IL
LIMITE NON SCRITTO
di Stefano Zanero
"Se ogni secondo della nostra vita
si ripete un numero infinito di volte,
siamo inchiodati all'eternità
come Cristo sulla croce"
M.Kundera, "L'insostenibile leggerezza dell'essere"
Camminavano fianco a fianco in una uggiosa sera, durante uno degli ultimi inverni del millennio.
Amici, compagni, fratelli. Si conoscevano da una vita. Eppure nessuno di loro, fino ad un anno prima, conosceva davvero se stesso.
Amici, certo. Lo erano sempre stati. Una amicizia naturale, istintiva, fraterna. La classica amicizia che nasce al primo sguardo, alle prime parole, sui banchi di scuola nel momento in cui intorno a te non c'è nessuno che conosci. Una amicizia di anni, completa, senza segreti. Una amicizia che poteva sfidare chiunque. Nulla poteva separarli, nemmeno la morte, come si suol dire.
Ma chi aveva pensato mai alla vita eterna ?
Camminavano fianco a fianco, il dio e l'uomo. E per la prima volta tra loro sorgeva il silenzio, e il silenzio operosamente edificava un muro tra i loro pensieri.
Dio ! Che parole grosse... certo, era un'entita metafisica, una delle 49 combinazioni di forze che governano la storia dell'uomo. Un noumeno kantiano, per così dire. Ma in fondo era un uomo, perdio, così lo avevano sempre considerato. Aveva amici, aveva persino dei FRATELLI nel vero senso della parola ! Ed era fatto di carne e di sangue.
Era facile considerarlo solo nel suo aspetto umano ed essergli amico...
Però quanto era difficile immaginarsi quella realtà di cui ogni tanto parlava... una realtà diversa, eppure tanto vera - ai suoi occhi - quanto gli edifici grigi che li circondavano, se non di più: una realtà fatta di potere, misticismo, emozione... una realtà in cui gli dei (dei come lui, non dei come il Dio in cui avevano entrambi creduto fino a poco prima) camminavano sulla terra.
Pathos.
Camminavano fianco a fianco, il dio e l'uomo, condividendo questi pensieri, non in virtù di qualche esotico potere, ma in virtù dell'amicizia che faceva battere all'unisono i loro cuori. Un'amicizia tanto forte da superare il Velo. Ma che come tutte le cose umane non riusciva ad oltrepassare l'arco di una vita.
L'uomo aveva ascoltato le parole dell'Immortale, ovviamente. Parole con cui gli aveva spiegato che in realtà tutto ciò che gli esseri umani perseguono come "potere", la tecnologia, la forza fisica, il predominio politico, sono cose insignificanti. Le battaglie, le guerre che hanno segnato la storia dell'uomo, e il potere dei governanti e dei dittatori, sono come polvere, un nonnulla per chi vive cento e mille anni, dieci e cento vite. Perchè un Immortale sa, e vede, che esistono forze che governano la storia e il cuore dell'uomo. Che la Storia è l'arazzo intessuto dagli Eterni, forgiato nell'oceano del Pathos. Che la vera battaglia è quella per le emozioni.
La Jyhad degli Eterni. La Lotta degli Immortali. La Battaglia del Pathos.
E all'interno di quella grande lotta, che gli aveva dipinto solo a tratti, solo nei risvolti che la mente di un mortale può iniziare a comprendere, si celava una lotta più personale, di cui non gli aveva mai parlato. Una lotta che era tanto intima e tanto privata da essere irriferibile a un mortale, anche a un amico. Una lotta tanto fondamentale da essere per un Immortale il tessuto stesso della sua anima.
Era per quello che l'immortale era inquieto. Mai aveva nascosto qualcosa di così importante al suo amico. Ovviamente aveva mentito a centinaia di amici, nelle sue centinaia di vite. Ma mai a lui.
Camminavano insieme, l'uomo e il dio, e tra loro per la prima volta un silenzio che non veniva dal ritenere superflue le parole, ma veniva da una colpevole e tormentata decisione.
Doveva essere infranto. E l'unico a poterlo fare era l'Immortale. Che pensava alle parole con cui iniziare la sua confessione.
E la confessione che gli doveva fare era dolorosa. La lotta per il Limite era qualcosa che non poteva essere capito facilmente, ma che sarebbe stato frainteso, senza dubbio.
Perchè ovviamente essere Immortale significava avere il potere. Avere il potere di sconvolgere la storia. Avere la vita, per sempre. Ma significava anche in un certo senso perdere ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta. Perdere il Limite. Perdere l'orizzonte che è la possibilità di compiersi.
Persino Lui, colui che era immortale e mortale, non Dio, ma Figlio di Dio, colui che aveva imparato ad amare prima e a considerare un rivale - un grande e onorevole rivale - poi, aveva potuto dire "tutto è compiuto", e spirare - davvero. Ma quando tutto può dirsi compiuto per chi non ha limite ? Mai. I millenni si susseguono ai millenni. Le incarnazioni alle incarnazioni. Ogni mille anni la lotta ricomincia. E gli immortali tornano sulla terra, contando su piccole schiere di fedeli adoranti. Tornano a vestire spoglie mortali, in una vita senza morte - che quindi, per definizione, non è vita. Come la luce senza buio non sarebbe quello che è, ma una pallida normalità.
La vita ritorna sempre, trasportata sulle onde dell'oceano del Pathos. Ma l'amicizia non ritorna. La mancanza del Limite è il dolore e la sofferenza della rinascita.
Camminavano insieme, il dio e l'uomo. Ma per quanto ? Di fronte all'uno, solo la vita. Di fronte all'altro, anche la morte. Il secondo invidioso del primo. Il primo invidioso del secondo. Un'invidia che nessuno dei due avrebbe mai ammesso a parole. E il silenzio calava impietoso, nutrendosi di questa prima vicendevole bugia.
Impossibile essere amici. Impossibile concedersi emozioni verso un mortale. L'immortale è signore di ciò che non può provare. Impossibile essere amici. Impossibile che un Immortale possa ricambiarmi. Lui è superiore, e riderebbe dell'amicizia di un mortale.
Fu un attimo. La banda di teppistelli metropolitani, tutti più o meno della loro età (della loro età FISICA, ovviamente), li circondò in un attimo.
L'uomo e il dio si guardarono attorno, impreparati. Nessuno di loro era pavido, ma non erano certo nerboruti. C'era solo da sperare che i giovincelli si accontentassero di portafogli e orologio. Balenarono le prime lame dei coltellini.
L'uomo aprì le palme delle mani di fronte a sè e disse: "ehi, calma... cosa volete". Il più tozzo e scuro della combriccola, infagottato in un giubbotto griffato e con un kefiah a coprirgli parte del volto, squadrò entrambi (il dio e l'uomo) con sguardo beffardo e fece un nervoso segno con la mano "Portafogli, orologio, e tutto quello che avete. Svelti."
Muovendosi lentamente, per non innervosirli e non perdere preziose parti del corpo, il dio e l'uomo lentamente estrassero i portafogli dalla tasca. L'uomo lo consegnò. Il dio estrasse i soldi e li diede.
"Anche il portafoglio." "Daglielo, non fare l'idiota" bisbigliò impaurito l'uomo. "Ci sono documenti di Pathos. Non posso." rispose fermo il dio.
Un calcio sbattè a terra l'immortale. Risero tutti. "Dai" disse il capobranco.
Il portafogli rimase nelle mani del dio. "Ah, io avrei VOLUTO risparmiare a JJ la fatica di picchiarti. Ma purtroppo..." e allargò le braccia.
Due giovincelli trattennero l'uomo, mentre un sacrilego teppista si avvicinò con fare strafottente al dio.
Il primo calcio arrivò violento e inatteso sulle reni, con una forza sufficiente a costringere l'immortale a piegarsi in due. Poi ancora, e ancora, i calci piovvero nei punti più dolorosi. L'immortale si contorse a terra dal dolore. Ancora e ancora piovvero i calci. L'orgoglio del dio non fu piegato, ma guardando l'uomo vide nei suoi occhi sconcerto. Paura. E capì che aveva frainteso. Non capiva che i veri dei non erano in grado di chiamare fulmini sulla testa dei nemici. Non capiva che la battaglia per i cuori degli uomini si combatteva altrove e altroquando.
"Il mio regno non è di questo mondo" avrebbe voluto dirgli, ma un colpo lo zittì rapidamente.
A scusante dell'uomo, anche lui non capiva. Non capiva perchè lui, dio, doveva sopportare questa umiliazione da parte di un essere insulso. Ma era il Limite. Era l'unica cosa che rendeva la vita eterna sopportabile. Perdere il limite significava rinunciare all'Emozione, significava rinunciare ad essere dio dopo aver perso il proprio posto di uomo. Il Limite andava preservato, a qualsiasi costo. Il limite era una forma di piacere, era un modo per provare emozioni. E anche la paura è ghiotta, per chi non può provarla.
Però i calci erano tremendi e ben piazzati. Strinse i denti. Il terzo limite era chiaro. E il secondo lo era di più. Gli occhi dell'uomo erano velati di lacrime e bruciati di delusione. Come quelli dei discepoli di fronte alla croce, riflettè. Se i limiti fossero stati una legge, quell'espressione sarebbe stata sufficiente a consentirgli di infrangerli. Ma i limiti erano vita. Erano la condizione per rendere sopportabile una vita oltre la vita.
Ed ammirò per un attimo il nemico straordinario, il figlio della Presenza, Dio, e non dio, che aveva sopportato la crocifissione, e aveva sopportato la delusione dei suoi amici. Lui sì che aveva assaporato e sentito il Limite, e questo gli era valso una vita eterna e vera, non il maledetto beneficio degli immortali.
Sopportare il Limite era la condizione per poter vivere e regnare sulle anime, e non sui corpi. Le tre leggi erano la garanzia del successo futuro, a scapito della gratificazione immediata. L'uovo oggi e la gallina domani, e loro avevano scelto la gallina.
Ma i suoi pensieri non rendevano più sopportabili i calci. E l'umiliazione di trovarsi prostrati di fronte a un teppistello di periferia. L'umiliazione di esserlo di fronte a uno dei pochi uomini che invece significassero qualcosa per lui, dio.
"Non ti rialzi più ? Hai deciso che il tuo posto è quello ? Faccia a terra di fronte a me ?" chiese sghignazzando il capetto. Prostrato ! Un dio prostrato di fronte al NULLA ? Fece per rialzarsi. Con un colpo preciso gli spazzarono l'appoggio delle braccia. Cadde di nuovo. "Perfetto. Bravissimo. Stai lì. E adesso, falla finita e dammi quel maledetto portafogli con la carta di credito."
Il dio parlò, sputando qualche goccia di sangue. "Carta di credito ! IDIOTA ! Io sto proteggendo te e il tuo gruppo di decerebrati dall'immischiarsi in qualcosa di troppo grosso per le vostre testoline. Semele, che vide Zeus, fu folgorata..."
Il colpo arrivò puntuale e terribile, e gli tolse la voce. Lo rialzarono tirandolo per i capelli. Li guardò tutti digrignando i denti. Codardi. "Va bene, allora mettiamola così: o mi dai - spontaneamente - quel maledetto portafogli con i suoi segreti di stato, oppure il tuo amichetto può fare solo una bruttissima fine" tagliò corto il suo antagonista.
Uno dei coltellini baluginò alla luce del lampione. La resistenza era finita. Messa in rotta. Si possono tollerare i lividi, ma non si può scherzare con le lame.
Il terzo limite era chiarissimo. Non poteva dargli quello che chiedeva. Ma l'uomo non era immortale, non era nemmeno un Risvegliato, non del tutto. Non gli aveva ancora fatto la sua confessione. Non poteva chiedergli di rinunciare alla sua vita per cose che ancora non capiva.
E, si sorprese a pensare, più importante di tutti i fottuti limiti, l'uomo era suo amico.
Socchiuse gli occhi e invocò gli eterni. Chiese un segno, ben sapendo che erano lontani, freddi, indifferenti. Ma nondimeno chiese loro di indicargli la strada. Di spiegargli come quel momento si inserisse nella Tela. Di mostrargli il senso del Limite in una situazione del genere.
Gli giunse un'Idea. Un'idea di lampante chiarezza. Egli lottava per sentire il Pathos. Egli lottava per SENTIRE le emozioni. E il Limite era un MEZZO, non un FINE. Il fine ultimo della battaglia, della realtà, della sua vita infinita, della vita finita del suo amico, era l'EMOZIONE.
Se lasciava morire in sè le emozioni per seguire il Limite scambiava un mezzo con il fine. Per il mezzo contraddiceva del tutto il fine.
Pensò al suo nemico, il Dio crocifisso, che aveva perdonato chi lo uccideva. Che aveva perdonato, e chiesto di perdonare, chi uccideva i propri amici. Il Bene assoluto era inumano. Così come il Male assoluto. Gli Assoluti, come il Pathos, erano una Via. Ma erano vie antiparallele. Il Pathos era la nemesi degli assoluti. E quindi, i Limiti non erano Assoluti.
Esisteva un Limite non scritto, "L'emozione trascenda ogni cosa". Nelle situazioni perdenti, è lecito cambiare le regole, per raggiungere il fine. Quando un Immortale si incarna, diventa anche uomo. E per essere uomo non può tradire un amico, per quanto il suo status di dio sembri richiederlo. Obbedire ai Limiti in quel momento non era nulla di emPathico, era puro e semplice e idiota egoismo infantile. Significava agire come chi conosce solo gli assoluti.
Lui, invece, era libero, purchè accettasse le conseguenze delle sue scelte.
Il dio capì, e ringraziò gli Eterni. Poi aprì gli occhi. Il coltello si avvicinava alla gola dell'uomo. I suoi occhi sbarrati lo fissavano, ormai colmi di una triste rassegnazione. Se mille inferni lo avessero aspettato per quello che stava per fare, se mille demoni avessero torturato le sue prossime mille vite, tutto questo non avrebbe cambiato di un millesimo di millimetro la sua scelta. Era impossibile rinunciare del tutto ad essere un uomo, anche se la ricompensa era diventare un dio. Un sorriso si fece strada sul suo viso.
I due che lo tenevano sottobraccio iniziarono a guardarlo, nervosi. Certo che era più grosso e robusto di quello che gli fosse parso. E magari aveva un'arma con sè... Improvvisamente terrorizzati, lo mollarono. Con calma studiata da mille generazioni, il dio si alzò, scrocchiandosi le dita. Alcuni indietreggiarono, stupendosi della sua resistenza al dolore. Dolore ! Una cosa da nulla per chi ha sopportato il panico di mille morti.
Uno dei ragazzotti si avvicinò brandendo il suo coltellino. Il dio ricordò la furiosa battaglia degli dei nella gelida città di Asgard, le battaglie nelle fertili pianure di Mesopotamia, Ilio, dove gli dei camminavano tra le schiere disposte a battaglia. E rise. Rise in faccia al delinquente coi capelli rossi e al suo coltellino. Le mani piantate sui fianchi, la testa piegata all'indietro, il dio rise, con fragore di tuono, come chiamando a testimone il cielo dell'idiozia del ragazzo. Sbalordito, il giovane non avanzò più di un passo.
Il capetto si fece avanti, con un mortale rasoio tra le dita. Il riso cessò, e l'Immortale squadrò con calma il suo nemico.
Due sguardi si incrociarono. L'uno pieno di vuoto, l'altro con il peso della storia sulle spalle. L'uno che non comprendeva nemmeno ciò che aveva di fronte, l'altro che vedeva ben oltre il velo di Maia. La disperazione di un esistere che vede il limite come confine, e la saggezza di un esistere che cerca il limite come fine ultimo. L'insostenibile leggerezza di una vita che non ritorna, e in cui tutto per il semplice fatto di accadere una volta sola è perdonato, e l'insostenibile responsabilità di chi percepisce tra le dite di ognuno, mortale o immortale che sia, il potere di plasmare la storia. La disperazione di chi si vede chiuso in un mondo grigio e implacabile, e l'orgoglio di chi sa di poter rovesciare i paradigmi stessi della realtà. I due antipodi si fronteggiarono, e come un'ondata che erompa da una diga il Pathos si rovesciò per un attimo sulla mente e sul cuore del giovane bullo. Non fu un assalto. Non fu un'invasione. Fu una devastante esondazione.
Il capo tremò mentre abissi inesplorati del suo animo venivano alla luce, come zolle indurite rivoltate da un aratro dopo generazioni di abbandono. Sentì scorrere attraverso di sè il gelo e il fuoco del Pathos, e comprese che quello non era per lui un momento. Era IL momento.
Il dio gli fece segno con un dito. Vieni avanti. Affronta il Destino. Una sfida alla Pari. Un Duello. Un passo avanti, un Duello, e potrai afferrare il tuo destino, diventare padrone della tua vita. Ne hai il fegato ?
Non era una minaccia quella che veniva da quegli occhi. Era una sfida. Era un'offerta. E per questo faceva molta più paura.
Scappò, e insieme a lui tutti gli altri.
Codardi.
Ricoverati in un bar a bere, i teppisti ancora non capivano cosa fosse accaduto. Loro, che non avevano mai indietreggiato in un solo scontro al di fuori di una discoteca, che avevano coraggiosamente preso a bottigliate decine di barboni indifesi, si erano fermati di fronte alla risata di un uomo. E il loro capo era fuggito di fronte al suo sguardo indomito. Solo il capo taceva, e forse rimpiangeva di non aver accettato la sfida (offerta ?) di quell'uomo.
Solo che quell'uomo non era un uomo. Ma non lo avrebbero saputo mai. Nè gli interessava. Dopo mezz'ora erano così storti da non riuscire più a camminare diritti nemmeno appoggiandosi a un muro.
Il terzo limite era salvo. Il secondo limite era stato rispettato Il primo limite era intonso. Ma l'amicizia si sarebbe salvata ?
L'uomo guardava a bocca aperta. Lui aveva capito. Lui aveva visto. Aveva visto il potere del Pathos fluire attorno al suo amico. Aveva visto oltre il Velo e aveva capito che la realtà non era quella che aveva sempre visto. Aveva compreso quale fosse la vera battaglia. Aveva compreso che chi domina le emozioni è il signore della storia.
Nondimeno, non capiva perchè aspettare. Non capiva perchè l'immortale si fosse lasciato umiliare da gente che avrebbe potuto distruggere con un solo sguardo. Non capiva neppure perchè li avesse lasciati vivi.
Non capirà mai, non conosce la sete, l'assenza di emozione, il desiderio impellente di sentire e di vivere ! Non capirò mai, non posso capire le sue motivazioni, che sono certo più grandi e più importanti di me e della mia vita. Avrei potuto sacrificarlo ? Avresti potuto sacrificarmi ?
Gli sguardi si incrociarono, esprimendo l'uno all'altro quella domanda che non ammetteva risposte. E che non ammetteva neppure il silenzio.
Il dio tese la mano. L'uomo, esitando un attimo, la strinse.
Ripresero a camminare, il dio e l'uomo. Ma non più in silenzio. "Ti devo parlare di una cosa..." "Sì, devi spiegarmi molte cose..." Il dio sorrise perchè poteva aprire il suo animo. L'uomo sorrise perchè poteva capire il suo animo.
Il dio e l'uomo si incamminarono lentamente. L'uno parlava e l'altro ascoltava. Uno spiegava e l'altro imparava. Ma chi insegnasse a chi, nessuno avrebbe potuto dirlo.
Camminavano a fianco, il Dio e l'Uomo. Andavano in un luogo lontanissimo. Eppure vicino. Andavano verso il prossimo millennio. Assieme.
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva