di Stefano Lanticina
“Una spedizione in Antartide? Ma certo, perchè no? Però sono senza giacca a vento!”. Dannazione alla mia lingua lunga. Quando imparerò a stare zitto?
Ho accettato l’invito a cena di Penelope un po’ per curiosità, un po’ per desiderio di azione. Penelope ha aspettato che fossi al terzo aperitivo prima di propormi di andare. Ottima mossa. Se l’avesse fatto dopo avermi propinato la minestra di farro e orzo, credo che l’avrei mandata a quel paese e me ne sarei andato da McDonald a farmi un maledetto hamburger.
“Ho chiesto a Manuel di organizzare le cose, procurare tutto l’equipaggiamento necessario, anche un telefono satellitare con cui tenersi in contatto con gli altri. Non ho intenzione di aspettare nessuno. Se c’è una possibilità di trovare Es ancora vivo la dobbiamo sfruttare immediatamente. Partiremo questa sera stessa per l’Australia, poi da lì raggiungeremo l’Antartide”.
Manuel è il maggiordomo di Penelope. Maledettamente efficiente. Non ho nemmeno fatto in tempo ad appoggiare la tazzina del caffè e siamo su un taxi, direzione Ciampino. Tutto l’equipaggiamento è già stato portato in aeroporto e sdoganato per tempo.
Es invece è, o meglio, era la nostra Prima Nota, Discordia di Discordia. Non lo conosco personalmente, ma pare sia un tipo che sa far bene il suo lavoro. Fa incazzare la gente.
Mentre l’aereo sta per decollare, Penelope mi spiega che ha ricostruito
i suoi ultimi spostamenti: da Roma ha raggiunto la Russia, un aeroporto
in una cittadina dal nome impronunciabile. Da lì è ripartito,
ha fatto una breve tappa in Azerbajdzan, non sappiamo dove, per poi
arrivare in Iran, a Teheran. Da Teheran poi si è diretto Zanzibar,
poi a Città del Capo, in Sud Africa.
Da quest’ultima tappa è partito verso sud, in direzione Antartide.
Il motivo del viaggio è un mistero, ma deve essergli costato un
occhio della testa, per cui sospettiamo ci sia sotto qualcosa di grosso.
L’aereo su cui si trovava però ha avuto un incidente ed è
caduto. Vicino ad una base russa in Antartide. Oh, vi ho detto che Es è
russo? Curiosa coincidenza, vero?
Penelope dubita che Es sia ancora vivo, ma dice che non è probabile che uno come lui sia morto nello schianto. Sembra che la sua convinzione derivi da qualcos’altro. Ha sentito uno strappo nel Pathos, per usare le sue parole. Comunque è evidente che i russi hanno tentato di insabbiare tutta la faccenda, e tuttora non conosciamo il vero motivo per cui la nostra beneamata Prima Nota si è girata mezzo mondo. Insomma, c’è puzza di marcio.
Es è anche l’ultimo accertato possessore del Sigillo di Discordia. Non c’è dubbio che parte della fretta di Penelope derivi da questo. Forse voleva proprio nascondere la pergamena, ed ha pensato al luogo più desolato del pianeta. Mentalità contorta.
Comunque quella dannata pergamena fa gola a molti, prima viene messa al sicuro meglio è per tutti. Penelope, alias Deifobe, ha potuto sperimentare sulla sua pelle l’effetto della pergamena sulle Note di Discordia. Sta male ancora al solo pensiero.
A proposito di star male, mentre le ruote dell’aereo si staccano dalla pista il mio stomaco si ricorda improvvisamente che soffro di mal d’aria. “Penelope, quanto hai detto che durerà il maledetto viaggio? VENTITRE’ ORE? Dannazione, ho paura che dovrai portarti indietro due cadaveri, non uno”.
1 gennaio 1999 – Mare di Ross, a bordo del mercantile “Whale“
Il capodanno piu’ dannatamente freddo della mia vita!
Sono uscito vivo dal viaggio, dopo tutto. Credo che tornerò in
nave.
In Australia abbiamo perso diverso tempo per cercare di organizzare
la spedizione. La difficoltà principale è che non esistono
voli per l’Antartide. Cioè, ci sono in realtà diversi voli
civili che passano SOPRA all’Antartide, ma nessuno che preveda anche l’atterraggio.
Con mia grande gioia è stato dunque necessario trovare un passaggio su una nave diretta a Hobart, il porto più vicino alla base russa. Tempo di traversata: 12 giorni! Credo che mia moglie non sarà molto contenta di passare Natale e Capodanno da sola. Penelope, questa prima o poi me la paghi!
Abbiamo reclutato un po’ di aiutanti, dicendo di essere la testa di ponte di una spedizione scientifica più numerosa. Penelope fa da supervisore, io mi occupo di riprese e foto. Pare che a loro i motivi della missione interessino poco. E ci credo, visto quanto li paghiamo! A guidarci sarà un certo Lars, che ha già esperienza per quel che riguarda l’Antartide. Mi fido sulla parola. Anche perchè è una montagna di muscoli alta più di due metri, e credo sia poco indicato contraddirlo.
Il 22 dicembre siamo partiti verso Hobart a bordo della “Whale”, un mercantile che porta regolarmente i rifornimenti alle basi antartiche.
E così io e Penelope abbiamo passato un allegro natale regalandoci sardine in scatola rubate dalla cambusa della nave. Ieri sera abbiamo brindato ad un felice anno nuovo insieme ai marinai, che hanno cavato fuori una quantità incredibile di bottiglie di pessimo champagne. Tutto sommato, mi sono divertito.
Dopo dieci giorni di navigazione in mare aperto (gli ultimi tre passati principalmente a schivare iceberg – il maledetto Mare di Ross è peggio di Roma all’ora di punta!) abbiamo raggiunto la costa ed ora la stiamo seguendo. Lo spettacolo è da mozzare il fiato. C’è una catena montuosa che delimita la costa e si getta direttamente nel mare. In alcuni punti le vette superano i 3000 metri. C’è molto vento e fa un freddo cane.
In serata dovremmo arrivare ad Hobart. ‘Serata’ per modo di dire: qui siamo in estate e praticamente il sole non tramonta mai. Non che faccia una gran differenza - di notte la temperatura sfiora i -30! I marinai dicono che nel periodo freddo arriva fino a -80 e che la calotta di ghiaccio ricopre completamente la zona di mare in cui ci troviamo ora.
Es si è scelto proprio un bel posto per andare a morire. Questo maledetto continente è una gigantesca tomba di ghiaccio.
3 gennaio 1999 – Antartide, da qualche parte
Siamo arrivati ad Hobart, due giorni fa, ed abbiamo scoperto che non ci sono aerei civili a disposizione per la nostra piccola spedizione. L’unico modo per raggiungere la base russa è via terra, a piedi e con gli sci. Tutto sommato avrei preferito un dannato aereo.
Gli ultimi due giorni sono stati un incubo di freddo, vento e fatica. E per di più ho finito le sigarette.
Oggi finalmente siamo arrivati a destinazione. La base russa spicca
nell’immensa distesa di ghiaccio che la circonda. Sembra abbandonata: non
un movimento, nessun segno di vita. Sul fianco, un gatto delle nevi ed
un paio di motoslitte incrostate di ghiaccio.
Prepariamo il campo su un leggero rialzo, a qualche centinaio di metri
dalla base. Mentre montiamo le tende, lo sguardo continua ad andare ai
silos della base. C’è qualcosa che non va lì dentro, me lo
sento nelle maledette ossa intirizzite dal freddo.
Penelope è preoccupata perchè non è riuscita a contattare nessuno con il satellitare. Ha rimandato indietro due degli uomini che ci hanno accompagnato qui con l’ordine di inviare un messaggio a Tamerlano. Ma di cosa ha paura? Dei pinguini? Io gli ho detto che se non mi procurano un paio di stecche di sigarette possono anche non tornare.
4 Gennaio 1999 – Antartide, accampamento presso la base russa
Entriamo nella base. Io e Penelope, da soli. La porta è bloccata ed incrostata di ghiaccio. Per aprirla c’è voluta una bella fatica.
Una volta entrati, la prima cosa che ci colpisce è la puzza. Poi vediamo i cadaveri.
Tre corpi, dilaniati da ferite profonde, come se qualcuno o qualcosa
li avesse fatti a pezzi con degli artigli. C’è sangue dappertutto:
sui muri, sul soffitto. Uno dei tre ha il torace sfondato, un altro è
riverso a terra in un lago di sangue ghiacciato, il terzo è di fronte
alla porta, come se avesse cercato di aprirla per scappare. Sul suo volto
è congelata un’espressione di terrore cieco.
I tre indossano qualche tipo di divisa, credo militare, ma senza gradi.
I nomi scritti sulle divise sono in russo. Questi tre poveri disgraziati
erano armati, un fucile e due pistole, ma evidentemente le pallottole non
fermano quello che li ha uccisi. Le armi sono scariche, ci sono alcuni
fori di proiettile nei muri.
Il locale in cui ci troviamo è piccolo. Una porta, divelta, dà
verso i locali veri e propri della base. Più in là si intravede
una scaletta che scende. Evidentemente questo posto ha dei livelli sotterranei.
Vicino alla porta ci sono altri due cadaveri. Di uno dei due è
rimasta la testa e parte del busto. Preferisco non pensare a dove sia finito
il resto. Indossava i resti di una specie di camice, forse era uno scienziato.
Una vita di studio per diventare cibo per una bestia feroce. Ma come è
possibile? Chi, che cosa può aver causato un simile macello?
L’ultimo cadavere è quello di Es. Io non lo conoscevo, non so
neppure che nome avesse, è Penelope a indicarmelo. È piuttosto
anziano, il volto segnato dalle rughe, i capelli bianchi. Il suo corpo
è intatto, a parte un profondo squarcio nella gola. No, guardando
meglio, gli è stata anche troncata una mano. La creatura che ha
fatto questo - perchè non può essere opera di un essere
umano - non ha però infierito sul suo corpo come ha fatto
con gli altri.
Il volto di Es è … non terrorizzato. Direi più stupito.
Come se non si aspettasse di finire in quel modo. Ben misera fine per una
delle entità più potenti del pianeta.
Ha un cerotto sulla fronte e un’echimosi sulla guancia, forse il risultato
dell’incidente aereo. Ma cosa diavolo ha ucciso un’essere in grado di uscire
da un aereo in fiamme con un bozzo sulla fronte? Pinguini killer? Un orso
bianco? Nonostante il freddo, comincio a sudare.
“Beh, pare che questa volta abbia fatto incazzare quello sbagliato...” dico, e Penelope si sente male. Voglio dire, lo spettacolo non è certo per signorine, la battuta era un po’ cinica forse, ma Penelope è una ragazza forte! Invece crolla a terra in un istante, piegata in due dal dolore. Sembra che fatichi a respirare, le parole le escono a stento.
“È qui!... È qui!...”
La porto di peso fuori dalla base. Dopo pochi passi si riprende e corre
via con una mano sulla bocca.
Anch’io per ora ne ho avuto abbastanza. Chiudo la porta e chiamo Lars.
Insieme la sbarriamo usando alcune casse ed un paio di manici di badile
messi di traverso. Alle domande di un Lars piuttosto perplesso per le mie
azioni rispondo in modo evasivo: “C’è stato un incidente, la porta
si è rotta. Dobbiamo richiuderla per non far entrare ghiaccio nella
base altrimenti i dannati strumenti che si trovano all’interno potrebbero
danneggiarsi, o che so io. Maledizione, piantala di fare domande stupide
e aiutami a spostare questa cassa!”. Siamo tutti un po’ nervosi.
6 Gennaio 1999 – Antartide, accampamento presso la base russa
Penelope è stata male per un giorno intero. Nausea e debolezza costante. Abbiamo raccontato agli uomini della spedizione del macello che abbiamo trovato nella base, non potevamo certo tenerlo nascosto. Si sono offerti di riportarci indietro, ma abbiamo rifiutato, continuando a ripetere che dobbiamo recuperare “dati scientifici molto importanti” nella base. Speriamo che questa decisione non costi la pelle a nessuno.
Abbiamo deciso di fare dei turni di guardia, giorno e notte. Non sappiamo se ciò che ha massacrato i membri della base russa sta ancora lì dentro o si nasconde all’esterno, comunque cercheremo di evitare di farci cogliere impreparati. Nessuno si deve allontanare da solo, e ogni membro della spedizione ha a disposizione una radio. Non credo che tutto questo servirà a molto, ma almeno darà sicurezza a tutti.
7 Gennaio 1999 – Antartide, accampamento presso la base russa
Penelope sta un po’ meglio. Mi racconta di aver avvertito la presenza del Sigillo di Discordia. Ma certo! Ecco come mai Es è stato sopraffatto dalla creatura! La presenza del Sigillo deve averlo indebolito quanto basta per renderlo vulnerabile.
Il Sigillo deve essere in profondità, perchè Penelope lo ha sentito appena. È molto preoccupata per la mia e la sua incolumità e vuole aspettare che arrivino rinforzi. Lei mi dice chiaramente che lì dentro non ci può tornare, e poi da quando l’energia degli Eterni è venuta a mancare lei ha gli stessi poteri di un normale essere umano.
Dopo una breve discussione decidiamo che almeno per ora è meglio lasciare i cadaveri dove stanno e chiudere per bene l’accesso alla base. Tra noi non c’è nessuno in grado di fare un’autopsia, e nella base si conservano benissimo.
8 Gennaio 1999 – Antartide, accampamento presso la base russa
Torniamo alla base. Prima di chiuderla vorremmo cercare qualsiasi indizio possa esserci sfuggito la prima volta. Penelope resta sulla soglia. Sta cercando di capire meglio dove diavolo si trova il Sigillo. Dopo un po’ non ce la fa più e si allontana di nuovo.
Io nel frattempo dò un’occhiata all’interno della base. A livello
del terreno c’è ben poco: un piccolo dormitorio, i servizi igienici,
la cucina. I laboratori sono certamente nascosti nel sottosuolo. Chissà
di che ricerche si occupavano? Non ho visto nulla che potesse darmi indizi
in proposito.
Faccio un po’ di foto, frugo qua e là. Niente di interessante.
Mi piacerebbe andare a dare un’occhiata di sotto. Un’altra volta, magari.
10 Gennaio 1999 – Antartide, accampamento presso la base russa
Per un paio di giorni il tempo è peggiorato e siamo rimasti bloccati al campo. Neve e vento forte hanno reso impossibile muoversi per più di qualche passo. Lars dice che non durerà a lungo, è estate. Mi sto innervosendo, devo fare qualcosa.
Penelope è finalmente riuscita a far funzionare il telefono satellitare. Male e per poco. Pare che anche i satelliti evitino questo inferno ghiacciato. Ha parlato con Tamerlano. Gli ha dato le coordinate del nostro campo, quindi ora sanno dove ci troviamo. Però ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che riescano ad organizzarsi e raggiungerci. A quanto ho capito dovrebbe arrivare un gruppo abbastanza numeroso. Tutti a caccia della Pergamena, ovviamente. Penelope continua a dare del ‘professore’ a Tamerlano e cerca di mantenere la copertura della spedizione scientifica. Secondo me qui hanno capito tutti che c’è qualcosa di strano nella nostra spedizione frettolosa e male organizzata. Solo che non gli importa nulla di chi siamo. L’importante è che paghiamo bene. Non sembrano più nemmeno preoccupati per quel che abbiamo trovato alla base russa. Dicono di non aver mai avuto contatti con nessuno di quelli che lavoravano qui. “Roba militare”. Il che, per loro, chiude la questione.
12 Gennaio 1999 – Antartide, accampamento presso la base russa
Come al solito, Lars aveva ragione. Il tempo è migliorato. Visto che i rinforzi tardano, si è deciso di rimandare qualcuno dei nostri ad Hobart per prendere nuove provviste.
Nel frattempo io sono andato a fare un po’ di foto in giro. Ho trovato anche il posto dove si è abbattuto l’aereo. Tra le lamiere contorte ci sono anche due cadaveri carbonizzati. Un altro punto a favore del ritorno in nave.
Strano, però: sembra che l’aereo si stesse allontanando dalla base, non avvicinando. Come se durante un decollo affrettato non fosse riuscito a prendere quota. In effetti l’aereo è quasi intatto nella sua struttura, solo che ha preso fuoco dopo lo schianto.
Torno verso la base e controllo. Effettivamente è vero. Ci sono sulla neve i profondi segni lasciati dall’aereo in partenza. Non lontano, quasi completamente sepolto dalla neve, giace a terra un tubo che parte da un grosso serbatoio di combustibile. Ho l’impressione che Es fosse giunto alla base senza problemi - quindi era questa la sua destinazione finale!
Comunque, se continua a non succedere nulla, credo che domani andrò a fare una visitina ai sotterranei della base. Qui ci facevano degli esperimenti, mi ci gioco il mio culo ghiacciato. Magari il dannato posto è radioattivo, oppure contaminato da qualche virus o batterio o che so io. Prima di far arrivare gli altri mi sembra il caso di controllare se c’è pericolo. E poi da qualche parte là sotto c’è sempre il Sigillo di Discordia.
Meglio che non dica a Penelope del mio proposito, sicuramente cercherebbe di fermarmi con le solite chiacchere: “è pericoloso”, “aspettiamo gli altri”, e così via. Il pericolo maggiore che vedo in questo momento è morire di freddo e di noia.
13 Gennaio 1999 – Antartide, accampamento presso la base russa
Ancora brutto tempo. La giornata passa lentamente. Quattro chiacchere con Penelope e Lars, una partita a carte, un giro intorno alla base. Mi sono fatto dare il secondo turno di guardia ‘notturno’. Di solito a quell’ora dormono tutti. Aspetto con impazienza.
È il momento. Prendo il materiale che mi ero già preparato
in uno zaino: la telecamera palmare, la macchina fotografica, due torce
elettriche, una pistola con razzi di segnalazione, la radio, un kit medico.
Poi mi dirigo verso l’ingresso della base.
La porta è bloccata, ma con un po’ di fatica riesco a liberarla.
Il blocco era fatto per impedire di uscire, non di entrare. Entro e richiudo
la porta in qualche modo. Di nuovo quella puzza terribile. Mi dirigo subito
verso la scaletta. Scendo.
I sotterranei della base sono un maledetto labirinto. Sono più
grandi di quanto mi aspettassi. C’è un po’ di tutto: magazzini,
un laboratorio chimico, un’infermeria, una sala computer. Peccato che sia
tutto in cirillico! Ci sono altri corpi, tutti morti da tempo e conservati
dal freddo nelle pose più grottesche.
Sto percorrendo un corridoio di servizio, sul cui fianco corre un intrico
di tubature ghiacciate, quando più avanti scorgo qualcosa. Un movimento?
Punto la torcia...
...
Sto scappando, ma il rumore che sento dietro di me dice che quella
dannata cosa mi sta inseguendo. Scendo una scaletta di ferro, sperando
che i dannati tentacoli non mi raggiungano.
Corro lungo un altro corridoio. Tentacoli che emergono da una massa
viscida, traslucida, in cui sembra essere imprigionato... qualcosa.
Passo attraverso una grande stanza con tubature che passano ovunque,
forse la caldaia. Uscendo dall’altra parte faccio in tempo ad intravedere
i tentacoli, che terminano con ... dei volti ... umani!
Giro l’angolo. Inciampo nel braccio proteso di un cadavere. Il braccio
va in pezzi, come fosse fatto di cristallo e non di carne. Io cado
di lato. La torcia elettrica mi sfugge di mano. C’è un buco, una
scaletta di servizio che porta verso il basso. Rotolo giù.
Devo essermi rotto una gamba. Maledizione fa MALE!
Però resto in silenzio, al buio, trattenendo il fiato. La creatura
è lì sopra, la posso vedere in tutto il suo orrore. Una delle
facce per un istante sembra girarsi nella mia direzione. È
la faccia di Es! Poi guarda altrove.
Sembra indecisa. I battiti del mio cuore mi sembrano colpi di cannone.
Non è possibile che non li senta!
Non li sente. La creatura prosegue lungo il corridoio. Non mi ha visto!
Silenzio.
Dopo un minuto mi azzardo a respirare, dopo cinque a muovermi. Accendo
la seconda torcia che mi sono portato e mi guardo intorno. Sono caduto
in una specie di magazzino di servizio. Probabilmente serve per la manutenzione.
C’è un’altra uscita.
La gamba fa già meno male. Probabilmente il freddo mi rende
insensibile. Frugo nello zaino, cerco un antidolorifico. Lo inghiotto.
Proseguo zoppicando, finchè non sbuco in un corto corridoio.
In fondo c’è una scala che sale. Una porta dà su un laboratorio.
Non ho mai visto strumentazioni così avanzate. Solo di computer
c’è almeno un miliardo in materiale di prima qualità!
Entro. In fondo c’è una scrivania con dei fogli disseminati
sopra. In un angolo c’è un altro cadavere, rannicchiato in una posa
innaturale.
Dietro alla scrivania c’è una cassaforte a muro socchiusa. Vicino
allo sportello della cassaforte il muro è macchiato da uno schizzo
di sangue.
Apro la cassaforte con molta cautela. Dentro ci sono, oltre ad alcuni
pacchi di rubli, qualche documento ed una scatola di cartone. E sopra,
una mano troncata dal corpo. La mano di Es! La creatura deve aver richiuso
con violenza la cassaforte mentre quel disgraziato stava cercando di prendere
dal suo interno qualcosa. Ma evidentemente Es ha trovato ancora la forza
per tentare la fuga.
Sposto la mano, ormai congelata, e guardo di nuovo il contenuto della
cassaforte. I fogli sembrano appunti. Interessante. Li prendo. I rubli
no, ormai sono buoni solo come carta igienica. Potenza del capitalismo!
Nella scatola... una vecchia pergamena. Il Sigillo! Si, è proprio
quello originale! Ecco cosa voleva mettere in salvo Es. Quando lo tocco,
la mano mi formicola leggermente. Richiudo la scatola e la metto nello
zaino. Cara defunta Prima Nota, ci penso io a portare a termine il tuo
lavoro!
Esco con cautela e comincio lentamente a risalire, trascinandomi dietro
la gamba ormai insensibile. Ad un certo punto mi sembra di sentire uno
schianto metallico, lontano. Mi immobilizzo. Più nulla.
Della creatura non c’è traccia. Fino a quando non esco dai sotterranei.
La porta di ingresso della base non c’è più. È
stata letteralmente fatta saltar via dai suoi cardini ed ora giace accartocciata
a qualche metro dall’ingresso.
Ora che sono fuori sento delle urla, spari che provengono dall’accampamento. Maledetto idiota, per forza non ha inseguito te. La maledetta cosa ha mirato al bersaglio grosso, e tu gli hai spianato la strada! Stupido, stupido, stupido!
Zoppico verso il campo. C’è confusione, la luce crepuscolare della notte estiva mi confonde la vista. Qualcuno sta correndo verso di me... per gli Eterni, non sta correndo, sta SCIVOLANDO! Cerco di scansarmi, ma so già che è troppo tardi. Vedo un volto che si avvicina a velocità folle. È Lars. No, è Es...
... poi lo schianto, il dolore al petto, terribile. Dopo un istante, il buio.
Epilogo – in qualche tempo, in qualche luogo
Le mura sono tanto alte che sembrano toccare il cielo e fondersi con esso nella luce del crepuscolo. Infondono un senso di imponenza, ma anche di sicurezza. E di mistero. Dentro di esse, la Città. Al di fuori, una distesa infinita di nulla.
Sopra alla porta che dà accesso alla Città ci sono diverse incisioni, ma una sola è leggibile: “DEIFOBE”. Una ragazza dallo sguardo un po’ triste è davanti alla porta. La fissa per qualche istante, poi si allontana, camminando rasente alle mura.
Più avanti c’è un uomo, appoggiato alle mura. È vestito con un paio di pantaloni chiari, una camicia ed un impermeabile marrone. Si sta accendendo una sigaretta. La luce del cerino gli illumina il viso.
La ragazza ha un moto di incredulità. Esita, poi si avvicina a lui. “Stefano? Sono così felice di vederti... ma ... tu dovresti essere morto!”
Lui alza lo sguardo. Fa un sorriso ironico.
"La Nostra Signora, il Padre, ha ottenuto da sua Sorella Morte di Destino che io rimanessi qui. Chissà se si sono giocati la mia anima ai dadi, come per il vecchio marinaio ... Comunque è una specie di riconoscimento alla memoria per quel che ho fatto per la nostra armonia. Cioè un gran casino, come al solito. Ma La Nostra Signora apprezza il casino, pare.”
Sembra un po’ imbarazzato. Aspira il fumo della sigaretta. Parte del fumo sembra uscirgli da sotto la camicia, che è insanguinata. Lui non ci fa caso.
“Sono un ospite d'onore in Città. Gran bel posto, ci sono un sacco di persone da conoscere, luoghi da vedere, cose da fare ... ma passerà del tempo prima che mi ci abitui. Senti ... non è che sei ancora arrabbiata per come sono andate le cose, giù in Antartide, vero?”
La ragazza sta per rispondere. Poi si gira di scatto, come se avesse
sentito un rumore, e sparisce. Costantini si guarda intorno, poi scuote
la testa. “No, non sarà facile abituarsi a questo manicomio”. Getta
la cicca della sigaretta a terra e si avvia fischiettando verso la porta.
PATHOS © 1999
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