L’ULTIMA ILLUSIONE

di
Gennaro Colucci


 




 
“Ci sono verità che, una volta apprese, non si
possono più cancellare dal nostro cuore.
Ci sono dolori che, una volta compresi,
continueranno a fare male per sempre.”


L’immagine dello splendido lago nordico si era impressa nella sua mente come un marchio a fuoco, tanto che anche ora, con gli occhi chiusi, ne riusciva a scorgere ogni minimo dettaglio. Era accucciato ai piedi di un’enorme betulla, in quel bosco Norvegese che tanto amava, nei pressi di Trondheim, quasi al circolo polare artico. Aveva chiuso con la sua vita precedente, di colpo, quasi senza sapere come e perché. Aveva chiuso in un cassetto della sua mente quei ricordi che più gli avevano torturato l’anima e la vita. Li aveva messi da parte, ed aveva buttato la chiave. Non credeva che potessero mai tornare, non ci aveva mai voluto credere.
Era bastata, invece, quella visita inaspettata, non molto tempo prima. Un giovane come ce ne sono tanti, capelli biondi raccolti in una coda, non molto alto. Una persona normalissima, ma che in lui aveva ridestato, improvvisamente, qualcosa di sopito. E, senza nemmeno rendersene conto, era diventato di nuovo quello che era stato: la sua mente si era attivata improvvisamente, brulicante di quell’ardente curiosità che lo aveva sempre animato, ma che lo aveva anche portato a delle conquiste cognitive che, con il senno di poi, non avrebbe mai voluto ottenere. La gente comune non immagina nemmeno quale dolore lacerante possa essere la vera consapevolezza del proprio essere.
Dal primo momento in cui l’aveva visto, aveva come sentito che c’era qualcosa che non andava. Si era messo subito all'opera per smascherarlo, per trovare in lui qualche connessione con quel passato che aveva voluto rimuovere. Ma il giovane biondo era stato molto abile a non cadere nei suoi tranelli psicologici. Razionalmente non c’era nessun motivo per sospettare di quel ragazzo, ma era come se dentro di sé sentisse qualcosa che lo chiamava. Lo aveva lasciato alla sua macchina, stizzito di non essere riuscito a provare quello che percepiva.
Non era la prima volta che  accadeva. Ed ogni volta che sentiva quel qualcosa agitarsi dentro, allora si rifugiava al limitare di quel bosco, sotto la “sua” betulla, in un punto abbastanza rialzato dal quale poteva scorgere tutta la superficie del lago che si stendeva, maestoso nella sua semplicità, sotto il suo sguardo, ad alcune decine di metri da lui. Così vicino nello spazio, eppure così irraggiungibile nella quiete inumana che lo animava.
Mentre sull’altra sponda un gruppo di renne pascolava placido, il vento si insinuava nel bosco che andava infittendosi alle sue spalle, modulando sonorità nuove e sconosciute. Era la musica del mondo. Era Dio che suonava un flauto in legno di betulla. E quello stesso vento, andava poi a sferzare la superficie del lago, rompendone la superficie in piccole e sottili onde che, veloci, si rincorrevano per poi andare ad estinguersi sulle rive. Gli ricordava l’affannoso arrancare degli esseri umani. E quel rumore d’acqua era l’accompagnamento della musica divina. Ne definiva il ritmo e l’armonia. Era il respiro dell’universo.
Era semplicemente meraviglioso.
Il gelo risvegliava la sua coscienza ed al contempo la faceva sprofondare in uno strano stato di torpore e reminiscenza.
Quanti ricordi si accalcavano nella sua mente… gli sembrava spesso di aver vissuto non una sola vita, ma milioni di esistenze diverse… anche se non aveva più di 30 anni.
Il vapore del suo respiro si articolava in forme grottesche. Nella sua memoria, si fece spazio l’immagine di un volto. Era colui che, una volta, molti consideravano il suo “maestro”, quello che lo aveva “risvegliato”, Raffaele Venosta, Lord Raphael… Il Mostro.
In realtà non era accaduto in questo modo: loro si erano semplicemente trovati, come due anime talmente affini da risultare perfino opposte. Com’era strano che due persone che avessero gli stessi ideali, le stesse emozioni, lo stesso ardente fuoco che gli si agitava nel petto, potessero essere poi così differenti negli approcci alla vita, e nelle cose che poi, praticamente e pragmaticamente, perseguivano.
I ricordi, ormai, gli risalivano alla memoria come bolle d’aria che affiorano alla superficie di un placido specchio d’acqua. Rivide lui, che si ergeva in piedi tra esseri immortali, e pronunciava parole dure, di sardonica sfida, guardando negli occhi di uomini che non avevano consistenza reale, ma che erano solo proiezioni di entità così al di fuori della comprensione umana, da dover essere chiamati Eterni.
E poi la rabbia, e la disperazione e la disillusione in quel che credeva, rievocata dal tintinnio metallico di una medaglia che cade a terra. Il suono d’ideali infranti.
Quindi, come un flash, quel buio laboratorio dove lui e Raffaele erano l’uno di fronte all’altro, occhi negli occhi. Era passato un tempo che percepiva quasi come infinito. Ma i ricordi si srotolarono come il nastro di un vecchio film, del quale ci si era dimenticato l’esistenza… e rivisse quei momenti come se stessero accadendo solo allora…

La fredda luce bianca, senza vita, della lampada da tavolo illuminava con poca allegria la scrivania sulla quale stava studiando. Il computer era spento, ora. Da quando era entrato nel Pathos non aveva mai smesso di “lavorare”. A volte gli balzava in mente l’idea di mollare tutto all’improvviso e partire per qualche luogo sperduto...
Chiuse il libro e guardò l’orologio: era arrivato a Napoli nel tardo pomeriggio, ora era circa mezzanotte e non si era fermato un attimo a riposare. Poi era salito su nel laboratorio dove aveva controllato che tutto fosse a posto e si era messo a studiare: gli sembrava di essere ritornato ai tempi dell’università.
Si costrinse a distogliersi dai suoi pensieri. Si sfregò gli occhi con il palmo delle mani, mentre si alzava dalla poltrona emettendo un sospiro. Avrebbe voluto guardare il cielo notturno partenopeo, ma dal luogo nel quale era non si vedevano le stelle… era quasi una metafora della sua vita.
Mentre seguiva i suoi pensieri, aveva cominciato a dirigersi verso la camera dove si trovavano i ratti da laboratorio. Silenziosamente percorse la distanza che lo separava dalla sua destinazione, assorto in sé stesso. Quasi trasalì accorgendosi che era arrivato a destinazione: non se ne era reso conto. Se si distraeva così voleva dire che era veramente stanco. Tra un po’ sarebbe andato a dormire.
Aprì la porta ed accese la luce.
La prima cosa che notò fu quella presenza inusuale. Seduto tra il frigorifero e le gabbie dei ratti, Raffaele Venosta, in bianco e nero, vestito come se andasse ad una festa… come sempre.
- Buonasera, figlio mio. Ho qualcosa che ti appartiene. -
Gli occhi del dott. Sorgente si strinsero a fessura, la fronte corrucciata: - Cosa ci fai qui?!?! -
Aprì la mano. Sul palmo aperto stava una medaglia dorata. – È tua.-
- Mbé?! - l’espressione del volto di Gennaro non mutò, l’aria era quella di chi chiede “eh che vuoi mo’?”. Poi soggiunse: - Ah, si… certo… sarebbe mia… - Dalle sue parole traspariva noncuranza ed ironia. Nel frattempo si era allungato fino al frigorifero, lo aveva aperto e vi aveva riposto una provetta.
- Te la sei guadagnata. Non mi importa quello che farai della tua vita da oggi in poi, per quanto mi riguarda sei libero. Ma è anche la mia pelle che hai salvato, quella volta. E che tu abbia gettato via questa, quasi mi offende… - sorrise.
- Hai letto cosa c'è scritto? “Legion d’ONORE del Pathos”… ONORE… Quale??? - si avviò verso l'uscita dopo aver chiuso il frigorifero. - Non è QUELLA la Libertà che io cerco. E non mi interessa quel tipo di discorsi… -
- Non ho letto quello che c'è scritto. Non mi importa quello che è, solo quello che rappresenta per me. -
Il dottore si fermò sulla porta, poi si voltò a guardarlo. Le parole che uscirono dalla sua bocca avevano un’aria grave: - Perché? -
- “Perché” cosa? -
- Cosa?! - disse sollevando un angolo della bocca - Il libro di Toth, per cominciare… i morti ammazzati, le stragi, gli stupri, per continuare… la vostra presenza in questo universo, per finire… perché…??? -
- Vuoi sapere il perché? Perché siamo qui? Beh , io non lo so. Potrei dirti che non me lo ricordo, ma credo che mentirei. Piuttosto, non ricordo di averlo mai saputo. Io sono solo io, un uomo, forse più, forse meno… un uomo con un sogno. E la volontà di realizzarlo. Ad ogni costo. -
Gennaro inspirò profondamente. - Io ho capito una cosa, sai… che gli assoluti… non esistono. Essi sono la stessa cosa. Sono le estremizzazioni del Pathos. Voi vi fregiate del titolo di portatori del Pathos… ma portate gli assoluti… portate morte e distruzione, spacciandola per Pathos… In questo io non trovo onore… non v'è Pathos in tutto questo… -  ora il suo sguardo e la sua voce erano tristi… - A cosa vale perseguire un sogno se esso non può essere realizzato? Se esso porterà a distruzione assoluta?!?! -
- Io non so cos'è l'onore. Non l'ho mai saputo. Anche quella morte, quella distruzione, quel dolore, sono forme di Pathos. Anche quello. E i Sette se ne nutrono. Io penso che qualunque cosa noi facciamo, che noi lottiamo oppure no, che noi facciamo “bene” o “male”, in ogni caso sarà, inevitabilmente, PATHOS. “Pathos” è qualcosa che non può non essere. Fintanto che sono coinvolti gli uomini. Pathos è la materia dell'uomo. Ma io ho un Sogno. E posso realizzarlo. E lo realizzerò… -
“I sogni della ragione generano dei mostri…”: queste parole passarono nella mente del dottore come una scritta su un televisore. Anche lui era un sognatore. Quindi anche lui era un mostro?
No. O forse si? Chi avrebbe potuto dirlo…
Pensandoci bene nella sua vita aveva conosciuto più mostri che uomini. Spesso erano ben mimetizzati, spesso inconsapevoli loro per primi di ciò che erano… ma forse era nella natura dell’uomo diventare un mostro.
Scacciò quei pensieri dalla mente. - Eppure se ne fa un gran parlare, dell’onore… e non solo di quello. - la voce era mesta e carica di delusione. – Libertà… Vita… Uomini… NIENTE!!!- quest'ultima parola detta quasi sibilando, con rabbia. - No! Il Pathos, quello vero, non ha niente a che vedere con questo: una cosa è la morte, il cambiamento, la psiche; un'altra lo sterminio, la distruzione globale, la follia assoluta… Il tuo sogno NON È PATHOS… ma non te ne rendi conto?!?! -
Raffaele lo guardò: - Non mi importa il perché… non mi importa di cosa si sfamano i Sette, non mi importa cosa sono gli Assoluti e se esistono, non mi importa cosa sia Pathos e cosa no, non mi importa partire o restare, non mi importa cosa sarà di me... quello che mi importa è che un giorno voglio che non mi accada più, che non mi accada più di vedere gli uomini soffrire. -
- Eppure dovrebbe importarti…- rispose quasi parlando a sé stesso - allora… tutte quelle frasi… “il Pathos è per l'uomo”… “il Pathos è libertà”… sono tutte palle?!?! E dimmi: a cosa vale l'assenza di sofferenza se non v'è vita… - Improvvisamente la voce si fece più alta, più decisa, più dura - Io voglio VIVERE… l'UOMO vuole VIVERE… e non solamente “NON soffrire”…-
- Io vorrei liberare l'uomo da tutto ciò che egli teme, da tutto ciò che l'uomo non vuole, dargli il Potere Supremo di essere ciò che vuole, fare ciò che vuole, plasmare il mondo come vuole, la libertà di scegliere, sempre, senza la mediazione mia, o dei Quarantanove, o dei Sette, o dei Due. L'uomo, finalmente, padrone del suo mondo. -
- E può essere… ma non in quel modo!- la voce del dottore era ancora alta, l’atteggiamento come di uno che vede qualcosa di evidente che agli altri, incredibilmente, sfugge.
Raffaele riprese, sempre con voce atona: - Tutto ciò di cui sono capace è di perseguire un fine. Probabilmente non sono né abbastanza potente né abbastanza perfetto da disporre del lusso di scegliere le modalità delle mie azioni. Devo subordinarle al risultato, poiché il risultato è TROPPO importante. -
- Non otterrai MAI quel risultato… MAI… Lo vuoi capire una buona volta?! Tu vuoi donare all’uomo l’immortalità grazie ad una macchina. Ma non è quello l’importante… non è la conoscenza perfetta ciò che serve all’uomo. Egli ha bisogno solo della conoscenza e del dominio di sé stesso e delle proprie emozioni -
- Ma io vedo che gli uomini soffrono. Nell'assoluta indifferenza dei miei Sette Sovrani, che si cibano della loro sofferenza come della loro gioia. E io non voglio vederli soffrire. -
- E non veder soffrire gli uomini vuol dire farli vivere in eterno? Uomini costretti a soffrire in eterno? E quelli che arriveranno dopo? E quelli che non potranno nascere perché ci sarà troppa gente? Senza la morte l'uomo non potrà più evolvere… è questa la tua idea di uomo “perfetto”??? -
Raffaele aveva lo sguardo perso nel vuoto, nei ricordi: - Nel passato, io credo, gli uomini hanno sofferto di più. Hanno sofferto per malattie che non potevano curare, sono stati mandati alla guerra come vi si mandano le munizioni, supporti per le loro lance, a milioni, sono morti di fame per la scarsità delle loro risorse, per il basso livello tecnologico della loro agricoltura, sono morti avvelenati dall'acqua non correttamente purificata, hanno avuto i denti marci per carenza di igiene e di cure… Io penso, che la situazione sia decisamente migliorata da allora. Ma ancora troppo poco, non credi? Milioni, miliardi di uomini vivono ancora così. E per ogni uomo che muore, altri uomini piangono… -
- Ma hanno vissuto!!! Hanno vissuto caspita!!! Tutto questo non deve succedere! MA non è questo il modo!!! A cosa vale SOPRAVVIVERE se non si può VIVERE?!?! -
Questa volta la voce di Lord Raphael divenne sprezzante: - Hanno vissuto! Certo… “hanno vissuto”. Sembrano le parole di un idealista romantico che parla del medioevo. Seduto nella sua poltrona, davanti al caminetto, accanto allo scaffale dei libri, attendendo che la domestica lo avvisi che la cena è pronta. Non credi che sia così, uomo occidentale del XX secolo? - rise amaramente.
- No. Non lo credo. E non sono un uomo del XX secolo… sono solo un Uomo. Punto. -
- Hai mai sofferto la fame, filosofo? Hai mai avuto la lebbra? Hai mai perso un figlio? - la sua voce era stizzita - Non credi di poter dire che è meglio vivere dopo la scoperta del chinino che prima? Bene, cosa ti rende così sicuro che un'altra scoperta migliore o pari al chinino non debba essere fatta in futuro, e poi un'altra? -
Gli occhi di Gennaro si velano, lo sguardo  si sfocò a fissare il vuoto, l’infinito. La voce atona, come se commentasse dei ricordi che non può… o non vuole rivivere: - Io… ho avuto il cuore lacerato ogni volta che un uomo ha sofferto… io… - si appoggiò allo stipite della porta, stancamente, lo sguardo vacuo perso nel nulla - Quante volte ho sanguinato senza sanguinare… quante volte… è per questo che ho fatto terra bruciata attorno a me… per questo… ma a nulla è valso… e quando ho scoperto il Pathos… io ho DAVVERO creduto… davvero creduto… che si potesse cambiare qualcosa… che qualcosa potesse essere diverso… quante volte ho desiderato… quante… di non vivere più… - Alzò lo sguardo. Uno sguardo carico di qualcosa di indefinibile - Più di quante tu immagini, Nota… L'importante dovrebbe essere vivere, e non QUANDO vivere… -
- Io forse non posso curare il dolore di tutta l'umanità. In diecimila anni, quante volte un uomo, una donna sono morti tra le mie braccia. Tu forse pensi che io sia il cattivo. Pensi che sia un mostro alieno. Pensi che io non sia mai stato capace di piangere… A volte un uomo desidera morire. Ma hai mai pensato all'EGOISMO della morte? Hai mai pensato cosa significa la tua morte per chi ti circonda? Quanto dolore, figlio mio, millenni di dolore… Per ogni uomo che ha vissuto, alla sua morte, l'eredita che lascia è un immenso vuoto che si riempie di lacrime. -
- Chi mi circonda… cosa mi circonda… Io non lo so più… o forse non l’ho mai saputo… e forse io sono già morto… - spense la luce e si avviò lentamente lungo il corridoio.
Improvvisamente fu come se sentisse di colpo tutto il peso del tempo, di quelle parole, della sua vita… un peso insostenibile: - Sono stanco… nella mia vita e della mia vita… sono stanco… -
Raffaele scosse il capo con violenza, stringendo con forza la medaglia. Lo raggiunse e gliela porse nuovamente:
- Tienila, dannazione. Per ricordare le vite che hai salvato. Poi, pensa quello che vuoi, credi quello che vuoi, sii libero nel modo in cui vuoi esserlo. Non tornerò a cercarti. Non hai firmato un patto con il diavolo. Non mi importa se sei o non sei con “Pathos”… qualunque cosa voglia dire. E non mi importa cosa pensi di me. Ma non gettare via un ricordo come questo. Non farmi una cosa del genere. E non fare una cosa del genere a chi, se fosse morto, non avrebbe potuto rinascere. -
La voce del dottore, il suo sguardo, erano di nuovo spenti e lontani - Non ho salvato vite per avere una medaglia. Non l’ho fatto per “ONORE”… Ho firmato un patto con me stesso, ma ora non so se riuscirò mai a portarlo a termine… e non so nemmeno cosa pensare di me stesso… e della vita… -

La vista era annebbiata dalle lacrime. Aveva invano tentato di fuggire da qualcosa che portava dentro di sé. Aveva tentato di seppellire un gas con dell’acqua. La verità era che aveva fallito: l’unica cosa che avrebbe desiderato sarebbe stato Vivere, ma ora non sapeva se fosse possibile in questo mondo.
Perché era un mondo di illusioni.
Si asciugò le lacrime, e finalmente notò la figura seduta davanti a lui. Corpo magro, naso aquilino, sulla trentina, vestito leggerissimo per la temperatura polare che c’era. Eppure non sembrava soffrire il freddo.
Quasi leggendo nella sua mente, rispose alla domanda che non aveva formulato: - Io sono uno che può comprendere il tuo dolore, Uomo. -
Lo sconosciuto aveva parlato in italiano, e la cosa voleva dire che sapeva chi era.
Prima che potesse rispondere, una voce gli giunse nelle profondità del suo spirito: - Io sono Discordia di Destino. Io sono colui che conobbe e guidò Siddharta, che divenne il Buddha. E Confucio, Sartre, Giordano Bruno. E Gesù, che ebbi il privilegio di conoscere per breve tempo. E Marx ed Engels. E William Wollas. E ancora Nietzsche ed Hegel. Ed infiniti altri di cui la storia non conosce il nome, ma dei quali io serbo nella mia anima il ricordo. Io sono colui che ti sollevò dal letto d’ospedale nel quale giacevi, sfinito, in uno stato di morte apparente, e che guidò i tuoi passi e le tue azioni, così che tutti credessero nella morte di colui che non era morto. Perché io sentii la tua sofferenza, e su di te gettai il mio manto misericordioso. Le tue miserie divennero le mie miserie. Le tue sofferenze divennero le mie sofferenze.
Ma ora non posso più continuare. Il tempo è giunto alla fine, e tu devi fare una scelta: restare qui, facendo finta di niente, e cercando di dimenticare quello che sei, oppure tornare e lottare per il Pathos, per le emozioni… per l’Uomo. -
Lo sguardo di Sorgente si illuminò. La sua mente cominciava a comprendere.
Dopo aver scacciato Fenrir dalla sua mente, esausto, era stato preso per mano da Discordia di Destino, che lo aveva guidato nella sostituzione del suo corpo con quello di uno sconosciuto. Era stato lui che aveva mascherato il debole soffio di vita che ancora animava il suo corpo, era stato lui a spingerlo a prendere, solo il giorno seguente, l’aereo che lo portò in Norvegia… era stato lui ad aiutarlo a dimenticare il Dolore… ora tutto gli era divenuto improvvisamente chiaro.
Guardò quell’essere, lo guardò in profondità. - Si può dimenticare quel che io ho conosciuto dentro di me? Posso perdere la consapevolezza dei miei limiti, delle mie sofferenze… delle mie illusioni? -
- Non ho mai visto nessuno riuscire a farlo. -
Gennaro restò in silenzio per un lungo momento. Poi con voce sommessa e pastosa, parlò quasi rivolgendosi a sé stesso: - Nella mia vita, la prima illusione a cadere è stata quella della conoscenza della realtà, dell’oggettività. L’unica cosa di cui noi veramente facciamo esperienza diretta, e che quindi possiamo definire “reale”, sono le nostre percezioni. Niente altro. Non c’è nessuna “realtà superiore” alla quale fare riferimento.
La seconda illusione a svanire è stata la vita. Credevo che in questa esistenza si potesse Vivere, ma non è così. Si può solo sopravvivere. La vita non ti da mai ciò che ti meriti: nella vita hai solo ciò che trovi.
L’ultima illusione è stato il valore delle percezioni. -
Un’altra pausa di silenzio, un altro sbuffo di vapore.
Un sorriso divertito e amaro gli segno il viso: - Credi nell’anima gemella, Nota? – disse portando lo sguardo su di lei. Poi lo distolse e riprese: - Sono sempre stato scettico nel credere nell’anima gemella. Poi un giorno incontrai una ragazza. Le cose che provai per lei furono uniche. Era come se avessi trovato qualcosa che avevo perso infinito tempo fa, prima di nascere: era una cosa che non avevo mai provato. Mi dissi “L’anima gemella… allora esiste…!”. Ma due anime gemelle non possono non riconoscersi tra di loro: fa parte dell'ipotesi, fa parte della definizione. Ma lei non mi riconobbe…
Ma allora com'è possibile, mi chiesi?
Ma allora l'errore è nella percezione! L'errore è nella mia percezione!!! Certo, ho risolto l'arcano e sono soddisfatto.
Ma… un attimo… io di QUESTA percezione ero certo come non lo ero MAI stato di niente altro prima… avevo avuto fede in molte altre cose per delle percezioni molto più labili, e credo nella mia stessa esistenza per percezioni meno radicate…
Allora, se perfino la mia percezione più certa risulta fallace, lo possono essere tutte… lo sono tutte…
È per questo che il mondo e la realtà sono solo un mondo di illusioni… niente di più…
E, come per l’amore, allo stesso modo si dissolvono tutti gli altri ideali, tutti gli altri valori.
Ora dimmi, Nota, che senso ha fare una scelta? Esiste una via d’uscita? Esiste un modo per Vivere?
Tu devi dirmelo… ti prego…-
- Io non lo conosco, Uomo. Forse un modo esiste. Forse l’unico modo è semplicemente quello di accettare l'illusione, fingendo di aver trovato un modo. Io non lo so. Non ho risposte: ho solo le domande.-
Il vento risuonò a lungo tra gli alberi. La gelida aria cristallina si muoveva, invisibile, tra gli alberi, producendo il lamento tormentato del mondo.
- L’unica via d’uscita dall’illusione sarebbe dunque l’illusione?!- disse infine Gennaro. - Dunque io dovrei scegliere tra il restare qui, seduto ad aspettare di dimenticare, oppure nell’impossibile ricerca di un modo attraverso il quale Vivere… e dov’è la scelta? Non c’è nessuna scelta…-
- Non c’è alcuna scelta, è vero. Ma devi scegliere comunque. Non puoi sottrarti dal fare una scelta che non è una scelta.- le parole della Nota erano come macigni.
Ancora una lunga pausa di silenzio. Poi Sorgente sollevò lo sguardo, e lo portò dritto negli occhi del suo interlocutore. La voce era decisa e ferma, ma triste, e oscura. Tra le righe vibrava di una rabbia repressa:
- Io non ho alcuna scelta. Io non posso dimenticare. Non ci riuscirei. Non ci sono riuscito fino ad ora, non ci riuscirò in futuro. Nessuno può sottrarsi al proprio destino… dimmi dunque ciò che devo fare. -
Si alzarono, si guardarono negli occhi. L’immortale disse: - Uomo, io ti comprendo. Nessuno tra i miei fratelli può comprenderti meglio di me. Eppure nessuno, nemmeno io, può fare niente per te. Ed è questo che, sopra ogni altra cosa, mi addolora profondamente… -
Si abbracciarono nella gelida giornata Norvegese.
Era un abbraccio che non si sarebbe sciolto. Mai più.
 
 


PATHOS © 2000
Associazione di Letteratura Interattiva