INFANZIA VIOLATA
di Autori Vari
Questo racconto è la narrazione
scaturita dalla quest omonima svoltasi a Dicembre 1999.
Arbitro: Laura Bucciolini
Narratore: Leonardo Di Giovanni
Editor: Paolo Corsini
Giocatori: Luigi Perin, Paolo Corsini, Diana Di Giovanni,
Lidia Di Giovanni, Carlo Fedele, Vincenzo Strada
Si ringrazia inoltre per la cortese collaborazione Piermaria Maraziti.
Ciao Andromaca, ti scrivo questo messaggio perché ti chiedo di occuparti di una faccenda che mi sta molto a cuore ma cui, al momento, sono impossibilitato a prestare attenzione.
Come tu sai, fino a poco tempo fa, l’Armonia di Desiderio era completa, e Desiderio di Discordia, meglio nota come Aracne, imperava su una folta schiera di Alterazioni. Presto però, Francesca Antinori, la giovane ragazza pisana che ospitava lo spirito di Aracne, si innamorò di uno dei suoi compagni d’università, Mauro Sismondi. I due concepirono un figlio, il piccolo Riccardo. Pian piano Francesca apprese la difficile arte di seguire i propri Desideri indipendentemente da Aracne. Le due entità invece di fondersi progressivamente si dissociarono e Francesca si sposò con Mauro. I due andarono a vivere in una villa isolata, non lontano dalla sponda dell’Arno, nei pressi di San Rossore, villa appartenuta ai genitori di Francesca, di nobili origini. La coppia felice iniziò a vivere una vita normale, fatta di piccole cose. Mauro trovò un lavoro da rappresentante e iniziò a fare dei viaggi di lavoro, durante i quali Francesca rimaneva a casa a guardare il suo bambino, da mamma affettuosa qual era. Aracne rimase con lei. Ancora desiderosa di attuare quell’unione, quella Simbiosi, tipica di una Nota fra l’Essere umano e l’Immortale, Aracne dette moto ai suoi esistenti sentimenti materni ed iniziò ad entrare in sintonia con la donna che pure era lei stessa, cercando un punto di contatto. Mentre faceva questo, tralasciò il Pathos e le sue molte Alterazioni perdettero la Via, smarrendosi nuovamente fra la folla degli Ignari. Poi avvenne il disastro.
A quei tempi Serpente, la Prima Nota di Discordia, complottò contro il Pathos forse posseduto dallo spirito di Lucifero, la cosa ancora non è chiara. fatto sta che un gruppo di Note guidate da Fenice di Distruzione di Distruzione lo affrontò fra i ruderi del Foro Romano e lo uccise, eliminando questa minaccia. fra queste Note c’era Aracne. Ancora adesso non so bene come sia accaduto. Posso solo ipotizzare che Aracne, quale Desiderio di Discordia, sia stata inviata dalla nostra Signora quale Sua rappresentante all’esecuzione di Serpente, ma è un dato di fatto che Aracne, giunta lì, fu obbligata a partecipare attivamente all’eliminazione fisica della Nota Pura impazzita.
Al suo ritorno da Roma, la situazione psicologica di Francesca si era ulteriormente aggravata. la donna rifiutava completamente la Nota e ne provava orrore, ricordando con raccapriccio le tremende scene dell’esecuzione.
Non abbiamo un’idea chiara del tormento in cui Aracne visse i suoi ultimi giorni su questa terra, ma di certo non furono uno scherzo. Resasi conto dell’Abisso di Discordia che si era ormai aperto fra loro, Aracne non impedì l’atto suicida di Francesca e, dolente, ritornò nel seno di Desiderio. Il piccolo Riccardo è da allora allevato dal padre Mauro nella villa dove è nato, con l’aiuto dell’anziana madre di lui, la settantenne Signora Teresa. Sono stato in contatto con loro per tutto questo tempo e sono talvolta andato a trovarli. Riccardo ha due anni ora, e avverto che in lui c’è qualcosa che appartiene al Pathos. Non è solo figlio di Francesca, ma anche di Aracne. È un bambino bellissimo, con gli occhi cangianti a seconda dell’umore, ha capelli colore del grano maturo e un sorriso misterioso ed affascinante. Assomiglia tantissimo alla madre.
Durante una delle assenze del padre, il piccolo è stato rapito da mano ignota. L’anziana Signora Teresa non si è accorta di nulla. Il padre del bimbo, disperato, si è rivolto alla polizia che però dopo qualche settimana brancola ancora nel buio. Non c’è traccia dei rapitori, né richieste di riscatti, per cui cominciano a prendere corpo le ipotesi peggiori, come il traffico di organi o la tratta dei minori. Di fronte a tutti questi fallimenti, il padre ha deciso di tentare anche l’ultima spiaggia, e ha cercato di ricontattare i misteriosi amici che sua moglie frequentava prima di suicidarsi... e così ha ritrovato il mio numero di telefono ed ha chiesto il mio aiuto.
Va’ da lui, Andromaca, fa di tutto per salvare questo bambino in pericolo, fallo, te ne prego, il mio cuore si tormenta al pensiero della sorte di quel fanciullo, del figlio della mia disgraziata Sorella. Porta con te qualcuno che ti aiuti, ma cerca di non coinvolgere troppo i Fratelli di lunga data... ancora non sappiamo CHI possa essere il rapitore. Forse quei nuovi Fratelli appena risvegliatisi potrebbero essere i compagni ideali in questa missione di speranza... ma valuta tu. Ho la massima fiducia nel tuo giudizio e nelle tue capacità.
A presto.Gilgamesh, Guardiano del Sacro Volto.Era una piovosa mattina di fine Novembre.
Il luogo dell’appuntamento era a poca distanza dall’ingresso principale della tenuta presidenziale di San Rossore, nella campagna pisana. Aguzzando l’udito, si poteva sentire, verso oriente, lo scroscio del fiume Arno in piena che si affrettava verso la sua Foce. Al margine di una strada stretta e tortuosa, sulla sua vecchia Fiat Uno scassatissima, Andromaca Gualtieri attendeva i nuovi compagni.
Andromaca guardò con soddisfazione l’arrivo dei suoi pupilli, poi, volgendo lo sguardo verso sinistra vide, profilata a poche centinaia di metri dall’inizio della Pineta di San Rossore, la casa che fu di Aracne e che era la loro meta. Si trattava di una casa colonica ristrutturata che, da lontano, aveva l’aspetto di una villa in stile inizio secolo. Un vialetto lastricato di pietre si dipartiva in quella direzione. Andromaca era una donna sui 40 anni, mora, non alta, completamente vestita di nero e piuttosto insignificante... chi ancora non la conosceva si rendeva conto con stupore che si trattava della classica signora a cui non farebbe il minimo caso incontrandola, ad esempio, sull’autobus.
“Benarrivati miei cari Fratellini, sono davvero felice di vedervi”, li salutò abbracciandoli tutti con calore, “Soprattutto voi tre... visto che è la prima volta che ci incontriamo. Io sono Andromaca. So bene che siete ansiosi di sapere cosa dobbiamo fare ma, per favore, prima presentatevi tutti, poi vi spiegherò la situazione”. Quindi li invitò uno ad uno, con lo sguardo, a presentarsi...Carlo Fidel era sceso da una alfa 146 nera, sembrava poco sotto la trentina, era di altezza e corporatura medie, fronte spaziosa e lunghi capelli biondi. Portava pantaloni, camicia e mocassini completamente bianchi e, sopra, una giacca di seta nera che sembrava proprio fuori stagione. Vestito così avrebbe dovuto proprio sentire freddo, eppure sembrava completamente a suo agio. La cosa più strana però, erano gli occhi, coperti da impenetrabili occhiali da sole… anche se di sole se ne vedeva ben poco. Accettato l’abbraccio di Andromaca e un po’ a disagio si girò verso gli altri e alzando la mano sinistra in segno di saluto per la prima volta parlò: “Ciao ragazzi, sembriamo proprio usciti dalla descrizione di una scena di qualche gioco di ruolo, se non ci vedessi tutti qui non ci crederei che esistiamo veramente...”, poi sogghignando aggiunse: “Scusate se ho divagato ma è un mio vizio, cosa è che diceva Andromaca? Ah si, di presentarsi. Presto detto sono Carlo Fidel, e anche se non sembra da 2 anni sono giudice a Padova, per il resto sono al vostro servizio...”, detto questo, si esibì in un inchino esagerato, e silenziosamente si fece da parte.
L’uomo con l’impermeabile blu appariva imbarazzato da tanto slancio, come se non vi fosse abituato, e cercò di districarsi con garbo e delicatezza dall’abbraccio di Andromaca. Si allontanò di qualche passo, sedendosi sul cofano della cinquecento. La sua bassa voce, lievemente nasale e cantilenante che non riusciva a mascherare un tono inconsciamente teatrale, si espandeva nell’aria umida: “Sono Vincenzo Alessandro Strada. Non penso che ci sia altro da dire su di me, almeno per ora”. Sui venticinque, forse ventisette anni, dai capelli neri e selvaggi, piuttosto alto ma non tanto da farsi notare nella massa ed in qualche modo piacente, se si perdeva tempo ad analizzare i suoi tratti con calma, Vincenzo Alessandro avrebbe potuto essere facilmente scambiato per un giovane prete, un commercialista od un assistente universitario. Solo i suoi occhi tradivano l’impressione di banalità intellettualoide: non lasciavano intravedere le sue reali intenzioni. Non lasciavano intravedere intenzioni e basta. Come porte forzatamente sigillate, opache, si muovevano da un individuo all’altro. “Mi auguro che vi dimostriate abbastanza intelligenti perché io possa dire un giorno che è stato un piacere conoscervi”. Non vi era arroganza nella sua voce: la sua era una mera esposizione di idee. Poi si rivolse ad Andromaca, con un tono diverso, lievemente più sottomesso: “Perché ci hai chiamati? È già giunto il tempo di dare prova della nostra utilità alla se... al gruppo?”, la gaffe avrebbe potuto essere studiata per ottenere una qualche sorta di reazione, “E se riusciremo, mi aiuterai a trovare informazioni su quella... persona?”.
Andromaca lo fissò per un attimo e non rispose.Scendeva intanto da una Ka turchese come i suoi occhi, una donna dai capelli ramati raccolti con spettinata cura, aveva un lungo impermeabile nero con cappuccio, pantaloni neri e scarpe da ginnastica con zeppa alta molto trend, solo una maglietta color titanio spezzava l’insieme. Si incamminò sorridente verso Andromaca e abbracciandola disse: “Ciao, Sorella cara”, e quindi rivolse un sorridente gesto di saluto a tutti i presenti: “Salve, sono Habanera, felice di conoscervi”.
Paolo Malatesta arrivò da Roma a cavallo di una moto... in ritardo, neanche a dirlo.
Scendere dall’XT per lui fu un’impresa: le gambe rattrappite, il culo quadrato, zuppo fino al midollo. Via il casco.
“Salve ragazzi. Tutto bene?”.
Un uomo sui trent’anni, alto, vestito con di un paio di jeans praticamente blu notte per quanto erano bagnati, grossi scarponi da montagna ai piedi (mentalità da contadino... scarpe grosse cervello fino) e con, sotto la giacca da moto, un maglione a collo alto grigio. Abbracciò Andromaca sollevandola da terra e facendola girare un paio di volte. Un bacione con lo schiocco su una guancia e un ampio sorriso. “Come stai sorellona?”. Poi, rivolto agli altri: “Ciao, io sono Paolo”. Abbozzò un inchino col capo in risposta all’inchino di Fidel, Un cenno con la mano a Vincenzo appoggiato al cofano del cinquino. Porse la mano a Luigi. Il suo sguardo incrociò quello della splendida Habanera... per un attimo i pensieri tornano a una festa di qualche mese prima, quando si erano conosciuti per la prima volta... Un impeccabile baciamano, forse eccessivo nella stretta e nell’indugiare con le labbra sul dorso della mano...
“Encantado Haba... come sempre”.
“Cavaliere, finalmente ci rivediamo...”, rispose l’interpellata visibilmente compiaciuta e con un tono leggermente malizioso.Luis De Blank osservò la scena. Era arrivato poco prima: aveva individuato subito Andromaca, era impossibile sbagliare, poteva essere solo quella donna accanto ad una vecchia Uno che tutti osservavano con sguardi diversi, ma inevitabilmente sorretti da un’indescrivibile ammirazione... E poi, c’era qualcosa di appena percepibile, come un’aura che la circondava... ma forse era solo il suo sesto senso: “Mi mette sempre in allarme quando entro in una situazione che non conosco”, pensò. Era sceso dall’auto ed aveva salutato il gruppo con un leggero distacco: “Bonjour a tout le mond... Salve a tutti...”, si era poi avvicinato ad Andromaca, “Sono pronto... dimmi quello che bisogna fare... e lo farò!”, simulando quindi, un bacio sulla guancia di Andromaca le aveva sussurrato: “Sono armato... ho lasciato la mia 92 in macchina... se ti potrà essere d’aiuto”.
Gli altri lo osservavano con sguardi enigmatici: chi è questo individuo alto quasi due metri, massiccio, sui trentacinque anni, (con senz’altro una quindicina di chili di troppo) e con quell’andatura così marziale? Gli sembrò di sentire dentro di sé risuonare le loro domande, o almeno quello che a lui sembrava trasparire dai loro sguardi.
Poi qualcuno interruppe quel silenzio facendo notare che forse era meglio entrare in casa, che strano stava piovendo... e alla grande, ma non se ne era accorto, tutta la sua attenzione era per Andromaca e per quello che avrebbe detto.Infatti, mentre la loro conversazione si approfondiva, il cielo era oscurato sempre di più.
La pioggia si fece poi sempre più battente e, in pochi minuti, si scatenò un vero temporale. “Adoro la pioggia!”, commentò allegramente Paolo.
Carlo guardò il cielo con aria sconsolata: “Sembra proprio che il Padreterno ce l’abbia con noi! in fondo non ha poi tutti i torti, non siete d’accordo con me fratelli?”, detto questo, con un divertito sorriso, si alzò la giacca di seta sulla testa e aggiunse: “Andromaca cara, che ne dici di proseguire questo discorso al coperto? sai, non vorrei che il Signore dei piani di sopra iniziasse a pensare che in fondo ci meritiamo qualcosa di peggio dell’acqua, e oggi sono già abbastanza elettrizzato di mio”. Gocce di pioggia intanto cominciarono a rigare gli inutili occhiali da sole che Carlo continuava imperturbabile a portare...
“Hai ragione Carlo, venite avviamoci intanto verso la villa, dobbiamo parlare con chi vive qui”, rispose Andromaca, e si avviò a passo sostenuto verso la Villa.
Arrivati al cancello, Andromaca suonò il campanello e si guardò attorno. Era una costruzione di dimensioni medie. Pareva avere un piano solo, forse un secondo a soffitta, ed aveva intorno un giardino all’inglese di dimensioni cospicue. Il tutto era circondato da un basso muretto sormontato da un’inferriata, che si interrompeva solo presso il cancello dove si trovavano.
“Sì. chi è?”, rispose una stanca voce maschile dal citofono.
“Buongiorno, ci scusi se arriviamo così bagnati ma siamo amici di Leonardo Di Giovanni e lui dice che potremmo aiutarvi”. Ci fu un attimo di silenzio, poi un ronzio indicò l’apertura del cancello.
“Venite pure, vi aspettavo”.
I sei Empathici si misero a correre per il vialetto, cercando di evitare la pioggia battente, escluso Paolo, che sembrava godersela, e si ripararono sotto la veranda della porta d’ingresso. Poi la porta venne aperta da un giovane sui 28 anni, di bell’aspetto, alto e dai corti capelli castani ma piuttosto trasandato: barba incolta da una settimana, occhiaie gonfie e scure, in tuta da ginnastica. “Prego, entrate”, li invitò. Quando tutti furono dentro, chiese loro i soprabiti e li appese silenziosamente all’attaccapanni. “Se volete accomodarvi…”, disse, e li introdusse in un salotto in stile anni Trenta, con elementi di arte povera tipica di un certo arredamento rurale toscano. Mentre si accomodavano, un’anziana donna sulla settantina fece capolino dalla cucina, li guardò come se stesse contandoli e scomparve oltre la porta senza proferire parola.
“Così Leonardo non è venuto di persona. Tipico”. Commentò amaramente il giovane, “Come è facile scordarsi degli amici...”.
“Dunque Leonardo è vostro amico?”, chiese Paolo.
“Non proprio, ma lo era di mia moglie... più di un amico, un fratello”, rispose con una smorfia gonfia d’amarezza.
“Comunque molto lieto”, proseguì Paolo, “mi chiamo Paolo Malatesta e questi sono Andromaca, Habanera, Carlo, Vincenzo e Luis. Come avete detto che vi chiamate?”
“Non l’ho detto. comunque mi stupisce che siate venuti qui senza saperlo, o devo credere che Leonardo si sia fatto meno chiacchierone di un tempo? Comunque mi chiamo Mauro Sismondi e la signora che avete visto in cucina è mia madre Teresa”
“Bene, in cosa possiamo aiutarla?”, chiese cortesemente Paolo, poi aggiunse: “Mi scusi, posso sembrarle sfacciato... ma il viaggio da Roma è stato veramente faticoso, sarebbe possibile avere un the, caldo con un poco di miele... sempre se possibile”
“Nessun problema, si figuri”, rispose Mauro con fredda cortesia, “Ci penserà mia madre, anzi ci sta già pensando”.
Intanto Carlo si guardava intorno con aria sconsolata: “Quasi quasi era meglio la pioggia”, bofonchiò mentre si lasciò stancamente sedere sulla prima sedia che trovò nella sala. Attraverso i suoi inseparabili occhiali da sole vagò distrattamente con lo sguardo fino a fissarlo sul loro ospite. “È proprio in tema con questo ambientino allegro”, concluse funereo.
Appena Andromaca iniziò con le domande però sembrò riprendersi e rivelando un ghigno lupesco, congiunse le mani davanti alla bocca e si apprestò ad ascoltare.
“Non dica così... la prego”, intervenne Andromaca con tono accorato, “so che Leonardo non è proprio potuto venire, ha qualche problema al momento... ma questo ora non è importante. Le assicuro che siamo un gruppo abbastanza composito da poter fare fronte ad ogni eventualità e siamo intenzionati ad aiutarvi al nostro meglio”, disse volgendo uno sguardo ai suoi Fratelli, “può invece raccontarci quanto è accaduto? Ritengo sia meglio sentirlo direttamente da lei, anziché basarci solo su quanto riferito da Leonardo... Così potremo iniziare le ricerche al più presto”.
“Ah, lui ha qualche problema? Io no? Mia moglie è morta per le vostre beghe esoteriche e mio figlio è stato rapito forse per lo stesso motivo e LUI ha dei problemi? Più grossi dei miei? Stento a crederci signorina, ma visto che ormai siamo in ballo tanto vale ballare, vero?” Mauro si passò la mano sul viso, come se facesse uno sforzo per riprendersi dall’accesso d’ira, poi proseguì: “Bene. Ho chiamato Leonardo perché la polizia brancola nel buio e perché credo che in questa faccenda possano entrarci le vostre storie maledette. L’ho chiamato perché lui e la sua schiatta dannata mi devono la vita di mia moglie, e per Dio! Pretendo il pagamento di quel debito. Avete avuto la madre, ma non avrete anche il figlio!” Mauro si avvicinò viso a viso con Andromaca, lo sguardo disperato di chi ha già perso tutto: “Riportatemi il mio bambino, ve ne prego... per l’amor di Dio, o di tutto ciò che vi è caro, se Dio non conta più nulla per voi”, la voce si spezzò in un singhiozzo e il suo viso si rigò di lacrime: “Vi supplico, siete... siete stati voi? Cosa gli avete fatto? Per favore... è solo un bimbo innocente”. Poi l’uomo crollò in ginocchio di fronte ad Andromaca, singhiozzando ai suoi piedi. La vecchia Teresa entrò con il vassoio di the fumante e rimase impietrita dalla scena, con occhi gonfi di pianto, come se anche lei fosse stata per scoppiare. Andromaca si inginocchiò vicino all’uomo, lo abbracciò e si videro le lacrime scorrerle sul viso mentre diceva con una terribile tristezza: “Lo so, i bambini sono innocenti, io conosco questo dolore che spezza l’anima... io... ho perso mio figlio. Non potrei accettare che qualcuno faccia del male a un bimbo... Leonardo ha scelto bene mandando me, sapeva che avrei fatto ogni cosa per ritrovarlo e riportarlo, ma ora deve farsi forza, proprio per suo figlio, abbiamo bisogno di sapere come e quando è sparito e dovrete rispondere alle nostre domande e prima ci metteremo in caccia più sarà difficile che la pista si raffreddi… per favore, ci dia modo di muoverci al meglio per ritrovarlo”, e cercò di aiutare l’uomo a risollevarsi accompagnandolo a sedere al tavolo.
Strada non era apparso sconvolto per l’azione del padre disperato o le parole, ma non fu difficile notare che si tratteneva a fatica per non esprimere o dire qualcosa. Le sue mani tremavano leggermente ed il suo respiro, che usciva dai denti serrati, si era fatto più profondo. Si avvicinò alla finestra, apparentemente per osservare la pioggia battente, ma il suo sguardo esaminava con attenzione il circondario. Ascoltò le parole di Andromaca ma non ne diede segno. Aveva altro a cui pensare. Il suo impermeabile, ancora bagnato, lasciava che rivoli di acqua si depositassero sul pavimento. Quando si fu calmato una pozza si era già formata ai suoi piedi. Rivolse nuovamente i suoi occhi all’interno della stanza, verso la figura tremante ed Andromaca. “Non dargli illusioni”, disse alla donna con una voce fredda, controllata. “Non possiamo fare l’impossibile”. Poi, rendendosi conto dell’inesattezza della sua affermazione si lasciò sfuggire un mezzo sorriso di autoscherno. “Non tutti almeno. Ma se è umanamente possibile trovare il bambino lo troveremo”.
“Allora non lo avete voi!”, proruppe Mauro sgranando gli occhi, “ma allora chi?”
Vincenzo si avvicinò al tavolo, prendendo con nonchalance una tazzina dal vassoio della vecchia, indicando con la mano libera due zollette e poi il latte. “Mentre ci spiega la situazione, possibilmente con calma e chiarezza ed evitando scene isteriche, dica a sua madre di darci le foto dello scomparso. Nel frattempo...” Strada si avvicinò al telefono, svitandone la copertura del microfono ed esaminando la presenza di eventuali pulci elettroniche: “Non si sa mai”.
Mauro, dopo un attimo di sorpresa si rabbuiò in volto e si avvicinò a Vincenzo. “Senti, io non so chi tu sia, né se sei uno di loro o uno dei loro servi. Tanto tempo fa mia moglie mi fece giurare il silenzio e l’ho sempre rispettato e sempre lo rispetterò, perché conosco il valore della mia vita. La mia breve carriera di Alterazione è finita prima di cominciare... credevo fosse un gioco, ai quei tempi.... Dio! Quanto mi sbagliavo. L’orrore quando mi accorsi che un’Altra parlava con le labbra di mia moglie non mi ha mai abbandonato. Ma se c’è una cosa che l’Altra, l’Aracne dei miei incubi, mi aveva insegnato, era il rispetto del dolore, cosa che tu ignori o mostri di ignorare”. Si voltò verso Andromaca, come se fosse l’unica degna della sua attenzione e così l’interpellò: “La sua reazione mi ha convinto. Anche se il suo amico mi ha chiamato isterico, la mia mente lavora anche nel dolore, e so riconoscere lo sguardo limpido di chi non mente.... non era forse mia moglie la saggia e terribile Aracne?” Lo sguardo di Mauro si fece più duro e la mascella si serrò in una decisione repentina. “Se siete voi coloro che il Primo di Desiderio mi manda, ebbene, sia. La mia storia la sapete tutti o devo fare un riassunto? Io sono il vedovo di Francesca Antinori, e colei che voi chiamate Aracne, Desiderio di Discordia è lo spirito che si è impossessato di lei, portandola in un gioco pericoloso e tremendo. Per seguire lei, che da sempre era la donna che amavo, mi sono unito al Pathos nei suoi primi momenti, quando ancora sembrava tutto un gioco. Fu allora che dal nostro amore fu concepito mio figlio Riccardo. Poi le cose cominciarono a farsi più serie. Fu mia moglie stessa a tenermi più lontano possibile dagli altri suoi ‘Fratelli’. - Verrà un giorno in cui questo potrà significare la differenza fra la tua vita e la tua morte - mi disse. Lei stessa lasciò i suoi Fratelli, nonostante i ripetuti richiami di Leonardo. Eppure lo spirito maledetto che l’invadeva, quell’Aracne di cui anch’io ero divenuto forzato discepolo, continuava a parlarle e a volere il suo ritorno. Francesca mi disse che non riusciva a convivere con Lei e che rischiava di impazzire. Dapprima la rifiutò con tutte le sue forze, ma Lei non l’abbandonava. Allora mi disse che sarebbe andata via per qualche giorno, per fare una cosa che Lei voleva e vedere se una convivenza con la sua Voce sarebbe stata possibile. Non ho mai saputo dove fosse andata, ma quando tornò era ancora peggio. Francesca aveva appreso l’odio per se stessa. Intanto i mesi di gravidanza volgevano al termine e fu un parto difficile e doloroso. Tuttavia vidi che la nascita di Riccardo sembrava averle donato una nuova serenità, e mi rincuorai. Ricominciai a lavorare e lasciai mia madre Teresa con lei ad aiutarla quando ero in viaggio. Fu un errore. Accadde un giorno in cui la mamma rimase a casa, perché aveva l’influenza. Francesca si tagliò le vene, lasciandoci soli. Non mi ha lasciato nemmeno una riga di conforto. È andata via come un Desiderio perduto...”, la voce di Mauro sembrò spezzarsi per un attimo, poi riprese il suo racconto: “Fu mia madre a trovare il corpo e mi avvisò subito. Non c’era dubbio alcuno che si fosse trattato di suicidio, ma di certo è stata Lei ad ucciderla, perché Francesca amava troppo la vita. Qualche giorno dopo arrivò Leonardo. Fu molto gentile e si offrì di aiutarci economicamente, ma io lo presi a pugni e lo scacciai dalla casa. Lui non reagì. La settimana dopo era di nuovo di fronte alla mia porta e voleva vedere Riccardo. Lo feci entrare e lo portai da mio figlio senza rivolgergli parola. Fu allora che accadde. Ecco...”, Mauro rimase un po’ indeciso, poi proseguì: “Quando mia moglie parlava con l’Altra, i suoi occhi cambiavano spesso colore, da azzurri diventavano neri, poi verdi, a volte rossi... In quel momento, mentre Leonardo si chinava sulla culla vidi con orrore gli occhi di mio figlio mutare di colore nello stesso modo. La rabbia mi sconvolse. Afferrai Leonardo per il soprabito e lo scaraventai fuori di casa. Ancora una volta egli non reagì, ma quando si alzò da terra mi parlò e le sue parole risuonarono nelle mie orecchie come una condanna: ‘Addio, Mauro, se non mi vuoi più vedere, non mi vedrai, ma così non sarà per tuo figlio, perché egli è sempre il figlio di mia Sorella, e tu dovrai accettarlo, perché non è solo Francesca sua Madre e la prova l’hai appena vista. Eppure è tuo figlio e di Francesca, ma anche di Aracne e parte del nostro mito... Non reagisco a quello che altri dei miei avrebbero preso come un affronto, perché l’affronto più grande è stato fatto verso di te, e io ti chiedo perdono a nome di mia Sorella, che piange il suo dolore quanto tu piangi il tuo. Eppure non me ne andrò di qui se prima non mi avrai rinnovato il Giuramento che facesti a Lei, di segretezza e rispetto. il Giuramento che ti parla del Limite che sta sopra ad entrambi noi. perché questa è l’unica maniera in cui posso lasciarti qui, ancora padrone del tuo libero arbitrio. Dimmi, Mauro, e ti supplico, dì la cosa giusta’. Era una minaccia, me ne resi conto. Una minaccia tremenda, mitigata da un avvertimento fraterno. ‘Giuro’, dissi. Leonardo annuì e da allora non l’ho più visto. In questi due anni intanto mio figlio è cresciuto sano e forte, bello come pochi bambini sono stati mai, con i capelli biondi e gli occhi strani di sua madre”. Mauro estrasse una foto da un cassetto e la diede ad Andromaca. Il sorriso innocente di un bambino di due anni la guardò dall’istantanea fra le sue mani. “Io non c’ero il giorno del rapimento. Ero lontano, ancora per lavoro. Ma mia madre era in casa. Non ha però visto né sentito niente. La sera il bimbo era nel suo lettino, la mattina non c’era più. Non sappiamo altro”, Mauro fece un sospiro profondo, come a ricacciare indietro il dolore, “Potete aiutarci?”
Strada finì di sorseggiare il the, pulendosi la prima parte della lingua scottata con una salvietta. “Bel casino. Non sono a sufficienza dentro ai vostri giochi per immaginare quali motivazioni politico-mistiche siano dietro l’atto, sempre che siano questi i motivi e non qualcosa di più... familiare. Ma suppongo che qui le cose si confondano, Andromaca, possiedi o conosci qualcuno che possieda capacità ipnotiche? Forse la signora non ricorda coscientemente qualche indizio ma forse nel suo subconscio c’è qualcosa che potrebbe aiutarci. Nel frattempo mostrateci la casa, a partire dal teorico luogo del rapimento, poi la camera del bimbo, i suoi giocattoli, soffitta e cantina. Tirate fuori i diari e le epistole della signora”. Strada si avvicinò all’uomo. Aveva calcolato l’attimo e l’angolazione che schermavano i suoi occhi dal campo visivo degli altri. Quello che stava per dare era un dono a lui solo riservato. Il suo sguardo era mutato, come se avesse voluto abbassare per un istante quella barriera che divideva il suo mondo interiore da quello esterno. Tormentato. Sofferente. Infinitamente dolce e compassionevole. Si era aperto non controvoglia, come simbolo di rispetto per le lacrime dell’uomo spezzato innanzi a lui. Soltanto i soldati di una guerra privata potevano comprendere tanto onore. “Se qualcuno a noi caro scompare è facile lasciarsi andare al terrore ed all’angoscia, ai mille “e se invece avessi fatto”. È facile chiudersi in qualche angoletto buio qui dentro”, disse battendosi l’indice sulla tempia, “sperando che qualcuno venga a salvarci. Quel qualcuno raramente arriva, e generalmente regala solo chiacchiere”. Strada mal occultò il sospiro. Tratteneva qualcosa. Oltre non si sarebbe scoperto. “Ma se si tiene tutto dentro, qui”, e rafforzò l’affermazione battendosi violentemente e ripetutamente il ventre con la mano aperta, sibilando con forza, “se teniamo qui tutta la paura, la rabbia allora possiamo trasformarla in quell’energia costruttiva che può darci quel che ci serve per andare avanti, con una spinta in più”, e per rappresentare ciò strinse la mano a maglio che scosse innanzi all’uomo. “Non dura, ma ci deve bastare. Perché poi c’è il vuoto, che è peggio del dolore”. Strada si lasciò sfuggire un sorriso. Non capì mai se fosse perché credeva nelle loro possibilità di riuscita o perché avesse cercato di dare all’uomo conforto. “Non si lasci divorare dal vuoto, ci serve lucido per risolvere questa situazione”. Strada si diresse verso Andromaca sussurrandole nell’orecchio: “La stessa cosa vale per te. Il mostro tienilo lontano dalla testa”. Strada calò lo sguardo su tutti i presenti. “Ed ora vogliamo iniziare? Desiderio di Discordia ha bisogno di noi, e non è salutare farlo aspettare”.
Carlo si alzò dalla poltrona e guardò Strada e Andromaca: “Bene signori, visto che il signor Strada ha preso la situazione in pugno, è il caso che non frustriamo ulteriormente il nostro gentile ospite, e che chi così brillantemente ha il controllo della situazione ci indirizzi secondo quanto, vista le sue evidenti capacità, ritiene più opportuno per aiutare questo povero disgraziato, che a quanto pare da NOI finora ha avuto solo che da guadagnare: lutti, sciagure, disgrazie, minacce e rapimenti e che è così incauto da affidarsi a noi che male che vada cosa possiamo fare di peggio?!” Detto questo si portò accanto ad Andromaca e Strada e ghignando proclamò: “Conducici o nostro Duce...”.
Strada socchiuse gli occhi. La cella era nuovamente ermetica. “Hai finito? Bene” disse allontanandosi da Carlo, per poterlo meglio squadrare. Il mantello scuro dell’impermeabile seguì i suoi movimenti, come al rallentatore, sfiorando Andromaca. “Forse non sono stato chiaro. Nessun problema, rimediamo”. La sua voce era sibilante, profonda e fredda come il vento mentre usciva dai denti serrati. “Non siamo qui per giocare. Non siamo qui per scherzare. Ed evita di fare battute idiote”. Con un gesto del capo indicò l’uomo dietro di lui. “Se il signore ha deciso di affidarsi a ‘noi’, qualunque cosa significhi per te, è a suo rischio e pericolo, e lo sa. Possiamo risolvergli la situazione. Difficilmente possiamo complicargliela. Possiamo passare le prossime ore a consolarlo ed a porgli le nostre condoglianze, azione umana e dovuta, o fare in modo, utilizzando lo stesso tempo, di trovare le ragioni del suo problema, anche a costo di strappargli con le pinze le informazioni che necessitiamo. Quale stile di azione preferisci? E per rispondere seriamente alla tua domanda: nulla. Non possiamo fare nulla di peggio di quanto gli sia accaduto e questo ci dà la possibilità di rischiare quello che normalmente non sarebbe rischiabile. Ora, vogliamo muoverci senza troppe chiacchiere?”.
Andromaca aveva guardato Vincenzo per tutto il tempo, non aveva detto nulla, ma molte emozioni erano passate come nubi nei suoi occhi mentre ascoltava le sue parole. Ma un’esortazione, quella rivolta a lei la smosse... con un filo di voce, tanto scura che sembrava provenire dall’oltretomba, gli si rivolse pur facendosi udire da tutti: “Vincenzo, ora basta!” La voce di Andromaca non ammetteva discussioni a riguardo: era ferma e decisa ora, non sembra neanche più la tranquilla donna che appariva un attimo prima. “Mi stai costringendo a ricordarti che, insieme a Luis, sei il più giovane qui... ma questo non significa che tu possa ignorare come ci si comporta. Non puoi permetterti di riprendere con simili toni chi ha già trovato un Padre. Ricordalo e non farmelo ripetere”. Quindi, lanciò sui Fratelli uno sguardo anche troppo eloquente. “E comunque, e questo vale per tutti, siamo una squadra e pretendo cortese collaborazione, chi non ha motivo per adeguarsi può andarsene anche subito ma sia cosciente delle responsabilità che si assume facendolo, chiaro?” Detto questo, guardò negli occhi Vincenzo con intenzione, come ad assicurarsi che le sue parole fossero state ben comprese. “Fratellino, ascoltami per favore e cerca di capire che non c’è rancore nelle mie parole, non parlare di ciò che non conosci... cosa sai dei miei mostri? Cosa puoi sapere tu di me? Tenerla lontana dalla mia testa? Lei ed io dividiamo la stessa anima ormai! Mi sembra che anche tu abbia i tuoi di mostri, abbi rispetto dei miei... e io e Medea lasceremo dormire i tuoi”. Andromaca non si aspettò risposta, non ce n’era bisogno, sapeva che questo Fratello divideva con lei gli abissi più neri, che la durezza che stava mostrando serviva solo a proteggere la sua essenza, ma avrebbe capito da solo... avrebbe capito presto. Con uno sforzo visibile scacciò i pensieri che si agitavano nella sua mente e continuò con voce più chiara, anche se appena incerta: “Esiste chi potrebbe cercare nella mente tracce di ricordi rimossi ma, come hai ammesso, tu non conosci le trame che si agitano nel Pathos. Credimi quando dico che non possiamo chiedere a nessun altro, dobbiamo risolvere noi la questione, perché non sappiamo se Fratelli di altri Movimenti siano coinvolti in questa schifosa faccenda... ma il tuo consiglio è buono. Fateci vedere per favore la stanza e poi io vorrei anche vedere l’esterno, sotto la finestra, spero che nessuno sia ancora andato a confondere eventuali tracce ma dovrei essere ugualmente in grado di trovarle… mi sembra che non abbiate parlato di effrazione o sbaglio? Le serrature delle porte e le finestre? Posso vederle ugualmente tutte? Avete visto, o sentito da eventuali vicini, di estranei che siano stati visti nelle vicinanze nel periodo della sparizione di Riccardo? E in che giorno è sparito di preciso? E ancora un’altra domanda, in casa è stato asportato qualcosa? Hanno perquisito, frugato?”
Fino a quel momento De Blank era rimasto in silenzio, osservando ed ascoltando. Era abituato a fronteggiare il nemico, a guardarlo negli occhi... ma qui c’era qualcosa di diverso, qualcosa di strano, innaturale... e il suo sesto senso risuonava martellando come una sirena impazzita. “Bisogna agire!” Pensò e rivolgendosi ad Andromaca le disse “Non perdiamo tempo, come ci ha appena fatto notare Vincenzo, è meglio controllare subito la stanza da dove dovrebbe essere sparito il bambino... ah! Qualcun altro invece dovrebbe controllare quelle possibili tracce sotto la finestra e, visto che fuori sta venendo giù il cielo intero, sarebbe il caso di muoversi se vogliamo trovare ancora qualcosa, c’è tutto il tempo per le domande… ma dopo, quando avremo fatto il punto della situazione. Che ne dici?” A quel punto senza aspettare risposta si rivolse con decisione al padre del bambino: “Lo troveremo... glielo prometto!” E con la stessa decisione ritornò con lo sguardo verso Andromaca. De Blank aspettava una risposta, era pronto ad agire.
Mauro sembrava avere ascoltato appena lo scambio di battute dei suoi ex-Fratelli. Le parole di Luis sembrarono scuoterlo e rispose con un tono di amarezza: “Che volete cercare, sono quattro giorni ormai che mio figlio è scomparso e con la pioggia che c’è stata non credo che ci siano impronte da rilevare. Inoltre non c’è stata alcuna effrazione e alcun furto e nessuno è stato visto nelle vicinanze che non siano persone che passano di qui abitualmente. Comunque fate pure se credete. La casa è a vostra disposizione. Quanto alle carte di mia moglie, quelle sono cose private e sotto chiave e, risalendo a diversi anni fa, non c’entrano con questa storia. Forse vi chiedo troppo”, concluse tirando il fiato, “ma vi chiedo rispetto nelle vostre indagini. Rispetto per due persone che hanno perso i loro cari più prossimi...”
La carica travolgente e il sorriso che avevano sempre preceduto Habanera, erano scomparsi. I suoi occhi sembravano una lenta fiamma di ghiaccio; immobile, appoggiata al muro, pareva avere assorbito ogni dettaglio con la freddezza di un computer. Lentamente, cercando gli occhi di Mauro: “Dolori simili non devono esistere! Cercherò suo figlio come fosse il mio!”, disse come se avesse giurato a se stessa, poi voltandosi e raccogliendo le tazze, si avvicinò alla donna e parlandole sottovoce l’accompagnò in cucina.
Andromaca intanto ruppe gli indugi: “Dobbiamo muoverci per cui, Vincenzo, se non hai deciso di andartene, inizia a controllare la stanza, io andrò fuori. Se qualcuno pensa di poter essere di aiuto si accodi pure”. Ed uscì con Luis recandosi a perlustrare l’esterno dell’edificio, incurante della pioggia battente. Vincenzo li seguì, prendendo un ombrello all’ingresso e coprendo Andromaca mentre usciva dalla casa: “Sei umana, o almeno il tuo corpo lo è. Non ci serve un leader febbricitante. Avere cura di te è una responsabilità verso di noi”. Non era un tono di scusa il suo, ma di comprensione della situazione. Nondimeno c’era qualcosa che la sua voce sembrava nascondere. Fecero un giro completo attorno all’edificio e si resero conto che la villa, essendo tutta ad un unico piano, presentava molte possibili entrate ad ognuna delle finestre. ma si trattava di finestre robuste, rinforzate in acciaio e assolutamente non scassinabili dall’esterno. Nessuna mostrava segni di effrazione e non c’erano assolutamente impronte sotto di esse o se c’erano, la pioggia le aveva cancellate. Conclusero che se qualcuno era entrato da una finestra doveva averne trovato una aperta.
Carlo dopo aver guardato con aria divertita l’adirato Vincenzo che seguiva Andromaca fuori, si girò verso Paolo e Mauro e, con un lieve cenno del capo, disse: “Fratelli, mi scuso con voi per questa piccola diatriba, anche a nome di Vincenzo che, tanto preso da questa tragedia, si è lasciato andare un po’ troppo, d’altra parte è anche colpa mia, molto spesso, il mio modo di fare alquanto istrionico viene confuso con buffonaggine e bonarietà, pregi di qui sono sprovvisto. Visto che, però, Andromaca è uscita, penso che salirò io a ispezionare la stanza, se qualcuno di voi volesse accompagnarmi, ne sarei molto felice, non vorrei infatti perdermi in qualche considerazione troppo IDIOTA, e tralasciare qualcosa che oltre a esserci di aiuto possa migliorare l’umore del nostro caro fratello”. A questo punto, rivolgendosi direttamente al padrone di casa: “Se può accompagnarci nella stanza del bambino le saremmo molto grati”. “Lo farò, ma non vi entrerò se non vi dispiace, mi fa troppo male...”, disse Mauro. Carlo annuì e concluse girato verso gli altri strizzando l’occhio e declamando: “Chi mi ama mi segua... Ammazza che folla!” Paolo rise e gli si accodò.
Trovarono la porta della cameretta del piccolo Riccardo nel corridoio, accanto al bagno, dove, sapevano, Francesca/Aracne si era suicidata. La porticina dava in una piccola cameretta intonacata di azzurro, con piccoli mobili pieni di pupazzetti di peluche. Il lettino era deserto ma perfettamente a posto, come se non fosse accaduto nulla di terribile in quella stanza. Ad un’occhiata generica i due videro che la porta d’ingresso non aveva serratura e la finestra era integra.
“Deve essere stato terribile per voi”, disse Habanera alla vecchia Teresa mentre si accingeva a rigovernare le tazzine. “Spero che il piccolo Riccardo non soffra di patologie particolari che richiedano farmaci specifici…”, “No, grazie al cielo no”, disse Teresa sedendosi pesantemente su una sedia. Guardava con sorpresa questa bella signora che puliva le sue tazzine. “Mi perdoni se dovrò farle delle domande, ma è necessario. Sa se i rapitori hanno preso vestiti, giocattoli, se sembra che hanno fatto in fretta, se il bimbo ha preso un gioco preferito indicando così di essere cosciente, se hanno preso una coperta per proteggerlo e le scarpine... perché da questo si può capire se avevano intenzione di tenerlo vivo a lungo… e dal tipo di oggetti che hanno preso potrei capire se si trattava di un uomo o di una donna…”. Teresa rimase a bocca aperta. Poi balbettò: “È vero! ha ragione, non ci avevo pensato. Sì, hanno preso la copertina e lo hanno vestito di tutto punto, lasciandogli anche Gural, il suo orsacchiotto preferito! Certo questo significa che non lo volevano uccidere!” La vecchia si alzò e abbracciò Habanera con slancio: “Oh, grazie, lei non sa che conforto mi ha dato!”. “Ha visto qualcuno qui in giro il giorno prima del rapimento?”, proseguì Habanera. “Nessuno di particolare. Il lattaio, Il postino, i soliti zingari a chiedere l’elemosina... tutto come al solito insomma. Anzi, ora che mi ci fa pensare. La zingara che mi chiese l’elemosina quel giorno era diversa da quella che veniva di solito”. “Zingari?”, chiese Habanera aggrottando le sopracciglia. “Sì, ma guardi, le assicuro che sta pensando la cosa sbagliata. Si trattava di una donna in cinta, con una bimba di cinque o sei anni in braccio... e poi sono venuti la mattina presto, mentre il rapimento è avvenuto la notte successiva, fra la mezzanotte, ora in cui sono andata a letto e le sette, quando ho scoperto il lettino vuoto”.
“Rispetto il dolore ma… quante ?@§§@T&!!!”, pensò Paolo fra sé e sé mentre seguiva Carlo nella perlustrazione. Poi il the fece il suo dovere e si riscosse dal momentaneo torpore: “Carlo prosegui tu qui dentro, io torno subito… ho da fare alcune cosette”. Tornò in salotto dove cominciò a fare una serie di telefonate. Prima chiamò la redazione regionale del T3 a Firenze, parlò con il collega che si era occupato del rapimento. “Ciao sono Malatesta, Paolo Malatesta, un collega del Gr. Volevo sapere…” chiedendogli ciò che sapevano, fatti, ipotesi etc. In poco tempo venne a conoscenza di alcune informazioni preziose. Il rapimento del piccolo Riccardo Sismondi era stato un fatto isolato. Nessun rapimento di infanti era infatti stato segnalato nelle zone vicine. La polizia pensava a un rapimento a scopo di estorsione e aveva consigliato al padre di attendere la lettera con richiesta di riscatto. In effetti da parte della madre Francesca, il piccolo Riccardo era l’erede universale di una cospicua eredità immobiliare: stabili, appezzamenti di terreno, tratte boschive situate fra Pisa e la Versilia. Ovviamente Mauro era l’amministratore della sua fortuna e aveva delegato gli affari patrimoniali ad uno studio commerciale di Pisa, la “Faber”. Questo gli dava il tempo di proseguire con il suo lavoro, che lo portava spesso a Milano, dove era entrato nello staff dirigenziale di una nota agenzia di servizi industriali. Prima di chiudere la comunicazione, Paolo chiese numero e nome del “contatto” alla questura. “Parla con l’agente Fossati, è in gamba e ci passa spesso informazioni interessanti...”. Fece lo stesso con i colleghi della cronaca de “La Nazione” che non gli seppero dire nulla di più di quanto già sapeva. Una telefonata a Roma, invece, risultò essere più proficua. “Cdo gen. Arma di Carabinieri buon giorno” “Il M.llo Marino per favore”. Due rapide battute e Marino afferrò rapidamente il problema: “Ti richiamo fra un attimo”. Subito dopo Paolo Malatesta chiamò l’agente Fossati e fissò un appuntamento a stretto giro. Poi squillò il cellulare: “Puoi parlare con il M.llo Accardo alla stazione Cc di San Rossore”.
Uscì sotto la pioggia battente, si godette per un attimo i rivoli d’acqua che gli scivolavano sul viso e… etciù. “Con sta storia che mi piace la pioggia prima o poi mi beccherò la polmonite”, pensò. Fece un rapido giro d’orizzonte con lo sguardo. A sud e a ovest, a poca distanza dal recinto della casa, iniziava la lunga e fitta pineta che era proprietà del Quirinale e “off limits” per chiunque, fuori dagli orari di visita. Ad est il vialetto d’ingresso portava alla carrozzabile che da San Rossore si inoltrava nella pineta per raggiungere Gombo, la tenuta presidenziale. In lontananza campi di erba medica si srotolavano fino agli argini dell’Arno, anche se in quella direzione le nuvole si addensavano abbassandosi sull’orizzonte. A nord il cielo mostrava i segni di una schiarita. Oltre un campo coltivato, si vedevano le case e il paese di San Rossore, la prima abitazione distante non più di poche centinaia di metri. Raggiunse Andromaca e le disse: “Vado a sbrigare alcune cosette… vi raggiungo appena fatto. Se vi servo, i miei numeri li hai. Dammi rapidamente il tuo e quello di Vincenzo… ah, anche il numero di questa casa se lo sai”. Li registrò al volo.
Quindi Paolo si diresse alla volta delle abitazioni in vista e suonò alla prima che gli capitò. “Sono della Rai – disse mostrando il documento – mi occupo …bla… bla… volevo farle un’intervista …bla… bla… Cosa sapete, cosa avete visto… che tipi frequentano i Sismondi, etc etc”. E ripeté la formuletta in ogni casa. Raccolse così varie espressioni di rammarico e di solidarietà per la sorte di Francesca, che molti ritenevano si fosse suicidata perché il marito la tradiva, visto che stava sempre lontano da casa. Nel complesso i Sismondi avevano una buona fama nel vicinato. La vecchia Teresa pare fosse una donna molto pia e gentile e tutti mostravano un grande rispetto nei suoi confronti. Il piccolo Riccardo poi era un amore... qualcuno ipotizzava, vista l’eccezionale bellezza del bimbo, un rapimento a scopo sessuale.
L’ultima visita che fece a San Rossore fu alla stazione de Carabinieri. Il Maresciallo Accardo si dimostrò piuttosto affabile, ma deluse il giornalista dicendo che non si era occupato molto del caso e che avrebbe sicuramente raccolto più informazioni alla Questura di Pisa. “D’altra parte”, disse poi chiudendo l’incontro, “Queste case sono molto isolate ed è facile entrare se, come quella dei Sismondi, hanno un sistema d’allarme che non è all’altezza dei malintenzionati. Sono avvenuti furti un po’ dovunque negli ultimi anni. Pensi Lei che tre mesi fa c’è stato addirittura un tentativo di effrazione a Gombo, la tenuta del Presidente!” Paolo ringraziò il Maresciallo. Salì sulla moto, un rombo, e partì per l’incontro che aveva fissato a Pisa.
Ispezionata rapidamente la stanza, Carlo era tornato al piano di sotto, dove attese il ritorno di Andromaca e degli altri compagni. Al loro arrivo, appena finito il giro si scossero tutta l’acqua di dosso. “Solo Paolo può avere voglia di andarsene in giro in moto con questo tempo...” borbottò Andromaca, poi non appena insieme agli altri “Purtroppo fuori non abbiamo trovato nulla, probabilmente hanno approfittato di qualche porta o finestra aperta... voi avete trovato qualche indizio?” Habanera riferì quanto saputo dalla signora. Andromaca allora chiamò Paolo al cellulare: “Paolo? Sei solo? Stai andando a Pisa? Ascolta... ci dovrebbe essere un campo nomadi nei dintorni, guarda se riesci a sapere dove sono, sempre che ci siano ancora, altrimenti vedi se qualcuno sa dove si sono spostati... l’informazione potrebbe esserci molto utile”. “Ei... Andromaca! Vedi un po’ se riesce a carpire qualche informazione della zingara incinta, se fa’ parte di quel gruppo,e se la rintraccia, chiedigli di interrogarla; certo con discrezione...” e dopo uno sguardo assente rivolto in alto, De Blank continuò “Ma dubito che troverà qualche traccia al riguardo, qualcosa mi dice che il bandolo della matassa è proprio lei, se mi sbaglio pazienza, ma come qualcuno ha detto, se togli l’impossibile quello che resta, anche se inverosimile, è la verità!”.
Carlo guardò Vincenzo con un ampio sorriso e disse: “Fratello mio spero che voi siate stati più fortunati di me, la stanzetta è più ordinata della stanza di una moglie fedifraga che non si vuol far beccare dal marito dopo averlo “cervizzato” accompagnando l’espressione con il gesto esplicito della mano “a parte questo, qui sono presi talmente da ordine e pulizia che hanno ben pensato di rifare il lettino, spolverare la stanza e forse non hanno dato l’aspirapolvere perché forse di elettricità ne arriva poca... È bello trovare tanta collaborazione!” Poi assicurandosi di essere solo col gruppo, aggiunse: “Sai Andromaca forse sarebbe il caso iniziare ad ipotizzare chi possa avere interesse a rapire la nostra NOTINA!”.
“Si! Ed è una buona idea”, disse Luis, mentre si asciugava il viso, “ma io non dimenticherei la zingara, mi pare di aver capito che è stata qui la mattina, prima del rapimento” e al leggero gesto affermativo di Habanera, continuò “mi da la sensazione di un sopraluogo: incinta, accompagnata da un bambino, tutto per non destare sospetti, chiede l’elemosina ed ha quindi la possibilità di osservare la casa, magari per sapere quanti individui la occupavano, se c’era un sistema d’allarme... ma era poi una zingara?!”
Strada sfiorò la finestra intatta, in un silenzio quasi religioso. Improvvisamente iniziò a parlare sottovoce, più per ricapitolare i propri pensieri che per comunicare le sue opinioni. “No, non lo volevano uccidere, e questo è palese. Se volevano farlo fuori lo avrebbero fatto subito, per evitare che il piccolo frignasse durante la fuga. Gli serve, o serviva, vivo o lo avrebbero soffocato o sgozzato con facilità. A meno che non stiano pensando ad un rito sacrificale. Se il piccolo contiene realmente, come ha dato dimostrazione, lo… spirito di Desiderio di Discordia forse qualcuno è intenzionato ad impadronirsene od a farlo sopire a tempo indeterminato”. Strada non si curò dello sguardo di Andromaca mentre percorreva la strada buia delle sue deduzioni. “Probabilmente conoscevano la casa e gli abitanti, almeno a distanza Devono averli osservati per un po’ e conoscevano a sufficienza l’interno della casa senza temere di sbagliare stanza. E dovevano essere sicuri che tutti dormissero. Serviva qualcuno dentro, magari nascosto, difficile ma possibile. Ugualmente doveva entrare e Mauro non ci ha parlato di alcun estraneo in casa”. Nessuna effrazione. Anche se avessero utilizzato dei... poteri non avrebbero perso tempo ad occultare la loro entrata. Non ne dovevano avere molto. Passaggi sotterranei? Nessuno ne aveva parlato e dunque erano da escludere”. Strada alzò la testa verso il tetto e gli balenò una folle idea che escluse subito, ma che per sicurezza conservò nel suo archivio di appunti tra tempia e tempia. Più tardi un esame della soffitta era dovuto, se altri indizi non ricicciavano fuori. “Comunque quattro giorni mi sembrano tanti... perché non hanno chiamato i contatti nel Pathos prima? Pensavano che la sparizione non fosse collegata ad Aracne? Uno, al massimo due per riprendersi dallo shock, uno per contattare Leonardo... ci sono ventiquattr’ore di troppo. Non hanno contattato di certo la polizia, o ci avrebbero avvertiti ed il telefono, come la casa, sarebbe sotto sorveglianza dunque neanche a dire che sono stati impegnati in altre direzioni”. Strada fermò un attimo il filo dei suoi pensieri mentre con il suo occhio mentale scandagliava le immagini dei suoi ospiti. I suoi occhi si socchiusero sulla figura di Teresa. “Sarebbe stato facile, per qualcuno, convincerla che il bimbo era posseduto dallo stesso ‘spirito maligno’ della madre, donna indubbiamente... bizzarra per chiunque le fosse stato vicino. Una donna che aveva coinvolto Mauro in situazioni assurde e misteriose, forse malvagie ed empie... una suicida. Qualcuno avrebbe potuto convincerla che il piccolo sarebbe stato al più sicuro e meglio accudito da uno zio. Uno zio comunque ignoto. Sarebbe stato facile accusare il fratello di Aracne, le troppe prove indiziarie erano contro di lui e se c’era qualcosa che la signora Fletcher gli aveva insegnato era che il vero colpevole cercava di incastrare qualcun altro nella prima parte dell’episodio. O forse era stato proprio il piccolo a volersene andare, attirato da chissà quale richiamo o da qualche necessità, forse quella del suo vero e proprio Risveglio. Ma ugualmente la sua parte umana avrebbe dovuto spingerlo ad avvertire il padre... che lo avrebbe fermato. Motivo per non farlo”. Quest’ultima teoria era vicino all’assurdo e se ne rendeva conto. Forse i suoi pensieri stavano andando troppo oltre ma si segnò mentalmente di tenere d’occhio Teresa. Senza una parola Strada tornò sui suoi passi e uscì di nuovo mentre le suole delle sue scarpe nere penetravano nell’umida fanghiglia. Non era preoccupato per la pioggia, una persona, una vita prima, gli aveva insegnato ad amarla. L’uomo alzò la testa per ricevere il dono del cielo che formava fiumi sul suo volto nella loro corsa sponsorizzata dalla gravità. “Non ce la farai” sibilò una voce cattiva e lontana dentro la sua testa. “Sei fragile, debole, complessato... come tutti gli uomini”. Come tutti gli uomini. Strada si morse il labbro inferiore mentre la mano si chiudeva con pressione non necessaria sul pomello della porta. “Il pomello. Quanto era alto il bambino rispetto al pomello? Ed era d’uso chiudere a porta la chiave da dentro? Ah no, che sciocchezza”, pensò poi. “Il bimbo ha solo due anni... Di certo non poteva avere aperto la porta da solo, né tanto meno chiudere la porta a chiave”.
Ignaro dei ragionamenti di Vincenzo, Carlo stava intanto rispondendo a Luis: “Sono pienamente d’accordo con te vecchio mio! Inoltre ci sono altre considerazioni da fare secondo me: come facevano questi presunti zingari a sapere quale era il pupazzo preferito del pupo? Se finestre e porte erano chiuse e non ci sono effrazioni come hanno fatto a entrare? Come mai davanti ad una tragedia del genere qualcuno si è dato tanto da fare per farci trovare una stanzetta più linda di una chiesa? Chi era qui la notte del rapimento? Secondo me le risposte a tutte queste domande si concentrano in una sola: i rapitori avevano qualcuno all’interno... fratelli a me il nome Teresa è sempre piaciuto tantissimo e a voi? Sono pienamente d’accordo con il funereo ma arguto Vincenzo, non potrebbe essere che la cara nonnina per paura o rancore nei confronti di cappuccetto rosso abbia stipulato un empio patto con il lupo cattivo? E infine chi potrebbe essere in realtà questo lupo?”
“Ehm...” intervenne Andromaca, ancora col cellulare all’orecchio. “Paolo mi sta facendo notare che la polizia l’avevano avvertita, eccome. L’ha detto anche Mauro, ricordate? ‘La polizia brancolava nel buio’. Per questo ci ha chiamati”. Poi, chiuso il cellulare, Andromaca ci pensò su qualche minuto e iniziò a ribattere ai singoli punti enunciati da Carlo: “Riguardo al pupazzo, se il bimbo fosse stato sveglio... lo avrebbe indicato vi pare? E poi quasi sicuramente lo avrà avuto con sé nel lettino, no? Inoltre se le finestre e porte erano chiuse e non ci sono effrazioni ci sono altri modi per entrare: una finestra o una porta dimenticate socchiuse ad esempio... La faccenda della pulizia della stanza poi: mai sentito parlare persone che per affrontare il dolore si gettano a capofitto nel lavoro? Inoltre a me pare che quella povera donna sia davvero preoccupata e non penso affatto che stesse simulando l’angoscia che mostrava... sarebbe davvero la miglior attrice del mondo. Ma non si può mai essere certi di nulla, vi invito solo a non concentrarvi unicamente in una direzione, non sempre ciò che appare più ovvio è da scartare... io personalmente propendo per considerare buona la traccia della zingara, ma non si sa mai”.
“Il rapimento è avvenuto dalle 24.00 alle 07.00” ribatté Strada “Il bambino, seguendo logica, dormiva e sarebbe stato più comodo per i rapitori tenerlo in quello stato per evitare di far rumore. Diciamo che i rapitori, estranei, lo hanno svegliato: reazione di un bimbo in presenza, al buio di estranei? Pianto. Richiesta della mamma, o in questo caso, della nonna. Dunque, o conosceva i rapitori o avrebbe fatto rumore. Se fosse stato addormentato qualcuno che non lo conosceva e non conosceva la casa lo avrebbe vestito di ‘tutto punto’ (difficile da immaginare, se fossi un rapitore lo porterei via in pigiama magari cloroformizzato) sapendo dove tiene i vestiti e vestendolo, senza far rumore? Al buio? Portandosi dietro proprio il pupazzo preferito? Facciamo due conti. Per vestirlo lo hanno messo in piedi e deve aver lasciato il pupazzo, necessariamente. Un rapitore estraneo se ne sarebbe fregato di Gural. Credi poi veramente che Mauro, dopo aver visto le reazioni del figlio, aver udito le parole dello “zio” ed aver partecipato al Pathos si dimenticherebbe una finestra od una porta aperta? E più di una volta, altrimenti sarebbe una ben sfortunata coincidenza se l’unica volta che la porta fosse lasciata aperta i rapitori fossero stati nei paraggi. Riguardo poi a Teresa quello che dici è possibile. Ma la polizia dovrebbe averli avvertiti di non toccare nulla in attesa della scientifica. Non è detto che non sia preoccupata. La coscienza ed il rimorso possono dare una notevole spinta. E comunque, osservando Harry ti presento Sally, mi sono reso conto che voi donne, quando volete, potete simulare magistralmente molto meglio di noi uomini...” La figura di Strada si stagliava contro la finestra appannata, un’ombra nella stanza e nulla più. “Dobbiamo considerare un fattore importante” sussurrò, la sua voce a malapena udibile al di sopra dello scroscio della pioggia. Con il dito guantato aveva disegnato sulla finestra appannata uno smile dallo sguardo sardonico sovrastante la scritta ‘have a vice day’. “La donna, la tzigana, pareva incinta”. Il silenzio durò alcuni istanti. Strada si voltò verso i compagni all’interno della stanza. “La mia è solo un’idea, ma se non ho inteso male quando il corpo di una Nota muore il suo... spirito si trasferisce in un altro ospite. E con i loro Draba forse sarebbe possibile per gli tzigani spingere la Nota a reincarnarsi in un corpo specifico. Magari la donna desidera un figlio con un discreto futuro”. Strada si diresse verso le scale, a passi calcolati. Avrebbe controllato ogni cantuccio dal primo piano alla soffitta: se vi era un potenziale nascondiglio, anche per un bambino zingaro, lo avrebbe trovato. “Questa è ovviamente una mera ipotesi” furono le ultime parole udibili.
Ascoltando le lucide argomentazioni del suo funereo Fratello, Carlo sorrise: “Punto per Vincenzo sorella mia, e viste le sue argomentazioni che mi tengono ancora in gioco, mezzo punto anche per me!”, dichiarò proponendosi in un elegante inchino nei confronti di Strada. “Dovremmo cominciare comunque a seguire una pista, attualmente ne vedo solo due: I rapitori esterni (zingara e affini) e gli eventuali contatti interni (Teresa) forse se nessuno di voi ha qualche idea migliore, potremmo dividerci per seguirle entrambe, sorella cara”, sorrise allegramente, “penso che la scelta spetti a te”. Detto questo si portò lentamente accanto a Vincenzo cosicché guardandoli qualcuno avrebbe pensato di osservare: la Luce e il Buio, l’Allegria e la Tristezza, il Rumore e il Silenzio. E con una bella pacca sulla spalla di Vincenzo sghignazzò: “Fratello caro questo nostro incontro si fa sempre più interessante”.
Strada, che saliva la scala, per la pacca abbassò lo sguardo su Carlo. Non vi furono parole, né vi fu necessità. Non vi era rimprovero per l’atto di comunione umana. L’allegro Fratello percepì un peso soffocante annidato nell’anima di colui che si era presentato come Vincenzo Alessandro, fu in quel momento che Carlo si rese conto che l’aura funesta che aleggiava attorno al compagno era un’energia negativa e palpabile, forse bestiale ed a malapena controllata: non era silenzio il suo ma un continuo digrignar di denti che impediva alle labbra di distendersi in un sorriso. Agonia ed orgoglio nel subirla, rimpianto e rifiuto di rimpianto. Smodato desiderio di... qualcosa. Non aveva bisogno di controparte gioiosa. Lui era, in qualche modo la sua controparte, continuamente consumata dalla sua metà e rigenerata dalla forza d’animo comune a tutti gli uomini. Se mai, in altro tempo, qualcuno o qualcosa era stata la sua Luce oramai non rimaneva per lui che una perenne lotta contro una qualche oscurità che, probabilmente, lo avrebbe infine divorato. Non era la mancanza di allegria a rendere i suoi occhi, specchio dell’anima, chiusi ad ogni esame. Era la presenza di un sentimento che annientava la gioia non appena pareva mostrarsi. Un sentimento vivo, ben rappresentato da quell’impermeabile blu scuro, animato, minaccioso. Incomprensibile ma in qualche modo non sconosciuto all’osservatore. Quando Strada distolse lo sguardo e ricominciò il suo cammino Carlo sentì come se un amo, conficcatosi nel suo petto, fosse stato estratto portandosi via pelle e carne.
Fu in quel momento che Mauro e Teresa rientrarono nella stanza, e i quattro Fratelli rimasti nel salotto iniziarono a confortarli. Vincenzo intanto aprì la porticina della soffitta e la ispezionò da cima a fondo, accendendo la luce. Frugò dappertutto, come guidato da una voce interiore. Poi, dietro ad una cassapanca trovò quello che cercava. Su un vecchio tappeto era rimasta impressa l’orma di un piede di bambino, scalzo. Doveva essere un bambino piuttosto piccolo, sei o sette anni, e di certo doveva essere abituato a camminare scalzo. Il pavimento della soffitta era infatti molto in disordine e qua è là c’erano vetri e chiodi arrugginiti. Sul viso di Vincenzo si dipinse un’espressione di trionfo.
Quando i cinque Empathici uscirono dalla villa, Vincenzo li informò della sua scoperta. Era ormai pomeriggio inoltrato e si accorsero che non avevano nemmeno pranzato. Si avviarono verso Pisa e si fermarono per rifocillarsi. Fu allora che arrivò la telefonata di Paolo, che disse di avere scoperto delle cose molto interessanti. Gli spiegarono dove si trovavano e in poco tempo il giornalista li raggiunse. Paolo raccontò loro quanto aveva scoperto, e poi che era stato in un bar nel centro di Pisa dove aveva parlato con l’agente Fossati. Quest’ultimo gli aveva detto che sì, c’erano stati diverse segnalazioni di zingari nella zona di San Rossore. Del resto una simile zona di ricche villette era un ottimo terreno per mendicare. I numerosi furti avvenuti in zona, per non parlare della tentata effrazione di Gombo, avevano come sospetti proprio loro, che vivevano in un campo nomadi poco distante dall’aeroporto di Pisa, in un ex-zona militare. Sul rapimento veramente la polizia brancolava nel buio e non sapeva niente di più di quanto era stato scritto sui giornali. Anche la pista zingara era stata battuta ovviamente, ma non era approdata a nulla. La polizia era perciò propensa a valutare il caso come sequestro di persona a scopo di estorsione e si aspettava da un momento all’altro che i Sismondi ricevessero una richiesta di riscatto. Mentre parlavano e consumavano il loro parco pasto, all’esterno il buio calava e il giorno scivolava nella notte.
Sorseggiando lentamente da un grosso calice da degustazione del buon cabernet il cui colore rosso scuro ricordava quello del sangue sul punto di coagularsi Carlo si riprese dallo stato semi ipnotico in cui sembrava essere caduto osservando attentamente il liquido scuro mulinante nel bicchiere: “Gombo ?!” chiese “E se si fossero nascosti lì?” aggiunse. Appoggiò il bicchiere sul tavolo e improvvisamente iniziò a spiegarsi: “Primo, sappiamo che tempo fa c’è stato lì un tentativo di effrazione, secondo, il posto è vicinissimo a casa Sismondi, terzo, la polizia ha già seguito la pista zingari senza risultati, e quindi immagino abbia controllato i campi zingari della zona, quarto, se foste un rapitore zingaro, con rapito ecc., vi fidereste a portarlo in giro o vi nascondereste in un posto vicino e insospettabile, nel quale tra l’altro avete già fatto un sopralluogo? Non è una possibilità che scarterei, se nessuno ha qualche idea migliore penso che una visita culturale a una delle proprietà del Quirinale, sarebbe sicuramente adatta a degli animi intellettuali come i nostri…” Prese il bicchiere e ne svuotò il contenuto in una lunga sorsata, si umettò le labbra e con aria contrariata disse: “Cabernet… in toscana! Caro Vincenzo la prossima volta che lo prendo dammi dell’idiota, qui solo Chianti o Montepulciano”. Si rivolse sorridente ai suoi fratelli i quali guardandolo non poterono evitare di sorridere e domandarsi: “Ma sto fesso con gli occhiali da sole ci va anche a dormire?”
Vincenzo mormorò: “Avremo dei problemi con gli tzigani. Molti problemi. Sapessimo almeno a che tribù appartengono...”. Strada, allontanando dalla bocca la tazzina di pessimo caffè si era inforcato un paio di occhiali dalla logora montatura dorata e stava esaminando la mappa stradale della zona. Il suo dito percorse pochi centimetri prima di fermarsi sull’area segnata. “È una cultura chiusa la loro, o sei dentro o sei fuori. Non pensate che sia sufficiente per voi comportarvi gentilmente per ottenere informazioni, e minacciarli non aiuterà, sono abili nel celare la verità. Tra di loro sono sinceri ma noi siamo solo ‘giorgio’, stranieri, utili per i nostri possedimenti. Non abbiamo tempo per conquistarci la fiducia della kumpania ma se agiamo violentemente il bambino, se è ancora in loro possesso, potrebbe risentirne”. In quel momento, più che mai, sembrava un assistente universitario od un ricercatore che spiegava agli studenti una lezione. “È possibile che gli tzigani non siano altro che i gregari di qualcun altro ed in questo caso il bambino potrebbe essere già distante. Ma se qualcuno ha ordinato qualcosa e non si è preoccupato di... pulire le tracce forse potremmo recuperare le informazioni dalla donna o dal ragazzino. Comunque dobbiamo decidere se è meglio contattare il capo od attendere che la donna esca dal campo e placcarla allora. Direi di fare un sopraluogo, senza intervenire, stasera stessa. Il tempo ci è contro”. Strada si tolse gli occhiali, riponendoli nel fodero in pelle su cui vi era segnato, in lettere d’oro, l’indirizzo di un ottico romano. “Comunque non credete alla loro promesse, a meno che non sputino sul palmo della loro mano prima che stringano la vostra. A quel punto manterranno ogni cosa che vi hanno giurato. E non nominate in alcun caso i fluidi corporei, è ...cattiva educazione”. Le ultime parole vennero dette con sforzo, come se Strada non riuscisse a spiegare con le parole della sua lingua il reale concetto. “Comunque i conti non tornano: le case derubate hanno subito effrazione, cosa che la casa di Mauro non presenta. Probabilmente lo zingarello è riuscito a penetrare in casa durante il pomeriggio o tarda mattinata, magari mentre Teresa o Mauro sono usciti a far la spesa, cercando e trovando il nascondiglio ed esplorando nel frattempo l’abitazione deserta o quasi. Ma chi lascerebbe la porta aperta dopo aver ricevuto la visita di zingari il giorno stesso?” Strada si interruppe un attimo, nuovamente perso nei suoi pensieri. “Per quanto lo zingarello fosse esperto nelle infiltrazioni era comunque più semplice che qualcuno gli avesse aperto. Ma se veramente fosse stata Teresa ad aiutarlo, non sarebbe stato più comodo consegnare il fagottino direttamente nelle mani della zingara alla porta? Eppure l’idea di uno zingarello che perdeva tempo a vestire ‘di tutto punto’ la sua vittima, senza prendere altro, gli puzzava. A meno che non avesse avuto direttive a riguardo”. Poi riprese: “Non sarebbe stato difficile uscire poi in silenzio, durante la notte, ma ancora mi risulta arduo comprendere le meccaniche del rapimento in di per sé. Senza dubbio il piccolo si può essere sentito a proprio agio con un bambino di poco più grande e questo può aver limitato il rumore, anche grazie alla mancanza di scarpe dello zingaro”. Strada richiuse il foglio e lo lanciò verso Paolo. “Ci serve una mappa particolareggiata dell’area, in fretta. Datti da fare”. Di fronte allo sguardo stupito dei compagni Strada continuò. “La zona dove hanno fermato i vardo, i loro mezzi, è un’ex area militare e questo significa che potrebbero essere presenti magazzini o baracche in disuso. Luogo adatto dove nascondere il bambino se volevano tenerlo lontano dal campo per evitare che la polizia lo scoprisse ma abbastanza vicino affinché rimanesse sotto controllo. Potrai trovare le mappe all’alto comando a Roma, se vuoi contattare un tuo collega. Ma siamo vicini a Pisa, e suppongo che l’area venisse utilizzata come poligono di tiro o come zona di atterraggio per i paracadutisti. Tutte le caserme che la utilizzano devono necessariamente avere una copia della mappa militare. Salta direttamente i reparti di Livorno e prova alla Smipar. In questo momento ce l’avranno a morte con i giornalisti per la morte del ragazzo di qualche mese fa ma cercheranno di rifarsi la faccia di fronte l’opinione pubblica: dì loro che vuoi fare un articolo su come sia ingiusto che tolgano alle nostre valenti forze aviotrasportate un campo addestramento per darlo a dei nomadi. Gioca sul loro nazionalismo. Inventati delle stronzate, sai come fare, sei un giornalista”.
Paolo Malatesta afferrò al volo il foglio lanciato da Vincenzo. Ne ascoltò le parole. Un lampo negli occhi. Poi uno smagliante sorriso. Si alzò ed uscì dal locale. Aveva smesso di piovere. Pochi attimi e rientrò. Lasciò cadere sul tavolo un Quadrante dell’Igm. “Per ora ho questa… la scala è 1:25.000, non so a cosa ti possa servire a qualcosa… ammesso che tu la sappia leggere. Per quanto riguarda la PIANTINA dell’area dovrai necessariamente aspettare domani mattina”. Estrasse dalla tasca un sigaro lungo e sottile, un Nederlandsche munt - Wilde bras, buona qualità, ma niente di eccezionale, però, chissà perché, Paolo li apprezzava decisamente. Lo accese, ne aspirò una lunga boccata, si sedette. Allungando le gambe e con le mani dietro la testa fissò il soffitto per alcuni minuti. In silenzio. “Cosa fosse quell’area non lo so. Forse ospitava un parco mezzi… oppure un semplice deposito, di carburante avio, oppure di pezzi di ricambio. Sicuramente NON una zona lancio. Quelle militari in toscana sono tre: Altopascio, Tassignano e Cecina… E nemmeno un poligono, figurati, così vicino all’aeroporto. Comunque domani mattina andrò a Pisa al CeAPar – adesso si chiama così, Centro addestramento paracadutisti… sapete il termine “militare” suonava troppo… “fascista” – Lì hanno sicuramente una… mappa dell’area, sia che si tratti di una ex installazione dell’Aviazione che dell’Esercito”. Un’altra densa boccata di fumo… un colpo di tosse “adesso mi ricordo perché avevo smesso. In quanto all’accoglienza, ti ringrazio per la… premura ma ho un paio di colleghi di corso in Brigata e poi anche io, ogni tanto e indegnamente, indosso il basco amaranto… comunque dall’ultimo lancio, cos’era, metà ottobre, ci sono ancora un paio di amari pagati che mi aspettano al circolo Ufficiali del Ceapar”. Un altro attimo di silenzio… Paolo scosse la testa ripensando alle ultime frasi di Vincenzo, ma non disse nulla. No volle dir nulla. Non ne valeva la pena. Un altro sorriso solare ai presenti: “Sentite, così su due piedi, mi è venuta un’idea… non so, potremmo osservare il campo “a distanza” per un giorno o due, notte compresa - tanto se volevano farlo fuori il moccioso lo avrebbero già scannato – e vediamo se si nota qualcosa, poi un paio di noi vanno lì – proporrei Vincenzo, che a quanto pare su ‘sti zingari la sa lunga, e Carlo… siete affiatati no? – comunque cercano di scoprire qualcosa, se poi non scoprono ancora nulla, aspettiamo e osserviamo se l’intervento al campo ha portato un po’ di scompiglio… vediamo come reagiscono insomma. Intanto Andromaca e Haba potrebbero fare un sopralluogo a Gombo. dovrebbero essere le più adatte in fondo sono… sono… brave in questo genere di cose”.
Carlo al sentire la proposta di Paolo ghignò con aria compiaciuta: “E qualcuno diceva che ero solo io lo spiritoso della compagnia! Comunque fratello mio mi trovi pienamente d’accordo, un sopralluogo non è una brutta idea, e io e Vincenzo siamo la scelta ideale, per unire l’utile al dilettevole, sarà divertente vedere beatamente insieme un cobra e una mangusta, d’altra parte lì dove dovesse fallire la rapidità della mangusta, non fallirà il veleno del serpente... Adesso se permetti penso che ti offrirò un buon bicchiere di vino: sia per l’allettante proposta sia per esserti degnato di prendere in considerazione la mia idea di Gombo”. Detto questo si girò verso Vincenzo e innalzò il bicchiere in un brindisi: “Caro fratello stanotte ne vedremo delle belle, mangusta o cobra che tu ti senta”, concluse con un sorriso amichevole.
“Si Paolo”, disse Andromaca dopo una rapida riflessione, “penso anch’io che dovremmo essere le più adatte per il sopralluogo a Gombo, ora sarà meglio se cerchiamo un albergo e fatemi anche dare un’occhiata sulla carta per vedere dove si trova” poi sembrò pensare a qualcos’altro e rivolgendosi a Carlo e Vincenzo aggiunse: “Se voi due andate al campo… beh siate prudenti, non vorrei che se li spaventate se ne ‘liberino’. C’è un’altra cosa che voglio fare però, non credo affatto che Aracne si sia incarnata in lui, Desiderio lo avrebbe detto a Leonardo e lui a me... però, io sono solo un’Alterazione quindi, per sicurezza, gli telefono. Se non lo trovo proverò anche a chiamare Faust, la mia Nota”. E così dicendo le due Alterazioni di Faust si alzarono e si avviarono verso l’albergo più vicino, per prepararsi all’incursione notturna alla tenuta del Presidente della Repubblica.
“Se anche Vincenzo È d’accordo mi sembra quindi che dovremmo essere io e Luis a sorvegliare il campo...”, disse Paolo, ”dunque, Luis, domani mattina possibilmente dovresti procurarti un buon binocolo, Telecamera e binocolo IL li ho già. Quindi direi che vado io a fare il primo turno di osservazione del campo questa notte. Tu riposati e vieni a darmi il cambio domani mattina. Prenderemo nota delle targhe delle macchine, numero degli zingari adulti e bambini, entrate e uscite, orari di “smontanti e montanti” tra rapinatori, mendicanti etc... farò anche qualche ripresa. Domani mattina appena mi sostituisci vado in albergo, una doccia, un caffè triplo e recupero quelle piantine al Ceapar. Poi però non ci sarò per nessuno per qualche ora... va bene il Pathos ma si dovrà pur dormire qualche volta no?”
“O.K., per me va bene” confermò Luis “ora mi riposo un po’... voglio essere lucido quando farò il mio turno. Chiamami quando sarà il momento, per il binocolo non ti preoccupare ne ho uno in macchina, è anche ad intensificazione stellare... per cui potrebbe tornare utile anche a te. Usalo pure se credi” e quindi dopo essersi recato alla macchina per recuperare il binocolo, si distese in un angolo aspettando la notte. “Fare la guardia” pensò, “quante volte, laggiù nelle fredde notti Africane era rimasto ad osservare aspettando l’arrivo dei Tank, al comando di una squadra MILAN. Ma qui la situazione era diversa, più delicata. Bisognava recuperare il bambino da qualcuno, o qualcosa di un po’ meno tangibile di un carro armato, ma non per questo meno letale”. Si rannicchiò e iniziò a riposare.Mentre Luis si godeva finalmente il suo meritato riposo, Andromaca ed Habanera si inoltravano fra le ombre della pineta di San Rossore. Portata la Ka di Habanera al margine dell’ingresso principale, scesero nel canale e scivolarono sulla sinistra del posto di guardia. Attraversato con circospezione il campo ippico, si mantennero fra la boscaglia del viale alberato che proseguiva dritto per diversi chilometri in direzione di Gombo. Il sottobosco bagnato mascherava il rumore del loro passaggio ma Habanera osservò preoccupata le impronte che i suoi stivaletti lasciavano nel terreno molle. Nell’aria limpida, i versi degli uccelli notturni facevano da contraltare al lontano frangersi dei marosi. Un vento di maestrale portava alle narici un pungente odore di salsedine che si mischiava al profumo della resina. Sulla destra, un piccolo branco di daini dormiva in una radura e sembrò ignorare le due donne che strisciavano a poche decine di metri di distanza. Infine, dopo un’ora e mezzo di cammino, stanche e nervose, sbucarono davanti al giardino neoclassico di Gombo, con al centro la splendida villa presidenziale. La spiaggia deserta era illuminata da una splendida luna piena che si specchiava nel mare bagnando i loro visi di una luce irreale.
Andromaca apriva la strada e faceva cenno ad Habanera di seguirla solo quando non rischiava di correre pericoli inutili. La sua esperienza la aiutò a scegliere la strada più facile e sicura per raggiungere gli edifici della vecchia residenza Granducale. Ispezionò l’area per vedere se c’era un luogo a cui gli zingari potevano avere avuto facile accesso. Fu allora che notò le ronde. Erano due, armate di tutto punto. Alcune altane erano dissimulate fra i pini e da una di esse proveniva un preoccupante luccichio. Andromaca imprecò. Sapeva cosa voleva dire. Qualcuno la stava guardando con un binocolo, e visto il buio era un binocolo ad Intensificazione di Luminosità residua. Forse addirittura montato su un arma. Alzò lievemente la mano per fermare l’avanzata di Habanera, che capì immediatamente che qualcosa non andava e iniziò a retrocedere verso la boscaglia. “Non posso rimanere ferma...” pensò Andromaca “d’altra parte mi sembra strano che mi abbiano visto, a meno che...” rabbrividì. Il posto doveva essere molto protetto. Evidentemente l’incursione degli zingari doveva aver fatto aumentare le misure di sicurezza e la bandiera italiana che sventolava sulla residenza, non significava forse che lo stesso Presidente della Repubblica era presente nella tenuta? L’unico modo in cui dovevano averla vista era un sistema di allarme “silenzioso” dissimulato nel sottobosco… e lei era stata assai imprudente. Si voltò e fuggì via verso Habanera. Immediatamente due fasci di luce vennero puntati nella sua direzione e il fischio di un proiettile le arrivò a poca distanza dall’orecchio. Udì a malapena le urla dei militari che le intimavano l’alt. Pensava solo a correre, presa dal panico. Corse fino a farsi scoppiare il cuore. Quando sentì abbaiare dietro di sé capì che avevano aizzato i cani. “Io posso scappare forse, ma Habanera?” Corse ancora, col rimorso di avere trascinato l’amica in questa avventura quando la pineta si interruppe bruscamente e si trovò davanti a una distesa di canne e acqua stagnante. Anche se Andromaca non lo sapeva, era quello il Fiume Morto, un’ampia polla d’acqua che spezzava la pineta, rifugio di uccelli migratori e specie in via di estinzione. Fra le canne aveva già trovato rifugio proprio Habanera, che, vistala arrivare e avendo compreso perfettamente la situazione, l’afferrò e la trascinò in acqua con sé. Andromaca quasi ci rimase per lo spavento, ma poi riconobbe la Sorella. Si acquattarono entrambe nell’acquitrino, fra le canne e le ninfee. L’acqua gelida ghiacciò loro le ossa, mentre il latrato dei cani si faceva sempre più vicino. Le due donne trattennero il fiato. Non li vedevano ma sapevano che i cani erano già lì e che, grazie all’acqua avevano perso le tracce. Si sentirono delle voci e poi tutto si allontanò verso la sponda sinistra del Fiume Morto.Mentre Paolo iniziava a fare occasionali ronde in auto nella zona attorno al campo Nomadi, Carlo e Vincenzo giungevano in auto sul viale, a poca distanza dal campo, ancora recintato dalle vecchie installazioni militari in disuso. Il tutto in una piatta e desolata pianura alluvionale... Nel buio che li circondava, Carlo guardò Vincenzo attraverso i suoi inseparabili occhiali scuri: “Probabilmente mi ritieni solo un buffone, fratello caro, e non ho ne tempo ne voglia di dimostrarti il contrario, ma sappi che esistono molti modi per affrontare l’orrore e la disperazione che portano la follia e tristezza e rimpianto sono solo uno di questi... era un po’ che volevo parlarti ma questo non mi sembra né il momento né il luogo adatto, spero che un giorno avremo questa possibilità. Adesso direi che è il caso che tu prenda il comando visto che hai già mostrato di conoscere gli zingari molto più di me: è da sempre che sostengo che ognuno deve fare ciò che sa fare meglio e deve saper cedere il passo quando è il caso... Potremmo scavalcare la rete, ma come ho detto mi rimetto alle tue decisioni in questa situazione” concluse, questa volta però non aveva parlato con quel suo tono solitamente allegro, ma con una strana voce fredda e lontana che quasi non sembrava la sua, infine però, quasi a risvegliarsi da un sogno lontano, sogghignò e facendosi da parte indicò con ampio gesto della mano la recinzione dicendo: “Mio capitano a voi la plancia...”.
Strada con le mani nell’impermeabile per difendersi dalla temperatura inclemente si limitò ad inquadrare con la coda dell’occhio il suo compagno. Per tutto il tempo non aveva mutato espressione. “Che tu sia un buffone, un idiota o altro lo verificheremo a tempo debito. Non ti ho mai chiesto di analizzare né le mie azioni né le mie motivazioni dunque limitati ad eseguire la tua parte al meglio delle tue capacità. Quando questa storia sarà conclusa, e se avrai dimostrato che per me ne può valere la pena, discuteremo” disse con voce monotona e disinteressata. L’uomo si avvicinò alla rete metallica, osservando l’infinita distesa di gialli cartelli metallici che si ripetevano ciclicamente e che avvertivano della presenza di una sorveglianza armata ormai inesistente. Ricordandosi della scoperta di un deposito di armi illegale a Livorno, Strada si augurò che i fucili più vicini fossero, al massimo, ben nascosti e chiusi a chiave nei vicini van. Arrampicarsi sulla rete era un’idea, ma in caso di repentina fuga era necessario forse una via più diretta. “Controlla che non arrivi nessuno” intimò Strada al compagno, mentre cercava un punto sufficientemente coperto per l’operazione che si accingeva a compiere. Si inginocchiò vicino ad un cespuglio. Uno scatto, metallico. Doppio. Rumori di contrazioni, piegamenti, tagli. Strada si muoveva affannosamente lasciandosi sfuggire di tanto in tanto una imprecazione ed anche di spalle Carlo si rendeva conto che il lavoro non doveva essere facile: il vapore si formava in quantità dalla bocca del lavoratore ma dai movimenti delle braccia non sembrava che Strada stesse utilizzando forbici o tenaglie. Un sospiro di soddisfazione e Strada si rialzò, mostrando al compagno il passaggio creato nella rete poi tornò alla macchina, estraendo dal portabagagli delle confezioni di caffè macinato. “Spalmatene una addosso e conserva l’altra. Se ci saranno cani, avranno problemi nell’individuarci” spiegò mentre eseguiva l’operazione su lui stesso. “In caso di necessità spargeremo la polvere che ci rimane lungo il percorso. Dentro ora!” ordinò Strada, assicurandosi che la penetrazione fosse rimasta inosservata prima di entrare lui stesso, come una macchia vorticosa nel foro. “Prima daremo un’occhiata ai magazzini ed alle altre strutture. Con circospezione, perciò togliti quegli occhiali, non vorrei che riflettessero la luce o ti impedissero di vedere qualche buca e se ti rompi qualcosa...” Strada non completò la frase ma nel suo sguardo balenò la spiegazione. “Niente sigarette, niente luci. Niente rumori se non indispensabili. Se non troveremo nulla nelle costruzioni ci dirigeremo verso il campo, mantenendoci a distanza sino a che non decideremo altrimenti”. Strada studiò l’orologio da polso. “Abbiamo tempo fino alle sei e mezzo. Per sicurezza diciamo le sei, ci sono sempre i mattinieri. Se ci scoprono prima di raggiungere il campo ci si divide e si ritorna alla macchina. Lascio la chiave sotto il sedile, chi arriva prima aspetta l’altro per dieci minuti, motore acceso al minimo e fari spenti”. Detto questo l’uomo si diresse a gran passo verso le sagome nere in distanza.
Carlo ascoltò attentamente l’uomo, non rispose, non ce n’era bisogno, sorrise, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, e lui lo sapeva bene. Precedette Vincenzo attraverso la rete, poi si tolse gli occhiali scuri coprendosi gli occhi in modo che non si vedessero, gli occhiali da sole per lui erano tutto fuorché un vezzo... Prima di sprofondare nel silenzio necessario sussurrò: “Vecchio mio, se ti capitasse di dovermi lasciare qua, fammi il piacere di lasciarmi un biglietto del bus o di chiamarmi un taxi, sai non vorrei dovermela fare a piedi fino all’albergo, dopo notti così piene di divertimenti e bagordi sono sempre molto stanco”. Guardo il cielo stellato e pensò: “Quasi quasi Gombo sarebbe stata sicuramente una gita preferibile, ma vuoi metter la compagnia?!”.
I due compagni avanzarono silenziosi nella notte e giunsero a poca distanza dalle sgangherate roulotte che si trovavano ad un centinaio di metri dai muri di cinta. I vecchi magazzini militari che circondavano il campo erano fatiscenti e sinistri, stagliando le loro sagome minacciose contro il cielo ben illuminato dalla luna. Sembrava che tutta la zona attorno fosse stata adibita a scarico di ciarpame di ogni tipo: cartone, vecchi elettrodomestici e altro materiale non bene identificabile. Le roulotte dovevano essere poco più di una ventina, e un fuoco crepitava allegramente nel mezzo del campo. Si levavano ogni tanto voci ed un’occasionale risata.
Poi a poca distanza dai due intrusi, sulla sinistra, si sentì un urlo acuto, come lo strillo di un bambino. A destra, ancora più vicino, rispose uno strillo simile. Le voci cessarono, le risate anche, da ognuna delle roulotte si accesero luci e si sentì un terzo strillo proveniente dal centro dell’accampamento.Habanera si sporse un po’ oltre le canne. Il silenzio pareva indicare che il pericolo fosse passato, ma non si era mai troppo prudenti. Uscì fuori dalle acque paludose del Fiume Morto. Andromaca provò a seguirla ma sentì una fitta alla caviglia e si lasciò sfuggire un gemito di dolore. “Che c’è?” chiese Habanera allarmata. “La caviglia, devo avere preso una storta quando mi hai tirata in acqua”. “Vieni... ti aiuto”. Habanera aiutò Andromaca ad uscire dall’acquitrino. Poi le due donne si guardarono l’un l’altra. Erano fradice e coperte di fango, ed entrambe rabbrividivano per la temperatura prossima allo zero. “Se non ci sbrighiamo moriremo assiderate prima che ci spari l’Esercito!” commentò amaramente Habanera. Andromaca accelerò il passo, zoppicando e tremando... questa uscita era stata un disastro! Si era tanto preoccupata della salute di Habanera, ma alla fine era lei che stava salvandole la vita. Avanzarono un po’ nel buio della foresta di san Rossore, cercando un sentiero che andasse in direzione del Ponte delle Trombe, in prossimità del quale avevano lasciato l’auto, ma avevano difficoltà ad orizzontarsi. La corsa folle per scappare agli inseguitori aveva fatto loro perdere l’orientamento. “Abbandoniamo il folto” disse Andromaca “E cerchiamo una radura. La luna era alta verso occidente, per cui non dovrebbe essere difficile orizzontarci.” Trovarono senza particolare difficoltà uno spiazzo erboso che in un’altra situazione avrebbero giudicato bellissimo. Andromaca si lasciò cadere esausta sulla terra umida, mentre Habanera cercava di riprendere il fiato. Aveva dovuto sostenere l’amica per tutto il tragitto e non ce la faceva più. Poi una voce brusca fece loro fermare il cuore: “Fermi o sparo. Non fate mosse brusche e portatevi alla luce.” Le due donne si voltarono atterrite. Da dietro l’enorme albero ai margini della radura, era sbucato un soldato. Era un uomo alto e massiccio, dall’aria pericolosa. Imbracciava un corto fucile mitragliatore e un basco rosso amaranto, sul quale spiccava un fregio che Habanera ed Andromaca capirono appartenere all’arma dei Carabinieri, sebbene difficilmente avrebbero saputo dire che grado fosse quello che il militare portava sul gibernaggio. “Stavamo... solo passeggiando”, balbettò Andromaca. Il carabiniere paracadutista sembrò non ascoltarla nemmeno e trasse una radio dal gibernaggio, accostandola alla bocca. “Fossi in te non lo farei. Non azionarla e non girarti, e il battaglione Tuscania non dovrà piangere alcuna morte domani”, disse una voce dietro di lui. Il carabiniere si irrigidì. “State facendo un grosso errore... stupidi anche per essere terroristi”, rispose alla voce dietro le sue spalle, “ti ricordo che ho sotto tiro le tue amiche...”. “E io ho sotto tiro te. Come sai siamo terroristi. Sappiamo che possiamo anche morire per la nostra causa, ma abbiamo rispetto della vita altrui. Per cui non costringermi ad ammazzarti”. Qualcosa nella voce del nuovo arrivato sembrò convincere il carabiniere ad abbassare la canna del fucile. Andromaca rimase stupita dal potere insito in quelle parole. C’era una forza proveniente dal Pathos nella voce dello sconosciuto. Non appena il carabiniere ebbe abbassato l’arma, un ombra gli si avvicinò da dietro e lo colpì violentemente sulla nuca con un nodoso bastone. La luna illuminò il suo viso: era Mauro Sismondi.
“Ma.... tu cosa ci fai qui?” chiese stupita Habanera. “Cosa ci fate voi! O devo presumere che sospettiate il Presidente Ciampi di avere rapito mio figlio?”.
“È ovvio, Habanera” disse Andromaca stringendo gli occhi. “Il signor Sismondi non si è fidato abbastanza di noi e ci ha seguito, per vedere se per caso già sapessimo dove fosse suo figlio. Ha seguito noi e non gli altri perché mi ha identificato in qualche maniera come il leader del gruppo. Quando poi ci ha visto entrare nella tenuta si è stupito, ma ci ha seguito lo stesso. Ho ragione?”
“Più o meno.” confermò Mauro. “In realtà vi avevo perse. Ho ritrovato la vostra auto solo poco fa e ho capito dove eravate andate, ma siete state molto brave a far perdere le vostre tracce. Poi c’è stato tutto quel casino e sono dovuto uscire dalla foresta, e sono rientrato solo poco fa”. Indicò verso la macchia più rada di alberi. “La sterrata con il mio fuoristrada è a un centinaio di metri da qui in quella direzione. Avete bisogno al più presto di aiuto e di un nascondiglio, e casa mia è vicina. Inoltre non posso nascondervi che ammiro il vostro coraggio”. Si avvicinò ad Andromaca e la guardò fissa negli occhi: “Io posso esservi utile nella ricerca, ecco perché ho deciso di unirmi a voi e di rientrare nel Pathos a pieno titolo. D’altra parte non ne sono mai uscito, e ancora ricordo come usare la Voce del Ragno, come avete visto”. Guardò Habanera e poi Andromaca. “Allora sono dei vostri?”
“Sei dei nostri”, sorrise Andromaca, “Ma portaci fuori da questa dannata pineta...”.“Merde!” sibilò Strada, fermandosi laddove il grido lo aveva colto. Erano urla d’allarme? Che sciocchi erano stati! Se gli tzigani erano coinvolti, non si sarebbero limitati ad far fessi i poliziotti: Aveva cercato di muoversi con attenzione in previsione di qualche sentinella ma evidentemente aveva fallito. Carlo guardò Vincenzo con aria interrogativa: “Che si fa generalissimo?” sussurrò con un filo di voce. Poi rimanendo coperto dalle roulotte tentò silenziosamente ed in maniera circospetta di sbirciare ed ascoltare ciò che stava succedendo al centro del campo pronto a seguire le indicazioni del compagno. Ma Vincenzo, che in un primo tempo non se ne accorse, girò i tacchi e si allontanò correndo in direzione sia del veicolo sia di riparo - una maledetta buca fangosa sarebbe stata sufficiente per fermarsi e controllare il movimento dietro di loro - Vincenzo Alessandro cercava di non perdere il contatto uditivo e, quanto possibile, visivo con l’accampamento: se il grido non era stato causato da loro forse, seppur in maniera più rischiosa, potevano ancora cercare di spiare gli zingari. Nonostante la situazione critica Strada non poté evitare di pensare che se Lei avesse avuto un giorno conoscenza di quei fatti non avrebbe avuto remore nel criticare il suo piano, senza considerare le necessità ed i limiti con cui era costretto a lavorare. Con il cuore che cercava di uscire dalla gola già occupata nella respirazione affannosa Strada si costrinse a cercare con lo sguardo la posizione del compagno: nonostante gli avvertimenti non lo avrebbe mai lasciato. Si era assunto delle responsabilità e non intendeva in alcun modo tradirle. Ma era andato troppo avanti e per qualche motivo Carlo non lo aveva seguito. Appena Strada raggiunse una copertura estrasse dall’impermeabile il vecchio Nokia e premette un pulsante ponendosi l’apparecchio all’orecchio. Si augurava che Paolo, in distanza, avesse visto cosa stesse accadendo e fosse già in avvicinamento. “Sono Strada”, sussurrò, “forse ci hanno scoperti. Se fra cinque minuti non mi risenti o non ti faccio uno squillo penetra con la macchina oltre la recinzione, fai più casino che puoi e poi togliti dalle palle”. Detto ciò tornò indietro per vedere se Carlo fosse nei guai.
Paolo aveva fatto vari giri del campo con la 164 di Luigi. Aveva avuto cura ogni volta di provenire da una direzione diversa. A velocità moderata, con i finestrini abbassati, osservava ogni angolo del campo con il binocolo IL (un “ricordino” del 2 rgt Granatieri). Qualche volta si era fermato a fari spenti per un po’, sperando di passare per una coppietta in vena di effusioni. Una volta era anche sceso a piedi vicino alla rete, come per pisciare. Annotava numero di persone, adulti, donne e bambini, numero delle roulotte a disposizione. Ne osservava i movimenti, verificava se c’erano veicoli e quanti. Osservava quelli accanto al fuoco con l’opzione IL esclusa. Aveva eseguito, quando possibile, alcune riprese con la telecamera. Poi gli strilli. Fermò la macchina e spense le luci. Subito cercò di identificare i luoghi da cui provenivano le grida e provando a capire cosa vi avveniva attorno. Poi il vibracall del cellulare, la risposta automatica, infine la voce di Strada dall’auricolare... “Ho sentito”, rispose “tu non chiudere, così posso ascoltare in tempo reale cosa vi sta accadendo”.
Carlo si sporse da dietro un camper, ma fece appena in tempo a vedere alcune donne che parlavano in maniera concitata al centro del campo, che sentì una mano afferrarlo ai calzoni. Si girò di scatto: era un bambino zingaro, di sette-otto anni che gli sorrideva. Un uomo sbucò da dietro il camper e lo apostrofò: “Cosa ci fai qui, giorgio, questa non è casa tua. Vai via”. Carlo rimase interdetto, non sapendo cosa dire. Gli zingari avevano un atteggiamento ostile ma tutt’altro che bellicoso, tuttavia erano diversi quelli che si stavano avvicinando per vedere con i propri occhi cosa stava succedendo. Lo stesso Vincenzo osservò la scena da lontano e si preparò ad intervenire se le cose avessero cominciato ad andare male. Poi la piccola folla di zingari che si era assiepata davanti a Carlo sembrò dividersi in due, in segno di rispetto, lasciando passare un’anziana donna. Era vestita di stoffe multicolori e il viso era una ragnatela di grinze. Zoppicava lievemente e un bambino la sosteneva mentre camminava. Gli zingari si ammutolirono al suo passaggio e questo la identificò come una Baba, una donna di potere.
La vecchia si fermò di fronte a Carlo: “Ti ho sognato, giorgio, e sapevo del tuo arrivo. Mi è stato detto che avrei dovuto aiutarti, per cui poni la giusta domanda e io ti darò la giusta risposta”. Così dicendo la vecchia si sputò sulle mani e poi risputò sul terreno davanti a sé, toccando poi con un gesto tremante le maniche di Carlo.
“Magnifico”, sussurrò a se stesso ironicamente Strada. Gli sembrava di essere coprotagonista della scena di un romanzo d’azione, quella dell’incontro con la Vecchia Saggia. Lui faceva la parte dell’osservatore nascosto, pronto ad essere scoperto. Non poteva agire, la donna si era rivolta al compagno e ogni interferenza sarebbe stata rischiosa per il loro già fragile stato. La domanda più adatta sarebbe stata, apparentemente; “dov’è il bambino?”, ma Strada aveva la netta, fortissima impressione che non fosse quella giusta: la vecchia stava offrendo loro un’opportunità ed aveva fatto intendere che la domanda non doveva essere ambigua, o la risposta non sarebbe stata quella che necessitavano. La situazione lasciava pensare che gli zingari fossero coinvolti in maniera bizzarra. Sognato. la vecchia aveva sognato Carlo, ed i Rom, da sempre, erano vicini ad altre realtà, sfuggenti ai più. Probabilmente avevano un alleato che ancora non si era rivelato. “Avanti. Utilizza la testa, ripensa alle parole. Non essere avventato nella domanda”, mormorò l’uomo con l’impermeabile, impossibilitato a dare consigli. Poi si ricordò del cellulare e rapidamente avvertì il giornalista di tenersi distante.
Carlo stupito per lo svolgersi degli eventi rifletté alcuni istanti: “come mai la vecchia lo aveva sognato, come mai tutti lo chiamavano Giorgio e soprattutto come mai era sempre lui lo sfigato a cui toccavano le situazioni da gloria o morte?” Bandì questi pensieri, e si concentrò sul quesito postogli. Ognuno dei suoi compagni avrebbe sicuramente avuto la giusta domanda, ma lui aveva solo questa. Sorrise divertito e dopo un solenne inchino nei confronti dell’anziana zingara esordì: “Mia venerabile signora la domanda è questa: Quale è la giusta risposta che cerco?” Poi rimase con aria solenne in trepidante attesa del suo destino.
La vecchia Baba sorrise e lo guardò. “Questa non è una vera domanda, gaje. Ma apprezzo l’arguzia, il mio popolo vive di arguzia. Eppure non è l’arguzia che mi devi dimostrare, ma la forza dei legami che ci uniscono e la sincerità della tua voce”, indicò significativamente il punto dove aveva sputato per terra. “Vedi? Onora il mio impegno gaje, perché quasi mai a un giorgio ho aperto il mio cuore. Di più non ti sarà detto, giorgio”. Carlo ghignò soddisfatto: “Beh almeno c’ho provato...”, pensò. Poi con aria oltremodo solenne sputò come la vecchia, toccandole la mano: “Dove salveremo il bambino che stiamo cercando? Questa è la mia domanda. Adempi al tuo obbligo ora o venerabile!”.
La vecchia sorrise. “Vedo, gaje che non siamo tanto diversi. Anzi. Noi Phuri riconosciamo un Kuyan e tu lo sei, figlio del Fuoco. Eppure un filo sottile ci unisce perché non ti siamo stranieri. Uno dei Sette ha camminato fra noi, diffondendo la sua Parola e il suo Spirito. Satarma noi siamo, e per questo risponderò alla tua domanda”. Respirò a fondo e poi rispose: “Una kumpania di Tsurara ha portato via chi tu cerchi. Amria a loro. Da tempo non li consideriamo nostri Prala, e auguriamo a loro un futuro di prikaza. Ignoro il motivo per cui lo abbiano fatto e posso solo supporlo. Fra loro ci sono diversi Drabarne e ritengo possano usare l’agnello catturato come posta, un olocausto. La luna nascosta che vide la partenza dei nostri antenati sarà loro propizia, la prossima notte, per cui dovrai affrettarti, giorgio. I loro vardo non si trovano molto lontano. A sud, sulla riva del mare, sorgono le fumanti fabbriche dei gaje, davanti ad esse, una distesa di sabbia bianca che si inoltra nell’acqua, rendendola cristallina. ma è solo un illusione. Le bianche dune coprono rifiuti e scorie di innaturalità. Fra quelle dune c’è la Kumpania che cerchi”. La vecchia assunse un’espressione grave. “Ho adempiuto al mio compito, giorgio, e ora la mia bocca si serra né quelle dei miei prala e pena si schiuderanno per te. Va’ incontro al tuo destino e sia per te Baxt, la nostra buona fortuna...”. Così dicendo l’anziana Baba volse le spalle a Carlo e si avviò verso il cerchio di roulotte, seguita dagli altri zingari lasciando l’Alterazione a meditare sulle sue parole.
La mattina successiva gli Empathici si riunirono e nessuno fece troppe domande quando videro che Andromaca e Habanera avevano portato con loro Mauro Sismondi. “È rientrato nel Pathos”, aveva affermato Andromaca, “ed è nostro Fratello in Desiderio.” Quando Carlo ebbe raccontato a tutti la risposta della Baba, tutti rimasero un po’ interdetti. La descrizione del posto dove si trovava prigioniero il bambino era tutt’altro che chiara. “Penso che non sia un problema tanto grave”, intervenne però Habanera, “la costa non è altro che una lunga linea che si svolge verso meridione. Basta percorrerla finché non troveremo il posto che la vecchia ci ha descritto”.
Dopo avere preso accordi su come muoversi, il gruppo salì chi in auto, chi in moto, e si avviò verso il litorale. Giunti a Marina di Pisa, dove l’Arno si gettava nel Tirreno, proseguirono lungo le deserte spiagge di Tirrenia fino ad arrivare alla periferia di Livorno. Proseguirono poi lungo l’accidentata costa a sud della città senza trovare nulla di simile a quanto era stato loro descritto. Passarono Ardenza, Antignano, Calafuria, Quercianella e Castiglioncello, poi la costa si ridistese in una morbida pianura. Erano giunti a Rosignano Solvay. Qui l’idilliaco paesaggio litoraneo era stravolto dall’immenso stabilimento di Soda della Solvay, situato a un centinaio di metri dal litorale. Dalla strada si poteva scorgere, nel disabitato tratto di mare prospiciente, la candida spiaggia conosciuta col nome di “Le Bianche”, formata dai detriti di scarico della fabbrica di bicarbonato. Un’ininterrotta serie di dune erbose divideva la spiaggia dalla carrozzabile.
Strada era tornato cupo e silenzioso dal campo nomade ed aveva lasciato al compagno ogni spiegazione, non aggiungendo altro. Solo dopo diverse ore di viaggio, alla prima sosta, iniziò a condividere i suoi pensieri e le sue conoscenze. “Siamo stati fortunati, la Kumpanyia che abbiamo visitato era dei Phuri Dae, i più dotti e saggi degli Tzigani e da quello che hanno detto erano toccati dall’elemento dello spirito... forse la vecchia intendeva Psiche o Sogno”, disse mentre apriva la mappa stradale sul tetto del proprio veicolo. Gli indizi erano labili.
“Anche se hai tante informazioni sugli zingari, non ne hai su Pathos”, borbottò Andromaca, “Non tirare ad indovinare e impara a chiedere! Io so quale dei Sette ha camminato fra loro.... non si tratta dei due che hai nominato, ma dell’Eterno Discordia!”.
Strada osservò infastidito Andromaca. “Va bene, ma questo non è importante e non è neanche il punto della discussione. Se lo avessi reputato tale ti avrei domandato chi fosse senza tergiversare. Comunque non interferiranno oltre, come è loro abitudine. Hanno considerato in un certo senso Carlo uno di loro, toccato dall’elemento del fuoco. E la vecchia ha maledetto gli Tsurara, comprensibile perché ha intuito che l’atto non porterà bene ai Rom. Gli Tsurara a differenza delle altre famiglie, spesso agiscono per i loro scopi senza curarsi degli altri”. Vincenzo Alessandro osservò i compagni riuniti. “Gli Tsurara sono una famiglia giovane, formata dopo la Seconda Guerra mondiale da un certo Korasca, se non erro... un sopravvissuto ai campi di concentramento di Hitler. Cosa lo abbia portato alla formazione della tribù ed alla caccia del sovrannaturale lo ignoro, ma è possibile che ciò sia collegato ai vari progetti Ragnarok del Fuhrer”. Strada si interruppe. Dalla sua voce cominciava a trasparire una vena di dolore. “I perseguitati diventano i peggiori persecutori”. Sospirò. “Comunque molte delle notizie che giungono a noi ricercatori sono deformate dal timore e dal disprezzo che gli altri Romani provano nei confronti della tribù coltello e nessuno studioso è riuscito mai ad analizzare gli Tsurara. Le voci dicono che Korasca è, o forse era, quasi una semidio, versato in arti che nessuno Tzigano dovrebbe toccare. Alcune storie lo vogliono immortale, forse a causa di esperimenti dei colleghi di Mengele ma tutto ciò è troppo nebuloso”. Strada sembrava dubbioso su quest’ultima parte. “Sono noti come gli Uccisori o la tribù coltello. A differenza degli altri Rom cacciano attivamente le creature sovrannaturali… e temo che considerino alcuni di noi appartenenti a questa categoria”.
“Nessuno di noi è qualcosa più che umano, Vincenzo, questo te l’ho già detto... mi sembra”, commentò Andromaca con aria annoiata.
“Se non erro tu possiedi poteri che la gente normale non sogna nemmeno. Questo, credo, ti colloca per loro tra i soprannaturali. Non ho detto che io consideri voi tali. Ti prego di ascoltare con attenzione le mie parole, come io ascolto le tue. Ciò non toglie che leggende cupe avvolgono gli Tsurara...”, ribatté Vincenzo, “l’abilità di percepire a distanza i gaje o chi possiede poteri arcani... sono cacciatori. Se ci avviciniamo troppo ci percepiranno”.
“Mmmmh...”, rimuginò Andromaca, “speravo di poter usare un trucchetto al momento giusto, ma le mie abilità non provengono tutte da… poteri arcani te lo assicuro”.
“Lieto di sentirlo, ma lo sospettavo”. Vincenzo gesticolò, tagliando l’aria con le sue braccia. “Puristi, estremisti, fanatici: se c’è un equivalente degli skinhead tra i Rom beh, sono loro. Vedono le altre famiglie come impure e loro stessi si sottopongono a rituali terrificanti a base di fuoco e fiamme. Si tatuano il cranio o vanno in giro come straccioni, molti sono tossicodipendenti. Avremo a che fare con pistole oltre che con i loro Draba, i loro oggetti incantati. Sono corrotti, depravati. Non c’è possibilità di dialogo. Ci saranno dei morti”. Strada iniziò a richiudere la mappa. Non aveva trovato idee. “Come temevo, il bambino è stato catturato per un rituale e come speravo era necessaria una condizione temporale specifica. Credo che abbiamo ad occhio e croce un paio di politiche di azione percorribili: o mandiamo in avanscoperta tutti le aspiranti alterazioni, sperando che la nostra mancanza di... peculiarità ci schermi in qualche modo o ci dividiamo in due gruppi e colpiamo duro e veloce, prendiamo il pupo e poi a casa: una volta che la luna di stanotte avrà superato il suo zenit per loro il bambino non sarà più di alcuna utilità”.
“Avrei qualcosa da obiettare se permetti!”, si infiammò Andromaca. “Quanti sanno combattere qui? Carlo e Luis se non erro... e tu? Paolo e Mauro? Io e Habanera non siamo certo tagliate per azioni di forza... e poi non mi va di causare una strage, saranno anche “particolari”, ma non giurerei che non siano anche loro sotto la protezione di Discordia... e non sarebbe tenero ne sono certa. E poi potremmo anche mettere in pericolo il bambino attaccando alla cieca o quasi. Propongo invece di creare un buon diversivo appena scendono le ombre, se ci riesce io potrei provare ad entrare nel campo approfittando della confusione... e con un po’ di fortuna, prendere il bambino. Haba, tu potresti aspettare in auto pronta per fuggire appena arriva uno di noi col bimbo. Di certo meglio che non usare armi e poteri.... beh almeno finché non ci siamo davvero costretti”, Andromaca continuò dopo una piccola pausa, “l’idea di Vincenzo di entrare con auto e moto nel campo facendo baccano forse potrebbe essere riciclata in questa occasione... del fuoco magari potrebbe essere lo stesso una buona idea… nessuno ha dei petardi? Nel frattempo gridare come fanatici razzisti che non vogliono avere nomadi tra i piedi, questo dovrebbe fargli credere che non si abbia nulla a che vedere col bimbo e il loro rito. Alcuni sui mezzi, alcuni a piedi... io mi infiltro nel campo e cerco il bambino, da sola o al massimo seguita da una persona che mi copra le spalle, se qualcuno di voi dovesse trovare il bambino prendetelo, tornate da Haba in fretta e andatevene senza preoccuparvi d’altro. Se avete idee migliori proponetele subito, non abbiamo molto tempo!”
Carlo guardò gli altri, “l’idea del diversivo mi piace”, disse, “ma cara sorella, non credo sia il caso di rischiarti, d’altra parte se tu ritieni di essere la più adatta al compito non penso di poter mettere in dubbio la tua indiscutibile autorità, però mi permetto di pretendere che qualcuno venga a guardarti le spalle: il più capace e meglio armato”, guardò con aria interrogativa il resto del gruppo aggiungendo: “se qualcuno si ritiene in grado...? Altrimenti, la cara Andromaca si dovrà accontentare di me: una BODY-GUARD, che poco ha a che fare con Kevin Costner”, concluse ghignando. Poi subito continuò: “a prescindere che con Andromaca vada io o un altro, proporrei di usare la mia macchina in prima linea per il diversivo, sapete: lo stato italiano tiene molto ai suoi magistrati, anche ai più inutili e, con una domanda in carta semplice é facile avere una macchina blindata...”. Conclusa la frase iniziò a cercare nel porta bagagli della macchina tirandone fuori le cose più assurde e bofonchiando: “dove diavolo sei infame pistola, eppure sono sicuro di averti visto qui l’ultima volta, e c’erano anche i colpi in giro... forse”.
“Che essi vivano o muoiano non mi riguarda”, replicò Strada alla Filippica di Andromaca. “Hanno tolto un bambino al genitore, vogliono sacrificarlo, e questi di certo non sono che gli ultimi atti di una vita impregnata di arroganza e crudeltà. Per ogni Tsurara che muore, qualcuno un giorno non soffrirà. La vita di un uomo è preziosa solo se questi ne comprende il reale valore e gli Tsurara non lo comprendono. Se qualcuno di loro mi ostacolerà non avrò problemi ad ucciderlo e se entro domani tutti saranno bruciati di certo non sprecherò lacrime sulle loro ceneri. Si, so combattere seppur disprezzi la violenza, ma questo è uno dei casi in cui va utilizzata con controllo e discrezione. L’unica cosa che mi trattiene ora è la possibile supervisione di Discordia... ma dovresti spiegarci tu perché vorrebbe la morte del bambino”. Strada trattenne un sogghigno iniziando a muoversi tra i mezzi ed avvicinandosi ad Andromaca. “Pensi davvero che siano così sciocchi da cadere in un trucchetto del genere, da film di serie B? Leggerebbero le nostre azioni con estrema facilità, sono loro i primi ad utilizzare queste tattiche, e sarebbe difficile credere che non siano in allerta. Siamo stati scoperti dai Phuri Dae che non sono noti per essere delle sentinelle, quanti Tsurara pensi che staranno di guardia? Hanno nascosto i vardo in un luogo isolato appunto per evitare questo genere di grane, e quattro idioti che urlano slogan sarebbero molto più che sospetti. E come ho detto hanno il potere di percepire i gaje e le abilità arcane. Forse questa loro capacità non è passiva ma deve essere attivata, cosa che faranno al primo atto sospetto. Se non vogliamo attaccare subito dovremo limitarci all’infiltrazione evitando ogni diversivo che probabilmente li allerterebbe. Un paio di noi dovrebbero penetrare, gli altri dovrebbero dare supporto ed attaccare solo quando il bambino è in nostro possesso, recuperare i nostri e darci alla fuga. Questa è la mia opinione: non sottovalutiamoli”.
“Non credo che venga direttamente da Discordia l’ordine... e se mi hai ascoltato attentamente dovresti aver pesato le parole no?”, rispose un po’ sarcasticamente Andromaca. “Comunque quello che intendevo dire è che se fanno parte del popolo zingaro Discordia proteggerà anche loro... in una sua precedente incarnazione egli fu Lo Zingaro... e non si possono uccidere i suoi protetti come se nulla fosse. Non fa bene alla salute andare contro un Eterno sai?”.
Carlo aveva ascoltato le parole di Vincenzo mentre frugava nel portabagagli della sua auto. tornò soddisfatto con un vecchio cinturone tipo Western, ed una pistola che sembrava più vecchia del cinturone. “Bene”, disse, “sentivo proprio la mancanza dell’ottimismo luminoso del buon Vincenzo, d’altra parte se dice che gli zingari non cadrebbero in un trucco come il nostro, gli credo, infondo ha già provato di essere un loro profondo conoscitore...”, poi continuò: “fondiamo i due piani, due KOMMANDOS in avanscoperta a prendere il bambino, sempre chi si sente più adatto, e il resto a tenerli d’occhio da lontano pronti ad un diversivo se servisse o pronti a portarli via col pupo se lo arraffano”. Guardò Vincenzo con aria divertita e concluse: “come faresti senza di me o mio tribuno?”, e si profuse in un esagerato saluto romano.
“Si direi che così potrebbe funzionare....”, disse Andromaca, “io e Carlo allora?… L’altra coppia?”.
“Fatemi capire, siamo in sette. Io starò qui, non credo che vi sarei molto utile dentro al campo”, disse Habanera prendendosi il compito di fare il punto della situazione. “Andromaca andrà e questo l’abbiamo capito. A giudicare dalle credenziali di Luis credo che la debba accompagnare in caso che le cose vadano male. E così pure Carlo, che si è già offerto”.
“Anch’io intendo andare”, disse Mauro laconicamente. “Mio figlio è lì, non lo dimentichiamo”.
“Bene. Le due coppie sono fatte. Andromaca e Carlo, Luis e Mauro. Vincenzo e Paolo dovranno essere molto vicini, pronti ad intervenire. Io sarò a distanza di vista, pronta ad intervenire o a creare un diversivo o a mettere in moto i motori delle auto… Inoltre ho sempre una pistola, e posso tirare anche da questa distanza”.
Strada si girò e batté violentemente il pugno sul cofano della sua macchina. “Perché non gli avevano dato retta?”, pensò, “Andromaca era troppo desiderosa di recuperare il bambino, com’era comprensibile data alleanza, situazione personale e carattere, ma questa sua volontà metteva a rischio tutta l’operazione. Aveva spiegato loro i poteri leggendari degli Tsurara ma non aveva voluto ascoltare, non con attenzione: forse li avevano già individuati ed aspettavano il momento di chiuderli intrappola. Il problema è che la donna aveva l’attitudine della martire, non della guerriera. La sua visione della vita era troppo ottimista, credeva troppo negli altri e sottovalutava l’intelligenza e la spietatezza degli avversari”. Strada ben sapeva che ciò riduceva esponenzialmente le sue possibilità di successo e la sua aspettativa di vita. “Mai fidarsi. Mai. Aveva detto la verità, comunque. Disprezzava la violenza. La reputava comprensibile e necessaria in luoghi e tempi dove il mors tua e vita mea erano all’ordine del giorno. Odiava i fanatici delle armi da fuoco che parlavano di gittata e tipi di proiettili come se si trattasse di un gioco. Provava pena per chi reputava le arti marziali uno sport od un mezzo per battere un avversario”. Ma Strada era un uomo, e come uomo era pieno di contraddizioni. Aveva una passione collegata alla sua professione, una passione di cui, in qualche modo, si vergognava. Se il signor Colt rendeva tutti gli uomini uguali Vincenzo amava ciò che rendeva gli uomini diversi. Alessandro era affascinato da certe peculiarità delle varie culture. Ed aveva trasformato l’hobby in qualcosa di utile. “E va bene”, sussurrò a se stesso mutando espressione del viso senza che nessuno osservasse il cambiamento. Si sedette con un balzo sul cofano del suo mezzo, in attesa. Sembrava una garguglia in attesa od un grosso insetto predatore. Non si sarebbe lasciato sorprendere ed alla prima avvisaglia di pericolo si sarebbe gettato nella sua macchina in direzione del pericolo. Ma non lo avrebbe fatto per gli altri, per altruismo o per ricerca della conoscenza. Aveva motivazioni più terrene. E se Andromaca aveva dei trucchetti anche lui ne avrebbe mostrato qualcuno.Era già notte inoltrata quando il gruppo di Empathici decise di agire. Nel tardo pomeriggio Habanera e Paolo, fingendosi una coppietta in cerca di intimità, si era appartata sulla spiaggia e aveva avuto modo di notare i Vardo. Non erano sulla proprio sulla battigia. Tra le dune, a metà strada fra la carrozzabile e la rena, c’erano una mezza dozzina di camper. L’avvallamento fra le dune dove si trovavano era raggiunto da una sterrata in condizioni non ottimali. Sulle dune attorno, piccoli gruppi di donne e ragazzini sembravano chi giocare, chi stendere i panni a dei pali infilati nella sabbia. Ma Paolo e Habanera non si fecero ingannare. Erano osservati e le presenze apparentemente normali sulle dune erano in realtà attente sentinelle Tsurara. C’era da scommettere che anche la notte la sorveglianza sarebbe stata alta, ma la luna sarebbe stata nuova e ci sarebbero state maggiori possibilità di agire inosservati.
Quattro ore dopo, sei Empathici avanzarono di soppiatto alla volta delle dune bianche. Habanera rimase indietro, osservando la situazione dall’alto di una duna in prossimità della carrozzabile. Giunti a poca distanza dalle ultime dune, quelle che circondavano i vardo, Paolo e Vincenzo si fermarono, osservano gli altri quattro che proseguivano alla volta del campo. Andromaca e Carlo aggirarono le dune da occidente, dalla parte del mare, mentre Mauro e Luis mantennero la direzione da est, verso la carrozzabile. Habanera maledì la scarsa visibilità. Dalla sua posizione poteva vedere solo Paolo e Vincenzo, i quali, pur continuando ad osservare le mosse di Mauro e Luis, avevano già perso di vista sia Andromaca che Carlo. Rimase interdetta, valutando la possibilità di avvicinarsi ulteriormente.
Ognuno proseguì per il suo compito, ricordando le ultime parole che aveva detto Paolo Malatesta prima di dividersi: “Allora ragazzi mi sembra che avete già deciso tutto voi... ottimo, un solo consiglio: Andromaca chiamami sul cellulare e tienilo acceso, lo stesso faccia Mauro o Luis con Vincenzo, così siamo sempre in contatto. Ah, se avete l’auricolare usatelo, abbiate comunque cura di escludere ogni tipo di suoneria, di eliminare o schermare la luce del display e degli eventuali led, e di mantenere il volume al minimo... un ultimo consiglio, ammesso che ce ne sia bisogno, di notte uno viene identificato a maggiore distanza dal rumore piuttosto che dalla vista, evitate tutto ciò che produce fruscio, cigolio, tintinnio e… ci siamo capiti. Anche se la risacca aiuterà a coprire in parte i vostri movimenti. Non dirò in bocca al lupo viste le recenti vicende di Fenrir... buona fortuna penso che vada meglio”.
Iniziate le operazioni Paolo seguì attentamente con il binocolo IL ogni movimento di Andromaca e Carlo, li vedeva quasi come fosse giorno, le goccioline di sudore sulle tempie di Carlo brillavano come lanterne alla luce della luna piena attraverso le lenti verdi del visore notturno. L’odore del mare era intenso e lo iodio dava a Paolo una strana sensazione di euforia... o erano i residui del profumo di Habanera rimastogli addosso dalla passeggiata della mattina? Appena resosi conto che Andromaca e Carlo erano scomparsi dalla vista, senza ulteriori indugi fece un gesto a Vincenzo della serie “regolati come meglio credi”, pensando fra se: “tanto il ragazzo è sveglio e sa cavarsela da solo… sicuramente meglio che in compagnia”, e si mosse nella direzione in cui erano scomparsi Andromaca e Carlo. Non era né Rambo né un ninja, ma atleticamente se la cavava discretamente e le esercitazioni delle pattuglie da combattimento in interdizione che aveva ripetuto più volte nella sua vita - l’ultima appena un mese prima - a qualcosa dovevano pur servire. Ventre a terra, curando di non far rumore e di non stagliare la propria sagoma contro il cielo sporgendo da creste o rilievi, curando anche di stare sempre sottovento rispetto ai suoi probabili osservatori. Si fermò un attimo, prese rapidamente il puntatore laser ed il silenziatore che aveva preso dal bauletto della moto e li montò rapidamente sulla pistola, infilandosela all’interno della cinta dei pantaloni nascosta dalla giacca da moto - una Dainese totalmente nera in gorotex. Sorrise. aveva un altro caricatore in tasca e il suo contatto gli diede un certo senso di sicurezza. Avanzò ancora. Quindi, quando ristabilì il contatto visivo con Andromaca e Carlo si fermò a distanza ed osservò la loro azione.
Carlo stava vicino ad Andromaca seguendo le sue mosse e le sue direttive, di tanto in tanto si guardava intorno per cercare eventuali sentinelle nascoste e si stupì di non vederne alcuna, nonostante quanto Habanera avesse riferito del suo sopralluogo qualche ora prima. I due non parlarono ma si guardarono un attimo negli occhi. C’era qualcosa di strano. Le vicinanze del campo parevano improvvisamente sguarnite...
Andromaca si muoveva come un’ombra tra le ombre, anche se Vincenzo era un po’ troppo “comandino” e intransigente per i suoi gusti aveva imparato però a fidarsi dell’esattezza delle sue informazioni, per cui non avrebbe cercato di usare i suoi poteri. Si rese presto conto che Carlo non era in grado di seguirla con sufficiente segretezza. Sebbene a lui paresse di muoversi in perfetto silenzio, ogni piccolo rumore da lui provocato suonava come un frastuono alle orecchie dell’Araldo di Desiderio di Enigma. Tuttavia, l’effettiva mancanza di sentinelle le diede da pensare che potevano proseguire ancora un po’ senza pericolo. Si arrampicarono sulla duna e si sporsero per guardare il campo di zingari.
Habanera era preoccupata e improvviso gli venne un brutto presentimento. Ebbe la chiara sensazione che stava per accadere qualcosa di terribile. la sensazione la colpì come una minaccia fisica. Abbandonata ogni prudenza, avanzò fra le dune finché non vide Vincenzo e, a poca distanza, Mauro e Luis.
Da quando Paolo aveva deciso di seguire Andromaca e Carlo più da vicino, Vincenzo era avanzato dietro agli altri due esploratori, arrivando una decina di metri dietro di loro. Quando li vide fermarsi carponi sulla sommità della duna che sovrastava i vardo, capì che in qualche modo la sorveglianza era venuta a mancare. Deciso a capire il perché, avanzò e raggiunse gli altri due. Quello che videro li fece rimanere senza parole. Mauro si mordeva il labbro e aveva un espressione sconvolta, pure, nonostante lo spettacolo davanti a loro, era evidente che faceva uno sforzo sovrumano per non correre verso il centro dell’accampamento. I vardo erano parcheggiati in due file. Tutta la kumpania era riunita nello spazio, largo approssimativamente una quindicina di metri, racchiuso fra i camper. Facendo un calcolo rapido, dovevano essere in totale una trentina scarsa di zingari, fra uomini, donne e ragazzi. Tutti facevano uno strano gesto con le mani, tenendo qualche genere di amuleto in mano. Avevano la bocca aperta e sembrava quasi che cantassero senza emettere suono. Davanti a loro, l’evento che assorbiva tutta l’attenzione. Una vecchia dall’età indefinibile, vestita di foulard multicolori e armata di un coltello, mormorava parole sconosciute a poca distanza da una piccola struttura metallica, simile a un vecchio frigorifero, o a una lavatrice ribaltata. La vecchia sanguinava abbondantemente da alcuni tagli che si procurava ad intervalli regolari nel palmo della mano sinistra. Adagiato sul rottame c’era il corpicino di un bambino di pochi anni, biondo, a braccia conserte, che stringeva qualcosa fra esse, forse un orsacchiotto. Dalla bocca spalancata del bimbo, usciva qualcosa. Non era chiaro cosa fosse. Forse fumo, ma pareva vischioso, denso e dotato di una certa consistenza, e saliva verso l’alto, addensandosi in una specie di informe ammasso nerastro di forma vagamente sferoidale proprio sopra al fanciullo inerme. L’apparizione sembrava in qualche maniera dotata di movimento e di volontà, e di lì a poco parve a tutti di sentire provenire da essa schiocchi simili a ossa frantumate o a digrignare di denti. Poi si gonfiò, diventando ancora più oscura e un denso liquame colò da un orifizio che parve aprirsi a metà della sua forma, che aveva ormai raggiunto un diametro di quasi due metri, costringendo la vecchia ad arretrare lievemente. Successivamente, il liquame si addensò, si aprirono altri orifizi, e le colature di liquame cominciarono ad assumere l’inquietante aspetto di zampe mostruose, che costituirono col globo centrale una vaga forma aracnoide. In fine, nel mezzo del suo corpo sbocciarono due globi di luce pallida, gonfi di odio e di minaccia che dardeggiarono sui presenti, mentre la sua lenta metamorfosi proseguiva.
“Sant’Ignazio”, mormorò esterrefatto Strada più a se stesso che ai suoi compagni, “ma che schifo... cos’è quella roba? ...no, non ditemelo non voglio saperlo”. Viveva ancora una di quelle maledette scene da film. Il risveglio del Dio. Ma lo scenario non era quello di un tempio. Forse avevano però ancora tempo prima che il rituale si completasse diventando definitivo.
Habanera era corsa dietro a Vincenzo fino alla sommità della duna ed era stata testimone di quello che stava succedendo fra i vardo. Eppure qualcosa di terribile stava per accadere, lo sentiva chiaramente e lei non sarebbe stata inerte. Andromaca, Carlo e Paolo erano dall’altra parte del campo. era ora di aiutarli. Si alzò in piedi sulla duna e iniziò a lanciare grida sconnesse, sparando in aria. Luis e Mauro la guardarono inorriditi. “Che cazzo fai, pazza!” sibilò Mauro. Habanera si voltò rapidamente verso di lui. “Me li tiro dietro”. e ricominciò ad urlare e a sbracciarsi, mentre nel campo succedeva un vero pandemonio.
Fu quindi la volta di Vincenzo di stupire i suoi compagni. Uno scatto. Una PP Walther, costruita in Germania, otto colpi, 7.65 mm, gittata cinquanta metri fece capolino idraulicamente dalla sua manica, ruotando, per posarsi fermamente nella sua mano destra. Preferiva le Desert Eagle ma non erano così facilmente occultabili ed il meccanismo d’estrazione era troppo fragile. Strada puntò l’arma verso il bambino inerme. Colpo facile, risultato sicuro. Strinse l’occhio mentre una goccia di sudore fuggiva dalla tempia. Non era il suo stile. Poi, dopo un secondo, spostò la canna in direzione della Baba. La sua testa. “Salutami Korasca, vecchia baldracca”, sibilò con cattiveria. Un colpo. Due. Tre. Voleva essere sicuro. I primi colpi raggiunsero la Baba in pieno petto, il terzo in faccia, e la vecchia stramazzò a terra.
Gli Tsurara sembravano formiche impazzite. Correvano in tutte le direzioni ed alcuni recuperarono da chissà dove delle strane lame corte, a metà fra il coltello e la spada. Tenendone una in entrambe le mani corsero verso i quattro assalitori.
Habanera non li attese. “Via, presto!”, urlò e si lanciò verso le auto, seguita da Vincenzo. Luis sparò contro gli zingari. Erano troppi. Almeno una dozzina stava salendo la duna e, come ogni buon combattente, Luis si rese conto che il tempo della fuga era arrivato. I tre Empathici corsero a perdifiato, trascinandosi dietro una piccola orda di zingari urlanti. nessuno vide Mauro che strisciava fra i bassi cespugli alla volta dell’accampamento violato.
Andromaca era impallidita. Quella era senz’altro l’essenza immortale di Aracne… ed era uscita dal bimbo... bisognava fare in fretta ma come? “Al diavolo la prudenza ora!”. Fece cenno a Carlo di avvicinarsi e rivolta a Paolo, sperando che la sentisse all’altro capo del cellulare: “Ragazzi me la rischio, mi avvicino e provo a prenderlo lo stesso... sono di certo impegnati in altro al momento, datemi pochi minuti e state pronti a scatenare la peggior buriana che riuscite a fare. Sparate solo se siete obbligati ma mirate a ferire solamente, non ad uccidere per favore... e che sia chiaro anche per Vincenzo! Tenete conto che non mi vedrete e ci sarò anch’io laggiù”. Andromaca aveva nella mente la notte in cui perse suo figlio, quasi rivivendola... non poteva permettere che altri soffrissero lo stesso dolore che l’aveva quasi distrutta, a nessun costo. Mentre Medea rideva sguaiatamente in un angolo della sua mente sconvolta, una fredda determinazione brillò nei suoi occhi e, lasciando Carlo indietro, si spostò il più velocemente possibile, aggirando il campo e dirigendosi verso la zona più vicina al bimbo. Nel frattempo levava una preghiera mentale a Desiderio ed Enigma per prepararsi ad usare il potere insegnatole da Faust, lo avrebbe attivato solo all’ultimo momento e solo in caso di estrema necessità, come ultima risorsa... in modo da lasciare meno tempo possibile agli zingari per percepirlo e sperando di confonderli almeno per un poco, in fondo sperava che l’energia empathica dello spirito di Aracne appena rivelatosi velasse l’uso del suo potere. Arrivata dietro a uno dei Vardo, osservò stupita l’apparizione di Habanera sulla duna e la morte della Baba. “Di certo questo è Vincenzo”, disse avvampando di rabbia e di paura. Si avvolse nelle ombre che Faust le aveva insegnato ad evocare ed avanzò in direzione del campo piombato nel caos.
Carlo vide Andromaca allontanarsi nella notte e non fece in tempo a fermarla. Gli sembrava di rivivere una scena già vissuta in passato, e sapeva benissimo come era andata a finire quella volta: con la perdita di una persona cara. “No!!!”, disse, “non un’altra volta.!” si riprese e pregò: “qualcuno interrompa il rito, non mi importa come, che ammazzi anche la vecchia strega ma lo interrompa”. Corse come un pazzo verso la sua macchina con l’idea di irrompere nel campo per creare un diversivo. Carlo sogghignò: “E poi sarebbe lei l’incosciente?” si chiese, “beh, non importa, non perderò un’altra persona cara, non questa volta!”. I colpi di pistola lo raggelarono. Si voltò, interrompendo la corsa. “Oh, no!” esclamò. Poi vide Habanera sbucare dalla duna, correndo. La donna lo vide e urlò: “Corri! Corri!” Carlo non se lo fece ripetere due volte.
Paolo era avanzato fino alla duna. Andromaca era scesa nel campo e lui era l’unico in grado di coprirla. Puntò la pistola nel marasma, ma era difficile fare qualcosa da quella distanza. Vide all’improvviso un ombra scivolare verso il bambino e lo riconobbe. “Dannazione! Mauro!” Prese nuovamente la mira e seguì con sconcerto i movimenti dello zingaro che arrivava dietro allo sfortunato padre del bambino. Mauro non degnava di uno sguardo l’orrenda apparizione sopra di lui e tese le braccia per afferrare suo figlio. La lama gli penetrò nel collo con un colpo preciso e mortale, trapassandolo da parte a parte. Il sangue sprizzò sul corpo inerte del piccolo Riccardo, mentre Paolo sparò ripetutamente cercando di colpire l’assalitore del povero Mauro. Lo zingaro, colpito, si portò una mano al braccio e si nascose dietro al rottame. Un gruppo si Tsurara si avvide quindi della presenza di Paolo e cominciò a correre verso la duna, con le armi sguainate. “Ci siamo...” pensò Paolo stringendo i denti.
Andromaca aveva assistito con orrore alla morte di Mauro. Si trovava ormai a pochi metri dal rottame, ma tra lei e il corpo del piccolo Riccardo c’era l’assassino del padre del bambino, che sebbene fosse ferito a un braccio, con l’altro stringeva ancora saldamente la sua lama. Ma Andromaca non poteva attendere. Habanera e Paolo avevano attirato l’attenzione degli zingari in due diverse direzioni. o agiva ora o non ci sarebbe più riuscita. L’Araldo di Faust avanzò tremando fino al rottame, ancora avvolta del potere del suo Maestro e raccolse il piccolo Riccardo stringendolo fra le braccia. Fu in quel momento che qualcosa di imprevedibile accadde. La mostruosa apparizione era diventata ancora più nitida e sembrava ora quasi concreta. Il ventre gonfio e viscido dello smisurato ragno emanava un fetore spaventoso, e Andromaca si immobilizzò quando si rese conto che l’orribile creatura si stava rapidamente voltando verso di lei. I grappoli di bulbi pallidi che il Ragno aveva per occhi si illuminarono di una tonalità rossastra e due zanne sbavanti apparvero sotto di essi, stillando umori verdastri. Le potenti zampe si flessero e Andromaca si rese conto con orrore che il Ragno stava per balzare su di lei. Andromaca urlò con tutto il fiato che aveva in gola mentre l’essere mostruoso piombava su di lei, affondando le zanne nella sua vittima.
Paolo osservò atterrito la scena, dimenticando gli zingari che correvano verso di lui. Il ragno copriva completamente il corpo di Andromaca e poi sembrò rimpicciolire a vista d’occhio. Malatesta non poteva esserne sicuro ma al termine della fulminea trasformazione gli parve che il ragno entrasse nella bocca spalancata della sua vittima. Poi non ebbe il tempo di guardare ulteriormente. Il primo zingaro era a pochi metri da lui, gli sparò a bruciapelo nello stomaco. Contemporaneamente un altro gli saltò alle spalle atterrandolo. Un terzo Tusrara alzò la spada e la calò sul collo dell’Empathico. Era la fine.
Paolo non morì. per qualche motivo sconosciuto lo Tsurara aveva cambiato il suo obbiettivo e aveva tranciato la mano del compagno. Paolo Malatesta si alzò intontito. Ovunque, attorno a lui e nel campo sottostante, gli Tsurara si stavano massacrando a vicenda. Ferma, al centro del campo, tenendo saldamente avvinghiato a sé il piccolo Riccardo, l’essere che era stata Andromaca Gualtieri, rideva selvaggiamente, i lunghi capelli agitati dal vento, il viso coperto dagli schizzi di sangue, negli occhi la consapevolezza e l’infinità crudeltà della vendetta che solo un Immortale poteva concepire.
Dopo la corsa a perdifiato e raggiunta la macchina ad Habanera restava il dubbio: filarsela o aspettare come da accordi? Intanto Vincenzo e Luis stavano arrivando e non lontani gli inseguitori. Con la macchina in moto pronta a partire pensò di caricare i due al volo e fingere una fuga per poi ritornare immediatamente indietro, sorprendere gli incazzatissimi inseguitori e caricare eventuali nuovi fuggitivi facendosi largo con la sua “grazia e delicatezza innate”. Ma rimase a bocca aperta quando vide che gli zingari si fermavano e cominciavano a farsi a fettine a vicenda con le loro spade.
Paolo, ancora scosso per la scampata brutta fine rimase per un attimo ad osservare la scena inebetito. Poi si rese conto della situazione e decise di agire. Non capiva.... avrebbe dovuto essere lieto che una Nota di Desiderio, la sua Armonia, fosse tornata a risuonare. Eppure il suo cuore era gonfio di tristezza per il destino che attendeva Andromaca. Era stata La sua tutrice, gli aveva aperto le porte di Desiderio ed aveva intercesso per lui presso sua Madre Morgana. Le voleva veramente bene, più che ad una sorella. La conosceva da poco tempo in fondo, ma non per questo non sapeva cosa sentisse... anzi credeva anche di sapere come la pensasse in fondo al cuore a proposito delle Note... Sapeva chiaramente cosa doveva fare. Si diresse rapidamente verso Andromaca/Aracne, avendo cura di non farsi cogliere nuovamente impreparato dagli zingari resi pazzi dalla furia della Nota. avrebbe sparato in anticipo a chiunque gli si fosse avvicinato troppo… magari alle gambe. Una volta giunto al cospetto di Aracne si inginocchiò davanti ad Andromaca e si rivolse alla Nota: “Ti riconosco Desiderio di Discordia, e mi inchino davanti al tuo potere ed alla tua sapienza. Ma penso di potermi permettere di chiederTi una cosa: Dammi il bambino. Lo so, sono solo un’alterazione, e Ti devo obbedienza, penso però che questo tu lo debba almeno a due persone, a Francesca e soprattutto ad Andromaca”. Poi, guardando negli occhi Andromaca disse: “Medea, dammi il bambino, sai che ti puoi fidare di me”.
Aracne si voltò lentamente verso l’Alterazione e lo guardò fisso negli occhi. Sembrò a Paolo che quegli occhi iniettati di sangue potessero leggere i suoi Desideri come un libro aperto. Poi, silenziosamente, la Nota alzò il bimbo verso il cielo e lo consegnò nelle mani di Paolo, crollando a terra.
Il bimbo si ridestò appena raggiunse le braccia dell’Alterazione e iniziò a piangere. Gli zingari ancora in vita si riscossero e, come ridestati da un incubo, videro i corpi dei loro congiunti che avevano massacrato. Molti si inginocchiarono piangendo, altri fuggirono nella notte, coprendosi il volto, altri lanciarono urla strazianti, abbracciando i corpi senza vita.
Paolo Malatesta si assicurò che il pupo fosse in buona salute e cercò di calmarlo. Con un cellulare chiamò Carlo: “Carlo, sono Paolo, corri subito qui, al centro dell’accampamento con la macchina!” Carlo rispose rapido: “Sono già per strada, dovrei essere in vista a istanti!”.
Poco dopo effettivamente apparve l’Alfa nera di Carlo che sparata come un proiettile attraversò l’intero accampamento fermandosi vicino a loro. Carlo uscì di corsa e guardando il corpo di Andromaca esanime chiese a Paolo con aria preoccupata: “Come sta ?”.
Paolo dapprima non gli rispose. Si inginocchiò vicino al corpo di Mauro, gli chiuse gli occhi e sussurrò: “Ce l’hai fatta”. Poi accarezzò la fronte di Andromaca dicendo: “Buona fortuna sorellina mia, ti saremo vicini più che mai”. Affidò Il corpo privo di sensi di Andromaca a Carlo e gli spiegò sommariamente la situazione. “Ora vai, portala in un luogo sicuro e tranquillo, e avvisa gli altri. Qui ci penso io”.
Carlo prese il corpo di Andromaca fra le braccia e lo depose delicatamente in macchina, si preparò a partire, poi ci ripensò un attimo abbassò il finestrino e disse: “Ciao Paolo, ho la sensazione che ci rivedremo presto, molto presto... sei un tipo in gamba, la prossima volta ci sarà da divertirsi anche di più”. Con uno dei suoi ghigni divertiti gli lanciò un ultimo saluto da dietro i suoi enigmatici occhiali scuri, poi sparì veloce nella notte. Mentre si allontanava dal campo chiamò col cellulare Habanera: “Ciao cara, sono Carlo, il tuo eroe mi ha consegnato Andromaca, lei è svenuta ma sta abbastanza bene, per sicurezza la porto al pronto soccorso di Pisa se volete ci becchiamo lì, ci sono novità, grosse novità, per Andromaca...”, poi concluse: “Senti, se vedi Vincenzo fammi un favore, digli che per questa volta il posto di eroe della storia se lo cucca Paolo, per quanto riguarda lui, beh, il posto di cattivo non è poi così male!”.
“Il bimbo è salvo?!”, esclamò Habanera, “...Ok tesoro! Vincenzo è con me, riferirò il tuo messaggio ma, sei sicuro che sia il caso di portare Andromaca al pronto soccorso? Fanno sempre un sacco di domande. Se mi spieghi dove ti trovi ti raggiungo così vediamo se è sufficiente il mio corso da soccorritore... l’ospedale è meglio evitarlo, faranno delle indagini per il casino di stanotte, meglio non destare sospetti inutili non credi?”. “Hai ragione cara, ma col fatto che sono un giudice e normalmente lavoro ‘dall’altra parte’, spesso mi scordo quanto la legge può essere fastidiosa e scocciante, anche quando uno è dalla parte dei buoni. Benissimo ci becchiamo allora alla prima pompa di benzina Q8 chiusa sulla statale per Pisa, avrò i fari accesi in modo che mi individuiate facilmente. Arrivati vi aggiornerò anche sulle novità, ci vediamo fra poco… a dopo”. Carlo chiude la comunicazione.
Finita la telefonata, fu lo stesso Paolo a chiamare Habanera. “Dolcezza, vedi di raccattare Vincenzo e Luis e sparite tutti, SENZA LASCIARE TRACCE!”
Habanera non se lo fece ripetere due volte: sgommata, portiera spalancata, gestacci e grida d’affrettarsi. Attese che Vincenzo e Luis salissero e senza dare loro il tempo di mettere dentro i piedi e richiudere la portiera partì coprendo (con gusto ed un pizzico d’euforia maligna) gli inseguitori di polvere esplodendo in un grido euforico.
Appena vide le luci della macchina di Carlo sparire nella notte, Paolo chiamò la Questura di Pisa, o meglio l’agente Fossati: “Ciao sono Malatesta, ti ricordi che cercavo informazioni su quel bambino... beh l’ho trovato, sono a Rosignano, al campo nomadi, vieni subito... è successo un casino e dobbiamo sistemare la faccenda per benino”.
Poi Paolo sorrise e si sedette, cullando il bimbo fra le braccia. La sua mente lavorava alacremente: la versione per la polizia sarebbe stata che Mauro era riuscito chissà come a scoprire chi aveva rapito suo figlio, aveva interrotto gli zingari nel loro macabro rituale che, di conseguenza, erano letteralmente impazziti e lui ci aveva rimesso le penne. Paolo, che seguiva la faccenda per la stampa, aveva capito le intenzioni dell’uomo solo all’ultimo momento, l’aveva seguito, aveva cercato di intervenire, ma era arrivato troppo tardi. appena avuto modo aveva chiamato la polizia. Se non fosse dovuta bastare la sua parola e l’intervento di Fossati avrebbe fatto le telefonate del caso a Roma. Si sarebbe occupato personalmente di ammorbidire la stampa, per evitare che facesse troppo clamore e che iniziassero nuove inchieste… o si facessero ipotesi “rischiose”. Il pupo lo avrebbe portato alla nonna Teresa. Le avrebbe raccontato con calma la vicenda (senza accennare al Pathos e ad Aracne) e si sarebbe assicurato che la vecchietta fosse in grado di accudire al bambino. Le avrebbe anche promesso di far visita al piccolo Riccardo molto spesso. Avrebbe aiutato Teresa a farsi nominare tutrice del piccolo, le avrebbe fatto liquidare la “Faber” e fatto passare tutta la gestione patrimoniale del piccolo Sismondi al suo fratellino Mauro, un ignaro, ma più fidato che mai. Poi si sarebbe organizzato per fare in modo che cambiassero aria, lei e il bambino, una nuova bella casa - con i soldi ereditati dal piccino non sarebbe stato un problema acquisirne un’altra, nuovi amici.
“Eh, sì...”, sospirò Paolo. “Bentornato al mondo, piccolo Riccardo!”.