Una giornata romana

(ovvero il risveglio di Marcello Speranza)

di Marcello Ceci e Paolo Corsini

con Marcello Speranza e Paolo (Ódhinn) Malatesta


 

È una giornata piovosa quella che trovo al mio risveglio.

-Chissà perché piove... ma che domanda stupida mi è venuta in mente- penso fra me e me mentre mi preparo per raggiungere l’Università.

Chieti.

Comincio a camminare deciso, le mani in tasca, lo sguardo basso.

Oggi ho voglia di camminare, e tanto.

Non mi curo della pioggia che mi bagna mentre avanzo deciso… strano.

La gente non conta, sono pallide ombre che si agitano senza senso su una grigia cortina d'acqua.

Una serie di domande si agita nella mia testa. Domande stupide, domande insensate, domande impossibili, domande argute, domande ovvie.

Le tempie battono forte, cerco di concentrarmi su una domanda in particolare, Desidero una risposta, ma ogni volta che riesco a trovarla mille nuove domande fuoriescono da quella risposta come il fiore di un fuoco d'artificio.

I passi schioccano sordi sul selciato bagnato.

Urto qualcosa... no, anzi, qualcuno. Alzo lo sguardo e un uomo distinto, alto, dall’età indefinita mi sovrasta. Indossa un impermeabile bianco e un cappello a larga falda dal colore indistinto, forse grigio, che gli copre un occhio. Il viso è severo e gioviale al tempo, incorniciato da una folta barba grigia.

Un grande occhio azzurro si posa su di Me… ma non è quello che mi sta scavando dentro.

-Chi sei?-

Mi rendo conto di ciò che sto per dire solo dopo averlo pronunciato.

Ma ti pare che uno urta una persona e gli fa una domanda del genere... che figura da idiota- penso fra me e me.

L’uomo mi sorride e si allontana.

Chino nuovamente il capo e lo sguardo cade su di un bigliettino bagnato sul selciato. Lo raccolgo, è un biglietto da visita, palesemente caduto dalla tasca dell'impermeabile dell’uomo:  “Paolo Malatesta, Via G. Porro 20, 00197 Roma”

-Scusi... mi scusi- gli urlo dietro, ma quello è già sparito nella pioggia.

E nulla sarà come prima

 

Sono scosso. Strano che un incontro fortuito, o piuttosto uno scontro, abbia potuto colpirmi a tal punto da farmi fare dietrofront, rinunciare alla lezione di Epistemologia e tornare a casa... tanto non avevo voglia di stare a sentire quel professore... parla, parla, ma alla fine non capisco nulla di quello che dice... Nemmeno a casa riesco a rilassarmi: mi passano per la mente molte cose, molte sensazioni mi assalgono.. non è la prima volta, ma stavolta non riesco a capire perché... in fondo un semplice incontro fortuito... e un bigliettino... mah!

Salgo in macchina, senza rivestirmi o mangiare qualcosa: ancora nei jeans e nella t-shirt del mattino, guido verso la Tiburtina, direzione Roma... metto nell’autoradio un disco dei Dream Theater, ma dopo cinque minuti lo spengo: non mi era mai successo: non mi soddisfa, il mio vuoto è qualcosa che non riesco a colmare, stavolta... non ho mai cercato di fuggire i miei pensieri, ma stavolta ne avrei bisogno... questo senso di smarrimento, non so da dove viene, non so descriverlo... forse non devo. Ma sento che non bastano più quelle spiegazioni che mi davo prima, per rassicurarmi quando ero inquieto… per sembrare sempre incorruttibile, serio e tutto d'un pezzo: avevo convinto tutti, anche me stesso.

“Close your eyes, you can find all you need in your mind, if you take the time.”

No, dentro la mia mente non la trovo la risposta stavolta... possibile che ci sia qualcosa di più? Un altro muro da abbattere per avere libera visione? Un altro velo da squarciare?

Il casello di Roma, penso a Brando: lo andrò a trovare stasera, dopo aver fatto...

-COSA DEVO FARE?-

Non ne ho idea, il tempo è passato così in fretta... come in un buco temporale, una di quelle cazzate da Piero Angela... mi affaccio dal finestrino... Via G. Porro... lo sapevo! Cerco il numero 20, scendo, e aspetto davanti alla porta… 10… 20 minuti.

Guardo la porta, immobile. Non so quanto tempo sia passato quando il portone infine… Un uomo, appena trentenne, apre il portone. Alto, spalle larghe, fisico atletico. Vestito di un completo grigio, cravatta blu e in mano una ventiquattrore o, meglio, sembra più che altro una cartella di cuoio.

Mi guarda perplesso, quasi per squadrarmi. Ma è un attimo e non si cura più di me.

Poi fa per chiudere la porta ma, come gli venisse in mente qualcosa, sorride e rientra.

Dopo pochi minuti è di nuovo fuori, mi guarda prima sorpreso, quindi sospettoso.

Stessa scena, fa per chiudere la porta ma la riapre subito, recupera un mazzo di chiavi sulla mensola nell’ingresso e riesce. Lo sguardo si sofferma su di me, le mie mani, il biglietto da visita stropicciato con cui sto giocherellando.

-Ah, ma allora sei tu! E che aspetti a parlare? Mica ho la palla di vetro- mi dice sorridendo, poi allunga una mano -Malatesta… Paolo Malatesta, ma entra allora, il lavoro oggi può aspettare!-.

La sue stretta è decisa e forte. Lo seguo in quello che è un piccolo appartamentino, ben arredato, che letteralmente trabocca di libri: libri sui tavoli, libri negli armadi, libri per terra, libri sul letto, ovunque.

Paolo (così quindi si chiama quell’uomo) mi fa cenno di accomodarmi su un’ampia poltrona, che ha tutta l’aria di essere estremamente comoda. Poi sparisce in cucina.

-The o caffè?-

-T-Thè...- La voce esce stentata, quasi soffocata: tutto questo mi sconvolge. Io non mi sono mai imbarazzato, né durante i recenti esami di stato, né nei pochi esami universitari che ho sostenuto, né in tutte le altre situazioni importanti della mia vita... ma quella forse era una condizione diversa. La realtà è che lì mi aspettavo cosa mi sarebbe stato detto, sapevo cosa avrei dovuto fare... ora io non so perché sono a Roma, a casa di uno sconosciuto, e sto per bere del Thè, bevanda che odio visceralmente... sono imbarazzato, indeciso, emozionato... sentimenti che la mia mente non conosceva. Forse a volte li avevo cercati, tentando di provare ogni sensazione, ma la mia mente (legata al sentimento, ma sicura di sé e razionale) non li aveva mai trovati... ora erano stati loro a trovare me, e confesso di temere che, una volta trovatomi, non mi lasceranno più.

 

Dopo qualche minuto torna nella stanza e si accomoda di fronte a me porgendomi una tazza di caffè, nero... bollente..

-Allora, cosa ti ha portato a venirmi a trovare?-

Sorseggio il nero liquido fumante, lo guardo girare nella grossa tazza rossa prima di apprestarmi a rispondere.

Alzo la testa. Ho come un mancamento, il capo mi gira.

Osservo stupito il soffitto della sala sopra di me: alto che quasi non riesco a scorgerne il culmine. Il suo tetto coperto di scudi dorati, disposti come fossero scandole. Suono di spade, di giochi e di battaglie si perdono rimbalzando sulla volta. Di fronte a me tre alti seggi uno di sopra dell’altro e tre uomini siedono ognuno nel proprio. Uno dei tre si rivolge a me e mi chiede con voce possente: -Chi sei?-

-I-Io... non lo so! Non lo ricordo! Chiedo scusa.... Ah sì... m-mi chiamo... Marcello, altro non ricordo... in fondo cosa sono io non l’ho mai saputo! come posso dire cosa sono così, in due parole?-

Effettivamente, chi o cosa sono io non lo so, non l’ho mai saputo, e la mia voce fioca, terrorizzata, mi impaurisce più di quella possente dell’uomo... ma dove è finito il mio coraggio, la mia forza d’animo? ieri ero sicuro di me, convinto di ciò che facevo, ora non so nemmeno chi sono... cosa può avermi ridotto in questo stato?

-Io sono Hár [l’Alto], alla mia destra Iafnhár [l’altrettanto Alto], alla mia sinistra Thridhi [il Terzo]-. Poi Hár prosegue -Cosa desideri? Perché sei venuto? Se lo vuoi qui puoi mangiare e bere a piacimento, per te come per ogni altro nella sala di Hár-

-N-no grazie... ho mangiato, più-piùttosto vorrei sapere, o grande Hár, p-perché non so chi sono... io ieri sapevo chi ero, ero sicuro di quello in ci c-credevo... ed ora b-balbetto e tremo... cos'è questo? Perché non capisco?- Mentre la pronuncio, capisco che questa è la frase più stupida che io abbia mai pronunciato in vita mia. È una frase che non merita risposta, per quanto è insulsa ed inutile: come può un essere di sogno rispondere ad una domanda che riguarda il mio pensiero, il mio essere? Penso che l’Essere starà zitto e mi caccerà a pedate dalla sua dimora, indignato dalla mia stupidità... me, che ho sempre disprezzato la stupidità considerandomi superiore... ora sono nella condizione dello scemo di turno... e ho anche una fame terribile, non mangio da ieri! Perché non sono sincero?

-Rimani qui in piedi finché chiedi, sedere deve colui che risponde- così Hár mi apostrofa.

Poi Iafnhár inizia a parlare: -Un tempo venne Allfödhr e chiese di bere un sorso alla fonte di Mímir, ma lo ottenne soltanto dopo aver lasciato in pegno un occhio- e Thridhi prosegue: -Così è detto nella Völuspá:-

 

Tutto io so Ódhinn,

dove hai nascosto il tuo occhio,

nella fonte famosa di Mímir;

Mímir beve il met

ogni giorno

sul pegno di Valfödhr.

Che altro vuoi sapere?

 

Intanto intorno a me si riempiono le tavole di fumante e appetitosa carne e corni traboccanti di dolce idromele.

-Questa è la carne del cinghiale Sohrímnir- riprende Hár -mangiane a sazietà, visto che hai fame. Esso vien cotto ogni giorno e la sera è integro ancora-.

-Ma per quanto concerne la domanda che hai fatto- prosegue Iafnhár -mi sembra verosimile che pochi sono, furono e saranno tanto saggi da poterla soddisfare in modo veritiero-.

È Thridhi ad entrare nel vivo: -Vedi, molti sono le passioni che muovono gli uomini nel corso della loro vita. Non tutti le ascoltano e pochissimi le conoscono. Esse risuonano dentro ciascuno in armonia con il proprio essere-.

E di nuovo Hár -qui due prepotenti sentimenti troverai, note pure non contaminate da altre sonorità... ed una sopra ogni altra-.

-Desidero- tuona Thridhi, -motore di tutte le cose degli uomini, si distende su due direttrici una 'qualitativa' ed una 'quantitativa', il Desiderio assoluto e il Desiderio totale. Queste due pulsioni confliggono spesso tra loro nei mortali, solo chi non ha il Limite può comprenderle entrambe. Ma chi non ha il Limite paga lo scotto dell'appagamento e quindi della fine del Desiderio, o almeno di quel desiderio-.

-E Psiche- precisa Hár -soprattutto come Conoscenza, ma anche come Ragione e in parte come Follia che è poi l’altra faccia della genialità-

-E queste risuonano in te sembra- conclude Iafnhár -ma ora rispondi. Hai saziato la tua mente così come il tuo corpo?-

-V-vede signore… io in verità ho fame, ma non sarei disposto a pagare nessun pegno per poter mangiare del cibo... quello che più mi preme è piuttosto saziare la mia mente e la mia anima, che soprattutto negli ultimi giorni sono molto assetate... per questo sarei disposto a pagare un prezzo alto...-, poi prosegue, -il... il vostro discorso M-Maestà...o come vi devo c-chiamare è molto interessante, forse è a questo conflitto che devo la mia p-paura e il turbinio di sensazioni che ho dentro di me... ma cosa intende per 'fine del Desiderio'? E perché la follia è l'altra faccia della g-genialità? vede, secondo me la follia è ottenebrazione del raziocinio, che deve sempre preva-prevalere... anche se per me i sentimenti sono la cosa più importante... con la follia i sentimenti vengono travisati, si agisce non secondo il comando di essi ma secondo la propria imperfetta interpretazione del Desiderio... con la mente rilassata invece... i sentimenti scorrono attraverso il corpo e l’uomo agisce secondo il loro volere... io p-penso questo.. scusi se l’ho offesa con le mie parole, ma io sono interessato in entrambe queste forze... voglio porre fine a questo conflitto, vorrei che le forze si completassero a vicenda... è questo possibile o devo rinunciare a conservare questo struggente scontro che avviene nella mia anima?-

-In quanto a come chiamarmi ascolta il tuo cuore figliolo-, esordisce bonario Iafnhár.

-Ma ricorda che la fine del Desiderio-, prosegue quindi Thridhi, -è la fine del motore di tutte le cose, l'entropia, il termine di ogni tensione, l’Assenza priva di coscienza di sé-.

-In quanto a Follia-, conclude lapidario Hár, -non qui e non ora troverai tutte le risposte. Ma questo ora ti posso dire.-

-Il folle si pone tra il Giudizio e il Mondo-, riprende Iafnhár, -Follia è persistenza nell’errore, ma al contempo è incoscienza quindi irresponsabilità.-

-Ascolta-, incalza Thridhi, -matto è lo scacco che blocca il Re togliendogli ogni via di scampo, ma matto è colui che non conta, data la sua inconsistenza morale. Quando stai per giungere al termine, Follia ti volge le spalle e se ne va. Riparte. Con tutte le forze del tuo istinto e della tua intelligenza hai cercato di capire ed unificare l'Universo ed ecco che - proprio alla fine - Follia ti suggerisce l’esistenza di un’altra via e la Necessità di una nuova ricerca.-

È Iafnhár a concludere: -Se per caso sei tentato di prenderti sul serio, è Follia a ricordarti che c’è sempre negli uomini una parte che si burla delle regole... e che il cammino e la ricerca non potranno mai avere fine-.

Ma è chi ha cominciato che ha diritto a finire, è la volta quindi di Hár -Nessun offesa dunque, chi altri potrebbe voler chiedere senza mai essere sazio, se non un figlio di Ódhinn - Desiderio di Conoscenza? Vedi dunque che a furia di domandare una risposta ti sei dato da solo... e a ben guardare quella risposta avevi già dentro prima ancora di domandare. Fai dunque quello che devi fare e vai, inseguendo per il mondo Conoscenza, camminando tra Ragione e Follia, guidato da incolmabile Desiderio... figlio mio-

-Grazie o miei sovrani, ora non ho più paura... la conoscenza si è dischiusa ai miei occhi... o almeno una parte di essa: ciò che comunque mi basta per capire l’immensa potenza del Desiderio, potenza che inizia là dove finisce la ragione... ma io viaggerò sulla linea sottile che divide le due forze... mi chiameranno folle? beh, forse avranno ragione! Ma ditemi, ancora, come posso avere l’onore di servirvi, e tornare nel mondo consapevole della vostra potenza, per aprire il mio occhio interiore sulle cose e vedere tutto in modo finalmente più chiaro: perché io voglio essere una vostra estensione, voglio possedere la vostra saggezza, o almeno poterne attingere, e non avere più paura come ne ho avuta fino a poco fa: voglio diventare un vostro figlio!-

È ancora Hár a parlare: -Allora pronuncia il tuo giuramento di fedeltà... figlio mio!-

Inizialmente sono spiazzato, non so a cosa alluda, ma poi la mia bocca si apre e pronuncia delle parole che non avevo ami udito, ma che Conoscevo in qualche modo... e mentre proseguo nel discorso, tutto diventa chiaro.. e gli ultimi tasselli vengono messi a posto: il velo del Pathos si squarcia di fronte a me...

 

-Questo è il Patto dei Risvegliati, che io giuro ai Sette che plasmarono l'universo.

A Psiche sapiente, a Destino sovrano, a Sogno incantevole, a Distruzione terribile, a Discordia arguta, a Desiderio potente, a Enigma impalpabile.

Con questo Patto mi sottopongo volontariamente al Terzo Limite: sarò un custode del segreto del Pathos in cambio del potere che esso mi garantisce.

Con questo Patto mi sottopongo volontariamente al Secondo Limite: ascolterò gli insegnamenti degli Immortali, con devozione e rispetto, come si conviene a un figlio nei confronti del padre, in cambio della protezione che essi mi garantiscono.

Con questo Patto mi sottopongo volontariamente al Primo Limite: difenderò la sacralità del Duello degli Immortali in cambio della conoscenza che essi mi garantiscono.-

 

Terminato il patto, cado in ginocchio, con la fronte imperlata di sudore e il respiro affannato e perdo i sensi.

Quando mi risveglio sono nuovamente nel piccolo monolocale di Paolo Malatesta (ma l’ho mai lasciato?)

La tazza di caffè ormai fredda nella destra e le pareti infuocate dall’arancio del sole che tramonta dietro Monte Mario.

La stanza è vuota. Mi alzo dalla poltrona. Le membra sono intorpidite come a causa di una lunga immobilità. Un occhio mi brucia, e’ appannato. Il mio sguardo scruta ogni angolo della casa fino a che non si posa su di un biglietto scritto a mano:

 

Eri stanco e ti ho lasciato riposare.

Io scappo che devo andare in diretta per la chiusura della Borsa.

Fai come se fossi a casa tua, e tirati la porta dietro quando esci.

Un abbraccio.

P.M.

 

Esco, salgo in macchina e mi avvio verso casa. Al casello autostradale non c’è nessuno… c’è sciopero, non si paga. Passo oltre e rido… rido… rido.

 


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