Nausicaa, che stava ridendo neppure tanto fra i baffi, che non aveva, a fare altrettanto.
“A palazzo reale, presto!” Ordinò Stefano.
Gli sconosciuti restarono silenziosi, mentre il giovane continuava a russare sonoramente. Lucia salì sulla prima carrozza e ordinò la partenza.Le carrozze partirono lungo le strade della città, entrambe dirette verso lo stesso posto: il palazzo reale. Era quasi notte e c'era aria di festa.
Tutto il popolo era per le strade e coriandoli di tutti i colori cadevano dall'alto misti a petali di rose.
In ogni piazza o slargo in cui passarono era stato allestito uno spettacolo, dal mago che faceva apparire una piccola fata dal nulla, al giocoliere che lanciava in aria torce accese, alla compagnia teatrale che inscenava commedie che facevano ridere sonoramente il pubblico che vi assisteva.
Finalmente, sul fondo di quella che sembrava la strada più grande della città si videro le mura bianche del palazzo. Le carrozze rallentarono per mettersi in coda alle altre già in attesa di entrare. Alcune di queste erano molto lussuose ed i loro occupanti vestivano riccamente e si guardavano attorno, con la classica aria di chi sa di appartenere ad una classe superiore. Lentamente le carrozze si avvicinarono al grande portale di ingresso illuminato da torce enormi dove le guardie controllavano gli inviti di tutti con severità.
Il rallentare della carrozza, svegliò il giovane dal suo torpore. Si tirò su, sorrise agli altri occupanti della carrozza, s’infilò in tasca il carillon e dal libro di scacchi tirò fuori il lasciapassare per le guardie. Poi tirò giù dal portapacchi un cappello a tesa larga, uno di quei bei cappelli da corsaro!!! Senza Piume né ammenicoli. Tenendolo in mano si rivolse con un mezzo inchino ai compagni di viaggio
"Mi Nome es Inigo de Sierra Verde! Con chi ho il piacere di viaggiare?"
Il giovane tornò a sedersi dopo aver sistemato il libro in una sacca. Controllò le fibbie degli stivali di cuoio, e si sistemò la camicia. Sollevò un cuscino su cui era appoggiato e tirò fuori una pistola,che controllò puntandola pericolosamente verso gli altri. Vedendo le loro espressioni si soffermò un attimo e s’infilò l'arma nella cintura
" Mi scusino messeri, ma ho scordato dove sta andando la carrozza. Mi potete aiutare?"
One of the 'unknowns' turned politely and said.
“We appear to be approaching the Royal Palace. I fear there may be some mistake. We are journeying in a carriage furnished for our assistance this evening, by an unknown host. An amusement arranged by a 'friend', who for the moment shall remain nameless, with whom I shall have to have words. My name is Mur.. er... that is to say Murtagh MacLoughlinn."
With a hand and a bow of the head he managed to convey a graceful bow while seated. He sported black leather shoes with silver buckles, white silk stockings, gross-gartered with green ribbons and into the top of which was tucked a small but serviceable knife. He wore a short green velvet jacket with silver buttons, a white silk shirt with enormous quantities of ruffled lace at the throat and wrists and a heavily pleated skirt of a complicated linear pattern of black and green and white wool, with a drape of the same material thrown elegantly over one shoulder. A large floppy beret constrained his long curled hair neatly at the front and felt away to one side. The other side sported a silver medallion into which were tucked a number of dashing plumes.
“E' un piacere conoscerla Messere!" Rispose Inigo ricambiando l'inchino. "Il nostro benefattore ha avuto cura che arrivassimo a palazzo nel migliore dei modi possibili: ne sono lieto."
Si sporse dalla carrozza e chiese al conducente a cassetta quanto mancava. Abbassando la testa tornò a sedersi al suo posto. Per un attimo accarezzò un anello d'argento che porta al mignolo sinistro.
“Spero che questa festa di palazzo sia anche la fine del mio Viaggio, MacLoughlinn!" Disse rivolto al passeggero e continuando. "Spero di trovare l'uomo che cerco alla festa." Sul volto abbronzato si dipinse un sorriso nervoso, poi Inigo guardò la città in festa fuori dal finestrino con gli occhi grigi persi su un orizzonte lontano.
" ...ernado Hirreira!... " Mormorò a mezza voce senza accorgersene
Lucia che aveva studiato a lungo il ragazzo si stava sistemando meglio ora le pieghe del suo elegante vestito da ballo, e sentendo pronunciare quel nome riportò la sua attenzione sul volto d’Inigo.
“Scusi chi è il calciatore della Lazio? O forse (ipotesi ancora più interessante) lei è forse un Assamite che sta cercando Messere Hirreira??? Me ne parli la prego,sono curiosa..."
Nel frattempo il suo sguardo si posò sull’altra persona presente sulla carrozza. La sconosciuta indossava un abito secondo la moda fiorentina e pisana, di velluto cesellato operato a un corpo, con fondo nero e motivi di piccoli rombi rossi sul busto e le maniche, mentre la gonna, ampia ma senza strascico, era di velluto dello stesso tipo ma con un motivo di piccoli fiori. Sia le maniche, piuttosto rigonfie, che le rigide alette sopra di esse erano ornate di galloni d'oro, come anche il corpetto, la parte centrale della gonna e l'orlo della gonna. Sopra le maniche vi erano le lunghe sopramaniche, dello stesso velluto a fiori della gonna e foderate di damasco rosso. Il colletto bianchissimo era ampio, senza arricciature, molto inamidato, di finissimo pizzo. I polsini erano dello stesso pizzo inamidato.
Portava orecchini pendenti d'oro con rubini, una collana di perle che segnava la linea del collo, e un collare molto più lungo e pesante, d'oro, che scendeva fin oltre la vita ed era fermato al corpetto da un nastro di seta rossa. Aveva in mano un fazzoletto di lino bianco, orlato dallo stesso pizzo che era stato usato per il colletto e i polsini.
Al sentire le parole di Inigo, la donna chiese:
“E perché lo cercate?”.
Inigo si riscosse e rivolgendosi alle due signore: "Semplice lo devo uccidere. Un Duello, sapete come sono queste cose.... Mi ha sfidato, peccato che poi al posto suo siano venuti quattro sicari. Ma sono un tipo sportivo, visto che non è potuto venire all'appuntamento, porto l'appuntamento da lui..."
“Più che giusto. E se di sicari ne avesse ancora qualcuno?" Chiese la signora in rosso e nero.
“I am glad to see you have adopted some of the customs of my home. This custom of having seconds, for thus we call them rather than 'assassins' or 'murderers', simply _watch_ instead of participating is most time-wasting. Before these more formal days we would have simply invited them to a friendly game of hurley before the formal duel for the survivors.” Commentò MacLoughlinn.
Inigo ascoltò Murtagh, lo guardava fisso negli occhi, come se cercasse di valutarlo, poi un sorriso cordiale accompagnò la risposta.
“Beh in effetti, mi sono dimenticato di specificare che i suoi ‘padrini’ hanno avuto qualche problema con i miei. Credo che ora stiano a tenere compagnia ai pesci del porto di Thalias. In effetti, dalle mie parti un duello non è esattamente una cosa formale, diciamo che preferiamo lasciare molto all'improvvisazione! A proposito, gli occupanti dell'altra carrozza chi sono? Forse lei signorina De Serpis può illuminarci."
Quando finalmente la carrozza si fermò, Inigo saltò giù al volo e aspettò che i compagni di viaggio facessero lo stesso.
Marzia, nell’altra carrozza, durante il tragitto non aveva fatto altro che indicare continuamente le varie attrazioni, i vestiti, gli strani personaggi che passavano per la strada subissando ovviamente con un inarrestabile torrente di parole gli altri due.
“Ho la netta impressione che tu non stia AFFATTO prendendo sul serio la Merda in cui stiamo per andarci ad infilare - con il dovuto rispetto!" Le aveva detto Costantini, il cui volto si era fatto via via sempre più torvo man mano che ci si avvicinava al palazzo reale. Tra la faccia cupa, l'abito nero e la maschera dal naso adunco, sembrava un corvo appollaiato sul sedile della carrozza.
“Invece passare il tempo a preoccuparsi sarebbe molto più utile vero ? Possiamo creare quasi ogni cosa ci serva nel momento del bisogno, vedremo al palazzo quello che accadrà.” Aveva ribattuto Borges.
“Sempre il solito maleducato cafone, eh? Insomma, sto soltanto cercando di allentare un po' la tensione, in fondo avremo tutto il tempo per preoccuparci non appena scenderemo da questi trabiccoli...." E così dicendo Marzia si era girata verso Borges continuando amabilmente a chiacchierare...
“Cioè tra un attimo." Aveva risposto Costantini riprendendo gli inviti dopo averli sottoposti alla scrupolosa indagine dell'usciere. “Forza, mettiamoci la maschera!"
Contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, Stefano non mise la maschera di carnevale sul volto. Fu la sua faccia, truce e preoccupata fino ad un secondo prima, a trasformarsi in volto dall'aria noncurante e leggermente sorridente, ma con un non so che di cinico e canzonatorio. Il ragazzo era proprio una carogna!
Marzia a Borges, palesemente ignorando Costantini:
“Ecco finalmente qualcuno che sa come ci si gode la vita!!!" Occhiolino a Borges e sorrisino a Costantini. Marzia si avviò saltellante verso l'ingresso del palazzo, invito alla mano. E per poco si scontrò con Inigo, che stava dirigendosi a grandi passi verso l'entrata, entrambi rimasero a bocca aperta di fronte allo spettacolo che si prospettò loro.
Il palazzo reale sembrava immenso. Le sue torri facevano a gara per quella che svettava di più, le sue finestre erano enormi vetrate decorate dalle quali traspariva la luce degli enormi lampadari che illuminavano affreschi e arazzi che risaltavano sul bianco del marmo. Le torce, appese all'entrata giocavano sui volti delle due statue di cui due, collocate ai lati dell'entrata colpivano e catturavano l'attenzione di chiunque si stesse accingendo ad entrare. La statua di sinistra rappresentava una donna alata con la mano sinistra appoggiata lungo l'arco della porta, la destra a piegata a togliere i capelli che le erano ricaduti sul volto, chino ad osservare chi le passava al di sotto. La statua all'altro lato, invece, rappresentava un uomo dal viso molto faunesco che ricordava decisamente lo zingaro all'entrata della città. Sorrideva agli ospiti quasi volesse invitarli a sfidarlo entrando nel palazzo. Gli invitati si erano intanto disposti in fila, in attesa, molti di loro indossavano soltanto una maschera, altri avevano scelto di mascherarsi completamente, ovviamente nei limiti di quanto l'etiquette consentiva loro.
Risate si levavano dal parco che circondava il palazzo e musica veniva dall'interno ritmata dalla voce del banditore che annunciava gli ospiti.Marzia si spostò di un passo indietro per guardare bene colui con cui stava per scontrarsi.
“Nessuno mi aveva avvertita che si trattava di un ballo in maschera!" Esclamò la dama in rosso e nero, un po' indispettita.
“Nessun problema." Dichiarò Murtagh. Prese dei fogli di carta dalla 'cartouche' e subito con qualche piega costruì una confezione a forma di cigno con collo e testa in alto e ali distese sopra gli occhi. Con un nastrino di seta nero, rubato dal suo costume, la legò al volto della bella signora che naturalmente appariva come ‘un cigno in mezzo dei brutti anatroccoli’. For himself he took up the tartan cloth draped over his shoulder and pulled it across his face, over the nose and below the eyes. Instantly he took on the appearance of a ferocious barbarian bandit, which he reinforced with narrowed eyes, a waggling eyebrow and a furtive stance.*No one ever believes the truth if laid out too plainly before them!*
Saltò dalla carrozza e offrì le mani alle donne per scendere.
"Signorina De Serpis. Signorina... ?" Guardando quella in rosso e nero.
“De Bedegraine. Aurore de Bedegraine, signore."
“Molto gentile Messere ad aiutarmi… Purtroppo io non ho neppure un cavaliere che mi accompagni alla festa… Borges neppure lo prendo in considerazione… Mi sento alquanto impacciata senza un accompagnatore…” Lo ringraziò la Contessa De Serpis.
Fuori, Inigo inclinò la testa leggermente di lato guardando Marzia:
“Damigella... Mi pare d’averla già vista, o sbaglio? In ogni caso Io sono Inigo de valle Verde per servirla. Comunque credo sia meglio avviarci o la festa inizierà senza di noi." Porgendo il braccio a Marzia si avvicinò a Murtagh e alle due dame, per poi avviarsi verso la fila sotto le due statue.
“Il sentimento e' reciproco... Chissà dove ci siamo incontrati!?" Marzia accettò il braccio di Inigo e gli strizzò l'occhio con aria complice... Poi si girò verso gli altri:
“Cosa state aspettando? Andiamo a divertirci!"
“Uh!" Fece la signorina De Serpis ad Inigo. “Quello delle scarpe? Lei è il famoso Messere ValleVerde? Dio che fortuna... Avrei un problemino con il tacco di questo paio di graziose scarpine da ballo... Essendo lei un bravo calzolaio, potrebbe darci una controllatina? Mi faccia la cortesia, altrimenti sarò costretta a non ballare tutta la sera e la cosa mi darebbe molto dispiacere..."
La dama in rosso e nero trasalì appena, e guardò la signorina De Serpis come per capire se quello che aveva detto nascondesse chissà che segreto. Inigo, porse l'altro braccio alla S.na De Serpis:
“Mi spiace madamigella, ma io sono la pecora nera della famiglia, non ho mai preso in mano un ago, né una tomaia. Al massimo posso offrirmi di accompagnarla. Sempre che Damigella Grayne sia d'accordo." Disse strizzando l'occhio a Marzia.
"Lei è molto gentile Messere Inigo... Accetto volentieri.. anche se non mi rimette apposto le scarpette... Sa in realtà io avevo un cavaliere ma di lui non ho un ricordo chiaro.... Fa nulla...Speriamo di divertirci Messere!" Poi sorrise dolcemente ad Inigo e lo seguì verso l'ingresso del Salone trotterellando contenta.
L'ampio salone che si apriva una volta superata la soglia era ancora più maestoso del palazzo esterno, sul fondo, molto lontano, si scorgeva una scala immensa che saliva ai piani superiori.
Un uomo dalle sopracciglia cispose e lo sguardo solenne li guardò.
"Signori, chi devo annunciare?"
“Aurore de Bedegraine.” Rispose la dama in rosso e nero.
"Io sono il Capitano Inigo di Thalias. e queste splendide dame sono Damigella De Serpis e Damigella Grayne." Disse Inigo, poi sottovoce alle due ragazze: "Ma i due baccalà li dietro chi sono? Uno dei due è Borges? O Santo Destino come siamo messi..."
“Quello?” Chiese Alchera. “Ah quello èBorges un caso desolatamente inumano... L'altro è nuovo anche a me..."
Marzia esalò un sospiro che sembrava contenere tutte le sofferenze del genere umano...
“E' mio marito... E' morto quasi un anno fa, sventrato da qualcosa in Antartide. Vi assicuro che non è un bello spettacolo quello che ha sotto la tonaca, al posto del torace... E nonostante tutto si ostina a fumare! Ah, non cambierà mai!" Poi, sorridendo con ironia, si girò verso Inigo. “Vogliamo avviarci, messere? Non vedo l'ora di scambiare quattro chiacchiere col cardinale..."
Rendendosi conto che la festa era in maschera, Borges portò la mano alla piccola sacca che portava alla cintura e dopo averne frugato l'interno per un po' (nel corso dell'operazione lanciò un'occhiataccia a Inigo quando questi pronunciò la frase "Ma i due baccalà li dietro chi sono? Uno dei due è Borges? o Santo Destino come siamo messi...") ne estrasse una maschera con il volto da fauno. E, quando il banditore gli chiese chi fosse, rispose:
“Di Callisto, dottor Di Callisto.”
Dopo essere entrato, si diresse verso il folto della folla sperando che tale direzione coincidesse con quella del buffet e scomparve alla vista del gruppo. Stefano lo imitò facendosi largo fra la gente.
La sala toglieva il fiato.
Sembrava immensa e gli specchi alle pareti aumentavano ancor di più le sue dimensioni contribuendo ad aumentare la sensazione di smarrimento che già, al solo vedere tutta quella gente, si provava.
Una musica, dolce, ma di sottofondo, accompagnava gli spostamenti degli ospiti e sembra invitare al ballo, ma era evidente, dal trono vuoto che si scorgeva sul fondo, che ancora i reali non erano comparsi. Mentre si guardavano attorno notarono che tutti, se non proprio con maschera completa, avevano il volto parzialmente coperto e altri avevano azzardato addirittura un mantello a coprire interamente la loro figura. Guardie in divisa bianco oro, erano poste ai lati della sala e alle porte. Numerosi camerieri si aggiravano fra gli ospiti con vassoi colmi di dolci e bicchieri pieni di un liquido dorato che doveva essere vino.
Diverse poltroncine erano state messe accanto alle pareti e diverse dame, alcune piuttosto grosse, altre dall'aria anziana ed altre ancora giovani che non osavano evidentemente muoversi dal fianco della madre, vi erano sedute e usavano il ventaglio con forza. Nonostante tutto ciò e dato il numero enorme degli ospiti, non faceva caldo, anzi una leggera brezza rendeva il clima mite e piacevole.
La Signorina De Serpis soffocò un'esclamazione di stupore forse poco ‘signorile’ nell'ammirare la sala in cui si stava svolgendo la festa da ballo. Per un attimo girò su stessa come una bambina per meglio osservare ogni singolo dettaglio (forse pensava che girando su se stessa sarebbe riuscita ad ottenere i fatidici 360° gradi che comprendono tutti i punti di vista possibili ed immaginabili!!). Dalla profonda scollatura un sibilo sommesso si unì al commento di Alchera.
“Sssssssssssssshhhhsssssssssssssssssss Bella fessssssssssta piccola mia! Se asssssspetti solo un attimo anche io mi metto due ssssssssstraccetti di Valentino addossssssssso e partecipo a tanto ssssssplendore... Fammi vedere un po’ qual è la moda del momento, non vorrei ssssssssembrare antiquata!" E così dalla scollatura rosso rubino di Lucia emerse una testa serpentesca, che assomigliava enormemente alla mamma serpentessa della pubblicità dei sofficini: sulla testa però questa aveva un enorme fiocco rosa. La piccola serpentessa si guardò intorno sbattendo assorta le lunghe ciglia poi si soffermò su Inigo e non poté fare a meno di tastare l'aria con la linguetta biforcuta.
“Ssssssshhh... Mhmm.... Interesssssante" Disse sorridendogli maliziosamente.
“Ma che strana collana indossa quella dama mamma?" La voce di una giovane fanciulla mise in guardia Alchera... Ma era troppo tardi... Ormai la ragazza aveva capito che si trattava di un serpente e non di una collana e con un urlo da gallina strozzata svenne seguita a breve dalla madre (forse più per sport che per altro), Lucia cercò allora di nascondere la serpentessa in fondo alla scollatura ma questa furbamente con un saltello atterrò sul pavimento e si diresse verso Inigo tra lo stupore generale. Arrivata a destinazione la serpentessa alzò il capino verso di lui.
“Ssssssssse mi baci divento una principesssssssa!" Gli disse dolcemente ma fermamente... Marzia la fulminò con un'occhiataccia, poi si volse verso Inigo e trascinandoselo dietro borbottò qualcosa a mezza voce: “Queste serpentesse moderne... Magari e' anche velenosa! La prossima volta che vengo a trovare Deifobe mi porto la cerbottana per tirare alle tigri che usavo allo zoo.." E scomparvero rapidamente in mezzo alla folla...
Inigo tirato lontano nella folla, seguì Marzia. Mentre attorno a lui sfrecciavano di sfuggita le maschere degli invitati fece in tempo a dire:
“Ma quello è davvero Stefano? Vestito da prete? AH AH AH! L'ultima volta che l'ho visto abbiamo preso a pugni un po’ di soldati dell'assenza, a casa di Darknight. Ehi Ste! Ti stava meglio l'impermeabile!" Urlò in direzione di Costantini.
“Lo dico sempre anch'io, ma ti puoi immaginare quanto mi dia ascolto..." Marzia scosse rassegnata il capo. “Vogliamo dare inizio noi alle danze, dato che il mio cavaliere si è dato alla macchia?" E sorrise gentilmente ad Inigo indicando il centro della sala, dove numerose coppie volteggiano al suono della musica...
Nella folla che continuava a muoversi Inigo seguì il flusso della gente, cercando di vedere più persone possibile, come se ne stesse cercando una in particolare. Si fermò un istante di fronte alla Maschera di Pan. Fece un inchino.
“Dott. Di Callisto è un piacere vederla qua..... Ma la sua dama dove è? Sempre a correre dietro al Graal....."
“Qualcuno deve pur farlo, mio caro. Pensi piuttosto alla sua, di dama, mi sembra piuttosto impaziente di allontanarsi.” Rispose Borges impassibile.
Un energumeno in uniforme bianca e oro si mosse in direzione di Alchera e della serpentessa con aria molto minacciosa.
“Se fossi in te cercherei di tenere un profilo più basso, se permetti un consiglio.” Le mormorò all’orecchio Borges, prima di allontanarsi.
“Ammazza e che ignorante sto ValleVerde!" Faceva intanto la serpentessa indignata. “Quella poi più che una dama me pare ‘na bomboniera di arssssssenico! Noooooooooooo non ssssssono velenosssssa IO!!!!"
Poi si girò verso la signorina De Serpis. “Mia cara... che facciamo? Anzi te lo dico io! Ecco guarda,” con la codina usata a mò di mano rovistò nella sua borsetta démodé, “mettimi questa catenella intorno al mio collo da cigno... Sssarai la prima ed unica dama della fesssta con una pricipesssssssa ssserpente al guinzaglio... Sssssi però sssstai attenta, questo guinzaglio è d'oro e pietre preziose, non me lo rovinare eh?" La serpentella tutta fiera e impettita si guardò intorno sbattendo le lunghe ciglia, poi iniziò a strisciare elegantemente nella direzione contraria da quella presa dal resto dei compagni di Lucia De Serpis. Lucia guardò quel portento di serpentessa sorridendo compiaciuta, e si perse insieme alla sua compagna tra la folla multicolore, con gli occhi spalancati come una bimba nel mondo delle favole.
Monsignor Costantini seguiva attento l'esibizione fuori programma di Abigail (il serpentello) e gli effetti che aveva sulla folla. Scrutava attentamente, cercando l'origine di quella brutta, bruttissima sensazione che gli attanagliava lo stomaco da quando era entrato nella dannata sala da ballo. Si era appostato vicino ad un tendaggio, leggermente dietro ad una colonna, in un posto dove la folla tendeva ad accumularsi un po' meno (pessimo feng shui?).
Un paio di persone lo guardarono un po' strano. Sarà stato perché stava fumando un'anacronistica sigaretta, oppure per il sottile filo di fumo che usciva dall'allacciatura anteriore del vestito. Ma lui non se ne curò. Anzi.
Si stava concentrando. Stava cercando di entrare in sincronia con la folla, di diventare una macchia indistinta tra gli invitati. Lentamente, gli sguardi che prima si posavano su di lui gli scivolarono intorno, ed il ricordo della sua immagine gocciolò via dalle menti degli ospiti come argento vivo.
Le persone che prima lo guardavano curiose ora sembrarono un po' perplesse e confuse, come se non ricordassero bene quel che stavano facendo fino ad un attimo prima. Poi guardarono dritto attraverso Costantini, come se fosse diventato invisibile, ed esclamarono:
“Guarda! E' arrivato il Barone De La Poer!" E si allontanarono, completamente dimentichi di lui.
Aurore si guardò intorno e cercò di seguire i movimenti dei suoi compagni, almeno con lo sguardo, sfruttando al massimo quello che si vedeva negli specchi per non fare notare chi stava guardando. Prese un calice di cristallo quando un cameriere le passò vicino, e con un sorriso lo portò alle labbra. Non lo assaggiò, però: prima voleva gustarne appieno il profumo. E fu quando non sentì profumo che si rese conto che questo doveva essere un sogno, perché solo nei sogni il cibo e le bevande non avevano profumo né sapore. Sempre sorridendo, finse di assaggiarlo, e quando passò un altro cameriere con un vassoio gli porse il suo e si allontanò. Non era bene mangiare e bere nei sogni se il cibo non veniva offerto da una persona ben più importante di un cameriere.
Aveva sentito parlare Marzia del Cardinale. Sorrise di nuovo. Era tanto tempo che non sognava il Cardinale. Chissà cosa sarebbe successo questa volta. Continuò a guardare negli specchi, attenta all'aprirsi della porta che avrebbe dovuto rivelare il corridoio buio, e la scala a chiocciola di pietra grigia che scendeva nei sotterranei. Probabilmente si trattava di uno di quei sogni con i serpenti… Era una fortuna che fosse un sogno, altrimenti al vedere la serpentessa Aurore sarebbe rimasta paralizzata. Ma questo non era successo, perciò cercò di seguire la conversazione fra Alchera ed Abigail, che la lasciò un po’ perplessa, perché normalmente i serpenti parlavano molto di meno ed in modo molto più enigmatico.
Ma era anche uno di quei sogni dove si cercava qualcuno. Erano difficili, quei sogni. Forse era per questo che ancora non si era aperta la porta sulle scale che scendevano. Un altro cameriere con un vassoio di bicchieri le passò davanti, e inaspettatamente nella mente di Aurore affiorò l’immagine del Sette di Coppe. Signore del Successo Illusorio, Venere in Scorpione, le corrispondenze emersero automaticamente, con le interpretazioni tradizionali: il successo era a portata di mano, ma era possibile che una volta ottenuto si sarebbe rivelato illusorio, o di effimera durata, o qualcosa che il consulente non desidera più. Anche questo era un particolare su cui avrebbe dovuto riflettere da sveglia.
Vagando per la sala, sempre con l'idea di trovare il passaggio che portava ai sotterranei, Aurore passò accanto a Costantini. All'inizio fu la sigaretta che la colpì, perché non ricordava di essersi mai trovata in un sogno in cui qualcuno fumava, poi fu la posa di Costantini, che le ricordò qualcun altro, un mago appoggiato a una colonna, una volta, e dietro di lui una stanza buia in cui riluceva un cristallo azzurro. Intorno alla colonna, però, era apparso un serpente dalle squame smeraldine, che l'aveva avvertita di non fidarsi del mago... Aurore fece un passo indietro, e fissò la colonna. Forse era per questo che non si accorse di come o quando Costantini si era allontanato.
...Altrove...
Stefano era appoggiato alla colonna e studiava le persone. C'era un'atmosfera strana, quasi come se tutto fosse artefatto e i sorrisi e le risate non fossero altro che un artificio, una finzione, maschere al di sotto di quelle finte. Ma si trattò solo di una sensazione momentanea perché la sua attenzione venne presto attirata da una figura vestita di rosso, il rosso cardinalizio, che stava conversando amabilmente con una donna un po' in carne tutta agghindata e che arrossiva di piacere alle parole dell'uomo.
...Altrove...
Marzia si avviò verso il salone delle danze con Inigo, la sua attenzione però era volta a studiare la gente. Anche lei provò la sensazione che ci fosse qualcosa di strano ma venne distratta dal vedere la figura vestita di rosso in un angolo a colloquio con un giovane uomo che portava un mantello che ne copriva la maggior parte del volto e del corpo. I due sembravano essere impegnati in una fitta conversazione interrotta soltanto quando ogni tanto il cardinale s’interrompeva per salutare qualcuno.
....Altrove...
Borges stava bevendo il suo drink con il viso coperto dalla maschera da Pan. Il vino era buono e il cibo ancor migliore. Aveva scambiato un paio di battute con Inigo ed ora la sua attenzione, come quella dei suoi compagni era volta a studiare la folla. La sala si stava riempiendo all'inverosimile ed ogni volta che era pronto a scommettere che presto non sarebbe centrato più nessuno, questa inspiegabilmente sembra più grande. “Saranno... Gli specchi...”
Un uomo che indossava una lunga veste rossa, dal viso coperto da una maschera nera, gli si affiancò chiedendogli permesso per prendere una tartina, poi si allontanò nella folla.
...Altrove...
La contessa, con la serpentessa al guinzaglio, si muoveva contenta fra gli sguardi ammirati, perplessi, stupiti , orripilati, di giovani e fanciulle, gran dame e cavalieri.
“Mi consenta, madame," un uomo vestito di rosso con una maschera nera sul volto s’inchinò, “devo ammettere che il suo animaletto di compagnia e' alquanto insolito... Permette che mi presenti? Sono il cardinale Richelieu."
...Altrove...
Era rimasto un solo uomo sulla scalinata. Guardava la folla e assisteva a strani avvenimenti. La sala sembrava più volte cambiare forma e aspetto, passando dal bianco splendente ad uno più cupo e sporco, poi tornando al bianco. Le stesse figure che si aggiravano e volteggiavano al suon della musica, sembravano cambiare di forme e aspetto e si confondevano mutando di compagna o di gruppo. Era come se si stesse assistendo ad un film che andava a velocità maggiore del previsto, un'immensa marea di persone e di cose che si agitavano e cambiavano e si spostavano come in preda ad un furore, una velocità che era fuori dal normale.
“C'e' qualcosa di strano..." Pensò fra se'.
La contessa Lucia de Serpis guardò sospettosa la figura che le si era parata di fronte.
“Non è che mi vuole rubare Abigail?" Commentò tra sè e sè. Ma poi osservando meglio le maniere squisite di colui che le si era presentato come il famoso cardinale Richelieu, Alchera sorrise dolcemente e si cimentò in una perfetta riverenza “Contessa Lucia De Serpis Viendalmare, per servirla Messere... E questa è Abigail De Serpis, un animaletto sì curioso cardinale, ma indubbiamente ha sortito il giusto effetto se sono riuscita a catturare la sua attenzione, non crede?" Nel pronunciare queste parole la contessa rimase inchinata osservando Richelieu di sottecchi, al sorriso dolce presto si sostituì quello accattivante della dama vissuta....
Costantini continuava a restare immobile. Ora che l'attenzione e gli sguardi della gente gli scivolavano sopra, cercò di fare lo stesso con... Tutto il resto. Voleva vedere sotto. Anzi, Sotto. E non sarebbe stato un dannato incantesimo di glamour a negargli la Vista della Realtà. Quindi smise di vedere con gli occhi, di sentire con le orecchie. Cercò di Guardare intorno a sé da Dentro, oltre i veli dell'artificio che sentiva intorno a sé. Lasciò scappar via dalla sua testa la presenza dei suoi compagni e del Cardinale.
Era talmente concentrato che non fumava da almeno 5 minuti!
“Mio caro Inigo, voglio presentarti un uomo davvero speciale... Se ne hai voglia, naturalmente!" Marzia indicò con il ditino allungato (non si fa, e' maleducazione!) il cardinale.
“Sarò lieto di accompagnarti cara Grayne!”
La concentrazione di Costantini era completa, la musica non era che un rumore di sottofondo, le voci inutili bisbigli, ma era come se qualcosa gli facesse resistenza, si opponesse al suo tentativo di andare oltre il velo... C'era qualcosa in atto, qualcosa di molto potente, qualcosa che andava fermato... Ma cosa? E chi?
Altrove...
Grayne e Inigo si diressero verso il cardinale il quale, al loro avvicinarsi interruppe la conversazione. Portava una maschera nera che gli copriva parte della faccia.
“Ben ritrovata madamoiselle," baciò la mano di Grayne, “siete stupenda, permettete che vi presenti Lady Chesterfind. Non ho il piacere di conoscere il gentiluomo che vi accompagna." Si voltò verso Inigo sorridendo.
Altrove...
La risata del cardinale era divertita.
“Va a mio onore sapere che una dama come lei vuole attirare la mia attenzione. A cosa devo questa grazia?" Richelieu porse il braccio ad Alchera e la condusse verso il centro della sala.
Somewhere else...
Murtagh was still on the stairs that led to the big hall.
It was very strange that he saw all this men wearing the same long red vest and all were speaking with the persons who came with him! What was happening in this party? Surely nothing good.
Levity faded from the bog-bandit's eyes above his 'scarf' of draped plaid.
The eyes almost began to widen in amazement, but a cold inimical cynicism filled them with crystalline ruthlessness.
Murtagh began to scan the scene, disbelieving the easy merriment, the facade of gentillity at play. He disbelieved not the usual simple deceptions of politeness, of self-deceit among the pompous, decorated patrons holding forth to their clients, among the fluttering lashes of falsely modest seductresses, secure in their own importance. No. He began to disbelieve the literal truth of his eyes. He started to see not with a direct stare but with the almost unpercieved periphery of his vision, to hear not the gross noises of music and declamation, but the almost unheard murmurs and intonations of people's voices. He filtered out the aromas of powerful perfume, the feast laid out at the buffet and the earthy smells of the carriages arriving behind him, to percieve the sweat of fear, the delicate scent of deception and decay.As he saw the scene swing from bright and gorgeous to dark and corrupt as if the hours flowed as minutes, his mind flied backward in time, the years of his exile unreeling to remember the young man who had seen a similar effect so long, so very long ago and yet not long enough.
...ooo000ooo...
Merrily drunken he had reeled from the hall, the prettiest wench at the feast firmly attached to his arm, her kisses warm in the balmy summer night's air which seemed suddenly cool and fresh after the warm close atmosphere of the people crowded inside. "Shhhhh" he whispered, loudly, freeing a forefinger from its grip on a bottle of wine to lay across his lips clumsily. She giggled and shrieked with laughter as they nearly fell, staggering "stealthily" away from the hall, where the music and loudly raised voices easily covered their departure.
Their one common thought seemed less urgent beneath the gentle summer stars. A shooting star fled across the sky, difficult to see with the lights of the hall blazing behind them. Quieter, hand in hand they passed up through the ornamental orchard and over the brow of the little round hill and stood in the darkness as flashes streaked across the heavens.
Suddenly more romantic than amorous, the young man bad her lie down on the slope where she could gaze upward in comfort. He sat beside her and started picking the tiny long-stemmed flowers in a huge ring around her. He begged her for a ribbon, which she coyly extracted from some hidden part of her costume and he wove dozens of the tiny delicately scented blooms into a crown. They shared more sips of the wine and it did not seem so strange when more stars flashed down through the silky midsummer night and deposited tall, graceful, gently-glowing figures on the hillside.
Murtagh was standing, the crown in one hand, the bottle of wine clutched for a final celebratory swig in the other. Mindless courtesy overtook him and he made a leg to the newcomers offering what was left of the bottle for the common enjoyment. To his surprise his guests has beautiful silver and crystal goblets all ready to hand and there seemed a great deal more wine left in the bottle than he had imagined.
"What a beautiful crown of flowers!" breathed a light yet somehow husky voice in his ear. "I want it!" cried another voice. "No. Me!" wheedled another. Somewhere nearby a flute began a lively melody, A fiddle joined it and suddenly all the women, all the incredibly beautiful, lithe women were dancing in a circle, begging him for the crown, pulling off garments and offering them for the crown. He did not see the disappointed, shining-eyed glance his former companion lanced in his direction through lowered lashes before she was whirled up in the dance. Taking a deep breath he closed his eyes and tossed the band of flowers high in the air. Girlish shrieks of gaiety, which somehow echoed of something deeper and frighteningly wilder surrounded the crown as it came to earth. Suddenly the winner was dancing with glee surrounded by a crowd of laughing friends dashing away down the hill, _their feet not bending the grass and flowers where they trod_.
Suddenly alone Murtagh looked around wildly, his head swimming with an intoxication somehow not entirely due to drink with which he was familiar.He spied his own dear sweet girl slipping into the trees with a tall slender man wickedly loosing the ribbons from her hair as he fed her a conspiratorial sip from a delicate silver chalice. They were but a few paces away and it took no more than a couple of strides and a shout to lay his hand on the dandified arm. Almost idly the tall man spun around and slapped the boy away, his eyes flashing green fire in the darkness. His cheek stinging from the blow, Murtagh fell heavily to the grass. In an instant he was back on his feet, the cold steel dagger from his stocking in his hand without conscious thought; an instinct from generations of feuding and brawling needing no prompting. The man fell back a pace, his already languid complexion becoming a whiter shade of pale as he beheld the dull steel gleam of the dagger. Murtagh stepped between him and the girl. Again the strangers eyes gleamed green and he whipped up the goblet spraying the lees of his wine across Murtagh's face. Black fire seared into Murtaghs eyes, clawing under his burning eyelids. Staggering back one hand to his face he thrust the dagger hilt-first to the girl and pushed her away before leaping forward swinging wildly at his dimly seen foe. The blow to his head brought more stars shooting across his vision before a soft, monstrous darkness swallowed them all and he felt himself falling despairingly into an abyss of helpless oblivion.
He dreamed. It seemed that he lay beneath the surface of a cold, clear lough. Above the surface the seasons passed like hours. The sun and the moon streamed across the strobing sky. The trees fruited, flashed a salute of glorious tints and shrivelled. A white blanket was thrown over them a moment before it evaporated under an explosion of greenery reaching for the sky, swaying with the passage of Lugh's golden chariot. Everything burst into myriad shades of bloom before the cycle repeated. And repeated. And repeated until the rhythm was almost soothing.
At other times he dreamed of dancing wildly for days on end amid huge crowds of fair dancing gentry. Sometimes he gazed down from the sky or observed from high on a crag before leaping away, his antlers proud and heavy on his head. Sometimes he battered endlessly at the falling water before tiredness overwhelmed him and oblivion dragged him away to the soothing cycle of the seasons once more.
He awoke at last on a small round hill in a ring of autumn mushrooms. Rising he disturbed the bright quilt of autumnal leaves covering a grave. Embedded in the moss covered headstone were the rusted fragments of a small steel dagger and the inscription of her name all but worn away by the elements.
Murtagh knew fear and hate in full measure for the first time in his short life.
The Daoine Sidhe had broken his heart, had killed everyone he knew without laying a finger on them and left him nothing save the hills of Eire itself which he could no longer bear to see.
...ooo000ooo...
The Warrior of the Clear Waters demured the offer of wine or canapes, He knew the power of fairy sustenance. Feigning discomfort with his plaid 'mask'. He drew aside and fashions a mask for himself of more paper from his satchel. This time the folds sculpted the ghastly skull of a young buck deer. The small antlers were fashioned of the rowan twigs he always carried and all was bound together with red thread. Under cover of the mask he slipped from his satchel the round, smooth-polished stone from the bed of an irish stream and peered with bated breath through the hole worn in its centre by the ever cleansing waters of Eireann.
With dread and icy resolved in his heart, he stalked the crowd, scrutinising the strange, red-robed figures through the elf-shot.
Borges, nella folla provò a cercare di capire se ci fosse qualcosa che si stava nascondendo nella sala.
La Contessina Lucia De Serpis Viendalmare accolse con grazia il braccio del cardinale lasciandosi condurre verso il centro della sala. Abigail, seguì le Sue Signorie tronfia e raggiante, mentre con la codina si incipriava il naso tutta soddisfatta!
“Monsignore in realtà non volevo attirare la sua attenzione quanto piuttosto godermi questa favolosa festa... Ma ditemi cosa festeggiamo? In onore di chi è stata data? In realtà le devo confidare che qui mi sento un po’ come Alice nel paese delle Meraviglie... Stordita e affascinata, ma anche un po’ preoccupata.... Lei no, Monsignore?"
La De Serpis guardava ora il cardinale Richelieu con tutto il candore possibile....
Il cardinale rise di nuovo.
“Mia cara signora,lei e' sorprendente, oggi e' il compleanno di Sua Maesta' la Regina e il Re ha voluto dare una festa in suo onore. Mi stupisce che lei non lo sappia, sono mesi che si stanno preparando i festeggiamenti per quest’occasione."
La folla continuava ad aumentare sempre più, tanto che risultava sempre più difficile evitare di essere urtati da qualcuno. All'ennesima botta Richelieu sbuffò.
“Che ne dite di avviarci in un luogo più tranquillo? Sono ansioso di parlare con voi."
E porgendo a Lucia il braccio si diresse verso il giardino.
Altrove...
Murtagh was looking for the truth, Stefano, on the other side of the big room was trying to forget all the persons around him... To concentrate to find the way to understand what was happening there.
Suddenly something happen.
He saw a light in the darkness. Darkness?! The light came to him and found his mind. It was the strange man who came with him, but there's something different.... Something wrong and right at the same time.... Their minds became one, both wanted to find the way for the truth and they found it.
When Murtagh finally returned to his body there was only darkness around him, he felt his foot on the floor but there wasn’t no floor, only, not so far from him, another person was with him. He weared a long black vest and he seems worried like him.
Where were finished all the other persons? And, more important, where were their friends?
“Ah! La festa della regina... Scusi Eccellenza ma io sono straniera, e solo da poco sono giunta qui... Capirà quindi se mi sento un po’ spaesata..." Nel parlare la Contessina De Serpis aveva seguito il Cardinale verso la strada che l'uomo si era aperto tra la folla. Durante il percorso Abigail aveva iniziato a soffiare tipo gatto a tutte le persone che non vedendola le avevano pestato la coda. La lingua sibilante e lo sguardo incattivito di Abigail aiutarono il cardinale a raggiungere il tanto sospirato giardino. Lucia si accomodò elegantemente su una bella panchina in marmo bianco, sistemando per bene l'ampia gonna intorno a sé, poi compiaciuta iniziò a sventolarsi con un bellissimo ventaglio di piume rosse
“Ditemi cardinale, di cosa voleva parlarmi?"
“Monsignore, lieto di incontrarla il mio nome è Inigo de Valle Verde, Ammiraglio della Flotta di Thalias nonchè Corsaro. Al suo servizio e a quello di Lady Chesterfind." Disse Inigo ricambiando il sorriso del prelato. Che strano, avrebbe scommesso che il Cardinale stesse parlando con un uomo qualche secondo fa…
“Sua eminenza scuserà la mia curiosità, ma non ho mai avuto l'onore di essere ospitato in questo palazzo né di conoscerne la corte, sono sicuro lei potrà togliermi qualche dubbio, sicuramente lei conosce tutti i nuovi arrivati tra gli invitati. Mi piacerebbe scambiare quattro chiacchiere con loro, sempre che sua eccellenza sia così gentile da indicarmeli." Inigo aspettò la risposta del prelato, osservando tutta la sala, alla ricerca del suo avversario. Il cardinale rise divertito.
“Perdonatemi ma credo che nessuno meglio della qui presente Lady Chesterfind possa aiutarvi. Io non sono che un povero prete. E se volete scusarmi, devo occuparmi anche degli altri ospiti.” Si rivolse a Marzia. “Madamoiselle, che ne dice di un ballo?”
Costantini si guardò intorno con malcelato nervosismo. Continuava a non muoversi da dove si trova ed il suo sguardo ispezionò l'oscurità, come se si aspettasse da un momento all'altro di vederne uscire chissà quale pericolo.
La mano stringeva nervosamente il pomello del bastone da passeggio. Non gli piaceva questa assenza di... Di qualsiasi cosa. L'ultima volta che aveva provato una sensazione simile era stato quando era morto, ed erano esperienze che di solito uno preferisce non ripetere.Dannazione, si aspettava di ‘passare sotto’ all'illusione creata dalla sua ex-Nota. Si aspettava di trovare qualcos'altro, forse Deifobe che sghignazzava di loro, oppure chissà quale pericolo. Che avrebbe ovviamente affrontato con la consueta incoscienza.
“Ma qui c'e' solo il Nulla, maledizione!"Poi guardò sospettoso l'uomo che stava con lui, che indossava una buffa maschera di carta:
“Beh? Questo e' opera tua?"
“Rowan Tree, Red Thread,
hold the Witches all in Dread."
Quoted the skull-masked irishman.
“The mask is indeed the work of my hands. The banishment of the faerie glamour I believe we accomplished together. I certainly felt some assistance in piercing the veil. I sense in you another soul driven to cynicism of that which is too beautiful?"
“Essere morto aumenta il cinismo." Disse Costantini, rilassandosi e accendendo una sigaretta. “Visto che siamo in vena di maschere, io tolgo la mia". E mostrò sotto la tonaca il petto aperto, come squarciato da un colpo fortissimo. Era impressionante, sotto, vedere gli organi esposti ed un poco di sangue che gocciolava tra le costole spezzate e rientrate verso l'interno, come i denti di un’orrenda bestia.
Era evidentemente una ferita mortale.
Murtagh cocked an eyebrow inquisitively.
“Strange, the lack of illusion is usually illuminating. However, I see nought but darkness. Even you seem to partake of darkness."
<looking at Costantini's black clothing>
“If it's so dark... how is it that we perceive each other, I wonder?"
He looked straight at Costantini.
“We obviously have some way of fighting back. How shall we proceed? If I hold on to your belt, perhaps you could sound out a path ahead of us with yon bonny shelaleigh o'your'n?"
Costantini shook his head and darted a wicked smile to Murtagh.
“Sure as hell this is not darkness. This is nothingness. Do you feel how it chills your bones and make your eyes ache? Now, it seems like we are the only no-nothingness beings here, right? Can this nothingness be a sort of - substance? fabric? Then we should be able to mold it. Maybe - I'm just guessing".
Il cielo era pieno di stelle e il silenzio era impressionante a confronto con il rumore della sala. Ora solo il suono della musica, stranamente dolce, giungeva agli orecchi di Alchera. Il cardinale sorrise e i suoi occhi, sotto la maschera sembrarono di un intenso azzurro.
“Ero curioso di conoscerla meglio, lei mi sembra così diversa dagli altri. In un certo senso superiore... Come se avesse una maestà che altri non hanno, supera quasi la nostra regina, ma non lo ripeta a lei." E rise. “Non e' per caso una principessa straniera?"
Fissò Alchera con un’intensità che le fece scorrere un brivido involontario lungo la schiena. Alchera smise immediatamente di sventolarsi fissando attentamente il cardinale.
“Lei è molto arguto Eccellenza... Ho faticato molto per nascondere la mia reale identità... Ma è inutile portare avanti una farsa se si viene scoperti, non crede? Quindi le rivelerò chi sono... In via del tutto confidenziale, s’intende..." Si alzò dalla panchina senza lasciare per un attimo gli occhi del cardinale con i suoi. “Jashmine Jalad-ud Din figlia dell'imperatore Mogol Akbar Muhammad delle Indie, per servirla." Una lieve riverenza accompagnò le sue parole. “Ed ora messere, è il caso che anche lei mi riveli chi sia in realtà..." E così dicendo gli si avvicinò posando lievemente le mani sulla maschera che ricopriva il volto dell'uomo con l'evidente intento di toglierla...
Aurore aveva notato troppe multiple tonache, non cercò però di farlo notare ad altri, ma di osservarle. Anzi, le moltiplicò ancora cercandole negli specchi del salone per vedere se i prelati riflessi corrispondevano a quelli nel salone. E sempre sperando, con ansia crescente ormai, di trovare la porta, la porta della scala che scendeva. Dietro le luci, le musiche, le sete che turbinavano nella danza, le maschere, Aurore sapeva che ci _doveva_ essere quella scala di pietra grigia. Con l'affanno dei sogni in cui si cerca e non si trova, Aurore cercava.
Borges stava osservando la folla con sguardo preoccupato, era un po' che non vedeva gli altri, l'ultima persona era Stefano ma anche lui sembrava scomparso. Poco fa aveva visto passare il cardinale con Alchera, diretti verso il giardino e seguiti dalla serpentessa sibilante.
Cosa fare adesso...?
Borges as Fabio di Callisto began to move, looking for the others in the room.
Inigo guardò allontanarsi il cardinale, poi si voltò a chiacchierare con lady Chesterfind .I suoi occhi però scivolavano con lo sguardo sulla folla e sugli specchi. Uno, nessuno, centomila cardinali?
Bha!
Inigo intrattenne la lady con lui offrendole da bere e ascoltando le sue chiacchiere con finto e simulato interesse. Non esitò a farsi indicare questo o quell'invitato nella speranza che la nobildonna riuscisse a riconoscerli e gli dicesse il loro nome. Aveva perso di vista i suoi compagni di viaggio, o meglio, gli sembrava di vederli in lontananza, ma con tutto questo gioco di specchi non era mai certo che fossero loro.
“Madame, vuole accompagnarmi?" Disse il giovane alzandosi e porgendo la mano a Lady Chesterfind.Seguendo la melodia della musica nell'enorme sala da ballo, il corsaro attraversò la folla trascinandosi dietro la dama. In fondo gli piaceva camminare in mezzo alla gente, sembrava di essere in mare. I movimenti della folla gli ricordavano la forza delle onde, e come in mare aperto anche qui la cosa migliore era farsi trascinare.
Per un attimo, Inigo rimase assorto nei suoi pensieri, da qualche finestra era entrato un alito di vento, aria di mare, aria salmastra. Non poté fare a meno di rabbrividire al richiamo del Mare.
Istintivamente voltò lo sguardo in direzione della brezza, ma nessuna finestra sembrava essere aperta.
In quella direzione la sala terminava con una grande arcata aldilà della quale s’intravedeva un largo corridoio, anch'esso pieno di gente.
Inigo, sempre con la lady appresso si diresse in quella direzione sperando di incontrare qualcun altro.
Era un po’ perplesso perché ogni tanto non riusciva più a orientarsi, l'arcata ogni tanto scompariva e ogni tanto Inigo avrebbe potuto giurare che al suo posto c’era solo un’enorme specchiera.Intanto intorno la musica continuava e i convitati non badavano molto al giovane che testardamente si stava dirigendo verso una parete della sala. Ed intorno ogni tanto una (?) figura ammantata di rosso scivolava fra i convitati.
In the right moment Costantini pronounced the last word, Stefano's eyes began to saw something. It was like when someone enter the first time in a room with no light, the first five seconds he doesn't see anything, but after some minutes, if the darkness isn't total, he begin to see the room around him.
In the same manner Stefano and Murtagh began to see where are they. It was the same big hall where they was before, but now it was empty and the dust cover all the floor in front of them. Suddenly they heard a far sound, some sort of music and in the hall they saw ghosts... Figures of men and women dancing and moving around.
What was happening? It was a sort of allucination? Or what they saw now was the truth... And, if it was so... How to free their friends?
In that moment, in the garden...
Non appena la mano toccò la maschera, il cardinale afferrò per un braccio Alchera e glielo allontanò dal suo viso.
“Mia cara, forse non sa che è necessario attendere la mezzanotte per liberarsi delle maschere?"
La presa del cardinale era ferma e difficile da contrastare, ma Alchera era riuscita a sollevare la maschera di quei pochi millimetri che le avevano consentito di vedere qualcosa che non avrebbe voluto vedere. Sotto la maschera non c’era il volto di un uomo, ma un'oscurità profonda in continuo movimento, come se il suo viso fosse in continua mutazione, cambiando espressione e fisionomia ogni secondo. La maschera era tornata al suo posto e il cardinale sembrava assolutamente normale.... Forse era stata soltanto un'impressione... Forse...
Altrove...
Borges si stava guardando attorno in cerca dei suoi compagni, dopo qualche minuto riuscì finalmente a vedere Marzia in compagnia del cardinale, stavano ballando. Passò ancora qualche minuto e vide Inigo allontanarsi con una donna grassottella che gli stava appesa ad un braccio, si avviavano verso il fondo della sala, la donna non la smetteva mai di parlare e sembrava intenzionata a non mollare il suo cavaliere per nulla al mondo. I due si fermarono di fronte ad una parete, poi, all'improvviso proseguirono il loro cammino passando attraverso il muro.
Borges rimase per qualche secondo perplesso poi scosse la testa incredulo.
Che sciocco! C'era chiaramente un corridoio in quella direzione, come aveva potuto pensare che ci fosse una parete? Aveva bevuto troppo vino... In quel momento, Aurore, la donna venuta con loro, gli passò davanti senza notarlo. Sembrava come in cerca di qualcosa, con aria smarrita ma determinata. Ad un certo punto si fermò e si voltò decisamente verso un altro punto della sala come se avesse finalmente trovato quello che cercava.
Altrove...
Inigo non era di molta conversazione, anche perché a parlare era solo Lady Chesterfind, ogni tanto però riusciva ad intromettersi nel suo monologo con qualche domanda.
“Mi perdoni madame, non ho capito bene di chi sia questo palazzo..."
La donna lo guardò sbalordita.
“Come di chi e'?! Questo e' il palazzo reale!" Poi scoppiò in una risatina. “Ma lei stava scherzando ovviamente! Che sciocca.... E' ovvio che tutti sanno che oggi e' il compleanno di Sua Maesta' la regina..."
E riprese a parlare dei festeggiamenti, che erano iniziati da una settimana a questa parte.
“Il cardinale ovviamente...." Inigo riuscì ad interromperla. “Ecco una persona sicuramente interessante... Il cardinale... Mi parli un po' di lui..."
La donna assunse un'aria cospirativa.
“Beh... E' potentissimo a palazzo, ha molta influenza sul re ed e' sempre in contrasto con la regina, sa, lei pare sia ammanicata con gli inglesi.... O meglio.... Un certo inglese...” E sorrise con aria complice. “Sembra che per stasera abbia preparato una sorpresa, per il compleanno della regina.... Ma non si sa ancora se sarà una cosa buona o cattiva.... Per la regina ovviamente..."
“In effetti deve essere un uomo grandemente ammirato dal momento che molti si sono vestiti come lui questa sera...."
La donna scoppiò in un'altra delle sue fastidiose risatine.
“Ho l'impressione che lei abbia bevuto un po' troppo messere. Qui di cardinale ce n’e' uno solo ed in questo momento sta' ballando con la dama con la quale lei e' arrivato."
Ora si trovavano nel corridoio, anche questo pieno di invitati, per lo più uomini. Inigo si ricordò finalmente il motivo per il quale stava andando in giro con quella donna.
“Mi perdoni, madame..."
“Madamoiselle prego..."
“Ehm... Madamoiselle, lei per caso non conosce un certo Fernando Hirreira? O non sa se per caso qui a corte e' giunto qualcuno che corrisponde a questa descrizione?" E fornì alla donna la descrizione dell'uomo che stava cercando. Lady Chesterfind rimase pensierosa per qualche secondo poi scosse la testa.
“Che io sappia no... Ma posso sempre informarmi."
Altrove...
Aurore guardava negli specchi ma era tutto così confuso poiché essi aumentavano il numero delle persone in movimento e così sembrava che vi fossero più figure vestite di rosso di quante dovevano e più ospiti di quanti ce ne fossero in realtà... O forse no?... Lei stessa era replicata all'infinito e le sembrò, ma solo per un istante, che ognuna di queste immagini avesse un'espressione diversa, dall'innocente sguardo alla rabbia convulsa, al sorriso di scherno...
Si voltò di scatto con la testa che le girava, poi, come un miraggio nel deserto, vide dalla parte opposta della sala una piccola porticina che nessuno sembrava notare. Forse erano le scale! Pensò e ci si diresse facendosi largo fra i danzatori.
Altrove...
Il cardinale era un ottimo ballerino e si destreggiava con facilità fra le varie coppie che ballavano.
“Allora?" Chiese finalmente. “Siete riusciti a trovare qualcosa?"
Marzia non ricordava affatto, dalla lettura di Dumas, che Richelieu avesse mai ballato.... Ma chi poteva dirlo... Anche quello era solo un romanzo.
Inigo guardò la dama restando silenzioso per un attimo.
“Le sarei immensamente grato, ma non vorrei disturbarla e metterla a disagio. Sono certo che tutti questi cavalieri la assedieranno per un ballo non appena la vedranno.” Disse il giovane indicando gli uomini nel corridoio. “Non vorrei che lei sia disturbata in continuo, ma se mi permette vorrei presentarle una persona, in realtà si tratta di un mio amico. Quando il cardinale ci ha presentati sono rimasto colpito. Sapesse quanto ho sentito parlare bene di lei da parte di questo mio amico. E' un suo grande ammiratore sa? Eccolo laggiù, sicuramente sarà lieto di conoscerla di persona."
Inigo si spostò attraverso la folla del corridoio, a un certo punto si diresse verso un invitato che stava sorseggiando un calice di vino (l'ultimo di una lunga serie). Si avvicinò e lasciando per un attimo il braccio di lady chesterfind salutò l'invitato stringendogli le spalle. Gli parlò un poco all'orecchio, giusto due parole.
L'invitato sembrò come stordito. Il giovane si voltò verso la dama dicendo
“Lady chesterfind le presento il Barone Edmund di Vendome.” Il barone era visibilmente imbarazzato e mormorò : “Lieto di conscerla MiLady"
Inigo fece un rapido inchino nei confronti dei due e fa un passo indietro.
“Sono certo che il barone desideri l'onore del prossimo ballo, non voglio ritardarvi oltre.” Prima di allontanarsi offrì un giglio bianco alla dama. “Non si dimentichi milady, Hirreira... A più tardi"Rapido Inigo si defilò tra la folla, per un attimo si voltò a guardare nel salone poi si girò verso la fine del corridoio. Da che parte era Hirreira? Dove si trovava? Come trovarlo e riconoscerlo? Certo !!! L'orecchino!!! Hirreira indossava la conchiglia di Thalias!
Afferrando un bicchiere di vino rosso Inigo si diresse nuovamente verso il salone cercando i compagni di viaggio e dirigendosi verso di loro, ma senza smettere per un istante di cercare Hirreira.
Alchera portò lentamente il suo sguardo sulla mano del Cardinale che le aveva afferrato il braccio. Soppesò brevemente la situazione, poi riportò velocemente gli occhi sul volto mascherato di Richelieu
“Eccellenza, o mi toglie le zampacce di dosso o incomincio a urlare con tutto il fiato che ho in gola... Per quanto mi riguarda la maschera se la può tenere a vita, anzi, mi sa che è meglio così, sa? In fin dei conti non sono neppure tanto sicura che lei sia un dignitoso prelato, almeno non più di quanto io sia la regina d'Inghilterra! Ora sono stanca, se non le dispiace me ne torno dai miei compagni!" Detto questo Alchera, senza dar modo al cardinale di replicare, si girò e raccogliendosi le ampie gonne si diresse frettolosamente verso le sale illuminate del palazzo.
Quando Inigo tornò nella sala, quasi si scontrò con Aurore, che stava muovendosi a passo deciso verso il lato opposto della sala e voltando la testa vide Lucia rientrare da sola dal giardino. Sembrava piuttosto preoccupata e pallida. La fanciulla si stava dirigendo verso di lui trascinandosi la serpentessa appresso che protestava a viva voce per quel modo di camminare.
“E ma un pò di attenzione per la coda sibilante del cardinale!" Sibila un'Abigail allibita e infuriata “Ma che modi sono questi? E dove fuggi? Sembra che tu abbia il diavolo serpentino alla calcagna! Ma una signora non corre così!! Ma non ti ho insegnato nulla? Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"
La contessina Viendalmare sembrava non fare troppo caso alle proteste della serpentessa, e trafelata si guardava intorno alla ricerca di un volto amico, fino a che in lontananza intravide Inigo. Nuovamente eseguì un perfetto slalom tra le ingombranti gonne delle dame e i pizzi delicati delle giacche dei cortigiani, incurante del fatto che Abigail, strattonata sbatacchiavac qui e là, sibilando e mordendo tutto ciò che le capitava a tiro.
Dopo qualche secondo, il cardinale, uno dei tanti, rientrò anche lui nella sala, con calma si servì da bere e salutò alcuni ospiti.Borges-Pan masked identified his friends among the ‘images’ in the ballroom. He joined with them to ask their impressions about the ongoing situation.
“This is damn creepy!" Costantini shuddered, then turned to Murtagh "It is possible that all the guests and the palace are only... Images, illusions. But I can swear my friends are no ghosts - hell, *I* should be the patented ghost here! So let's find them. Do you know what's bugging me? This is not the style of my boss, Deifobe. Not at all. On the other hand, the goddamn Cardinal surely is a sneaky bastard and I wouldn't ever turn my back on him, but he's the one who warned us about something *wrong* happening here. So, who's doing this illusion shit?"
“Maybe *now* we're in the right attitude to find out, right? Now, you are the one who knows mumbo-jumbo, right? So let's see if you can come out with something"
“By the way, will you take off that ridicolous mask? Only the Seven Eternal Fools know if there are already too many masks 'round here!" Costantini stared around him, as if lost in some thought. The smoke from his cigarette twisted and turned around the face, revolving in slow patterns resembling skulls, ghosts and faces with empty eye sockets, the mouth distorted in screams of agony. He looked perplexed at the patterns, then shaked the head and whispers “Well, that's *some* trick. Did I do it? Well, it's damn comforting. If my career as a private eye fails, as the circumnstances seem to hint, I can show up in a Circus. 'See the amazing Costantinus and his creepy smoke!' "
And he bowed with exaggerated gestures. The usual ironic smile, his copyright, returned, once again masking his feelings.
“Eccola, eccola, finalmente! Forse comincerò a capire qualcosa, adesso." Pensò Aurore mentre passava fra le coppie danzanti, quasi danzando lei sola. Arrivata a metà della sala si fermò, con l'aria di qualcuno che cerca di ricordare qualcosa, e, del tutto dimentica dell'etichetta di corte, sbottonò il polsino sinistro e cominciò a cercare qualcosa nella manica. Non era il fazzoletto, ovviamente, perché ce l'aveva in mano...
Un po' soprappensiero e sempre continuando a cercare qualcosa nella manica sinistra, accennò poi un saluto a Inigo.
“Signore," gli disse, “state ancora cercando?"
“Certamente. Non smetterò di farlo fino a quando non avrò trovato hirreira.”
Quando Alchera si avvicinò, Aurore accennò una riverenza anche a lei.
“Signora, e voi avete trovato?"
Lucia sgranò gli occhi alla riverenza di Aurore, affannata si guardò un attimo indietro come se temesse che qualcuno l'avesse seguita.
“Madame... Questo posto non mi piace affatto! Quello non è un uomo! Quello è il diavolo!!!! Altro che cardinale e cardinale dei miei stivali!” Accennò nervosamente una riverenza anche lei. “Ho provato a sollevargli la maschera! Ebbene sotto non ha un viso! Vi dico che è una creatura demoniaca! Io qui non ci rimango un minuto di più!!!"
Aurore, dalla sorpresa, lasciò cadere il fazzolettino orlato di pizzo che teneva in mano.
“Non andate, signora," la pregò Aurore, vedendo che Lucia si sta preparando alla fuga, "quello che voi dite sul cardinale temo sia vero anche per il palazzo, anche quello che vedete qui intorno e' una maschera..."
Con mani tremanti Lucia raccolse la povera Abigail (tutta spettinata e sconvolta!) e poi si diresse velocemente verso l'uscita. “Ci vediamo alla locanda... State attenti!" Mormora ad Aurore e Inigo prima di fuggire via.
"... Ma forse ho trovato il modo di sollevarla," Concluse invano Aurore mentre Lucia si allontana.
Borges-Pan aveva visto passare davanti a se' Aurore che si era fermata subito dopo a cercare qualcosa dentro una manica ed aveva poi incontrato Inigo che stava per andare a sbatterle addosso.
Dopo qualche secondo si era visto passare davanti anche Alchera che, trascinando la serpentessa, aveva raggiunto i due. Non c'era traccia ne' di Marzia, che in teoria stava ballando con il cardinale, uno dei tanti, ne' di Stefano, ne' tanto meno di Murtagh.
Borges a questo punto raggiunse il gruppo che sembrava piuttosto sull'agitato.
“Questo posto comincia a disorientarmi parecchio e poi tutti questi cardinali mi fanno una strana sensazione." Disse Inigo.
“Allora anche voi li vedete?" Chiese Aurore, osservando Inigo con più attenzione. “Pensavo di essere la sola, qui..."
Nel mentre sopraggiunse Borges.
Inigo continuò: “Scusatemi signori, ma io sono giunto a questa festa con uno scopo ben preciso, e voi? Credo che la cosa migliore da fare sia trovare chi ci ha invitato a questo ballo. e soprattutto cercare di togliersi da questa sala da ballo e soprattutto dai suoi strani specchi.”
“Secondo me," Disse Aurore, “se prendiamo quella porticina dovremmo passare in un luogo molto diverso dalla sala da ballo." Si fermò un momento, corrugando appena le splendide sopracciglia nere, poi con un sorriso disse: “Eccola!" E dalla manica tirò fuori una piccola chiave d'oro.
“Consiglio di seguire madame oltre la porta, accertiamoci di non lasciare indietro nessuno e vediamo di scoprire cosa si nasconde dietro questo curioso scenario.” Disse Borges.
“Ma, e la signora contessa Viendalmare?" Chiese Aurore.
“Eminenza, per il momento ci stiamo limitando al puro divertimento... ALMENO IO! Sono appena arrivata e tutta questa folla mi confonde terribilmente... In fondo sono soltanto una giovane nobildonna di campagna!” Sorriso innocente “Ma non ci siamo ancora presentati!..” Marzia si distaccò delicatamente dal cardinale quel tanto che le permise di allungare la manina guantata, porgendogli il dorso (su cui un vero gentiluomo non mancherebbe certo di posare un lieve bacio).
“Nausicaa, marchesa de' Possenti."
Il cardinale sembrò perplesso, poi decise evidentemente di stare al gioco e baciò la mano tesa mentre la riconduceva verso Inigo e gli altri.
“E' stato un piacere ballare con voi, madamoiselle. Ora, se permettete, devo purtroppo lasciarvi. Signori."
Detto questo si allontanò nella folla divenendo uno dei tanti cardinali che sembravano aggirarsi per la sala.
Marzia sembrò improvvisamente realizzare che nell'aria c'era qualcosa che non andava... Il suo sorriso felice e spensierato si trasformò lentamente in un'espressione interrogativa, stupita ed infine sempre più preoccupata mentre, girando dolcemente a tempo di musica, il suo sguardo si posò sulla folla festosa... Ma quanti sono? Uno no, due, tre, dieci, venti.... I loro movimenti, prima così fluidi, si fecero via via sempre più meccanici, sembravano muoversi all'unisono, identici fra loro ed in armonia con la musica.... Il suono si deformò mentre la sala ruotava sempre più veloce....
“Non riesco a fermarla, non riesco a fermarmi!!!!”
Le figure si fusero le une alle altre in un orrido puzzle di carne e sangue.... Il suono... Non esisteva più musica, questa era pura cacofonia... Dolore lacerante per le orecchie di chi ascoltava, ma che nessun uomo poteva ascoltare. Marzia vacillò, le gambe le si fecero pesanti mentre continuava a girare sempre più rapida a ritmo di un valzer viennese che avrebbe fatto arrossire gli Strauss....
La contessina uscì dall'immenso portone del palazzo e si diresse verso il cancello d'entrata. Era terrorizzata ma cerca di dominarsi. La città era tutta una festa, le vie erano affollate ed in ogni angolo c'era un saltimbanco che si esibiva di fronte a spettatori affascinati. Carrozze continuavano a passare in direzione del palazzo, alcune avevano le tendine chiuse, in altre invece si affacciavano nobili cavalieri che lanciavano fra la folla monetine argentate sorridendo divertiti alle grida di approvazione e alle zuffe che seguivano per prenderne il più possibile.
Dove si trovava la locanda? La contessina seguì la strada fatta per arrivare al palazzo ma con sconcerto si ritrovò di fronte al muro bianco che solo un giorno prima, ma le sembrano secoli, aveva provato a superare. Alla sua destra vide il cancello d'entrata.
Aggrottando la fronte, gli diede le spalle e s’incamminò di nuovo in direzione della locanda. Dopo un po' finalmente vide una fontana che le ricordava quella della piazzetta ma, appena vi si avvicinò, trovò davanti a se il cancello di entrata al palazzo reale.
Per la terza volta, la contessa gli dide le spalle e ripartì decisa, ma di nuovo, pur cercando di andare sempre dritta, si ritrovò di fronte al muro, questa volta però dalla parte sinistra del cancello.
Dal palazzo venivano musica e risate, dal palazzo suoni e rumori e, sempre dal palazzo...anzi nel palazzo...
Marzia girava e mentre girava, le figure che le stavano attorno assunsero tutte un unico volto, che era nello stesso tempo mille volti assieme. Anche i suoi compagni facevano parte del tutto e non riusciva a liberarsi di quella forza che la spingeva a girare su se stessa, disperata, mentre la mente le riportava altre immagini, altri volti, altri ricordi... Fino a quando non sollevò il viso e non vide l'affresco.
Una donna, dall'espressione dolce che sorrideva mestamente, mentre i suoi occhi esprimevano dolore e nello stesso tempo un infinito amore. Fu come se uno specchio si fosse infranto e in tutto quell'orrore, qualcosa di fermo e stabile facesse breccia nel cuore e nella mente di Marzia.
“Guarisci e guariscimi..."
Queste furono le parole che sentì mentre il suo corpo cadeva sul freddo marmo. Ma non provava dolore, anzi, una strana sensazione di pace e serenità...
Marzia si rilassò felice crogiolandosi per lunghi istanti nel senso di sicura tranquillità che emana dalla donna, che via via sembrava assumere connotazioni più reali e farsi di carne e sangue. Marzia, disperatamente, tentò con ogni briciolo della sua essenza mortale di restare aggrappata a quella figura.... Che avrebbe potuto esserle nota, forse l'aveva già vista in qualche luogo, magari era soltanto un inganno della sua mente stanca ed indebolita dal lungo danzare.. Iinconsciamente le sue braccia si mossero verso di lei, forse stavano soltanto cercando conforto o forse sapevano qual'era la vera via da percorrere, per salvarsi da tutto quell'orrore....
Alchera strinse forte i pugni quando si rese conto di cosa stava succedendo... Rimaae ferma, immobile, di fronte al muro osservandolo infuriata, dietro di lei si sentiva il sibilo altrettanto contrariato delle serpentessa Abigail.
Un gran respiro... Poi un altro... Poi si sedette in terra a gambe incrociate, l'ampia gonna che le si apria intorno come una corolla dalle sfumature pennellate di colore incendiario. Alchera chiuse gli occhi... Aveva capito che si trovava di fronte ad una grande illusione... Se solo fosse riuscita ad andare oltre alla volontà che teneva in piedi tutto quel baraccone illusorio avrebbe capito cosa nascondeva tutta quella messinscena.
Nella posizione del Loto iniziò a concentrarsi per sbaragliare il potere delle illusioni...
Borges-Pan accorse ad aiutare Marzia.
“E’ evidente che qualcuno sta cercando di dominare il Dominio di Deifobe, insisto per cercare di varcare qualsiasi porta non appena saremo tutti insieme. E cerchiamo qualcosa per rianimare questa sventurata. E cerchiamo di capire dove è andata a cacciarsi quell’altra (e si, noi di Sogno abbiamo questo rapporto un po’ informale con la nostra Prima Nota).”
Aurore sembrò un po' perplessa.
“Deifobe?" Domandò, ma poi aggiunse decisa. “Signore, sono d’accordo con voi. E' importante che restiamo uniti."
La sua mano (la sinistra, che teneva il fazzoletto che le era caduto, non la destra, in cui stringeva la chiave d'oro) andò alla splendida collana d'oro che portava, e da cui pendeva una boccettina di cristallo di rocca con il tappo d'oro. Aurore staccò la boccetta dalla catena, e la offrì a Borges-Pan.
“Ecco, sono dei sali, dovrebbero funzionare. Per quanto riguarda la contessa De Serpis, è andata in quella direzione.”
Inigo, sembrò per un attimo rimanere imbambolato, poi si riscosse. Si notò immediatamente che i suoi occhi avevano cambiato colore, ora erano di un azzurro-grigio un po’ indefinibile.
Guardò Grayne a terra, e la festa intorno a lui. Sembrò concentrarsi un attimo come se stesse ricordando un po’ di cose, poi infine si scosse.
“Borges, è ora di darsi un po’ da fare. io vado a recuperare Alchera, ci vediamo alla porticina di cui dice Aurore."
Il giovane si alzò di scatto, e si mosse verso l'uscita rapidamente. Non si preoccupò più di tanto della folla e di eventuali cardinali multipli. Anzi sembrò che la gente si spostasse al suo passaggio, anche se sarebbe stato più corretto dire che fu Inigo a sgusciare in maniera invidiabile tra gli invitati.
Presto fu alle porte del palazzo, con lo sguardo cercò Alchera, gli era sembrato di vederla seduta per terra un po’ più in là. se solo quelle carrozza si fossero levate dalle....
La contessa era seduta davanti al muro, l'ampio vestito che si allargava attorno a lei come i petali di un fiore, il viso dapprima segnato dall'ansia e dalla preoccupazione, poi improvvisamente sereno mentre la concentrazione prendeva il sopravvento e il suo respiro si faceva più calmo e tranquillo.
“Trovare la fonte dell'illusione, trovare il cuore del male...” Pensava e la sua mente cominciò a librarsi oltre le mura del palazzo, dentro un salone affollato, schivando occhi che non la vedevano ma che sembravano percepire qualcosa di diverso nell'aria, poi dritta verso un gruppetto riunito attorno ad una fanciulla svenuta, li conosceva? Forse... Non ricordava... La fonte delle illusioni... Il centro... Trovarlo... E ripartì verso il basso, contro il pavimento di marmo che sembrava opporre una notevole resistenza, eppure lei avrebbe dovuto essere incorporea... Avrebbe dovuto.... Non sarebbe stato quello a fermarla... Lei doveva vedere! E improvvisamente fu libera in un'altra stanza che era la stessa in cui si trovava prima solo che era vuota e buia... A parte due figure che si guardavano attorno perplesse, una fumava emettendo volute a forma di teschio... Ma via... Via anche da li'... Dov'era il centro dove? Una piccola stanza in cui si trovava una bambina che piangvae... Una piccola bambina con indosso un vestitino bianco che stringeva a se una bambola di pezza. Era li e piangeva... La contessa le si avvicinò e le accarezzò la testa, ma questa reagì gridando e i suoi occhi si fecero più grandi colmi di terrore, il suo sguardo però non era diretto alla contessa ma a qualcosa dietro di lei, qualcosa che gettava la sua ombra e che sembrava enorme. Si girò e quello che vide la fece raggelare, il terrore l'assalì mentre una parte della cosa si dirigeva verso di lei e cercava di afferrarla. Liquidi strani caddero a terra ed un odore insopportabile si mescolò a quello del terrore che avvolgeva lei e la bambina. La contessa arretrò fino a quando non ci fu che il muro dietro le sue spalle, era come paralizzata mentre quella cosa era sempre più vicina... Più vicina... Più vicina...
“Borges, è ora di darsi un pò da fare. io vado a recuperare Alchera, ci vediamo alla porticina di cui dice Aurore." Inigo si era alzato di scatto e si era mosso verso l’uscita rapidamente senza preoccuparsi più di tanto della folla e di eventuali cardinali multipli. Anzi, sembrava che la gente si spostasse al suo passaggio, anche se sarebbe stato più corretto dire che era Inigo a sgusciare in modo invidiabile tra gli invitati. Presto fu alle porte del palazzo, con lo sguardò cercava Alchera, gli era sembrato di vederla seduta per terra un po’ più in là, se solo quelle carrozze si fossero levate dalle…
Alla fine Inigo riuscì a passare e si avvicinò a Lucia. Sembrava così pallida e tremava… Il suo volto era contratto come in preda ad terrore profondo o un forte dolore. Che fare? Senza pensarci due volte Inigo le toccò una spalla e fu' come se una scarica elettrica si trasmettesse dalla fanciulla a lui. Compì un volo all'indietro gemendo per il dolore, mentre Alchera cadeva a terra dall'altro lato. Con un braccio intorpidito Inigo si alzò e si avvicinò alla contessa. Alchera era priva di sensi.
Borges era chino su Marzia, con i sali prestatigli da Aurore, quando questa riaprì gli occhi tendendo le mani verso l'alto come se stesse cercando di afferrare qualcuno. Borges seguì il suo sguardo ma non vide che un affresco e attorno a loro si stava formando un gruppo di persone stupite. Marzia vide quello che era carne e sangue tornare colore e pietra e a nulla servirono i suoi tentativi di ritrovare quel contatto, quella sicurezza. Solo dentro al suo cuore però le restava un calore che prima non aveva, una sensazione che la riscaldava e sembrava incoraggiarla.
Aiutata da Aurore si alzò, mentre Borges allontanava i curiosi spiegando che si era trattato di un malessere passeggero che ora era tutto a posto.
Ora non restava che sperare che Inigo avesse trovato Alchera.
“I now understand why _you_ are involved in these Sidhe tricks, my friend. I may call the enemy of my enemy my friend may I not?”
“Whatever you want. Who are Sidhe? Rival football team? Enemy clan?"
“Is it possible you know not what you are? Never mind. If I may mistake you, so may the Fair Folk and then they would be your enemy. Being already my enemy you would be my friend. Does being
dead affect your memory?”
“Does being Irish affect your sense of humour? *Of Course* I know what a Sidhe is. Pointy ears, stupid tricks an' all."
“Mumbo-jumbo is it? I will try to scry out our friends in these insubstantial veils of illusion here. Perhaps we can jerk them awake too. But you must keep me from falling back into the illusion. If I seem to be falling asleep, pinch me. If I seem to hallucinate, slap me. If I start to become transparent, then cut me with cold iron." He produces a small dagger from the top of his sock. This wee beastie should do the trick. Just don't be sticking it anywhere too vital, eh? Any drop of blood will do.”
“This sounds fun. OK, go on. I will keep an eye on you."
Murtagh seated himself on the ground in one corner, where he could see the whole room and where Constantine couldn’t see the moving figures if he looked at Murtagh. He pushed back the mask on his head and grasped Constantine's hand firmly with his left hand. With his right hand he grasped the elf-shot.
He spited on the stone and with his thumb stretched the meniscus of the liquid across the hole in the centre. Holding it up, he peered through it seeking his companions in the misty mime show, mentally calling them to him, reaching... reaching... to find one, face one and slap them hard awake.
Costantini was holding Murtagh's hand, ready to pinch, slap, cut him on demand.
Then there was something huge and powerful passing nearby. The strange feeling of someone watching. With the corner of an eye Costantini caught a glimpse of a well-dressed woman floating downward. Was it a dream? Or a Dream of a Dream?
Somehow the shade of darkness that surrounds Costantini and Murtagh seemed to part to let the woman pass and then reforms behind her, like it was alive, a million of smoky tendrils of nothing, moving like undersea algae.
One moment and she was gone.
“'tis an ill wind that blows no mind..."
"Costantini, Help! HELP!! 'Tis a Fair Lady!!! Get your Fomor arse in gear!"
“And to do what? She's not here anymore! And I am not a damned stinky Fomor!"
Non appena Marzia si riprese, Borges la portò fuori, dirigendosi verso la stessa uscita imboccata da Inigo.
In the right moment Costantini and Murtagh saw the lady, they tried together to follow her with their minds and to call her... But everything was useless. So, they were in this big hall, with all this "ghosts" dancing around them and a strange lady who has disappeared. What may they do now? What...
Suddenly a scream broke the absolute silence of the hall. It seemed to come from the stairs that led down just on the left corner of the room...Why they hadn't seen them before?
“I think I'd better have yon dagger back again." Said Murtagh, leaping to his feet. Taking it, he run for the stairs and raced to help the damsel in distress... or to gut the vile demon trying to trick him.
“Action, at last! Go on, I'll cover your back!" And Costantini followed Murtagh down the stairs, more cautiously. He held the walking stick like a mace.
In the other reality....
Fuori la notte era illuminata dalle torce e dalle lanterne appese all'esterno. C'era molto movimento e nel giardino si udiva ogni tanto qualche voce seguita da una risatina divertita. Guardandosi attorno Borges notò i piedi di Inigo spuntare da dietro un cespuglio e più in la giaceva la contessa. Entrambi sembravano un po' scossi ma illesi, a parte gli abiti fumanti di Inigo.
“Ma come, prima tutti insistono per rimanere insieme e poi cominciano a sparire per conto proprio?”
Aurore batté l'elegante piedino nell'elegante scarpetta con visibile impazienza, e stringendo in mano la chiave d'oro, si voltò in direzione della porticina.
La porticina era sempre lì e, non appena Aurore, v’infilò la chiave si aprì con un piccolissimo scatto. La lama di luce proveniente dalla sala illuminò una scala buia.
In an other place...in the same moment...
The stairs were very strange indeed, very long and deep.
When both finally reached the end of them, there was a long corridor that run to the left and to the right of the stairs. No more scream came only the echo of someone sobbing far to the left. Suddenly they heard something squeak from the top of the stairs and the steps of someone going down.
Fine Prima Parte
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