ES
di Giuliano Pistolesi
"L'Inconscio Collettivo è una poderosa massa ereditaria
spirituale che rinasce in ogni struttura cerebrale individuale, e che è
composta da Archetipi, cioè immagini antiche appartenenti al patrimonio
comune dell'Umanità."
Carl
G. Jung
L'uomo si alzò dalla scrivania del suo piccolo studio arredato
anticamente, e andò a sistemarsi sulla comoda poltrona di stoffa
che era lì accanto. Si tolse gli occhiali leggermente ombrati di
polvere e li depositò sul tavolino alla sua sinistra. La poltrona
era comoda o perlomeno la stanchezza del lavoro la fece sembrare tale.
Rilassarsi fu quasi automatico per l'uomo, i cui occhi stanchi ma vivaci
osservavano la fitta pioggia infrangersi rumorosamente sui vetri della
finestra di fronte a lui. Il tempo era orribile, ma l'uomo amava la pioggia.
Gli trasmetteva un senso di purificazione e di pace interiore, rendendo
quei momenti indimenticabili. Chiuse leggermente gli occhi, assaporando
quel momento di unità spirituale, mentale e fisica.
Poi, qualcosa lo spinse a riaprire gli occhi un istante dopo. Dapprincipio
non capì cosa fosse stato a costringerlo a ridestarsi, e pensò
che forse si era trattato di un rumore esterno che l'aveva svegliato dal
suo torpore. Ma percepì chiaramente che c'era qualcosa con
lui nella stanza. Avrebbe voluto scostarsi dalla comoda poltrona per scrutare
attorno a sé l'ambiente alla ricerca della fonte della sua inquietudine.
Ma il torpore che aveva avvinto le sue membra sembrò paralizzarlo,
e la sensazione che provò lo riportò indietro di decenni,
alla sua infanzia.
Ricordò i temporali notturni, che già da bambino lo affascinavano
e lo impaurivano allo stesso tempo. Ricordò il torpore che avvolgeva
il suo corpo privandone la mente del controllo, impedendogli anche di alzarsi
per andare in bagno costringendolo all'enuresi notturna. La paura.
Ecco cos'era quel qualcosa che era con lui nella stanza.
L'uomo si disse che non era più un bambino e che era tempo di scacciare
la paura immotivata di cui lui, come tutti i bambini (e a volte gli adulti),
era stato vittima per troppo tempo.
Tentò dunque di rilassarsi per addormentarsi di nuovo, quando gli
sembrò di vedere qualcosa al di là della finestra, oltre
la pioggia. O meglio, qualcosa nella pioggia. Qualcosa di indefinibile
ma di una consistenza quasi palpabile.
Era la stanchezza ed il troppo lavoro d'analisi sui pazienti degli ultimi
tempi, o i suoi occhi stavano davvero vedendo la pioggia assumere una forma
imperfetta, mutevole, eppure coerente, viva?
Di nuovo, la paura si riaffacciò prepotentemente alla sua coscienza,
emergendo dal profondo della sua anima. Lo strinse al petto come
una morsa, costringendolo ad ansimare, quasi ad annaspare nel fluido aereo
per riuscire a respirare. Il petto iniziò a dolergli e fitte lancinanti
lo trapassarono da parte a parte come aghi roventi, ma la voce non riuscì
ad uscirgli nemmeno per gridare il dolore che stava tormentando il suo
corpo.
L'uomo credette di stare per morire, tanta era l'angoscia che aveva invaso
la sua anima, la sua mente ed il suo corpo, di nuovo, in un unità
cosmica, stavolta terrificante.
O Dio… pregò mentalmente, tentando di farsi largo nella nebbia
nera che aveva avvolto i suoi pensieri, rendendoli funesti presagi di morte,
O mio Dio, aiutami… Non voglio morire…
Allora, una sensazione di calore lo avvolse totalmente e provò
un senso di estraniamento estatico dalla realtà. Ricordò
che solo una volta nella vita aveva provato un'emozione così totalizzante,
quando aveva amato l'unica donna che avesse mai amato nella sua vita.
E il ricordo lo aveva così trasportato che sentì la sua amata
accanto a lui, incarnata nella presenza che avvertiva farsi sempre
più consistente attorno a sé. Aprì gli occhi, sperando
di goderne anche della visione, ma fu tutto inutile. Lei, come tutto il
resto, era solo un fantasma del suo Inconscio. Allora tornò a chiudere
gli occhi per vederla ancora, bella come era sempre stata, prima che la
malattia la portasse via da lui.
La malattia.
Il desiderio di morte che tormentava il suo amore, questa era la malattia.
Allora non era stato in grado di fare nulla per lei, tranne che vederla
morire poco a poco, fino al tragico epilogo suicida. Ma come avrebbe potuto
salvarla? Lui non conosceva nulla dei problemi dell'anima a quel tempo.
Se fosse accaduto oggi, invece. Oggi avrebbe potuto salvarla.
In fondo non era per questo che aveva studiato Psichiatria? Non era per
questo che aveva scelto quel maledetto lavoro da folli? Aveva sublimato
un desiderio di auto-punzione per ciò che non era stato in grado
di fare allora, per l'unica persona per cui ne sarebbe valsa la pena. Per
l'unica persona che avesse mai amato.
L'uomo pianse, e la disperazione che ora emergeva prepotentemente dai recessi
della sua anima, tormentandola con i ricordi, ora invisibili sferzate alla
sua coscienza così confusa e invasa da un'improvvisa tempesta di
emozioni, si trasformò lentamente, progressivamente, in odio mortale
da rivolgere verso se stessi e verso il mondo, crudele e spietato nel toglierci
ciò che più ci sta a cuore. Ma proprio allora, quando il
desiderio di morte stava tentando di invadere anche la sua anima, il desiderio
di vivere lo investì prepotente con la forza di un'esplosione, come
una forza della Natura. Eros stava ingaggiando una battaglia psichica con
Thanatos. E l'uomo sentì di stare assaporando il piacere dell'esistenza,
qualcosa di libidico che rasentava il piacere orgasmico. L'uomo comprese
che la presenza lo aveva di nuovo portato sull'orlo del baratro della depressione
emotiva, per poi risollevarlo inondando la sua anima con la potenza incontrastabile
delle pulsioni vitali.
Paura.
Dolore.
Morte.
Amore.
Disperazione.
Odio.
Piacere.
Quale era lo stadio che ora lo aspettava? Cosa ci sarebbe stato dopo questi
tormenti?
I suoi occhi vennero di nuovo attratti verso la pioggia che si infrangeva
sui vetri della finestra di fronte a lui, e vide l'essere che era fuori,
gigantesco eppure informe, orribile eppure meraviglioso, terrificante eppure
affascinante, estraneo eppure noto…
L'uomo vide la parete con la finestra di fronte a lui sciogliersi letteralmente
per aprire un varco all'esterno, e vento e pioggia lo investirono in pieno
in un'apoteosi di ribellione elementale. L'uomo chiuse gli occhi istintivamente,
ma avvertì la presenza che si era parata dinanzi a lui. La percepì
dal profondo della sua anima.
Allora riaprì gli occhi, e vide… l'Incubo.
L'essere avvicinò i sui volti mostruosi al viso dell'uomo, che,
paralizzato dal terrore, non riuscì a gridare o respirare. L'unica
cosa viva nell'uomo era la sua mente analitica, che stava freddamente studiando
l'Incubo senza alcuna sensazione od emozione, come in coma emotivo. Il
mostro riempiva la stanza, mutando aspetto continuamente. Decine di forme
imperfette e di volti deformi, ora bellissimi ora mostruosi e agonizzanti,
prendevano vita sul suo corpo parzialmente immateriale. Sembrava pura energia,
ma non di una forma conosciuta. Era qualcosa di diverso, di irrazionale
ma umano, sebbene non realmente fisico…
"Forme pallide, alcune orribilimente familiari come i ricordi sbiaditi di un incubo, altre impossibili da identificare. Onde di luce e di oscurità si increspavano sulla massa che si dimenava e si contorceva, illuminandola e oscurandola senza alcun apparente ordine di sequenza. Riconobbe, nelle forme turbinanti davanti a lui, qualcosa di se stesso, segreti ricordi, nascosti ben oltre la sua portata. All'interno della propria mente percepì lo specchio di quello che stava guardando, in un punto talmente profondo che mai lui sarebbe riuscito a raggiungere e che ora si era risvegliato. All'inizio non sentì altro che un rombo basso, ma presto la sua mente si sintonizzò con quello che udiva e il sibilo di fondo cominciò a mutare. Era come essere a una festa dove tutti parlavano contemporaneamente, pensò. Niente che abbia senso. Poi divenne consapevole di uno schema ben preciso, o meglio di un battito all'interno del suono regolare. Assomigliava a un pizzicare lento e attutito di corde di chitarra, o all'echeggiare denso e pieno di un timpano, ma al tempo stesso era anche una voce che urlava per farsi sentire al di sopra del ruggito delle onde. E quella voce aveva qualcosa di ossessivamente familiare." [1]
Carl! disse con tono solenne la voce nella mente dell'uomo, Sono
qui per donarti la conoscenza cui hai sempre ambito… A te schiuderò
le porte dell'Inferno e del Paradiso…
M-mio Dio… balbettò mentalmente l'uomo, sconcertato da quella
rivelazione.
No Carl… riprese l'Incubo, Non sono Dio né la sua controparte…
solo qualcosa di diverso…
Chi sei? chiese l'uomo, ancora sconvolto dalla tempesta di emozioni
che accompagnava quella presenza quasi immateriale e che gli rendeva molto
difficile pensare.
Sono Es, l'Inconscio Collettivo dell'Umanità… rispose solennemente
l'Incubo.
Ma… tentò di dire l'uomo, Non è possibile… Come
puoi esistere fisicamente?
Carl… riprese l'Incubo, Non negare la realtà di ciò
che hai dinanzi… A te mostrerò la mia Essenza, la massa spirituale
patrimonio dell'Umanità, mia fonte di vita e mia anima…
Ma… obiettò ancora l'uomo, formulando la fatidica domanda, Perché
proprio io?
L'Incubo rise sonoramente, e la sua risata echeggiò nella mente
dell'uomo col fragore di una violenta esplosione. Perché no?!
fu la risposta dell'essere, Tanto più che quel debosciato
di Freud non lo sopporto proprio…
L'Incubo fece una pausa, poi riprese, Ora vedrai con la tua mente
ciò che nel profondo del tuo Inconscio già conoscevi…
Improvvisamente, le onde di energia luminosa che attraversavano l'immonda
figura si unirono in un punto di convergenza davanti all'uomo, e un flash
di luce lo investì in pieno, espandendosi a dismisura oltre i limiti
della stanza.
"Ora il rombo luminoso si estendeva oltre la stanza, oltre la parete opposta, oltre il pavimento. Una porta sfolgorante che dava sull'altro mondo. Sul mondo dell'Inconscio Collettivo. La grande discarica della mente umana." [2]
La mente dell'uomo si trovò a fluttuare in un luogo umanamente
inconcepibile, un luogo che lui aveva già visitato solo nei suoi
sogni più reconditi…
Vide un oceano immenso, dalla superficie argentea, solcato da forme indefinibili
che sembravano prendere vita dall'acqua stessa in un modo che gli sembrò
casuale. L'oceano non aveva fine, ma nell'apparente uniformità della
superficie l'uomo sembrò scorgere una certa regolarità negli
increspamenti del fluido, quelli che noi chiameremmo normalmente onde.
Mentre fluttuava a velocità impressionante sopra quell'oceano impossibile,
riuscì a contare sette diversi increspamenti, alcuni più
tempestosi di altri, che si intersecavano e fluivano l'uno dentro l'altro
dando vita a quelle forme che dall'alto l'uomo aveva individuato. Alcune
erano umane, altre meno, ma tutte erano composte dello stesso fluido di
cui era composto l'oceano.
Questo che vedi è l'Oceano del Pathos… sentì la voce
di Es rimbalzare come una biglia impazzita nella sua mente, Ora vedrai
me…
E improvvisamente, la mente dell'uomo fu catapultata in uno dei mari in
tempesta dell'Oceano del Pathos, e andò giù, a fondo, sempre
più a fondo, fino a giungere in una zona oscura, paurosamente buia…
E vide il buio assumere mille forme, mostruose e meravigliose, affascinanti
e terrorizzanti, strane e impossibili. E vide queste forme, come già
aveva visto sul corpo di Es, fluire l'una dentro l'altra per disfarsi o
per comporne di nuove. Ognuna di esse era veicolo di emozioni indicibili
che investirono la mente dell'uomo con la potenza di un'esplosione. Amore,
odio, felicità, paura, piacere, terrore, bellezza, orrore…
Un magma tumultuoso di pulsioni emotive che sembrava raccogliere tutta
l'irrazionalità dell'Umanità, che qui assumeva una vita propria,
indipendente, che a volte tornava a popolare i più oscuri sogni
degli uomini.
Questo era Es.
Questo vide Carl Gustav Jung nel suo viaggio impossibile…
Fonti R1: [1], [2] sincresi (con alcune modifiche) di estratti dal romanzo di Stephen R. George, Creature nel Cervello, Urania n.1147, Mondadori, 1991.
© 1998 PATHOS
Associazione di Letteratura Interattiva