Lenta discesa verso il nulla

di
Lazar Jakovic
(con la partecipazione di Erebo, Alexander Haag, Alexei Ivanovic, il dott. Keel., Pan)


PROLOGO

14 luglio 2000. Il treno

Il treno, partito in ritardo da Torino, ha accumulato ulteriore ritardo durante il tragitto. Ora, finalmente, sta arrivando a Roma Termini. Se dessi retta all'impazienza, cercherei di scendere dal finestrino. Durante il viaggio non ho fatto altro che ripensare agli eventi degli ultimi concitati giorni. Nemmeno una settimana fa lasciavo alle mie spalle Casablanca, per andarmi a mettere nelle mani del dott. Keel e affidarmi alle sue “cure”. Meglio non ricordare le analisi a cui mi ha sottoposto e il riacutizzarsi dei miei problemi di salute che ne è derivato. Appena mi sono ripreso ho aperto la mia e-mail sul PC che il dottore mi ha gentilmente messo a disposizione. E il mio cuore ha cominciato a battere all'impazzata. Dopo mesi di silenzio, una lettera di Isabela! Poche, concise parole: dove sei finito? Ho bisogno di parlarti con urgenza, mettiti in contatto con me al più presto, ti prego.

Per un attimo mi sono sentito felice. Si ricorda di me!, mi sono detto. Mi vuole dire qualcosa di importante, mi vuole ancora accanto a sé. Mille parole d'amore si sono affollate sulle mie dita, pronte ad essere battute sulla tastiera, come era già accaduto all'inizio della nostra storia. Tutta la passione repressa in questi ultimi mesi stava per esplodere a causa di quelle due piccole frasi. Poi la paura mi ha bloccato. Paura generata da mesi di frustrazione, dal ricordo della sofferenza che mi è costato il continuare a vivere annullando i miei sentimenti. Paura dell'ennesima disillusione.

E se fosse solo una "comunicazione di servizio"? - mi sono detto - Se ti volesse parlare solo di problemi tecnici del Movimento? Se non fossi io, Lazar, nelle vesti del suo amore, che lei cerca, ma solo una delle tante Alterazioni di Distruzione di Psiche? E così ho risposto in modo freddo e distaccato. Sono in giro. Ti ascolto.

E tutto quello che stavo per dirle, tutto l'amore che avrei voluto riversare su di lei, il desiderio di stringerla a me, di baciare le sue labbra, di scaldare il suo corpo, di respirare la sua pelle... l'ho cancellato prima ancora di scriverlo.

Poi lo scambio affannato di altre e-mail. Le ho stampate e continuo a leggerle da quando sono su questo treno. Ormai le conosco a memoria.

La sua, in cui mi dice di essere stata in clinica, dove avrebbe desiderato il mio aiuto per prendere una decisione difficile. “Mi spiace” conclude “avevo un sogno, ma si è spezzato ed io con lui.”

La mia risposta: “Che cosa ti è successo? Perché ci siamo persi proprio in un momento così difficile per tutti e due? Stai bene? Perché non mi hai detto prima che ti serviva il mio aiuto? Perché mi hai lasciato andare via, convinto di non fare più parte della tua vita? Tutti questi perché, forse inutili, ormai… Non ti importa più di me. Lo dici chiaramente.

Allora avevo capito bene. La mia convinzione era giusta.Quale sogno avevi e si è spezzato? Io ne facevo parte? E allora perché...
Avevi un sogno e mi hai lasciato così a lungo nel silenzio. In quel silenzio i miei sogni sono stati i primi a svanire. Ho cercato la morte in un'azione per il Pathos. Ma la morte "gloriosa" non mi ha voluto, nemmeno lei. Mi aspetta invece a braccia aperte una morte oscura e dolorosa. Ora siamo come due rami spezzati. Forse solo per incomprensione. Ti riprenderai, amore mio. Tu hai il tempo e la forza per tornare a vivere. E tutto questo sarà solo un ricordo. Almeno nel ricordo lascerai un piccolo posto per me?
Non ho mai smesso di amarti, ma non sono più riuscito a dirtelo.”

Poi ancora il silenzio, e di nuovo momenti di angoscia, il timore di perdere ciò che speravo di aver ritrovato.

Ancora una mia lettera: “Di nuovo il silenzio. Io non posso più resistere. Io devo sapere cosa ti è successo. Se qualcuno ti ha offesa, se qualcuno ti ha fatto del male, lascia che io faccia giustizia.

Adesso, subito, finché sono in grado di farlo
Sto meglio, sono di nuovo in grado di muovermi. Ma non durerà molto. Quindi ti prego, non lasciarmi ancora in questo vuoto.
Cosa è successo?
Cosa è successo?
Devo sapere perché sono andato via.
Devo sapere perché ho perso il tuo amore.
Non lasciare che io muoia, se mi toccherà morire, senza avere una risposta. Non posso abbandonare questa vita senza sentire ancora una volta il sapore delle tue labbra.
Devo andare a cercare la pianta sudamericana. Il tempo stringe. Ma non importa. Un giorno in più o in meno non cambierà il mio destino.
Vengo a Roma. Devo vederti, devo abbracciarti.
Sei il mio grande unico amore, anche se non vuoi più.”

La sua, l'ultima, raggelante, in cui mi dice che forse avevamo un sogno, ma che è inutile parlarne, perché il sogno è morto, distrutto per sempre

Ancora le mie parole, disperate, mentre già ero pronto alla partenza:

“Perché? Non è giusto. Tu mi hai lasciato fuori dal sogno. Non è mai stato anche mio, perché io non sapevo niente. Non mi hai permesso di sognare nemmeno per una notte. Non mi hai detto di restarti accanto quando me ne sono andato con la morte nel cuore.

E hai deciso per ambedue, quando uno dei due non sapeva nemmeno che c'era una decisione da prendere.
È stato meglio così?
Ma meglio per chi? E in nome di quali principi?
L'hai deciso perché mi odiavi tanto, in quel momento? Ma quel sogno era innocente, che colpa aveva delle offese che posso averti fatto io?
Come hai potuto?
Me lo avevano detto che per voi giocare con la vita e la morte è una cosa da poco. Ma fino a questo punto?
Io non ho la forza di dire altro. Però sto arrivando da te. Voglio guardarti negli occhi e voglio che mi gridi in faccia il tuo amore trasformato in odio. Voglio che mi scarichi addosso la colpa di questa tua decisione tremenda. Solo questo, ormai, posso fare per te, per l'amore che nonostantetutto provo per te.
Se questo fosse un foglio di carta, ti arriverebbe con le tracce delle lacrime che non sono riuscito a trattenere. Ma è un foglio elettronico e non lascia trapelare tutto il dolore di chi sfiora la tastiera con le dita che tremano, di rabbia e di angoscia. A presto, Isabela.
Ti bacio con tutto il mio amore disperato.”

Senza ascoltare le rimostranze del dott. Keel, ho afferrato il mio zaino e mi sono buttato sul primo treno diretto a Roma. Ora finalmente sono arrivato alla stazione, corro verso la postazione dei taxi, non rispetto la fila e ignorando proteste e insulti salto sulla prima vettura disponibile.

- Via Giulia, velocemente, è un’emergenza - grido all'autista sbigottito da tanta furia. Poi gli porgo una banconota da centomila, e lui parte a razzo, senza ulteriori domande.

--ooOOoo--

ATTO PRIMO

Roma, 14 luglio 2000. La casa della gioia.

Ho fatto le scale di corsa, con il cuore che sembrava dover scoppiare da un momento all'altro. Ho suonato il campanello, più volte, concitatamente. Nessuna risposta. La chiave di casa! C'è ancora, in una tasca dello zaino.

La mia mano trema, mentre giro la chiave nella serratura.

Silenzio.

Giro per le stanze, senza nemmeno pronunciare il suo nome. So di non avere speranza.

La casa è vuota, perfettamente in ordine. Mancano degli abiti di Isabela, una valigia e i gioielli.

Le piante sul terrazzo sono state innaffiate da poco, la terra è ancora umida. I gatti sono ben nutriti e le ciotole sono ancora mezze piene di croccantini. Non c'è nulla che possa dare indizi su dove sia andata. Mi guardo intorno con attenzione. C'è un libro posato sul divano del soggiorno.

Lo prendo tra le mani. È un libro di opere di Neruda, un segnalibro indica una pagina.

Una poesia, Farewell. La leggo.

Dal fondo di te, e inginocchiato,

un bimbo triste, come te, ci guarda.
Per quella vita che arderà nelle sue vene
Dovrebbero legarsi le nostre vite.
Per quelle mani, figlie delle tue mani,
dovrebbero uccidere le mie mani.
Per i suoi occhi, aperti sulla terra
Vedrò un giorno le lacrime nei tuoi.
Io non voglio, Amata.
Perché nulla ci leghi,
che nulla ci unisca.
Né la parola che profumò la tua bocca
ne' ciò che le parole non dissero…
Ne' la festa d'amore che non avemmo
ne' i tuoi singhiozzi vicino alla finestra
(Amo l'amore dei marinai
che baciano e se ne vanno.
Lasciano una promessa.
Mai più ritornano.
In ogni porto una donna attende:
i marinai baciano e se vanno.
Una notte si coricano con la morte
nel letto del mare.)
Amo l'amore che si suddivide
in baci, letto e pane.
Amore che può essere eterno
e può essere fugace.
Amore che vuol liberarsi
per tornare ad amare.
Amore divinizzato che si avvicina
Amore divinizzato che se ne va.
Più non si incanteranno i miei occhi nei tuoi,
più non si addolcirà vicino a te il mio dolore.
Ma dovunque andrò porterò il tuo sguardo
e dove andrai porterai il mio dolore.
Fui tuo, fosti mia. Cos'altro? Insieme facemmo
un angolo di strada dove l'amore passò.
Fui tuo, fosti mia. Tu sarai di colui che t'amerà,
di colui che taglierà nel tuo orto ciò che io ho
seminato.
Me ne vado. Son triste: ma sempre sono triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.
... Dal tuo cuore mi dice addio un bimbo.
Ed io gli dico addio.

 
Poso il libro nel punto in cui l'ho preso. Il mio cuore brucia, si contrae, si sta disintegrando.

Prendo a calci sedie e mobili, butto in aria i cuscini delle poltrone, mi accanisco su tutto quello che mi viene a tiro. Corro in camera da letto. Dall'armadio prendo uno dei vestiti di Isabela, ne inspiro profondamente l'odore, cercando il profumo di lei, lo bacio.

Poi mi lascio cadere stremato sul divano.

Passa qualche minuto. Non posso resistere a questa disperazione.

Vado sulla terrazza, da dove si vede il panorama che tante volte abbiamo guardato insieme. Mi riempio gli occhi di quelle immagini. Respirare mi fa male. I polmoni rifiutano l'afflusso di aria. Chiudo con cura tutte le finestre. Stacco la corrente. Vado in cucina e apro il gas. Prendo un mazzo di carte. Sono tarocchi. Mi siedo al tavolo di cucina e comincio a fare un solitario. Gli occhi bruciano. Respiro lentamente, ma a fondo. La vista comincia ad annebbiarsi. La testa gira. È una sensazione piacevole. Ora mi sento molto meglio, in pace con me stesso. È bello essere cullati dalle onde del nulla. È bello sprofondare lentamente e lasciarsi dietro il mondo. È bello...

Qualcosa di brusco e inaspettato interrompe il mio viaggio verso la pace. Un oggetto duro, metallico, mi colpisce la nuca. Poi rumori di passi, una finestra viene aperta. Qualcuno si avvicina. Non riesco nemmeno a socchiudere gli occhi, ma ne sento la presenza maligna. Una mano mi afferra per i capelli e mi costringe ad alzare la testa.

- Su, Lazar, sveglia... non sei ancora morto, e questo non è il paradiso...

Cerco di riprendere il mio viaggio, ma un getto di acqua fredda sul viso e due violenti ceffoni mi costringono a tornare alla coscienza. L'istinto di sopravvivenza manda un segnale. Capisco che dovrei reagire, ma il gas nei polmoni ha fatto il suo effetto, sono intorpidito e incapace di muovermi. Ora però la mia vista appannata mi rimanda un'immagine, per quanto imprecisa. È lui, il mio nemico, Di Callisto, Pan, quello che mi ha sempre odiato e che ha atteso pazientemente il momento per prendersi la sua rivincita. Ma da dove è sbucato fuori? Come poteva sapere che stavo venendo qui? La risposta che mi do è raggelante. Isabela, è lei che lo ha avvisato. Solo lei sapeva.

- Eh no - dice, il tono è beffardo - Non la puoi fare così facile... cosa credevi... due belle boccate e poi via, fottendotene del dolore che hai procurato alla mia Demetra, e del rimorso e del dolore che le lasceresti?... No, vigliacchetto... non si fa così... -

Mi sento estraniato. Guardo la scena che si sta svolgendo sotto i miei occhi, sulla mia pelle, come se fossi uno spettatore. È lei che lo ha avvisato. Solo lei sapeva.

Con estrema decisione mi stende il braccio destro sul tavolo della cucina, e, tenendomi il polso, mi spara cinque colpi nella mano, fino a ridurmela una poltiglia sanguinante.

Non più da semplice spettatore, ma di nuovo come protagonista dello spettacolo, seguo, boccheggiando per il dolore, le fasi successive della scena. Di Callisto armeggia nei cassetti della cucina. Si avvicina di nuovo a me, che sto perdendo sangue, e mi lega stretto intorno al polso un pezzo di spago.

- Neanche morire dissanguato va bene... - dice, mentre mi "soccorre" così professionalmente - Ti ricordi, Lazar, quello che ti ho detto una volta? Amare gli Dei è molto pericoloso, stupido uomo... -

Poi si allontana, puntandomi contro la pistola. Usa il suo cellulare. Sento nominare il Pronto Soccorso e, dopo qualche secondo, le sue parole:

- Correte subito a via Giulia. Ci troverete un pacco a mio nome. Massima discrezione, e nessuno deve sapere niente di quello che è successo, ne va della vostra vita.-

Si sposta accanto alla finestra. Quando il suono della sirena annuncia l'arrivo dell'ambulanza, si avvia verso la porta non risparmiandomi un ultimo sguardo compiaciuto:

- E ti conviene tacere e scordarti di Demetra; per te lei non esiste più.- dice ancora prima di uscire - Non attraversare di nuovo la mia strada, Lazar, la prossima volta non ti andrà così bene... -

Ora potrei sprofondare nell'incoscienza. Ma non riesco a distaccarmi completamente dal mio corpo.

USA IL POTERE!

Il pensiero saetta attraverso il cervello.

Usa il potere... puoi farlo... come le altre volte... ricordi?... un punto luminoso riannoda i tessuti danneggiati... l'energia vitale... il flusso di vita... il dolore si attenua... le ferite si rimarginano... usa il potere... come LEI TI HA INSEGNATO. Ora, subito!

NO!

Non posso farlo. Non VOGLIO usare il potere che LEI mi ha dato, quando mi amava, per riparare quello che adesso il suo odio ha voluto infliggermi.

Il dolore è quasi insopportabile, sarebbe bello poterlo lenire. Ma la mia volontà è ferma.

Sento arrivare gli infermieri, li sento imprecare, voci diverse, tante frasi diverse (cazzo, ma che è successo qui! ..la lettiga, da questa parte... la cucina sembra un mattatoio... un laccio emostatico, presto... svelti, questo ci lascia le penne... sarà la solita storia di froci... ).

Poi mi sembra di captare una voce conosciuta, con accento straniero. Qualcuno che prende in mano la situazione, dà ordini, tacita le obiezioni.

Mentre mi portano via riesco ancora a pensare, vedo il sorriso di un bambino, le piccole braccia tese verso di me, mi chiama, non posso lasciarlo andar via da solo, vorrei scivolare dolcemente con lui verso la morte. Ma nemmeno questo mi è concesso. Maledetto Pan! Non posso odiarti, perché non meriti un sentimento così nobile. Posso solo disprezzarti. E il mio disprezzo sarà eterno, al di là della tua eternità, al di là di tutte le dimensioni dello spazio e del tempo in cui potrai trascinare la tua squallida esistenza, in qualsiasi realtà che riuscirai a contaminare con la tua stupida arroganza.

L'ululato della sirena. L’ambulanza parte a tutta velocità. Faccio in tempo a capire che mi stanno portando lontano da quella che un tempo è stata la "casa della gioia".

Poi, finalmente, mi perdo nel vuoto.

--ooOOoo--

ATTO SECONDO

Stella Matutina, 16 luglio 2000. Primo risveglio.

Sto tornando in me. Comincio a percepire il mio corpo e i messaggi che mi manda. Sono intubato. Riesco a socchiudere gli occhi. Una stanza bianca, senza finestre. C'è qualcosa di familiare in tutto ciò. Una situazione già vissuta.

Avverto una presenza accanto a me. A poco a poco, riesco a mettere a fuoco una figura che mi osserva a fianco del letto.

Le sue dita stringono il mio polso sinistro, sta contando i battiti.

È un dottore. La sua mano è gelida e la prima cosa che mi colpisce sono i suoi occhi di ghiaccio.

- Ben tornato, Mr. Vukic. Ci rivediamo... -

Lubianka... . è un incubo. Non è possibile. Sono di nuovo prigioniero alla Lubianka, forse non ne sono mai uscito, e quello è... .

Il dottore ha un cartellino con la fotografia e un nome: "Dott. A. Ivanovic".

- Vedo che ha sfidato un'altra volta il Destino, Mr.Vukic. E il Destino ci ha fatto incontrare di nuovo... -

Sorride. È rassicurante il Dott. Ivanovic.

Il suo sorriso è sempre rassicurante, eppure, proprio per questo mette a disagio. È un sorriso incongruente, un balsamo per le ferite, dotato di strani poteri ma anche di sconosciuti effetti collaterali.

Mi sento travolto da un'ondata di terrore. La mia mano. Appena il pensiero si concentra sulla mano, un dolore cupo esplode nelle terminazioni nervose dell’avambraccio. Vorrei urlare, ma qualcosa che invade naso e gola me lo impedisce. Forse riesco a emettere un leggero lamento. La mia mano! E improvvisamente immagini da incubo percorrono la mia mente. Un moncherino. Un uncino. Si, Lazar, potrai essere come Capitan Uncino, ti piaceva tanto da piccolo. Oppure una bella mano meccanica. Noooo, con le tecniche moderne potrai avere una mano bionica super attrezzata!

SO SPARARE CON LA SINISTRA.

Ecco, questo è un pensiero positivo. Ore e ore di allenamento...

Poi di nuovo le ondate di dolore

Gli occhi freddi che mi fissano.

Gli incubi che si ripetono. Con gli occhi umidi e sgranati cerco di parlare all'uomo al mio capezzale. È una domanda muta, ma eloquente: perché? perché non riesco a morire?

Cerco di fuggire ancora nell'incoscienza. Vorrei poter non emergerne mai più.

Stella Matutina, 18 luglio 2000. Secondo risveglio.

E invece eccomi di nuovo sveglio. E questa volta la prima sensazione che provo è una fitta lancinante alla nuca.

Non sono più intubato. Evidentemente sto molto meglio!

Dopo qualche minuto il Dott. Ivanovic si avvicina.

- Effettivamente la mano destra è messa male - dice, scuotendo il capo - Però i chirurghi della clinica hanno fatto un buon lavoro per rimettere insieme il possibile, almeno esteticamente. Ma questo non è il peggio. Lo stress fisico e psichico hanno fatto precipitare la situazione. Ora le sue crisi di rigetto si stanno aggravando in modo preoccupante.-

Poi tace, e fa uscire gli infermieri dalla stanza. Chiude la porta a chiave e accende la radio a tutto volume. Poi si avvicina e riprende a parlare, l'espressione sul suo volto è molto seria.

- Caro amico, io non intendo lasciarti morire. Tu sei un miracolo vivente. Però se non succede qualcosa, credo che il tuo prezioso cervello si staccherà dalla calotta cranica molto presto. Come vedi sono sincero con te. In questi ultimi giorni qualcuno, che si nasconde dietro il nome di Dott. Dervis, si è messo in contatto con me. Sostiene di avere una analisi spettrografica del siero antirigetto che è stato utilizzato su di te. Se sai qualcosa ti conviene dirmelo. Altrimenti sarò costretto a tentare qualcosa di terribile: salvare il tuo cervello estraendolo dalla calotta prima che si corrompa definitivamente.-

Sobbalzo. Nei miei occhi passa un lampo di orrore. La musica a tutto volume è una tortura in più. Cerco di sollevarmi per riuscire a parlare. La mia voce è tanto debole che Ivanovic è costretto ad avvicinare l'orecchio alle mie labbra.

- Non so niente di questo Dervis - mormoro - C’è solo un mio amico medico, che si stava occupando di me prima che tornassi a Roma. Diceva di aver trovato qualcosa per rallentare la crisi. Perché non mi lasciate in pace, tutti quanti?-

Stella Matutina, 19 luglio 2000. Ivanovic.

Tempo che scorre lentamente ma inesorabilmente.

Passo dalla coscienza all'incoscienza, e viceversa, senza capirne bene la differenza.

C'è un'unica costante. Il tormento, del corpo e dello spirito.

Mi sembra di essere un fascio di nervi scoperti, pronti a trasportare ondate di dolore.

Il braccio destro brucia, dalla spalla al polso… la mano... ci sarà ancora una mano... laggiù? Mi sembra di sentirla, anche in quel punto c'è dolore. Ma ricordo un mio compagno che aveva perso una gamba in guerra e continuava a sentirne la presenza anche dopo molti mesi.

E poi, con brevi spazi di tregua, l'altro dolore, quello che parte dalla testa, il ferro rovente conficcato nel cervello, la lava che scorre nel midollo, lungo la schiena, i nervi e i muscoli che si contraggono. E in certi momenti la sensazione di perdita di contatto col mio corpo. Non ci sono più le gambe, non c'è più l'addome...

Ma tutto questo è sopportabile. Forse non a lungo, ma posso farcela a resistere. Ogni tanto il mio corpo mi concede qualche minuto di insensibilità.

È l'altro tormento, quello dello spirito, che mi sta distruggendo senza pietà..

È pensare a lei, a quello che c'è stato tra noi, a quello che è stato perduto, che non mi dà tregua. Anche lei mi ha tradito. Anche lei ha preparato una trappola per me. Anche lei mi ha pugnalato alle spalle. Perché mi hai fatto tutto questo male, amore mio? Di cosa hai voluto punirmi? Di avermi spinto ad allontanarmi con la tua indifferenza e i tuoi silenzi? Di non avermi mai cercato, mentre ero in balìa degli eventi, lontano da te per quella che ritenevo la "tua" volontà? Di non avermi parlato del nostro sogno, se non per comunicarmi di averlo distrutto? Non ti è bastato ferirmi con una delle azioni più tremende che una donna possa fare all'uomo che la ama? Il tuo amore si è a tal punto trasformato in odio da desiderare che venisse colpito anche il mio corpo? Tu sapevi, mi conosci bene, no?, sapevi che, dopo quello che mi hai detto, sarei corso da te, confuso, disarmato, vulnerabile. E nella nostra casa non ho trovato te, ad attendermi.

Un rumore nella stanza mi riporta alla realtà.

Il dott. Ivanovic si avvicina, prende la mano destra e inizia a togliere la fasciatura.

- Non dovrebbe farle troppo male ora - dice abbozzando un sorriso - Il chirurgo plastico della clinica è stato all’altezza della sua fama. Ma per la mobilità delle dita non c'è stato nulla da fare. La mano c'è, ma non c'è altro, purtroppo.-

Da una borsa posata in terra il dott. Ivanovic estrae un oggetto e lo appoggia sulla sedia accanto al letto.

- È in grado di scrivere con la sinistra? Dovrà fare esercizio. Sia ottimista, e comunque mi aiuti a conservare quanto più è possibile dello straordinario esperimento scientifico di cui è stato ed è protagonista. Le lascio questo portatile così può trascrivere le sensazioni che sta provando. Potrebbero essermi molto utile. Non trascuri nulla.-

Istintivamente allungo il braccio destro verso il portatile. Ma poi lo lascio ricadere sulle lenzuola, non appena mi rendo conto che la mano ciondola priva di vita, senza rispondere agli impulsi che partono dal cervello.

- Dott. Ivanovic, - dico, e la mia voce è piena di amarezza - cosa le fa pensare che io sia interessato a conservare lo “straordinario esperimento scientifico” che tanto la entusiasma? Mi scusi, sa, ma non riesco a vedere nessun valido motivo ne’ per essere ottimista, ne’ per aiutarla. Non le basta avere a disposizione il mio corpo come cavia? Era a questo che mirava, no? Fin dal primo momento che mi ha visto, tanti mesi fa, alla Lubianka. Ora vorrebbe anche la mia anima a disposizione? Che le importa delle sensazioni che provo? Sono solo un topo di laboratorio! Esattamente quello che ero un anno fa, nel mio Paese, per altri eminenti scienziati. Quindi faccia quello che vuole, tanto non posso oppormi. Ma non cerchi di leggere nel mio cuore.-

- Comprendo il suo stato d'animo.- risponde Ivanovic, e il tono della sua voce è grave. Lo riterrei sincero, se potessi ancora credere che qualcuno voglia essere sincero con me.

- Mi creda, lei non è mai stato una cavia per me. Forse lo era per il Dott. Vodika. Però mi dovrà dare atto che la buona riuscita del suo caso apre interessanti prospettive per il genere umano. Io sono prima di tutto uno psichiatra. Mi interessano la sua personalità, le sue percezioni, i suoi giudizi morali. Mi interessa osservare come convivono in lei le intemperanze di un giovane di vent'anni e la fierezza del guerriero che è andato all'inferno e ne è ritornato. Ma è poi vero che ne è ritornato? Scommetto che, se ci pensa bene, potrebbe anche ipotizzare che lei è morto un anno fa e che ora sta scontando le sue pene in un inferno personale costruito su misura per lei. Ecco perché non riesce a morire. Il suo destino è l'eterna attesa di una morte che c'è già stata. Ma questo è solo un esercizio retorico. Comunque sia, soggettivamente questa è la vita. È nella natura degli esseri viventi difendere la propria vita dall'attacco degli agenti esterni.-

Mentre sta uscendo, si volta verso di me

- Ah, Mr. Zoran, dimenticavo. Probabilmente lei sarà rimasto molto colpito dalla proposta agghiacciante che le ho fatto ieri. Posso rassicurarla del fatto che il cervello, privato del corpo, non sente più alcun dolore, se non quello indotto dai sensori cui viene collegato. È un tipo di sperimentazione che ho già fatto, nei miei studi precedenti.

Purtroppo non sono riuscito ad assicurare la sopravvivenza dell'organo oltre le 96 ore. Però, anche in questo, credo che il suo sia un caso eccezionale. Possiamo almeno tentare.

Ho compiuto le ultime verifiche. Sembrerebbe che il siero antirigetto che le è stato inoculato un anno fa sia in grado di

inibire la produzione di Interferone nei linfociti a livello della barriera emato-cefalica. In un certo senso il siero finora ha impedito che i globuli bianchi possano agire sul cervello. Ora però c'è una attività crescente che prima o poi

supererà la barriera. Se non avvengono fatti nuovi, dovremo intervenire prima che questo accada. Prevedibilmente entro una quindicina di giorni. Arrivederci, Mr. Zoran.-

- Un momento, Dott. Ivanovic. Mi dica se era d'accordo già da prima con i... con quei due che ora si stanno divertendo alle spalle dell' animaletto domestico, o ha colto l'occasione fortuita?-

Il Dott. Ivanovic sorride:

- Si è trattato di un imprevisto. Mi aspettavo un ricovero prima o poi. Me ne sono reso conto già qualche mese fa. E lei lo sa bene. Non mi aspettavo che avvenisse in queste circostanze. Mi stavo preparando a fare qualcosa per lei. Ma non ho le informazioni sufficienti.-

- Ancora una domanda, dottore. Sono prigioniero, o che?-

- Prigioniero? - risponde Ivanovic, inarcando le sopracciglia - Lei è un paziente, Mr. Zoran, un paziente speciale.-

Stella Matutina, 20 luglio 2000. Erebo.

Ho chiesto all’infermiera di poter usare un telefono. Il tempo necessario per una consultazione con i suoi superiori, e finalmente mi viene consegnato un cellulare.

Compongo con qualche esitazione il numero di Erebo.

Quando Erebo risponde, non riesco quasi a parlare per l'emozione. Lei è un contatto con il mio mondo di "prima". Mi accorgo che inizialmente ha qualche difficoltà nel riconoscere la mia voce.

Poi ci lasciamo sommergere da un fiume di parole, come due amici che si ritrovano dopo tanto tempo e vogliono ascoltare e parlare contemporaneamente:

- Lazar?! dove sei?! ti sto cercando per mari e per monti... dimmi che stai bene, ti prego, che non hai mollato pure tu... -

Le spiego che finora non ho proprio avuto la possibilità di mettermi in contatto con lei. Ma non voglio parlare di me, ora. È troppo forte l’ansia di sapere cosa sta succedendo, sul fronte di Limite Inverso.

Mi fa un riassunto frenetico, anche se mantiene un certo distacco nel parlare dei suoi problemi. Dice di essere in guai seri, che il processo è il meno, anche se sarà un momento decisivo in tutta questa storia. Parla del Signore dei Falchi, e dei probabili rapporti della Nota con Fenrir o con il Mostro. E di aver scoperto qualcosa di sconvolgente. Purtroppo molti dei nostri si sono tirati indietro, e ora i pochi rimasti sono tutti in pericolo.

Le dico che io non sono uno di quelli che scappano nel momento in cui bisogna assumersi le responsabilità. Non potrò essere accanto a lei durante il processo, ma potrà dire pubblicamente a mio nome che sono dalla sua parte, pronto a condividere il destino dei fratelli rimasti fedeli all’Idea.

Ribatte che non c'è motivo che ne facciano le spese tutti:

- A me servono Compagni di Lotta, non Compagni Sacrificati. – aggiunge con voce quasi solenne - Non serve morire con me per starmi vicino.-

Promette che, se sopravviverà al momento critico del processo, fra due giorni verrà a cercarmi.

Quando ribatto che deve pensare a se stessa, a tirarsi fuori dai guai, perché io me la caverò da solo, si inalbera:

- Cazzo, Lazar, questa non è una puntata di X-files. Lascia a me le mie scelte. Fra due giorni vengo lì, se sono su questo mondo. -

Poi prosegue, questa volta con voce maschile, dal tono serio e inflessibile:

- Porca puttana, Lazar... devi rassicurarmi molto di più di così, se non vuoi che scopra chi sono... loro... mettendo a ferro e fuoco il Pathos e tutte le organizzazioni con cui traffica... -

- No, no – lo interrompo - Non c'è bisogno di andare lontano. Loro SONO il Pathos.-

- Ma quale Pathos? – incalza Erebo, la voce è ancora profonda, maschile - quello... "vero"... !?.. QUALE!? il Pathos non è più qui, me ne rendo conto ora... se tu sapessi chi sono... Se i distruttori ti hanno messo le mani addosso... -

- Calma, amico mio – lo interrompo – io SONO un distruttore. O almeno, lo ERO. Qualunque cosa facciano, è una questione interna. Vuoi sapere cosa mi è successo? Ho avuto, diciamo così, un piccolo incidente e questo ha fatto precipitare i miei problemi di salute preesistenti, legati alla storia del trapianto. E io comunque… non sono più il Lazar che hai conosciuto… nulla è come prima…-

Erebo sembra zittirsi, come se sentisse molto come sue queste parole... una voce femminile parla ora attraverso il telefono:

- Lazar... dimmi che ti posso aiutare.-

- Non puoi. Tu ora hai i tuoi guai. Cerca di salvare la pelle. Io vedrò cosa posso fare per la mia.-

Poi, all'improvviso, cade la linea. Proprio mentre il dott. Ivanovic entra nella stanza.

- Domani accadrà qualcosa di grave a una persona che mi è molto cara.- dico rivolto al dottore che sta allungando la mano per riprendere il cellulare - Io dovrei essere lì, accanto a lei.-

- Per quanto mi riguarda lei potrebbe andarsene in qualsiasi momento - risponde lui, senza mostrare alcun segno di disappunto - Ma in queste condizioni non glielo consiglio. Sto aspettando la risposta da parte di qualcuno che forse potrebbe aiutarci a risolvere il suo problema.-

- Mi sta dicendo che sono un uomo libero, dottore?- rispondo subito, per non lasciarmi sfuggire questa occasione

- Allora devo fare il mio dovere. Devo raggiungere i miei compagni e dare il mio contributo a ciò che sta accadendo. Ora sto meglio, posso farcela. Poi tornerò qui, glielo prometto. E dove altro potrei andare?-

Mi alzo dal letto. Faccio qualche passo, impacciato, sotto lo sguardo leggermente ironico di Ivanovic.

- Dove sono i miei vestiti? Infermiera, per favore mi porti i miei vestiti, e il mio zaino.-

Ma dopo qualche secondo la stanza comincia a girarmi intorno. Un sudore freddo mi pervade dalla testa ai piedi. Cerco di afferrare la sedia, e istintivamente lo faccio con la destra. La mano non risponde ai miei comandi. Anche se ormai è una cosa che si è ripetuta più volte, provo un attimo di stupita incredulità, mentre manco la presa e cado in ginocchio per terra. Il Dottore resta immobile e silenzioso.

Aiutandomi con la sinistra, cerco di tirarmi su. La fatica è enorme. Anche perché ora è ricominciato quel ronzio che mi trapana la testa, che fa vibrare ogni muscolo del mio corpo e mi fa annebbiare la vista.

Con uno sforzo che prosciuga le mie ultime energie, riesco a trascinarmi fino al letto, dove mi lascio crollare come un sacco.

- Non è niente. Ora mi riposo un po’- biascico, come parlando a me stesso - Appena avrò recuperato le forze, starò bene e potrò andare.-

Il dottor Ivanovic ha osservato ogni mio gesto senza battere ciglio.

- Mr. Vukic, - dice avvicinandosi al letto - lei ha una fibra e un temperamento ammirevoli. Io sto cercando di fare il possibile per rimetterla in condizione di proseguire la sua avventura. Lei ha avuto una proroga, un anno fa, avrebbero dovuto avvertirla. Se non l’hanno fatto, se le hanno fatto credere che tutto questo sarebbe durato per una vita, le hanno mentito. Forse le hanno mentito per qualche ragione. Ho studiato in ogni dettaglio l'archivio clinico che la riguarda. Ho condotto tutte le analisi scientificamente possibili. Per contrastare il rigetto è stato utilizzato un siero che non sono riuscito ad individuare. Ho solo compreso la sua portata e il meccanismo fisiologico che gli permette di funzionare. Sono convinto che si tratti di qualcosa che esiste in natura, ma non so che cosa. È qualcosa che è stato portato al Dott. Vodika dalle persone che hanno accompagnato il paziente che è stato operato con lei, e che risponde al nome di Von Sebottendorf.

Io non so se questo nome le dice qualcosa, ma le assicuro che a me dice molte cose. La più importante è questa: l'uomo che porta questo nome dovrebbe essere morto nel 1945, suicida nel Bosforo. Si tratta di un importante personaggio del Terzo Reich, uno che è vissuto abbastanza nell'ombra e, forse proprio per questo, di maggior rilievo rispetto ad altri. Sono coloro che si muovono nell'oscurità che guidano la Macchina della Storia. Solo chi non si esibisce sulla scena sa dove sta andando Baba Yaga con la sua casa sulle zampe di gallina.

Una decina di giorni fa, prima che lei venisse qui, qualcuno ha cercato di prendere contatto con me, chiedendomi cose abbastanza assurde e comportandosi in modo assolutamente ingenuo. Sosteneva di avere l'analisi spettrografica del siero che stiamo cercando ed era disposto, non so per quale ragione, a pagare per avere delle informazioni.

Ho proposto una collaborazione, ma da allora non si è più fatto sentire. Non so cosa pensare.

Lei ne sa qualcosa? Non ha fatto il suo nome, ma per me è evidente che si riferiva a qualcosa che la riguarda. Forse è meglio che sia più sincero con me.

Lasci a me il compito di mentire. Mentire è un lusso che si può permettere chi ha il tempo per giocare con la verità.

Ma lei, Mr. Vukic, non dispone di molto tempo.-

Ho ascoltato le parole di Ivanovic, ma sono troppo confuso e affaticato per riuscire a riorganizzare le idee, per dargli una risposta. Lui lo capisce e rimanda il colloquio al giorno dopo.

Stella Matutina, 21 luglio 2000. Il resoconto.

Sto molto meglio, e non posso sfuggire all'appuntamento col Dottore.

- Dott. Ivanovic, - esordisco - io non so molto di quello che è accaduto un anno fa alla clinica Alive.

Il mio ultimo ricordo da vivo è il colpo di pistola che mi hanno sparato in testa a Koriljie, agli inizi di giugno ’99, quando la guerra stava finendo. So che il mio Comandante non mi ha lasciato morire lì, ma è riuscito a portarmi nell'unico posto dove c'era qualcuno in grado di resuscitare i morti. E ha imposto per me (in quel periodo lui aveva una forte influenza a Belgrado) quel miracolo che era riservato ad altri, forse proprio a quel Von Sebottendorf. Mi è stato detto che sono rimasto a lungo in una forma di "sospensione vitale". Sono stato operato dal dott. Vodika il 20 luglio. Pensi che combinazione, il giorno del mio ventisettesimo compleanno! Ma solo due mesi dopo ho cominciato a riemergere dal coma profondo in cui ero precipitato.

E proprio in quel periodo sono stato portato via dalla Alive e trasferito in un posto sicuro ad Obrenovac. Il vero perché ancora lo ignoro. Ma c'erano vari interessi contrapposti intorno al mio risveglio. Con il dott. Vodika ho potuto parlare poco, e mai da solo. Di questo, Vodika si è spesso lamentato. Ricordo che veniva a visitarmi a scadenze regolari, per iniettarmi un siero verdastro, contenuto in piccole fiale sigillate. Io avrei volentieri evitato questa operazione, perché veniva "eseguita" direttamente nella nuca, nella zona del cervelletto, e non era per niente piacevole, anzi, mi causava una reazione che, in piccolo, assomigliava a quello che mi accade adesso durante queste crisi di cui lei è testimone. Ma Vodika era irremovibile, e si raccomandava di non tralasciare mai questa cura, per tutta la vita, altrimenti, diceva, non ci sarebbe stata vita. Mi dava anche delle pasticche che, sempre secondo le sue prescrizioni, dovevo continuare a prendere negli intervalli fra le sue terapie.

Poi, come lei sa bene, il dottore ha fatto una brutta fine. E si è portato nella tomba le sue preziose conoscenze. Non so quanto lei sappia delle mie vicende successive, dottor Ivanovic, ma adesso tutto questo non ha più importanza.

Von Sebottendorf, o i suoi amici, mi stanno cercando. Probabilmente vogliono riprendersi quello che gli è stato sottratto. Oppure hanno piani più complessi, che comunque mi riguardano. E sicuramente hanno a disposizione la sostanza che mi serve per sopravvivere. Lo so, perché si sono messi in contatto con me, dopo aver rapito mia sorella, e mi hanno proposto uno scambio, parlandomi della "scadenza", che loro avrebbero potuto procrastinare. Mi hanno anche fatto provare un "campione" della sostanza che avevano per me. Ed effettivamente funzionava.

Per quanto riguarda la persona che l'ha contattata, credo si tratti di una persona che mi ha aiutato, e non solo come medico, in questo ultimo periodo. Ma non mi sento autorizzato a darle informazioni su di lui. Ero nel suo studio fino a pochi giorni fa. Lui stava lavorando su di me proprio per trovare un modo per salvarmi la pelle. Le posso dire quello che ha fatto: mi ha prelevato del liquido cefalo-rachidiano, quello che si trova tra meningi e tessuto nervoso. Ha inserito l'ago di una specie di enorme siringone tra le vertebre lombari, attraverso le meningi fino all'intercapedine tra queste e il tessuto nervoso. Diceva di farlo per vedere se nel liquor esisteva ancora traccia del siero di Vodika, che lui ha battezzato con una sigla, MaSpeLa. Ha detto che se c'era, avrebbe potuto addizionarla con qualcosa e farmi sopravvivere un po’ più a lungo. In effetti deve averne trovata, ma io sono stato malissimo, forse perché privando ulteriormente il mio organismo di una parte del poco MaSpeLa che restava in circolo, si è creato uno scompenso e probabilmente si è accorciato ulteriormente il tempo che mi restava.

Poi è successo qualcosa che mi ha spinto a lasciare tutto e correre a Roma.

A Roma... è andata come è andata.-

Guardo con amarezza la mia mano destra, e non ho più voglia di parlare.

È il dottor Ivanovic che rompe il silenzio:

- Io sono soprattutto un medico, anche se questo la può sorprendere. Non sono molto interessato ai rapporti che intercorrono tra di lei e i proprietari di questa clinica. Non sono nemmeno un dipendente, ma un collaboratore. Quanto al suo misterioso amico, non capisco il motivo per cui avrebbe fatto tutto questo. Non le pare strano? Anch'io ho fatto dei prelievi analoghi ai suoi, ma non ne è venuto fuori molto. Ci deve essere qualcos'altro. L'analisi spettrografica di cui mi ha parlato non si riferisce all'analisi del liquor. In ogni caso vedo che reagisce positivamente alle cure che lo ho somministrato. Ora non dovrebbe aver più i dolori che ha avvertito ultimamente.-

- È vero – convengo con il dottore – Ma ora mi tolga una curiosità. Il mio amico ha sicuramente il suo tornaconto, per fare quello che fa. E lei, dott. Ivanovic? Interesse scientifico? Sogni di gloria per scoperte sensazionali? Un'organizzazione potente alle spalle che pensa di ricavare qualcosa da quello che è capitato a me? Non lo so. So solo di essere una pedina. E nemmeno me ne importa. Mi dispiace, ma non mi viene in mente niente di più di quello che le ho detto. Comunque è vero, credo di stare meglio. So che si tratta di una illusione di breve durata, ma intanto avrò un periodo a disposizione per sistemare alcune faccende.-

Ora la mia voce si fa grave e profondamente amara.

- Dott. Ivanovic, io avrei già mollato tutto, se non avessi qualcosa che non posso lasciarmi dietro non conclusa. Mia sorella è ancora in mano a qualcuno che si vuole servire di lei per ricattare me. Ero arrivato a un passo dalla soluzione, lei era già libera, e io in salvo, grazie anche a persone che non sono quelle che lei conosce bene. Poi tutto è precipitato, e mia sorella è scomparsa di nuovo. Non posso lasciare questo mondo senza tentare di restituirle la sua libertà e la sua vita. Userò tutto il tempo che mi resta per cercarla. Anche se ora non so da dove cominciare.

Lascerò la clinica entro un paio di giorni. Ma mi terrò in contatto con lei. Se dovesse avere novità, se le sarà utile la mia presenza, mi potrà chiamare e io verrò.-

--ooOOoo--



ATTO TERZO

Stella Matutina, 24 luglio 2000. Via dalla Stella.

Per tutta la giornata il dottor Ivanovic non si è fatto vedere.

Ma nel pomeriggio, al risveglio da un tormentato sonno pomeridiano, ho trovato nel cassetto del comodino una busta,

con un po' di soldi, una ricetta, con la prescrizione di vari medicinali, e una scatoletta con delle pillole anonime. C’è anche un numero di telefono al quale chiamarlo, un cellulare carico, e la chiave di una porta di servizio della clinica.

Anche se non capisco bene perché uscire dalla “Stella Matutina” in un modo che assomiglia ad una fuga, indosso con un po’ di fatica i pantaloni e la camicia puliti, che trovo appesi nell’armadietto. Tra gli indumenti c'è anche un guanto chiaro. Lo infilo sulla mano destra, che è ancora ricoperta da una leggera fasciatura, e completamente insensibile. È il braccio, dal polso alla spalla, che continua a farmi male, come a ricordarmi che nulla è più come prima. Dopo la cena, in un momento in cui nessuno circola per i corridoi, mi avvio verso l'uscita secondaria.

Appena in strada mi accorgo di quanto mi sono indebolito e un senso di panico quasi mi spinge a fare marcia indietro. Superato questo primo impatto, mi incammino verso il centro del paese. È abbastanza tardi, e non ci sono più pullman diretti a Roma. Entro in un bar e chiedo dove trovare un taxi. Un uomo di mezz’età mi offre un passaggio.

Verso le 23 sono a San Lorenzo, e mi dirigo verso la casa di Agnese, dove avevo vissuto nell'ultimo periodo, prima di prendere parte alla missione “Sole Nero”. Agnese non c'è, ma so che la signora Ersilia, la portiera, ha una copia della chiave di casa.

- Signor Vucchice - dice la portiera, strappata dal pisolino serale davanti alla televisione - Bentornato. Ma che razza di vacanze ha fatto? È ridotto uno straccetto! Guardi come è pallido! Chissà che schifezze ha mangiato all'estero! Beh, la signorina non c'è. È partita di nuovo per quel paese dove hanno buttato le bombe. Però ci penso io a lei. Domani le preparo un bel pranzetto, così rimette su un po' di ciccia. Ah, la casa è a posto. Ho fatto le pulizie proprio ieri l'altro.

Ecco qui la chiave. Buona notte, signor Vucchice.-

La saluto e la ringrazio. Cara vecchia signora Ersilia! Vederla è trovare un aggancio reale con la vita. Cuore grande di San Lorenzo!

Entro in casa. Sono talmente esausto che mi lascio scivolare sul divano, senza nemmeno spogliarmi. D'altra parte ADESSO è così faticosa anche la semplice azione di togliersi i vestiti.

Sono a casa, penso. Ma non c’è gioia in questo pensiero. Non è la mia casa, questa.

Quale è veramente la tua casa, Lazar?

Per fortuna la stanchezza mi impedisce di pensare la risposta.

San Lorenzo, 25 Luglio 2000. Cioccolata con panna.

Nonostante la stanchezza e il crollo iniziale, non è stata una notte tranquilla. Troppi pensieri mi tormentano, e dovunque si soffermi, la mia mente trova problemi senza soluzione. Poi ha anche ricominciato a fare caldo. Così in piena notte mi sono trascinato nella stanzetta degli ospiti e mi sono sistemato nel lettino singolo. Lì almeno è più fresco.

E l’altro/me si è fatto insofferente:

- Bene, Lazar. Siamo di nuovo al punto zero. Anzi, siamo nel versante negativo dell’asse. Ora abbiamo anche una mano di meno. Nessun problema risolto, altri problemi che si aggiungono. E ora, cosa conti di fare, grande “incursore”? Mi sembri un po’ moscietto.-

È il bussare deciso della signora Ersilia che, verso mezzogiorno, mi costringe ad alzarmi dal letto. Entra invadente nel soggiorno, sistema un vassoio pieno di cibo sul tavolo, spalanca le finestre e la stanza si inonda letteralmente di luce.

- Ecco, signor Vucchice - dice soddisfatta mentre sistema sul tavolo i piatti che ha preparato per me - Si faccia un sano pranzetto alla romana, e vedrà che starà molto meglio. Più tardi, quando lei uscirà, verrò a dare una sistemata alla casa. Gli asciugamani puliti sono nel cassettone. Se ha bisogno di qualcosa, mi chiami pure. Buon appetito.-

E se ne va, ondeggiando col suo sederone da genuina popolana di Roma.

La presenza di questa donna riesce sempre a strapparmi un sorriso.

Vado in bagno e cerco di darmi una sistemata. L’immagine che mi rimanda lo specchio non è delle più tranquillizzanti. Ma una buona doccia, la barba rifatta, una sistemata ai capelli, sembrano migliorare la situazione. Almeno all’apparenza.

Mi siedo al tavolo. Guardo il cibo preparato dalla portiera. Provo ad assaggiare gli spaghetti. Lo stomaco si ribella. Non ho voglia di mangiare. Lo farò più tardi.

Apro il "ripostiglio segreto" nel doppiofondo del cassettone della stanza degli ospiti. Agnese l’ha lasciato a mia disposizione. C’è tutto quello che ci ho messo prima di partire per la Germania: la mia pistola, i soldi contanti che avevo pian piano accumulato per i momenti di necessità, pantaloni, camicie e biancheria. E... il mio berretto di lana grigia... lo sfioro quasi con amore... quanti ricordi sono legati a questo berretto... ricordi di momenti felici... di cose perdute per sempre.

E c’è anche un biglietto di Agnese:

Caro Zoran, sto partendo per il campo di lavoro a Kraljievo. Mi dispiace che tu non sia potuto venire. Ma la prossima volta andremo insieme. La casa è a tua disposizione. Spero che tu stia bene. Ho le foto che ho fatto a Belgrado. Sono bellissime. Tu non ti sei mai voluto far fotografare. Ma io l’ho fatto di nascosto! Sei venuto molto bene. E hai un’aria meno triste di quella che ti ho visto poi a Roma. Starò via fino alla fine di Agosto. Se torni prima, perché non mi raggiungi? Con affetto. Agnese.

Cara dolce Agnese. Forse raggiungerti sarebbe la scelta giusta. Morire per morire, non sarebbe meglio farlo tra le braccia di una vera amica?

Meglio di no, se davvero quel momento sarà così drammatico come ha detto il dott. Ivanovic, non posso caricare su di lei il peso di assistere a un tale orrore.

Ora ho bisogno di un po' di calma per fare il punto della situazione. Perché improvvisamente sono stato dimesso dalla clinica? Evidentemente qualcuno ha dato l’ordine a Ivanovic di farlo. E quel qualcuno può avere un piano che mi riguarda. E io non ho nessuna intenzione di assecondarlo. Quindi devo prendere alcune precauzioni.

Mentre sto per uscire, mi ricordo improvvisamente le pasticche di Ivanovic. Devo prenderne una. Torno al tavolo, mi sforzo di mangiare qualcosa, scegliendo dai vari piatti. Me la cavo bene con gli spaghetti e con i piselli. Ma la fettina di carne alla pizzaiola è un vero problema. Non posso tagliarla. Per non parlare della mela. Metto tutto il cibo non mangiato nel sacchetto della spazzatura. E lo porto via, per gettarlo nel cassonetto. Non vorrei che la signora Ersilia se la prendesse a male.

Vado alla Banca Nazionale del Lavoro, una delle poche aperte anche nel pomeriggio. Affitto una cassetta di sicurezza e ci deposito tutto quello che mi ha dato Ivanovic, compreso il telefonino.

Mi avvio verso il centro. Ogni tanto devo fermarmi per recuperare un po’ di forze. Non devo scordarmi di essere convalescente. In fondo, solo dieci giorni fa ero moribondo in un ospedale.

Entro in un negozio Omnitel e acquisto un nuovo cellulare. Scelgo un Motorola, semplice, senza tante pretese.

Ancora strada. Ancora una fermata. Il bar di Piazza San Silvestro. Mi siedo ad un tavolino interno, e ordino cioccolato caldo con panna. Il cameriere ripete incredulo l’ordinazione. Oggi fa molto caldo.

Con il cioccolato fumante arriva il calore dell’angoscia. È qui che nel nostro primo meraviglioso periodo di vita a Roma ci siamo seduti, Isabela ed io. Era dicembre, eravamo così felici. Giravamo come matti per la città, lei mi faceva conoscere tutti i posti che amava, guardavamo le vetrine, e ridevamo come stupidi adolescenti, camminando stretti l’uno all’altra. E proprio in questo bar abbiamo gustato la più squisita cioccolata con panna della nostra vita. Ora tutto questo è solo un ricordo lontano. Il ricordo di un amore immenso e perduto. Il cioccolato non è buono. La panna si è squagliata dentro, non riesco a berlo. Pago il conto e me ne vado. Il cameriere mi guarda con aria di sufficienza; sta pensando, in modo molto evidente: te l’avevo detto, io! Cioccolato caldo in pieno luglio!

Girando per le strade, cerco un Internet Point. Quando lo trovo, apro la mia casella postale.

C'è un messaggio di Alexander. È preoccupato per me. Mi offre il suo aiuto. Gli rispondo frasi di circostanza. Ma non posso negare che mi ha fatto piacere sapere che qualcuno si ricorda di me.

Mentre sto salendo le scale di casa, mi sento chiamare. È la portiera, che mi raggiunge, ansante per i gradini fatti di corsa.

- Signor Vucchice - dice, porgendomi un mucchietto di buste - qui ci sarebbero le bollette da pagare. Ci pensa lei?-

Istintivamente allungo il braccio destro per prenderle. Ed è qui che la mano mi tradisce, restando inerte come un'inutile appendice. Di scatto abbasso il braccio e cerco di infilare la mano in tasca. Il risultato è patetico. Ormai è fatta. Resto fermo con una espressione da imbecille.

- Oh, Santoddio - esclama lei guardandomi preoccupata - Ma cosa ha alla mano? Si è fatto male?-

- Ehm, si, effettivamente - balbetto imbarazzato, e butto lì la prima cosa che mi viene in mente - Sono scivolato e… mi si sono… stirati i legamenti. Ma non è nulla di grave. Guarirò presto.-

- Stirati i legamenti alla mano?- ribatte perplessa l'indomabile Ersilia - Non l'avevo mai sentita una cosa così. Comunque domani le faccio provare una pomata che fa miracoli. Me l'ha portata mia cognata da San Giovanni Rotondo. Sa, la fanno i frati di Padre Pio. Pare che sia una ricetta del Santo. Vedrà, basta spalmarne un po', e il male passa. È una mano santa...-

Si interrompe un momento, rendendosi conto di quello che ha detto. Non riesce a trattenersi, comincia a ridere.

- Mi scusi, non volevo. Ah, ah, ah, sulla mano... ah, ah ah, ...una mano santa...-

Il mio sguardo per niente divertito la induce a trasformare la risata in una smorfia imbarazzata.

- Comunque per le bollette non si preoccupi. Ci penso io. Lei se ne stia tranquillo e riguardato. E pensi alla salute. A proposito, le ho messo un po' di roba in frigorifero. È solo da scaldare. Deve nutrirsi, se vuole guarire presto.-

Ringrazio e mi infilo in casa. Prendo un involucro dal frigo e mi metto a mangiucchiare il contenuto, così com'è senza neanche scaldarlo.

Accendo la TV. Notizie. Un Concorde è caduto a Parigi.

Parigi. Mia sorella è scomparsa all'aeroporto Charles De Gaulle. Forse dovrei andare lì e cominciare a cercarla. Ma con quali forze? E se poi la crisi "finale" capitasse proprio mentre sono in Francia? Ma no, Keel e Ivanovic probabilmente si sbagliano. Hanno esagerato come fanno tutti i medici. Non è forse vero che sono capaci di mandarti in ospedale per un'influenza? Eccesso di zelo. Ecco, è sicuramente così. Non ci capiscono molto di quello che mi succede, e così mettono le mani avanti. Forse dovrei accettare l'aiuto che mi offre Alexander. Non sarebbe male avere vicino un amico, in questo momento. Ma non vorrei coinvolgerlo in una storia che potrebbe metterlo in difficoltà nei rapporti con il Movimento.

Ci penserò domani. A tutto penserò domani. Ora voglio solo lasciarmi scivolare nel sonno.

San Lorenzo, 26 luglio 2000. Rimbo.

Un giorno senza storia. Giro a vuoto per la città. Cerco di stancarmi per arrivare stremato al momento del sonno.

Ma è notte da tanto ormai, e il sonno non arriva. Fa troppo caldo in casa.

E allora eccomi di nuovo in giro, nelle strade di San Lorenzo, che si sono fatte buie e silenziose, ora che tutti i clienti di pizzerie e ristoranti sono andati via. Restano solo i nottambuli frequentatori dei pub. E qualche sinistra figura annidata negli angoli bui. Cammino lentamente, ma la passeggiata non mi aiuta a rilassarmi. Anzi, in tutta questa desolazione, l'angoscia che aveva cominciato a salire filiforme dallo stomaco ai polmoni si trasforma adesso in una onda oleosa che mi avvolge completamente. I ricordi bruciano. La nostalgia per tutto quello che ho perduto mi corrode il cuore. Mioddio, tutto l'amore, tutte le speranze, tutti i nostri sogni! Come hai potuto, tesoro mio? Ricordi? Un giorno mi hai detto...

Ed io sono qui con te. 

Ci sarò sempre.

Non sei solo. Non sarai solo. Mai più.

Guardo la mia mano offesa e rivivo tutto l'orrore di quel momento. È troppo. Mi siedo sul muretto della piazza del mercato. Le spalle curve, la testa ciondoloni, gli occhi impegnati in un accurato studio dei sampietrini. Nell'aria aleggia una sottile puzza di pesce.

Dal portone del palazzo di fronte qualcuno avanza nella mia direzione. Quando mi arriva accanto capisco che cerca proprio me. Ha l'aspetto di un balordo. Ma chi sa quale è il mio, di aspetto?

- Ehi, amico!- mi apostrofa.

Alzo la testa per guardarlo e capire se è un pericolo.

- Che brutta cera! Ciai groooossi problemi, eh?- incalza spavaldo. Evidentemente ha deciso di aver agganciato la persona giusta. Lo guardo senza rispondere. E lui continua:

- Si, si, si, mi sembri proprio depresso. Beh, amico, rincuorati, è il tuo giorno fortunato. Eh già. Hai incontrato Rimbo, che sarei io, e la tua vita non sarà più come prima.-

Questa frase mi spinge ad alzarmi in piedi di scatto. Il balordo prende qualcosa da una tasca della giacca che ha sulle spalle e me la porge con la mano sudicia.

- Vedi, amico - dice mostrandomi una capsula argentata, racchiusa in una bustina di plastica - tutto quello che hai provato finora non ha nulla a che vedere con questa "bomba". È una novità, ce ne sono poche dosi in giro, e costano carissime. Ma Rimbo sa il fatto suo. E tu mi stai simpatico. Così te la do per un cinquantone. Ehi, solo in via promozionale, s'intende. Provala, vedrai che ti farà scordare tutti i tuoi guai.-

Non ho voglia di stare a discutere. Preferisco dargli soddisfazione e levarmelo di torno. Gli do le cinquantamila e prendo la capsula. Poi mi avvio verso casa. Non vorrei incontrare altri Rimbo, per questa notte.

Mentre mi allontano sento la sua risatina stridula.

- Ciao, cocco - mi dice, tornando nell'ombra del portone - Io sono sempre qui, tutte le notti. Ricordati. Domani, però, porta più grana, intesi?-

San Lorenzo, 27 luglio 2000. La capsula.

Una giornata senza storia, passata quasi tutta in casa.

Quattro chiacchiere con la signora Ersilia, che ha insistito per lasciarmi la pomata miracolosa. Le ho promesso di usarla.

Nel pomeriggio sono arrivato fino alla stazione. Una sosta nell'Internet Point di via Magenta. Non ci sono messaggi. Cosa mi aspettavo? Beh, vorrei trovare la richiesta di un contatto da parte di De Santillana, o chi per lui. Anche se da quello che mi aveva detto il mio amico Dusan, i rapitori di Neda non dovrebbero essere quelli da cui l'abbiamo liberata a Funchal. Ma chi l'ha rapita l'avrà pur fatto per un motivo che mi riguarda. Altrimenti perché accanirsi contro di lei? Non mi resta che aspettare.

Dovrei provare a chiamare Erebo, o qualcun altro di Limite Inverso. Domani, forse..

Torno a casa e leggo qualche giornale. Ma leggo solo con gli occhi. La mia mente fugge per sentieri tortuosi.

Fra poco dovrò trovarmi un lavoro. I miei risparmi si stanno assottigliando velocemente, dovrò procurarmi i soldi per tirare avanti. Sicuramente non attingerò più alle finanze del Movimento. Non voglio nulla da loro.

Ma cosa posso fare? E poi, chi assumerebbe mai un... uno che può usare una sola mano?

- Una sola mano è più che sufficiente per pulire i vetri ai semafori - sghignazza irrispettoso l'altro/me.

Lo ignoro

Di nuovo l'angoscia comincia a salire. I minuti passano inesorabili.

Sul tavolo c'è ancora la capsula che mi ha dato quel balordo ieri notte. Ha detto che ti fa sentire meglio. E io ho assoluto bisogno di sentirmi meglio. Perché non provarla?

- NO, non ci pensare nemmeno. È roba pericolosa! - si oppone Alessio, mentre tiro fuori la capsula dalla bustina.

- Ah, si? - mormoro, e intanto ne ammiro il colore - E che pericolo correrei, secondo te?-

- Lascia perdere. Non fare il cretino.- insiste lui nel ruolo del grillo saggio - Quella è droga della peggiore, lo sai. Quella è roba che manda in pappa il cervello!-

Mi viene proprio da ridere. Il mio cervello sta già andando in pappa. Cosa ho da perdere? Se posso passare qualche ora piacevole, rilassante, non avrò che da guadagnarci in salute. E poi sono o non sono una cavia? Gli esperimenti vanno fatti, per il bene della scienza!

Rigiro tra le dita della mano, sinistra ovviamente, la capsula argentata. Chissà come si prende? Si inghiotte con un po' d'acqua? Oppure, no, ecco, facendo una leggera pressione la capsula si apre. Dentro c'è una pallina di liquido denso. L'aspetto è come quello del mercurio contenuto nei termometri. Lo verso sulla lingua. È insapore, ma freddo. Un respiro profondo e mando giù. Ecco, è fatta. E ora aspetto di andare in paradiso.

...le rive del Dunav, il Danubio. Il fiume scorre di fronte a me. Sono a Novi Sad, e il ponte è stato ricostruito...

San Lorenzo, 28 luglio 2000. Tormento & Ecstasy.

Mi accorgo che sto urlando. Il risveglio è terribile. Mi rendo conto che ho perso la nozione del tempo. Dalla luce che penetra dalle finestre capisco che deve essere mattina. Sono in terra. Tremo, singhiozzo, sudo. Sto malissimo. Cerco di recuperare il controllo di me. Sono stato in paradiso. Sono stato all'inferno. Sento che non è finita. L'incubo non si è esaurito. Il dolore alla testa aumenta. Mioddio, un'altra di quelle maledette crisi. E se fosse QUELLA? Devo chiamare Ivanovic. No. Passerà. Come le altre volte. Basta aspettare.

Nel pomeriggio mi sveglio definitivamente. Sto molto meglio. Riesco perfino a mangiare qualcosa. Mi faccio la doccia, mi cambio i vestiti. Metto quelli sporchi in lavatrice. È faticoso, e anche un po' avvilente, poter usare sempre solo la mano sinistra. Devo imparare a gestirla meglio. Devo esercitarmi. È per questo che ho deciso di prendere carta e matita e cominciare a scrivere la storia di questi maledetti ultimi 15 giorni. Continuerò a farlo finché ne avrò la forza. Forse un giorno qualcuno troverà il manoscritto, e così conoscerà la "Veridica Historia de Lazar Jakovic". Questa sera cercherò Rimbo. Ho bisogno di tornare nel mio paradiso. Solo un'altra volta. Devo capire. Solo un'altra volta. Poi basta.

…Non ti avevo mai vista così raggiante dal giorno della tua laurea, sorella mia. Avanzi verso di me nel tuo abito bianco, con il velo da sposa che, mosso dalla brezza serale, ti danza attorno ai capelli come per condividere la tua felicità…

San Lorenzo, 30 luglio 2000. Vita in bianco e nero...

I giorni scorrono, uno dopo l'altro, nel caldo e nella desolazione di una città che per me è diventata incolore. Senza più il mio amore, i miei amici, la mia fede, i miei sogni, ormai sto vivendo in bianco e nero. Alexander, via e-mail, mi ha offerto di nuovo il suo aiuto, ma non saprei nemmeno cosa chiedergli. La vicenda di Limite Inverso sta per concludersi, da quello che ho capito dalle sue parole. Anche lì, delusioni e tradimenti. Nel momento del pericolo quasi tutti si sono tirati indietro, facendo sottili distinguo. Hanno lasciato ad Erebo e Max tutte le responsabilità e gli oneri. E io che dovevo essere al loro fianco, non ho potuto esserci.

Mi resta solo l'appuntamento serale con il balordo che mi fornisce i miei quotidiani minuti di paradiso. Anche se poi devo pagarli con ore di inferno. Ogni volta mi ripeto che è l'ultima volta che prendo quella roba. Ma poi, dopo giornate come questa, non riesco a resistere alla tentazione di concedermi un po' di tregua. La voce interiore mi dice che dovrei sottrarmi a quello che potrebbe diventare un pericoloso vizio. Ma se mi chiedo "perché?" e soprattutto "per chi?", non riesco a trovare la risposta. Il guaio è che Rimbo diventa sempre più esoso...

Ho provato ad andare in giro in cerca di lavoro. Ma non so proprio cosa potrei fare. In alcuni negozi ci sono cartelli con "cercasi commessa", ma non credo di essere la persona adatta. Di Neda nessuna notizia. Forse dovrei provare a cercare io De Santillana. Sarà difficile riallacciare i contatti, dopo lo scherzetto che abbiamo giocato ai suoi amici. Ma potrei fare una proposta interessante, senza intermediari, questa volta: loro ritrovano e liberano mia sorella, e io vado dove vogliono. Tanto non ho più nulla da perdere, e la mia ultima azione su questa terra potrebbe essere quella giusta per riparare tutti i guai che ho causato a Neda.

Ora c'è la capsula dei sogni che mi aspetta. Chissà se c'è un legame tra questa droga e l'Eterno Sogno?

San Lorenzo, 1 Agosto 2000. Il Monco.

Comincio ad essere veramente preoccupato. I soldi stanno per finire. E quel bastardo di Rimbo alza ogni sera il prezzo della capsula. Ieri notte mi sono lamentato con lui del fatto che mi stava riducendo sul lastrico. Gli ho fatto notare che presto avrebbe perso un cliente, per mancanza di fondi. Lui dapprima è sembrato sorpreso della mia scarsa disponibilità di denaro. Poi, dopo averci pensato un po' su, mi ha detto che in fondo gli ero simpatico e si era affezionato a me. E quindi, se ero disposto a darmi da fare, si sarebbe interessato a cercarmi un modo per guadagnare la mia capsula giornaliera, e anche qualcosa di più. Naturalmente doveva parlare con "qualcuno", e anche garantire per me.

Gli ho detto che ero d'accordo, ma che tenesse conto della mia mano.

- Ah, certamente- mi ha risposto sghignazzando, dopo avermi concesso una capsula a metà prezzo. - Ti troverò un lavoro in cui le mani non servono. Basta il cervello! E quello ce l'hai tutto intero, no?-

Avrei riso di cuore, in altre circostanze. Eh, no, caro mio. Nemmeno quello è proprio tutto intero!

Mentre mi allontanavo, mi ha gridato dietro:

- Ehi, amico, a proposito, come ti chiami?-

- Come vuoi tu, Rimbo.- gli ho risposto alzando le spalle - Un nome vero, come il tuo.-

- Va bene, amico. Allora ti chiamerò “'Monco”, ti sta a pennello... aah ah aah...-

L'ho lasciato che si sbellicava, affogando in risate cretine.

San Lorenzo, 3 Agosto 2000. Il lavoro.

È stata la mia prima notte di lavoro, se così si può chiamare quello che ho fatto. Non avrei mai immaginato di arrivare a questo punto. Ma non ho scelta. Ho bisogno di soldi. Devo avere le mie capsule. E devo partire per Parigi, alla ricerca di Neda.

Rimbo non era solo, quando l'ho incontrato ieri sera. Con lui c’era un tizio dall'aspetto poco rassicurante.

- Questo è Santino, e lui è il Monco- ci ha presentati dando sfoggio alle sue buone maniere.

Tutti e due abbiamo grugnito un 'salve' poco cordiale.

Rimbo ha spiegato di aver parlato col Capo e di averlo convinto ad affiancarmi a Santino, ("... ora che il suo ex aiutante è finito al gabbio"), nel giro notturno di consegna della rrobba. Mi ha dato varie bustine separate contenenti un certo numero di capsule, e un elenco con nomi di discoteche dell'interland romano. Inoltre ha indicato un punto, su una piantina dei castelli romani, contrassegnato da una X. Lì si svolgerà il rave improvvisato, nel luogo scelto come sempre all'ultimo momento, di questa notte. Lì, a suo dire, si fanno affari d'oro. Naturalmente per godermi la mia dose dovrò aspettare il ritorno dal lavoro.

Santino è addetto alla guida della Alfa 2000 e alla sorveglianza. Io dovrò individuare i contatti in ognuno dei posti previsti, riconoscendoli dalla risposta alla parola d'ordine, che cambia ogni sera, e consegnare la merce, riscuotendo il denaro. L'aspetto più delicato di tutta l'operazione è quello di intrufolarmi in anticipo tra i clienti di discoteche e i partecipanti ai rave, e osservare attentamente la fauna, prima di prendere i contatti, in modo da capire se ci sono infiltrati della narcotici o furbetti di altre parrocchie. Mentre stavamo per andare, Rimbo mi si è avvicinato e mi ha sussurrato in un orecchio:

- Monco, fai il bravo. Non ti far venire idee cretine. Ricordati che ho garantito per te e che so dove abiti.-

Ho annuito, chiedendomi in cuor mio come ho fatto a ritrovarmi fra questa gente.

Santino ha guidato prudentemente, dopo avermi costretto ad allacciare la cintura di sicurezza, e stando attento ai limiti di velocità. Non è il caso di essere fermati dalla polizia per qualche stupida infrazione, ha detto.

Santino è grande e grosso, e ha una faccia quadrata, dall'espressione un po' bovina. Durante il tragitto abbiamo scambiato poche parole di circostanza. Solo dopo la terza consegna, mentre passavamo nelle strade di campagna buie e sterrate, per raggiungere il capannone del rave, si è concesso una domanda:

- Ehi, Monco- ha detto, girando gli occhi ad indicare la mia destra - che hai fatto alla mano?-

- Un incidente- gli ho risposto dopo un attimo di esitazione. - Sai come succede. Mentre pulivo la pistola mi sono partiti accidentalmente cinque colpi e sono finiti tutti su questa mano.-

Ha riso fino ad avere le lacrime agli occhi. Da quel momento ha deciso che gli sono simpatico e che mi avrebbe preso sotto la sua protezione. L'ho ringraziato, dicendogli che così mi sentivo molto più tranquillo.

Sono sicuro che, anche con una mano sola, riuscirei ad atterrarlo in pochi secondi. In fondo sono ancora un Distruttore!

San Lorenzo, 10 Agosto 2000. La diga.

Il lavoro finora non ha presentato problemi. Ogni notte ci sono posti diversi da raggiungere, ma il copione si ripete e tutto sembra filare liscio. Ora si fidano di me, e la merce da consegnare è molta di più della prima volta. Ma adesso, visto il tipo di persone e gli ambienti che mi tocca frequentare, ho deciso di portare con me la mia pistola. Meglio essere previdenti. I soldi cominciano ad entrare nelle mie tasche con una certa abbondanza. Ho potuto perfino rimborsare le bollette alla portiera. Le "capsule" giornaliere non sono un problema. A volte me ne posso concedere anche due. Fra il lavoro, le ore di sballo con la droga e il senso di intontimento che si protrae a lungo dopo, non mi resta molto tempo per pensare alle mie angosce.

Ho costruito un muro attorno al mio cuore, una specie di diga che blocca le mie emozioni, e mi permette di tirare avanti, nel grigio che mi circonda. Però ci sono momenti in cui la diga si rompe, e allora tutti i ricordi di quello che mi è accaduto, tutto il dolore per quello che ho perso, tutto l'orrore della situazione in cui mi trovo, mi si riversano addosso, travolgendomi e riducendo a brandelli la mia forza vitale. È sempre più difficile ritirare su i mattoni e chiudere le falle. So che non posso continuare a lungo a vivere così. Io non voglio fare il delinquente, io non voglio essere complice di questi spacciatori. Io avevo degli ideali per cui combattere. Io credevo nell'amore al di là della vita. Io avevo l'orgoglio dell'appartenenza. Io sono stato tradito. Vilmente. Crudamente. Definitivamente. E allora non mi resta che allungare la mano verso la capsula e cercare ancora una volta un po' di pace.

--ooOOoo--

ATTO QUARTO

San Lorenzo, 15 Agosto 2000. Kaiser Sose.

Ho fatto un grosso passo avanti.

Ora sono una delle guardie del corpo del Capo, Kaiser Sose, al secolo Cesare Spizzoni, un pezzo grosso del triangolo Lazio-Umbro-Toscano.

È accaduto tutto così in fretta che devo pensarci un po’ per ricostruire i fatti.

Ero al lavoro con Santino, per i soliti giri. Ma, essendo sabato notte, l'attività era particolarmente intensa.

Siamo arrivati a notte fonda al Mega-Rave che si teneva in un grande capannone nella campagna di Tarquinia.

Santino ha parcheggiato l'Alfa in una zona riservata agli addetti ai lavori, abbastanza vicino ad un ingresso secondario. Io sono entrato per primo, e mi sono mischiato alla folla di giovani (e meno giovani) che si muovevano ipnoticamente al ritmo infernale della musica techno, già strafatti dai decibel e dall'alcol. Ho cominciato a guardarmi intorno, alla ricerca di persone dal comportamento sospetto. Gli sbirri della narcotici si sanno camuffare bene, però c'è sempre qualche pecca nel loro comportamento, soprattutto nei loro sguardi (troppo indagatori, di solito, e poco "fatti"). Se non se ne vedono in giro, non c'è problema a proseguire il lavoro alla luce del... beh, dei fari stroboscopici. Se invece ne individuo qualcuno, lo segnalo ai "gestori", e tutte le operazioni vengono svolte in modo più prudente, in zone lontane da sguardi indiscreti.

Santino mi guarda le spalle, senza mai avvicinarsi troppo, per non far capire che siamo insieme.

Sabato non c'erano sbirri, ne sono stato sicuro dopo una mezz'ora di attenta osservazione.

Però ho avvertito qualcosa di anomalo, come un senso di nervosismo nell'aria.

Verso le 3, quando già erano state completate molte transazioni, c'è stato una certa agitazione, sicuramente non avvertita dai clienti persi nelle danze frenetiche, nella zona dei “rinfreschi”. Mi sono diretto da quella parte, anche perché ho captato lo sguardo bovino del mio socio, che mi faceva segno di avvicinarmi.

- C'è il Capo- mi ha sussurrato all'orecchio Santino, con un misto di orgoglio e preoccupazione.

E mi ha indicato una figura che emergeva, non per statura, ma per “presenza”, tra un gruppo di ceffi concentrati accanto al bancone del bar.

- Si fa chiamare Kaiser Sose, come quello di quel film... sai... i sospetti... o qualcosa di simile. E gli somiglia davvero.-

Il Capo è in effetti un tipo peculiare. Di età indefinibile, più giovane che vecchio, di statura media, snello, vestito di bianco, capelli neri piuttosto lunghi e curati, dita ingioiellate, modi affettati.

Quando Santino lo ha salutato con una specie di riverenza e gli ha detto:

- Questo è Il Monco, uno dei nostri nuovi acquisti- ha fatto un cenno impercettibile, senza dare l'impressione di curarsi molto di me. Ma, mentre accennavo un “Salve!” per niente cerimonioso, ho sentito su di me la forza dei suoi occhi, che mi scrutavano più profondamente di quanto apparisse.

Per un po’ c'è stato un parlottio a piccoli gruppi, tra il Capo e gli organizzatori del rave, tra alcuni uomini del suo seguito e altri operatori del ramo. Io sono rimasto in disparte, ignorato da tutti. E ho continuato a guardarmi intorno, perché il senso di nervosismo già da tempo percepito nell'aria non era scomparso, ma anzi mi sembrava in aumento costante. Così ho notato i primi movimenti strani che avvenivano fra il pubblico ignaro, quando, come se in risposta ad un segnale concordato, vari individui hanno cominciato a convergere dai punti più disparati verso la nostra zona. La mia mano, sinistra, è corsa alla Glock, che ormai è mia fedele compagna durante i giri notturni.

E qualche secondo dopo ha scaricato con tempestività e precisione i suoi impietosi proiettili sui tre individui che, giunti contemporaneamente a tiro, stavano mirando alla testa di Kaiser Sose. Tre spari, tre centri. Solo il terzo uomo ha fatto in tempo ad esplodere il suo colpo, riuscendo a colpire di striscio l'organizzatore del Rave che stava parlando con il Capo. Poi si è scatenato il putiferio. Le urla dei clienti, che in parte si gettavano a terra e in parte correvano verso l'uscita in preda al terrore. La reazione dei nostri, che hanno aperto la caccia agli uomini della banda rivale, gridando: "maledetti rumeni... "... "figli di troia..."... "da quella parte... "... "sterminiamoli tutti..."...

Io sono rimasto fermo, con la pistola in mano, come disorientato. Ricordo solo che il Capo ha dato ordine di andare via rapidamente, verso le macchine che attendevano col motore acceso accanto all'ingresso secondario. Santino mi ha tirato per un braccio, verso la nostra Alfa, ma Kaiser Sose ha urlato a qualcuno dei suoi:

- Quello nuovo, sulla mia macchina!-

Un numero imprecisato di auto è partito sgommando; più volte si è rischiata la collisione. Mi hanno fatto salire nel sedile posteriore della macchina del Capo, proprio accanto a lui. Ero frastornato, confuso. Avevo bisogno della mia capsula. Quando il capannone si è perso all'orizzonte, l'andatura della macchina è tornata normale. È allora che il boss mi ha guardato e mi ha detto:

- Sei in gamba, Monco. Se non fosse per te, ora avrei tre pallottole in fronte. Alla faccia di tutti questi stronzi che dovrebbero proteggermi!-

e ha lanciato sguardi di fuoco ai suoi, che hanno abbassato la testa imbarazzati. Poi, con tono tra il solenne e l’ironico, ha aggiunto:

- Da questo momento sei la mia guardia del corpo. Ti affido la mia preziosa persona!-

E ha riso, ma la sua risata era nervosa e gelida.

- Dove abiti? – mi ha chiesto dopo un po’ - Ora ti riportiamo a casa. Ma solo per fare i bagagli. Domani ti trasferisci nella mia modesta dimora. Sarai la mia ombra-.

Non avevo motivi per rifiutare. Qualcuno mi ha spiegato i dettagli. Era l'alba quando ho potuto buttarmi, sfinito, sul letto.

Poche ore dopo ho preparato il mio zaino. Ho salutato la signora Ersilia, che si è commossa al punto da far quasi commuovere pure me, e mi sono imbarcato in questa nuova fase della mia vita. Quanto potrà durare?

Villa La Rocca, 20 Agosto 2000. Bodyguard.

È da tempo ormai che mi sono sistemato in questa... dimora, Villa La Rocca, poco distante da Rocca Priora, nei Castelli Romani. È una costruzione imponente, immersa nella quiete di una lussureggiante collina a 769 metri s.l.m., a soli 25 Km da Roma. Dispone di molte stanze, ampi saloni per riunioni, sala biliardo, giardino, piscina, palestra, stanza insonorizzata per tiro a segno, cantine, con alcune stanze sotterranee per "ospiti" di riguardo, garage e parcheggio interno. È circondata da un alto muro dotato di sofisticati sistemi di sicurezza e sorveglianza. Sembra la recita di un depliant pubblicitario, ed in effetti lo è. Villa La Rocca una volta era un albergo.

Le azioni della vita quotidiana, anche le più semplici, come lavarsi, radersi, vestirsi, per me sono diventate un problema. Sono costretto a mangiare cibi che non richiedono l'uso di entrambe le mani; così sazio il mio già scarso appetito con minestre, formaggi, omelette e frutta con la buccia commestibile. Di bistecche non se ne parla nemmeno, perché sarei costretto a farmi preparare i bocconi nel piatto, come si fa con i mocciosi. Non potrò nemmeno mai più guidare una macchina, a meno che non se ne trovino col cambio automatico. Se penso a quante cose non potrò più fare, mi vengono i brividi. Ma poi mi dico che è inutile pensare al futuro che, con molta probabilità, per quanto mi riguarda non ci sarà. L'unica cosa che riesco ancora a fare bene è maneggiare e usare un'arma, coltello o pistola che sia. Però, già con una mitraglietta cominciano le difficoltà. Nonostante tutto, da quando sono la guardia del corpo del "Capo", riesco a trascinare avanti questo spezzone della mia vita senza tante scosse. È come se fossi sospeso in un limbo, insipido ma tranquillo. Le mie angosce non mi hanno abbandonato, ma riesco a tenerle sotto controllo con l'impegno per il lavoro e, soprattutto, con le capsule di Rimbo, che Kaiser Sose su mia insistenza riesce a farmi avere di tanto in tanto, sia pur con una certa difficoltà. Quando ne sono sprovvisto, le sostituisco con le normali pasticche di ecstasy, ma non ne traggo lo stesso beneficio. Naturalmente la condizione è che ne faccia uso nel tempo libero, e non quando sono in servizio.

Vivo con il Capo e i suoi più stretti collaboratori in questa villa-fortezza.

Gli alloggi per noi "ragazzi" sono comodi e confortevoli. La vita al servizio di Kaiser Sose è molto regolata, con i tempi di lavoro sul campo, di addestramento e di svago/libera uscita scandito quasi militarmente. Mi ricorda il mio passato, quello della caserma prima e quello delle Tigri poi. Ma non è la stessa cosa. Qui non ci sono bandiere né ideali.

Io esco solo per lavoro, per accompagnare il Capo nei suoi giri e ai suoi appuntamenti. Il resto del tempo lo passo ad allenarmi (c'è un poligono di tiro qui, e anche una palestra a nostra disposizione) e a cercare conforto nella droga. Gli altri escono, vanno a divertirsi, spendono i loro soldi in donne e gioco d'azzardo. Io non ho legato con nessuno. Solo Santino mi rivolge spesso la parola, ma per gli altri sono il "monco", lo straniero da invidiare ma anche da deridere. Forse fanno così per nascondere una sorta di rancore, che si è sviluppato e si trascina da quella prima sera, in cui loro hanno fatto una pessima figura, e io sono entrato nelle grazie di Kaiser Sose. Non faccio nulla per cambiare questa situazione. Non mi interessano i sentimenti, di amicizia o di inimicizia che siano, di questi ceffi. Non ho nulla da spartire con loro. Preferisco restare chiuso nel mio mondo interiore, dove coltivo il mio odio con cura costante. E l'unico motivo per cui ci tengo a restare vivo ancora per un po’ è quello di far continuare a vivere questo odio, che prima o poi dovrà pure produrre qualche effetto. E c'è il pensiero costante di Neda e del suo destino. Mi ripeto, per tacitare i miei sensi di colpa, che al più presto sarò in grado di rimettermi sulle sue tracce. Solo per questo, per controllare se qualcuno si fa vivo per propormi una trattativa, di tanto in tanto chiedo al Capo di poter usare il suo PC e controllare la posta elettronica. Ma finora tutto tace.

Villa La Rocca, 25 Agosto 2000. Il dottor Keel.

Kaiser Sose mostra sempre più curiosità e interesse nei miei confronti. Durante i tragitti in macchina, o nei momenti in cui ci troviamo faccia a faccia in situazioni non rischiose, mi fa un sacco di domande sul mio passato. Io naturalmente gli dico un centesimo della verità, ma questo basta per creare un legame più profondo tra di noi. Quando ha saputo che vengo dalla Jugoslavia (non ho potuto nascondergli la mia nazionalità, dato che sul mio documento di identità c'è scritto Zoran Vukic, nato a Belgrado) si è dimostrato molto interessato alla possibilità di stabilire dei contatti con gli "operatori" locali serbi, visto che, a suo dire, i clan del sud Italia se la fanno con quelli albanesi. Per non contrariarlo gli ho detto che ci si può pensare.

Ho cominciato a riflettere, in un momento di completa lucidità mentale, su queste capsule "speciali" che prima mi forniva Rimbo e che ora mi procura il Capo, anche se con qualche difficoltà. Sono davvero una nuova generazione di ecstasy? E allora perché non si sono ancora diffuse ed è così difficile trovarle perfino per uno come Kaiser Sose? Quando gli ho rivolto queste domande, lui mi ha spiegato che le capsule fanno parte di una vecchia partita venuta dal Kazakistan. Purtroppo non ne sono rimaste molte in giro. Per un po’, negli ultimi mesi hanno circolato delle pasticche molto simili, ma di provenienza sconosciuta. Ma siccome hanno provocato subito dei morti, sono state escluse dalla nostra zona di mercato. Kaiser Sose ha un'etica, che diamine!

C'è una novità. Ho ricevuto una e-mail dal dott. Keel. Mi scrive:

"Buon giorno Sig. Lazar. E' molto che non ci sentiamo. Sono il dott. Keel.

Spero che la sua salute le permetta ancora di poter viaggiare perché ho grosse novità a suo riguardo. Intanto spero che il mix di medicinali che le ho fatto avere sia servito almeno ad alleviare la sua pena. Ora però, ho la

possibilità di fornirle la sostanza originale, quella che funziona sul serio.

Ho rintracciato la nicchia ecologica nella quale cresce la pianta da cui si ricava il Mangime. Si trova in un luogo molto lontano da qui, in una zona che credo pulluli di satanisti. Ma d'altronde non si ottiene nulla senza un minimo di sbattimento...

Mi sarebbe gradito se lei decidesse di venire con me in questo luogo, così da poterle somministrare al più presto il farmaco e da poter finalmente concludere questa sua personale Odissea. Se decidesse di accettare sappia che ho già contattato chi di dovere per rimediare un paio di guardie del corpo che ci accompagneranno nell'impresa.

Conto di partire a breve per cui aspetto sue notizie in un tempo utile di qualche giorno."

Gli rispondo che dall'ultima volta che ci siamo visti sono accadute molte cose, nessuna positiva, e che io non sono la stessa persona che ha conosciuto. Lo ringrazio per il suo interessamento, ma gli spiego che non sono più interessato al ritrovamento di piante salvavita e simili. Vorrei solo ritrovare mia sorella. Spero che i risultati che ha ottenuto possano essere utili per altri, o per la Scienza con la S maiuscola.

Aggiungo che questo è un addio e che se un giorno gli capitasse di incontrare MOMM, dovrebbe salutarlo da parte mia e dirgli che mi sarebbe piaciuto conoscerlo meglio. E che spero che riesca a cavarsela. Il professor Marco Oreste Mario Migliorini ha certamente più chances di me.

Keel torna alla carica, ricordandomi il problema della scomparsa di Neda:

"E come speri di salvare tua sorella se schiatti prima ancora di sapere chi è stato a rapirla? Ascolta, cretino, vieni con me per procurarti la medicina, dopo avrai tutto il tempo che vorrai per rintracciare, salvare e sistemare tua sorella.

Se speri che De Santillana sappia qualcosa, ti sbagli di grosso!!! Fossi in te mi dirigerei verso altre piste..."

Prendo tempo, promettendogli che mi farò vivo, se sarà il caso.

Ma poi non lo faccio.

Villa La Rocca, 4 Settembre 2000. Crisi.

È accaduto qualcosa che ha sconvolto il tranquillo "andazzo" di quest'ultimo periodo.

Per una volta che mi sono concesso un'uscita dalla Villa, per poter passeggiare nei campi lì intorno, lontano da tutti gli altri, mi è subito capitato qualcosa di allarmante.

Sono ancora confuso e non riesco a ricostruire tutta la sequenza dei fatti. Ricordo solo che all'improvviso sono stato assalito da una delle solite crisi. Dopo qualche secondo di spasmi atroci, devo aver perso i sensi.

Quando sono tornato in me ero di nuovo a Villa La Rocca, e l'orologio segnava mezz'ora in più.

I miei "compagnucci" mi hanno riferito di avermi raccolto privo di sensi davanti al cancello, dopo che ero stato "buttato giù" dallo sportello di una macchina nera non meglio identificata, che si era poi allontanata velocemente, prima che qualcuno si rendesse conto di quanto stava succedendo.

Ancora una volta c'è qualcuno che incrocia la mia strada.

Questo posto non è sicuro come pensavo. Con grande rammarico affronto l'argomento con il Capo.

Lui sa cosa è accaduto, e comprende i miei timori.

Gli chiedo di farmi visitare da personale medico fidato che analizzi ogni millimetro del mio corpo, anche con i raggi X, per verificare se ci sono state manomissioni di qualsiasi tipo, se mi è stato iniettato qualcosa o se mi è stato inserito qualche misterioso oggetto sottocutaneo. Kaiser Sose sorride di queste mie preoccupazioni che fanno tanto X-files. Però mi accontenta. In fondo mi deve la vita!

Malvolentieri mi rimetto alla tastiera, e mando una messaggio al dott. Keel:

"E' accaduto un fatto preoccupante. Ho capito che il mio rifugio non è sconosciuto ai miei nemici. Qualcuno mi sta alle costole. Devo andar via prima che sia troppo tardi. Sarò di nuovo in mezzo a una strada. Credi di potermi ospitare da qualche parte a Torino?"

Villa La Rocca, 7 Settembre 2000. Alexander.

Anche se la visita medica non ha riscontrato niente di "anormale", io mi sento in pericolo.

Sanno che sono qui. Non so chi siano loro, quali dei tanti loro che mi perseguitano, ma hanno scoperto il mio rifugio. È arrivato il momento di cambiare aria.

Controllo ancora la posta elettronica. Niente di nuovo per quanto riguarda contatti con i rapitori di Neda. Sto perdendo ogni speranza. E nessuna risposta da parte di Keel.

Trovo invece, un messaggio di Alexander Haag, il più caro dei miei fratelli del Movimento di Distruzione, l'unico forse che mi è stato veramente amico. Sono molto sorpreso perché dalle sue parole capisco che anche lui sa dove mi trovo.

Alexander mi spiega di aver fatto una serie di indagini sul mio conto, per ritrovare le mie tracce. Ha blandito e minacciato tutti quelli che potevano, a suo giudizio, sapere qualcosa di me. Alla fine, con l'aiuto di suoi amici hacker è riuscito a risalire al mio indirizzo, e mi chiede di confermargli se "mi ha trovato".

Metto da parte la prudenza e di getto, per quanto mi è consentito battendo sulla tastiera solo con la sinistra, gli rispondo. Devo ammetterlo, sento forte il bisogno di parlare a qualcuno che rappresenta un legame con quello che ero.

"Si, Alexander, hai trovato il mio indirizzo riservato. Sei abile, amico mio, ma perché sprechi tempo prezioso? Dovresti essere a Montecarlo, dove gli altri stanno portando avanti la missione Sole Nero.

Perché ti intestardisci a cercarmi? Non puoi fare niente per me, credimi. Anzi, se davvero mi trovassi, potrebbe essere pericoloso, perché tramite te potrebbero trovarmi anche altri. Io non voglio più incrociare la mia strada con quella di Demetra, di Pan e in generale con il Movimento di Distruzione.

Io non conosco più il significato della parola AMORE, capisci?, ma solo quello della parola ODIO.

Proprio perché invece credo ancora al valore dell'amicizia ti prego di lasciarmi al mio destino. Ciao"

Ma lui non vuole mollare l'osso. E comincia così un frenetico scambio di e-mail.

Villa La Rocca, 8 Settembre 2000. L’appuntamento.

Alexander scrive:

"Questo è vero, amico mio, ma che ci vuoi fare: senza te non ci sarebbe gusto. Queste cose che ti sto per dire te le ho già dette una volta: il Pathos per me è fatto dei miei fratelli, amici veri che solo qui ho trovato. Se devo scegliere tra una lotta come il Sole Nero ed aiutare un mio fratello, sai benissimo cosa sceglierei (ed ho scelto). Non voglio più che questo argomento sia minimamente toccato. Cazzo!

Non ti cerco per conto di nessuno, non mi farò trovare néfarò trovare te.

Io ti cerco come amico non come Distruttore.

Non ti cerco per cambiare il tuo istinto o la tua coscienza: non sono un manipolatore némi piace esserlo.

Lo so che credi nel valore dell'amicizia. Questo lo so. Ma il TUO destino è il MIO destino, Lazar. L'ho scoperto

in Russia, l'ho sentito in Germania, ne ho la certezza. Se credi come dici nell'amicizia, allora lascia che anch'io ci creda.

Voglio incontrarti. So cosa fai e dove sei. Decidi: o mi incontri o vengo nella villa di KS, a costo di farmi crivellare dai mitra!

Bene, vedo che hai usato il ciao… i tuoi addii mi stavano rompendo...

A presto, amico."

Gli rispondo, arrendendomi:

"Ehi, ma sei impazzito? Non sono certo io il gusto di Pathos! C'è una missione da compiere, ci sono i tuoi compagni, Misha, Tarrant. C'è da tenere alta la reputazione di Distruzione. Non che personalmente me ne freghi più niente, però lo dico per il tuo futuro.

Sei troppo testardo, Alexander. Non vuoi capire che amicizia è anche rinunciare ad un amico per non trascinarlo nella

propria rovina. Questo sto tentando di fare.

CAZZO! Possibile che non ci sia un posto al mondo in cui nessuno mi possa trovare? Come cavolo hai fatto?

C'entri qualcosa con la macchina nera che tre giorni fa mi ha seguito? Ora mi ricatti pure?

No, non fare pazzie, ti prego. Questa non è gente che scherza. Mi vuoi incontrare a tutti i costi? Ti avverto, non sarà un bell'incontro. Avrei preferito che tu mi ricordassi come ero, il compagno ganzo e combattivo dell'ultima avventura che ci ha visti lottare fianco a fianco. Ma se proprio vuoi vedere l'ultima versione di Lazar, sarai accontentato. Tanto

poi me ne dovrò andare anche da qui.

NON TI AVVICINARE a questa villa.

A Rocca Priora c'è un bar sulla Piazza, il bar "dei Priori". All'interno c'è una saletta. Sarò lì domani pomeriggio verso le 15.Così ci potremo salutare.

E non pensare che io non apprezzi la tua amicizia. L'apprezzo moltissimo. Sei l'unico che ancora si ricorda di me, nemici a parte, naturalmente. Purtroppo le circostanze della vita non sempre ci permettono di essere come vorremmo e di fare quello che vorremmo.

A presto, mio amico testardo."

Rocca Priora, 9 Settembre 2000. L'incontro.

Alle 15 meno un quarto arrivo sulla piazza di Rocca Priora. Scendo dalla Mercedes di Kaiser Sose e dico all'autista che lo richiamerò con il cellulare quando dovrà venirmi a prendere.

Mi guardo intorno attentamente, poi entro nel bar "dei Priori" e mi dirigo verso la saletta sul retro.

A quell'ora non ci sono altri clienti. Scelgo un tavolo appartato, ordino un caffè e vado alla toilette, dove so che c'è un'uscita secondaria. Esco da quell'uscita, faccio il giro dell'isolato, e mi apposto in un angolo della piazza, riparato dietro l'edicola, da cui posso controllare l'ingresso del bar.

Alle 15 in punto un taxi si ferma sulla piazza. Alexander ne scende velocemente, zaino in spalla, e a passo deciso punta al bar.

Dopo essermi accertato che non ci siano altri movimenti in giro, lo raggiungo nella saletta.

Mi avvicino a lui, facendo un cenno di saluto con la mano sinistra e dico, con un tono leggermente sarcastico:

- Allora, Alexander, eccomi qui, come volevi. Ora mi puoi rimirare in tutto il mio splendore.-

Alexander sembra non percepire il tono delle mie parole. Mi abbraccia senza esitare. Poi mi guarda con aria incuriosita, ma senza soffermarsi troppo.

Non ho bisogno di guardarmi allo specchio per sapere come devo apparire ai suoi occhi. Sono molto dimagrito, dall'ultima volta che ci siamo visti, ai tempi del Sole Nero. Il mio volto è pallido e il viso è tirato. Gli occhi sono diversi. Hanno perso di luminosità e mi accorgo di strizzarli spesso, perché la luce mi dà fastidio.

Indosso pantaloni e camicia grigio scuri, la camicia con le solite maniche lunghe. Ricambio l'abbraccio, ma solo col braccio sinistro. Tengo la mano destra affondata nella tasca dei pantaloni e non ci vuole molto per capire che non la uso.

- Beh, senza un Uzi brandito a mo’ di mazza non ti avevo riconosciuto...- dice con voce cordiale, come per interrompere un momento di silenzio imbarazzante - A parte gli scherzi, come stai fratello?-

- Di MERDA! Non si vede? - rispondo quasi sibilando, con rabbia. Poi vengo scosso da un leggero tremore, cosa che capita sempre più spesso, e che non riesco a controllare.-

Ci sediamo al tavolino dove c'è ancora il caffè che avevo ordinato prima del suo arrivo. Prendo dal taschino una bustina, da cui estraggo una capsula argentata. La ingoio con l'aiuto del caffè, ormai freddo.

- Scusa se non te la offro - dico ad Alexander che continua a guardarmi con un sorriso triste - Ma ormai ne sono rimaste poche in giro. Finite queste, pam!, esplosione.-

E rido, una risata isterica. Comunque subito dopo mi sembra di stare meglio. Il tremore è scomparso, anche se

mi sento un po’ inebetito.

Alexander, che è rimasto in silenzio durante tutta l'operazione, finalmente ritrova la parola:

- Con la macchina che ti aveva seguito io non c'entro nulla...- è ansioso di precisare.

- Ah, di male in peggio. Avevo sperato che ci fossi tu su quella macchina. Invece c'è qualcun altro che mi alita sul collo! Cosa posso offrirti da bere? -

- Un caffè, grazie. Mi vuoi raccontare cosa ti è successo?- riprende -...vuoi parlare? sono qui solo per questo...-

Mi guarda fisso: occhi scuri, attenti più che severi, aspettano una risposta, delle parole. Per il legame che c'è stato fra noi un tempo mi accorgo che nella mente pronta di Alex, un'idea si è già formata ed aspetta solo un piccolo invito per uscire a presentarsi...

Un lungo silenzio. Poi le parole escono a fatica dalla mia bocca.

- Alexander, ho accettato questo incontro solo perché mi hai praticamente ricattato. No, non solo per questo. Avevo voglia di rivederti per l'ultima volta. Ma questo non cambierà la mia decisione. Io ora devo scomparire, perché in realtà già non esisto più. Puoi vedere con i tuoi occhi come sono ridotto... -

Con l'aiuto della sinistra sollevo il braccio destro su cui ciondola, priva di vita, la mano coperta da un guanto nero. Con rabbia lascio cadere il braccio sul tavolo. E proseguo:

- Vedi, sono un invalido. Sai come mi chiamano gli uomini di Kaiser Sose? Il Monco. Da noi, in Serbia, si usa dare a ciascuno un soprannome. Beh, questo mi si adatta proprio bene.

Un combattente può anche accettare una menomazione del genere, se gli è stata inferta in battaglia, se è il risultato delle sue azioni di lotta. Per me non è così. È stato, diciamo, un incidente... -

- Come un incidente! non dire cazzate!- Alexander mi interrompe con veemenza, per un attimo irato come mai mi era capitato di vederlo. -

- Non posso dirti di più.- riprendo, dopo avergli fatto segno di calmarsi - Prendi per buona questa: mentre pulivo l'arma sono accidentalmente partiti cinque colpi e sono finiti tutti, oh che combinazione!, vero?, sulla mia mano destra. Ma questo è il male minore. Quello maggiore è qualcosa di molto privato che riguarda i rapporti umani, qualcosa che non posso sopportare. Per quello che è accaduto, io non sopporto più nemmeno l'idea di far parte del Movimento di Distruzione, ma neanche del Pathos stesso. Ora voglio scomparire in silenzio, voglio solo trovare un po' di pace.

D'altra parte tu sai che il mio tempo è ormai agli sgoccioli. E se fino agli inizi di luglio ero pronto a collaborare con chi cercava una soluzione ai miei problemi di salute, ora non più. Non mi interessa sopravvivere.

Quindi non voglio che nessuno si occupi di me.

Per trovare questa pace devo evitare a tutti i costi di essere rintracciato. Solo a te ho dato fiducia, sperando che almeno tu non mi tradisca come hanno fatto tanti altri. Faccio gola a varia gente, e non so nemmeno perché.

Non è per capriccio che ho preso certe decisioni, credimi, amico mio. Come vedi non sono più quello che hai conosciuto. Perciò ti prego di lasciarmi andare per la mia strada. Se si venisse a sapere che mi hai incontrato, ti chiedo di mantenere il segreto sul "dove" almeno per qualche giorno. Dammi una settimana di tempo. Poi potrai anche parlare di Rocca Priora. Io non sarò più qui.-

Dopo questa tirata, taccio, cercando di abbozzare un sorriso, e guardo con occhi interrogativi il mio amico.

Alexander sospira, lentamente, come se stesse prendendo tempo per riorganizzare le idee... Pare triste, triste e arrabbiato nello stesso tempo... Mi sembra di poter leggere i suoi pensieri. Cinque colpi echeggiano nella sua testa, facendo male alla sua anima, a volte così vulnerabile e indifesa. Mi guarda, si tocca lo spazio fra le labbra e la barba, giocherellando con le dita. Poi prende fiato e:

- Io... - esita un attimo - io devo chiederti una cosa, prima di continuare. Non vuoi incrociare la via di Distruzione e del Pathos, ma vuoi lottare per la tua vita?-

Alexander attende, ma solo una frazione di secondo, poi riprende velocemente come se temesse la risposta

- Senti, io non so bene che malattia hai, ma penso che c'entri un trapianto e una qualche sostanza che ti serve, giusto? Immagino che qualcuno di Distruzione ci stia lavorando, ma le cliniche di Pathos non sono le uniche... io ho un sacco di conoscenze in campo scientifico, persone fidate e veramente geniali: loro potrebbero aiutarci e Pathos non c'entrerebbe nulla. Possiamo muoverci in incognito: nessuno immaginerebbe dove stiamo andando e cosa facciamo... Possiamo lottare insieme, almeno provare a lottare insieme...-

Il tono di Alexander è ora entusiasta. Lui sembra credere veramente alle parole che dice. Poi incrocia il mio sguardo e il tono si abbassa:

- Solo che se tu non ci credi, non serve a nulla... io non posso capire come ti senti, ma lasciarti andare non serve... lottare sì! cazzo Lazar! Ti hanno ridotto così e tu non fai un cazzo di niente! Porca puttana: tu sei un guerriero, lo so e lo sai anche tu! Lo sei anche ora che ti impasticchi... lo eri mentre ti spappolavano la mano... lo sei sempre... lo sei sempre...-

Gli occhi di Alexander sono umidi, ma nessuna lacrima ne scende.

- Non ti dico di lottare da solo, Lazar... Ti chiedo di iniziare una lotta in due: io e te, come contro i Russi e come contro i Nazisti... prima però devi dirti la verità... devi essere sincero prima con te stesso...-

E mi guarda, gli occhi determinati chiusi in una nera fessura: attende una risposta. La risposta.

Sono profondamente colpito dalla passione che sento nelle parole del mio amico. E proprio la sincerità dell’amicizia di Alexander mi fa pesare di più il mio progressivo e ineluttabile distacco dal mondo.

- Senti fratello - inizio a dire quasi con rammarico, sapendo che dovrò deludere l’unica persona per cui ancora conto qualcosa - tu già sai quello che sto per dirti. Non voglio lottare per la mia vita. Io non ci credo più, nella vita. Te l’ho detto, non è solo la menomazione fisica, quella che brucia. Quello che mi è successo a livello “spirituale” è molto peggio di una mano maciullata. Sono stato tradito da chi mi era più caro. È stato distrutto un sogno che era molto

importante per me. Qualcosa mi si è rotto dentro, definitivamente. Non ho più voglia di lottare, non ho più nulla per cui lottare.

Per il problema del “rigetto” del cervello, so che esiste una sostanza misteriosa che può frenare il processo. Ma gli unici che conoscono l’esatta natura della sostanza e la procedura per usarla sono i neonazisti del gruppo di Von Sebottendorf. So che mi vorrebbero come loro ospite, ma non credo che sia per darmi il loro aiuto.

Dopo la missione di Sole Nero ero entrato in contatto con questa gente, perché avevano rapito mia sorella Neda e mi avevano proposto uno scambio. Con l’aiuto di alcune persone coinvolte in questa storia ero riuscito perfino a liberarla senza finire nelle loro mani (avrai visto le notizie sulla sparatoria all'aeroporto di Funchal, e poi sull'incidente all'aeroporto di Parigi in luglio). Ma poi tutto è andato in malora e mia sorella è stata di nuovo catturata da un nemico di cui so assai poco. Se io scomparirò dalla scena, loro non avranno più ragione di tenerla prigioniera. A cosa gli servirebbe? Ecco, se proprio vuoi fare qualcosa per me, puoi occuparti di questo problema. Neda non ha più nessuno su cui contare, ammesso che sia ancora viva.

Ma adesso ti devo salutare. È urgente che io cambi aria. Per l’amicizia che ci lega ti prometto che finché potrò ti farò avere mie notizie. Tu sei l’unico con cui posso accettare di parlare. Per tutti gli altri non devo più esistere.

Con la mano sinistra prendo dal taschino della camicia i soldi per pagare le consumazioni e li metto sul tavolo.

Faccio un cenno di saluto con la testa, e mi avvio. Prima di uscire mi giro verso Alexander.

- Grazie, fratello. Avevo bisogno di qualcuno che mi salutasse. Ho bisogno di avere un momento sereno da ricordare.-

Lo specchio che ricopre una parete del locale rimanda la mia immagine, e non posso fare a meno di guardarla.

I miei occhi hanno perso il guizzo di vitalità che li rendeva così acuti. Sono divenuti opachi, come quelli della testa di un animale imbalsamato appesa sopra il camino. Se gli occhi sono davvero lo specchio dell’anima, penso, l’anima di Lazar deve essere diventata un deserto di desolazione.

Alexander rimane al tavolo e mi osserva mentre mi allontano. Ma dopo pochi istanti mi raggiunge di corsa, si pianta davanti a me e dice:

- Lotterò anche per te, amico. Non te lo dimenticare.-

Poi corre verso il taxi che lo aspettava e, senza più voltarsi, sale e va via.

Non posso fare altro che sorridere di fronte all'energia del mio giovane fratello.

E rimpiangere il fatto che non lo rivedrò più. Ma sono felice di sapere che, almeno nel suo cuore, il mio ricordo sopravviverà.

Villa La Rocca, 10 Settembre 2000. Testardaggine empathica.

Ho aperto la posta elettronica, cercando una messaggio del dott. Keel.

Tutto tace.

Trovo invece un messaggio di Alexander:

"Okay, non mi piacciono gli addii, quindi quello al bar lo considero un arrivederci. Mi occuperò di tua sorella ed anche della sostanza: poi ti troverò, te la ficcherò dove deve essere ficcata e ti tirerò un bel cazzotto. Capito, testa di c&*#o! Ora dammi le informazioni e vedi di sparire così i tizi che hanno tua sorella penseranno che sei morto... o peggio.

Non accetto silenzi, altrimenti ti ritrovo e ti gonfio per bene: non è un ricatto, ma una promessa! (volevo sempre dirla questa frase).

Bene, ci risentiamo.

Alexander"

La sua amichevole insistenza mi fa sorridere. Gli rispondo subito, domani potrebbe essere troppo tardi:

"OK, capoccione di un empathico, consideralo come vuoi. Non cambierà la realtà dei fatti. Lascia perdere la ricerca della sostanza. Occupati invece di mia sorella. È l’unica cosa che mi interessa ancora. Un amico, un mio connazionale, è riuscito ad avere alcune informazioni: mi ha riferito che è stata presa in consegna, la sera stessa del casino all’aeroporto di Parigi, da un gruppo di malavitosi dell'est europeo, ungheresi o slovacchi, credo.

Successivamente sarebbe entrata in Italia e avrebbe girovagato da un albergo all'altro del Nord Italia. Questo nei primi quindici giorni di luglio. Poi non ci sono più tracce, ma sicuramente non è di nuovo nelle mani dei neo-nazi.

Non so dove andrò nei prossimi giorni, non so se riuscirò ad avere la possibilità di collegarmi in Internet. Cercherò di tenermi in contatto con te. Ho il numero del tuo cellulare.

Quanto al... ficcare... gonfiare... cazzotti...

Calma, pivello! Anche con un braccio solo posso farti a polpette!

Zdravo."

Villa La Rocca, 14 Settembre 2000. Dusan.

Sono passati ancora alcuni giorni, e non ci sono state grosse novità.

Mi sono collegato poche volte alla posta elettronica.

Ho scambiato qualche e-mail con Dusan, che mi ha informato degli sviluppi delle sue indagini su Neda:

"Caro Dusan,

le notizie che mi hai mandato non sono buone. Avrei preferito avere di fronte un nemico del quale conosco le motivazioni e che saprei come affrontare.

Questi gruppi di cui mi parli non hanno preso contatto con me, quindi non so proprio cosa possano volere e cosa posso fare.

D'altro parte in questo momento non ho la forza per occuparmi di questo problema. Le persone che avevano agito con noi a Lisbona non ci sono più. Posso solo sperare che Neda riesca a cavarsela da sola. Penso che gli Jakovic abbiano già abbondantemente pagato il loro contributo alla malasorte e che a mia sorella ora tocchi uno spicchio di fortuna."

Alla sua richiesta:

"Se tu mi dicessi qualcosa di più di te e delle tue attività in questi ultimi mesi, forse potrei fare qualcosa per te."

ho risposto:

"Ti ringrazio, ma nessuno può fare più molto per me. Da quello che apprendo, a Belgrado state passando un brutto momento. I prossimi giorni mi sembrano pieni di pericoli. Penso che tu abbia i tuoi problemi da risolvere. Vorrei essere lì con te, con voi, per darvi una mano a proteggere il nostro Presidente.

Forse tornerò in Patria abbastanza presto. Forse avremo il tempo per incontrarci ancora una volta.

Ti farò sapere."

E lui:

"Frena, Lazar. Ormai dovresti aver capito tante cose. Chi credi che ci sia dietro la morte del tuo Comandante? E dietro i guai che hai passato a Obrenovac? Non devi sentirti in debito con nessuno, ora. Non tornare. Saresti in pericolo anche qui. Pazienta ancora un po'. Presto le tigri potranno prendersi la loro rivincita."

Non ci sono notizie, ne' dei rapitori di Neda, ne' del dott. Keel.

Non posso rinviare oltre il momento della partenza. Questo posto ormai non è più sicuro.

Parlo ancora con Kaiser Sose, gli spiego, per quanto è possibile, la situazione. Lui è molto comprensivo, anche se dispiaciuto di perdermi. Solidarietà fra "spiriti affini"?

Mi consegna i soldi che mi spettano come "liquidazione" e tutte le pasticche di droga che sono rimaste.

Poi gli spiego il mio piano per uscire dalla Villa senza che eventuali osservatori se ne accorgano.

Rocca Priora, 18 Settembre 2000. La fuga.

Scelgo tra gli uomini di Kaiser Sose quello con il fisico più simile al mio.

Gli faccio indossare i miei vestiti, berretto estivo compreso, calato sugli occhi, in modo che la faccia si veda poco.

Quest'uomo sale palesemente sulla macchina del Capo, insieme a lui, come ho sempre fatto io per scortarlo in un normale spostamento per affari.

Dopo un po', con il mio zaino e i miei pochi averi (la mia Glock 27 mi seguirà ovunque) mi faccio portare fuori dalla Villa, nascosto nel sedile posteriore di una macchina di servizio, quella dei domestici che vanno a fare la spesa.

Il viaggio prosegue fino alla stazione di Firenze. Lì saluto i miei accompagnatori, che non sanno dove ho intenzione di andare.

In realtà non lo so neppure io. Decido sul momento. Seguo l'istinto: va dove ti porta il cuore!

--ooOOoo--

ATTO QUINTO

Torino, 24 settembre 2000. Rottami & Ferraglia.

Sono arrivato da alcuni giorni a Torino. Perché Torino? Non so, forse perché ci sono già stato prima che tutto precipitasse, forse perché è la città dove c'è il dottor Keel. Anche se ho deciso di non cercarlo più, mi fa piacere sapere che in città c'è qualcuno che conosco.

Ho trovato un lavoro: guardiano notturno presso lo sfasciacarrozze "Rottami & Ferraglia", in una zona periferica e degradata della città. Non è stato difficile. Sono stato presentato al proprietario, il signor Muzzi, da un individuo che gironzolava per la stazione a caccia di... manodopera. Come mi ha visto, si è avvicinato e mi ha detto che se ero nei guai, lui poteva darmi una mano. Devo avere proprio un aspetto terribile! Naturalmente il lavoro è in nero e, naturalmente, devo versare al "mediatore" la metà della paga. Ma, tutto sommato, è andata meglio di quanto mi aspettassi.

Di notte sorveglio l'area dove sono accatastate carcasse di auto, cadaveri arrugginiti sepolti a cielo aperto.

Tra le lamiere contorte e le montagne di gomme fuori uso, c'è una baracca, l'ufficio della "società". Sul retro c'è una stanza, arredata con un materasso, un tavolino con sedia e un armadietto sgangherato, un piccolo bagno e un angolo con fornello per scaldare il cibo.

È la mia casa. Il padrone me l'ha affittata e lì passo le mie giornate. Esco solo per raggiungere il vicino emporio, dove acquisto il cibo, le sigarette e, soprattutto, qualche dose di schifezze di origine sconosciuta. Le capsule argentate sono ormai esaurite, quindi devo arrangiarmi con quello che trovo. Forse anche per questo la mia salute peggiora di giorno in giorno.

Niente più e-mail, niente più contatti con nessuno.

Certo, c'è il cellulare del signor Muzzi.

Me lo lascia ogni notte, per poter chiamare lui, se ci fossero problemi, o la polizia, in caso di "visite" indesiderate.

Ma con chi potrei mettermi in contatto? Per dire che?

Devo rassegnarmi, devo accettare la mia condizione: sono solo, sono un rottame fra i rottami, nulla è come prima.

Quando sono abbastanza lucido continuo a fissare sui fogli di carta questi ricordi. Lascio traccia dei miei giorni di commiato dalla vita. Non credo di averne ancora molti a mia disposizione. Di giorni, non di fogli, intendo.

Ho pensato che non posso andarmene da questo mondo senza che lei, Isabela, sappia che è rimasta sempre nel mio cuore. Anche se ora mi disprezza, anche se forse mi odia, devo farle sapere che io... per lei...

Così, lentamente, dolorosamente, ho cominciato a scriverle una lettera, anche se penso che sia inutile. La getterà nella spazzatura, senza nemmeno leggerla.

Sui fogli di carta ingialliti che trovo in questo ufficio sgangherato, con la penna che sbafa e la mano incerta, scrivo:

Isabela, 

se stai leggendo questa lettera, vuol dire che il mio supplemento di vita si è esaurito. 

Vorrei poter scrivere come un anno fa: Isabella, ljubav moja. Ma so che non... 

Consegnerò la busta al signor Muzzi, pregandolo di spedirla all'indirizzo segnato, se per caso mi capitasse un incidente mortale (sa com'è - ho spiegato di fronte al suo sguardo perplesso - quando si fa il guardiano notturno, con tutta la criminalità che c'è in giro, non si sa mai!).

Torino, 15 ottobre 2000. Slobbo.

Questa notte c'è la luna ad illuminare il paesaggio di ferro contorto che fa da cornice alla mia vita di guardiano notturno della "Rottami & Ferraglia". Sto bene immerso in questo livido silenzio. Stranamente, mi sento in pace con me stesso. Forse perché ormai ho accettato il mio destino. E ora non devo fare altro che attendere.

Seduto sulla terza di tre gomme impilate, guardo la stella polare e penso a quando, tanto tempo fa?, altri due occhi guardavano nella stessa direzione, alla stessa ora, e i nostri spiriti si sfioravano, in un folle scambio di amore. Era il nostro appuntamento segreto, quando gli eventi ci tenevano lontani. Ma il futuro era nostro.

Ora solo i miei occhi appannati guardano quella stella. E il futuro non esiste più.

Il silenzio è rotto, per un momento, da un latrato rauco. Poi uno zampettare disarmonico, e Slobbo mi raggiunge. Mi lecca la mano destra, quella senza vita, e continua a bofonchiare una orrenda cacofonia. È il suo modo di farmi le feste.

Un bastardo male in arnese, un incrocio impossibile e incomprensibile, forse tra un pastore maremmano e un mastino napoletano, non me ne intendo, ma decisamente brutto. Selvaggio e rabbioso verso il mondo. Non è amato, e non ama.

Il signor Muzzi lo tiene sempre alla catena. Gli serve solo per spaventare i malintenzionati, non lo considera certo il "suo" cane. Gli butta da mangiare i peggiori avanzi della sua tavola e non l'ho mai visto fargli una carezza.

Non ha nemmeno un nome. O meglio, non lo AVEVA. E le cose senza nome, animate o inanimate che siano, non esistono.

Ora si chiama Slobbo, il nome gliel'ho dato io. Ora lui esiste. Forse per questo è diventato mio amico. L'ho "sentito" solo e disperato, mi sono avvicinato a lui, gli ho portato il mio cibo. All'inizio mi ha ringhiato, come fa con tutti. Ma io ho continuato a parlargli, non mi sono arreso. Gli ho dato il nome, e poi, pian piano, ho diviso con lui la mia solitudine. Ormai, quando tutti vanno via, posso liberarlo dalla catena e lasciarlo scorrazzare per tutta l'area recintata della "Rottami & Ferraglia".

Ogni tanto mi cerca, si avvicina e mi fa le feste. Sgraziatamente, grossolanamente, come gli suggerisce il suo istinto. Mi è amico, povero "cagnaccio", forse perché "sente" che sono tanto simile a lui.

Lo guardo scodinzolare, mentre gli carezzo il pelo arruffato. È una scena che sa tanto di normalità: un cane e il suo padrone a passeggio sotto la luna. Forse, visti da lontano, sembriamo anche felici.

Da lontano, nel silenzio della notte, non appariamo per quel che in realtà siamo. Anime perse.

Mi sorprendo a pensare che Slobbo è importante, per me. Ha cambiato questo ultimo periodo della mia esistenza.

Ora non sono più solo come un cane. Sono solo con un cane.

--ooOOoo--

EPILOGO

L’impatto col pavimento mi obbliga a riemergere dalla breve fase di incoscienza. Un attimo prima ero in piedi, stupito dell’intensità del dolore che mi stava avvolgendo in spirali roventi dopo essere esploso all’altezza della nuca; e un attimo dopo mi ritrovo steso in terra…

Alzo gli occhi per mettere a fuoco l’ambiente che mi circonda. Non riesco a vedere bene, ma mi rendo conto di non essere lontano dal tavolo-scrivania dell’ufficio. Sul bordo un oggetto che mi fa tornare in mente qualcosa. Caspita! È il cellulare del signor Muzzi, il mio datore di lavoro! Prima di andarsene si era raccomandato di metterlo sotto carica. E io mi sono dimenticato.

Attenzione, mi aveva detto, è quasi scarico. C’è rimasta solo una tacca.

L’ULTIMA TACCA.


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Associazione di Letteratura Interattiva