MEMORIE
DI UN FRANCESE
NELL'ERA NAPOLEONICA
di Silvia Brunati
Antartide, 16 Gennaio 1999.
Quando da bambina mi capitava di vedere in televisione documentari
sull'Antartide o su posti molto freddi, pensavo che sarebbe stato carino
visitarli. Immaginavo gli Eschimesi, gli orsi bianchi, i pinguini. Sognavo
i cani da slitta che correvano sui manti innevati, le foche e le distese
immense di ghiaccio.
Ora che mi ci trovo, la cosa non e' piu' tanto divertente. Fa freddo, non
c'e' un posto dove si possa stare un minimo riparati e non si riesce nemmeno
a far bollire l'acqua per avere un piatto di pasta decente.
Altre volte sono stata in posti privi di riscaldamento, dove si accendeva
un fuoco che riscaldava a mala pena la stanza, ma mai in tutte le mie innumerevoli
vite, ho sofferto cosi' tanto.
Sono ormai passate due settimane da quando abbiamo stabilito il campo vicino alla base russa e ancora non abbiamo notizie degli altri. Viviamo con la costante preoccupazione che chi ha commesso quella strage possa venirci a fare una visitina. Anche i mortali che sono con noi devono aver avvertito che qualcosa non va e per distrarli ho cominciato ad organizzare le cose, come se stessimo aspettando il grosso della spedizione da un momento all'altro. Stefano si e' comportato magnificamente per essere uno che ha lasciato la moglie di punto in bianco per avventurarsi in una spedizione del genere. Scatta foto, studia il paesaggio, si informa sul clima e scherza con le nostre guide, se non fosse stato per lui la spedizione sarebbe gia' bella che finita.
Mi sento nostalgica questa sera, forse e' la paura di quella cosa
che ha ucciso Es, forse anche il rimorso di non aver potuto essergli in
alcun modo d'aiuto. Probabilmente e' questa sensazione di estraneita' con
il mondo che mi circonda a farmi stare cosi' male. E' come se stessi cominciando
a staccarmene, come se non esistesse poi nulla di cosi' importante da salvare
di esso. Un'indifferenza che dovrebbe spaventarmi ed invece mi rassicura,
come se si trattasse di una vecchia conoscenza.
Non sono sempre stata cosi', c'era un tempo in cui l'umanita' era per me
qualcosa di molto piu' importante. Avevo il gusto per la vita allora, la
voglia di sperimentare, di cercare, di scoprire. Cosa e' cambiato in me?
Sono uscita all'aperto poco fa e il vento gelido mi ha colpita con
una forza tale da farmi quasi cadere. L'uomo di guardia si e' voltato appena,
giusto per assicurarsi che si trattasse di qualcuno che conosceva, poi
e' tornato ad avvolgersi nella coperta termica. Gli sono passata accanto
senza dirgli una parola e lui non ha cercato di fermarmi.
Il panorama che si vede in Antartide e' stupefacente. Di notte ancor piu'
che di giorno. Le montagne ricordano templi perduti di antiche civilta'
e la luce della luna, da esse riflessa, li trasforma in figure mostruose
intrappolate fra i ghiacci. Come quella che vive nelle profondita' della
base russa.
Ho resistito al freddo fino a quando ho potuto, poi il vento mi ha convinto
a rinunciare. L'Antartide non e' posto per le passeggiate solitarie notturne
e il caldo della tenda era di gran lunga piu' invitante.
Ho portato con me il diario del Francese. Ho deciso di considerarlo
come un'altra persona, qualcuno che conoscevo intimamente ma diverso da
me. E' piu' facile fare cosi' che pensare che tutte le mie precedenti incarnazioni
abbiano tenuto dei diari. Chissa' quale istinto nascosto li ha spinti a
fare cosi', probabilmente una reminescenza della mia essenza, qualcosa
di me che li ha costretti a lasciare i loro ricordi su dei fogli in modo
che un giorno, quando mi fossi risvegliata, avrei potuto ritrovare per
ricordare.
Il Francese era un cuoco, Antonin Careme, nato a Parigi nel 1784 e morto
nel 1833. Ho preso una data a caso. Si era appena dopo la sconfitta di
Napoleone a Waterloo, nel 1815. La Francia era in subbuglio, indecisa se
continuare nella sua indipendenza o accettare il ritorno della Restaurazione.
I nobili chiamavano vendetta per i loro morti, il popolo riconoscimento
dei propri diritti. Un periodo confuso, sanguinoso, vantaggioso per chi
sapeva manovrare le persone giuste e ammorbidire quelle piu' potenti.
Careme in questo periodo scrive:
18 Gennaio 1813
Il mio signore e' partito da poco alla volta di Parigi, contiamo
di raggiungerlo entro tre giorni con quanto necessario. Si e' raccomandato
vivamente che tutto sia perfetto e che non ci siano errori. Certe volte,
quando lo osservo a colloquio con i grandi della terra, mi chiedo se sappia
quello che sta' facendo, se questo suo giocare col fuoco un giorno non
finisca per bruciarlo.
Scrive poco, Antonin Careme, una scrittura un po' stentata, di chi
non e' uso a quest'abitudine.
20 Gennaio 1813
I preparativi per il viaggio sono quasi terminati. Ho provveduto
con la dovuta discrezione e ho scelto personalmente quello che servira'.
Nanette e' un po' preoccupata, dice che Parigi e' pericolosa e che presto
qualcosa di tremendo potrebbe accadere...Lei e le sue carte...Certe volte
mi viene proprio voglia di bruciargliele!
Ma ci sono sempre delle carte nella mia vita? Ecco qualcosa di interessante:
22 Gennaio 1813
Parigi e' silenziosa, come una belva famelica in attesa della sua
preda. Il mio signore e' fuori da questa mattina. Ha detto che doveva vedere
dei nobiluomini per decidere il destino della Francia. Stamane, prima di
uscire, mi ha afferrato un braccio e mi ha guardato con quei suoi occhi
fastidiosamente penetranti: "Antonin," ha detto, "la buona
riuscita delle mie trattative dipendera' soltanto dalla vostra abilita'
nel cucinare.
"Mia signore?" Ho chiesto meravigliato.
"In questi giorni si sta' decidendo il destino della Francia."
"Signore, tutti sanno che siete l'unica persona che puo' salvarla.
Dicono..."
La sua presa sul mio braccio si e' fatta piu' forte.
"...Che siete un diavolo signore e per questo vi temono."
"Semmai un fedele servitore di nostro Signore, Antonin, semmai."
Mi ha corretto lasciandomi finalmente andare, ma si vedeva che quell'osservazione
non gli era del tutto dispiaciuta. Ho tirato un sospiro di sollievo quando
ha chiamato Pierre per far preparare la carrozza ed e' parso scordarsi
di me.
"Antonin!" Mi sono fermato sulla soglia e mi sono girato inchinandomi.
"Comandate."
"Fra due giorni ci sara' una cena, non ho bisogno di spiegarvi quello
che dovete fare..." Ha detto sistemandosi la giacca sulla camicia
di pizzo e passandosi il belletto bianco sulla parrucca e sul viso.
"Perdonate signore..."
"Si?"
"Un menu' inglese sarebbe sconsigliato con questo tempo..."
Lui si e' voltato guardandomi interrogativamente.
"Se l'ospite sara' di nazionalita' inglese, signore, con questa temperatura,
si corre il rischio che il Pudding si secchi troppo."
Charles-Maurice Talleyrand-Perigord, vescovo di Atun, ha sollevato un sopracciglio.
"Vi faro' sapere se a cena avremo un francese o un inglese, monsieur
Careme, non vi preoccupate troppo per il vostro Pudding."
Ho sorriso guardandolo uscire zoppicando, il mio signore e' sicuramente
la mente piu' abile che la Francia abbia in questo momento di dolore, con
l'imperatore Bonaparte sconfitto e i nemici alle porte di Parigi, spettera'
a lui, secondo il mio modesto parere, salvare la nostra bella Patria ed
egli sa' sicuramente meglio di me con chi sia meglio allearsi, ma il capo
della Polizia Fouchet e' sicuramente una forchetta migliore del generale
Wellington. Ed io sinceramente non ho proprio saputo trattenermi dal suggerirglielo.
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva