DIARIO
DI UN VIAGGIATORE
di Jacopo Davanzati
Era tanto tempo che desideravo visitare Venezia. Appena arrivato una
strana inquietudine mi pervase. Strano, perché ero lì, con
la mia ragazza, a coronare un progetto a cui tanto a lungo avevamo pensato,
che essere nervosi mi pareva proprio fuor di luogo. Questi pensieri svanirono
poi non appena cominciammo a visitare la città dei dogi e delle
gondole.
Arrivati in P.zza S. Marco ebbi un terribile capogiro, ed intorno a
me tutto si ricoprì di una velata patina scura, al posto della basilica,
del campanile, del leone rampante vidi solo ruderi e macerie; guardandomi
intorno vedevo solo desolazione…… la desolazione che solo l’incessante
incedere del tempo può procurare. Ero solo , spaurito, chiamai a
gran voce il nome di Caterina, ma dalla mia bocca sembrava non uscire alcun
suono, come se lo squallore che mi circondava fagocitasse anche le mie
parole. In lontananza mi parve d’intravedere una figura, vestita di una
tunica porpora, il cui viso era coperto da una maschera tipo quelle che
tanto spesso avevo visto durante i carnevali.
La chiamai a gran voce, chiedendo aiuto e mi misi a correre nella sua
direzione, ma più cercavo di avvicinarmi, più la figura si
allontanava, ma senza mai farsi perdere di vista, sembrava quasi giocasse
con me, facendosi beffa della mia goffaggine. Passai una serie di canali,
attraversai vicoli e calli, senza guardare il nome o la direzione in cui
andavo. Stavo correndo lungo un canale, ad un certo punto girai verso sinistra
e vidi che si apriva una piazza in cui c’era una grande chiesa con un imponente
campanile.
Non feci in tempo a focalizzare la mia attenzione sulla costruzione
che la luce ed il panorama intorno a me tornò normale: la piazza
gremita dei piccioni e del vocio dei turisti, la basilica di S. Marco nel
suo splendore, il campanile che svettava sulle nostre teste e la voce di
Caterina che, ridendo, mi chiedeva cosa stesse succedendo, cosa stessi
guardando, nemmeno avessi visto un mostro!
Ero ancora inebetito, non capivo nulla. Sul momento risposi, con un
sorriso forzato, che non c’era nulla, ma quello che avevo visto, o meglio,
il ricordo di ciò che pensavo di aver visto e vissuto era ancora
vivo nella mia mente. Inoltre a me sembrava che quella visione fosse durata
ben più che non un semplice battito di ciglia! Non mi sarei stupito,
ragionando a posteriori, se mi fossi svegliato su un letto d’ospedale,
tanto la dilatazione temporale era ben presente nella mia mente!
Continuammo il nostro giro turistico, ammirando le tinte dei vari palazzi,
i bei davanzali fioriti che ornavano i vari canali, gli allegri negozi
che si affacciavano sulle stradine e sui vicoli. La giornata trascorse
senza ulteriori stranezze, tanto che quanto accaduto mi pareva ormai solo
un lontano ricordo.
La mattina seguente mi alzai più stanco che mai: per quanto
passionale potesse essere stata la notte, non poteva essere una spiegazione
sufficiente. C’era qualcosa di più, non sapevo esattamente cosa,
ma, dentro di me, si dibatteva qualcosa di molto potente, che sembrava
quasi volesse uscire con rabbia e prepotenza. Mentre ero sotto la doccia,
dalla nebbia dei ricordi cominciò ad affiorare qualche vaga immagine.
Istintivamente capii che ciò che la mia mente vedeva erano le immagini
di un sogno, estremamente vago, approssimato, se non che, accompagnato
da un violento brivido, rividi la figura, quella figura vestita di rosso!
Il paesaggio era differente però, mi sembrava di trovarmi in una
sala di un palazzo. Per quanto strano potesse essere ebbi la certezza come
di sentire anche un aroma d’incenso che bruciava nella sala!
Anche questa volta la visione durò un istante.
Stavo galoppando verso un terribile esaurimento nervoso e quella vacanza
non avrebbe portato altro che giovamento. Ma la cosa insolita era che non
vedevo i motivi per uno stato tale: il mio lavoro di psicologo andava bene,
il mio studio era ben avviato e non avevo problemi economici, di lì
a poco mi sarei sposato e sarei andato a vivere nella casa che stavamo
già arredando; la salute mia e dei miei cari era perfetta.
“Ma che diavolo sta succedendo?”
Lasciai perdere questi strani pensieri per rituffarmi nella vacanza
e nella magica atmosfera della città lagunare. La mattina trascorse
piacevolmente, ma durante il pomeriggio quei brutti pensieri tornarono
prepotentemente alla ribalta, quasi fossero in agguato, là, dietro
un qualche buio e recondito anfratto della mia psiche.
Ci stavamo dirigendo verso la deliziosa chiesa trecentesca di S. Maria
Gloriosa dei Frari. Appena girato l’angolo del calle il respiro mi si bloccò:
mi trovai nella piazza che avevo visto il giorno precedente, nella mia
prima visione (o incubo che fosse) e oltre il piccolo ponte sul rio c’era
la chiesa! Ero certo fosse quella, anche se non ero riuscito a vederla
sentivo che era lei: la mole, il campanile, il rio che avevamo percorso
per arrivare là, la svolta a sinistra venendo da Campo S.Polo…….era
tutto così tremendamente rispondente!
Vacillai, iniziai a sudare freddo, brividi percorrevano il mio corpo
come scariche elettriche. Caterina non potette fare a meno di accorgersene
e preoccuparsi. Riuscii a rassicurarla, con una scusa banale inventata
sul momento ma sufficientemente credibile da tranquillizzarla.
Non volevo parlare con nessuno di quanto rocambolesche fossero state
le mie ultime 24 ore, né tanto meno esprimere le mie paure. Per
quanto agitato, riprendemmo il nostro giro turistico ed entrammo nella
chiesa. Appena dentro mi sentii rinfrancato, oltre che dal fresco, da un
vago senso di confortante familiarità. Mi sembrava quasi di conoscere
quel posto, sebbene fosse la prima volta che lo visitavo. Mi colpì
molto il trittico ligneo della sacrestia, le cui figure e i cui colori,
così armonici, m’ipnotizzarono. Rimasi in contemplazione per non
so quanto, riposando e ritrovando una leggerezza di spirito degna della
vacanza.
“Mi sento così vicino casa…”.
Tornati in albergo le mie preoccupazioni però riaffiorarono.
Da un punto di vista clinico questi non erano solo i sintomi di un esaurimento
nervoso, potevano essere anche quelli del morbo di Halzeimer o di un tumore
cerebrale.
“Non io! Perché? Non sarebbe giusto! Non adesso, Cristo!”, reazione
tanto tipicamente umana quanto inutile.
Sul momento venni assalito dal panico, dalla disperazione, ma fortunatamente
ripresi il controllo quasi subito. Guardai il mio viso riflesso nello specchio
del bagno. Cosa c’era di insolito? Cosa c’era in quel volto che mi sembrava
diverso dal normale?
Una luce in quello sguardo mi colpiva. Cosa era? Il riflesso di quella
che molti dicono sia la Grande Mietitrice che comincia a mostrarsi, tanto
per cominciare a prendere confidenza? Una luce di speranza? Oppure, molto
più semplicemente, era la mia classica, sarcastica, ironia che si
divertiva a sdrammatizzare, ridendo dei miei stessi pensieri?
Fosse quel che fosse cercai di buttarmi alle spalle quei foschi pensieri
e cercai di levarmeli di dosso con una doccia, che acquistò un vago
sentore catartico.
Andai a letto molto più tranquillo di quanto non avessi sperato,
grazie anche all’affetto di Caterina, che con la sua semplice presenza
mi rassicurava. La notte scorreva placida, ma d’improvviso mi trovai nuovamente
catapultato tra i miei incubi, davanti alla chiesa.
La misteriosa figura era là, a pochi passi dall’entrata, quasi
ad attendermi. Restava immobile ed io continuavo ad osservarla. Ad un certo
punto decisi di muovermi, volevo affrontare questo misterioso abitante
del mio subconscio che tanto mi aveva stravolto nelle ultime ore. Camminavo
senza furia, misurando attentamente i miei passi, senza mai togliergli
gli occhi di dosso: via via che mi avvicinavo cercavo di scorgere un lineamento
del viso, qualunque cosa che mi permettesse di capire meglio. Ma nulla
traspariva da dietro quella maschera che pareva vuota. Nonostante la tensione
non avevo paura, più mi avvicinavo e più mi sentivo attratto,
come una calamita.
In quei momenti affiorò nella mia mente il ricordo di uno stato
d’animo, provato più volte ma a cui non avevo dato peso, in cui
mi sentivo come menomato. Non sapevo di che cosa, ma ero cosciente di una
mancanza. Più mi avvicinavo alla chiesa ed alla figura più
prendeva corpo in me una sensazione di serenità, tranquillità,
come se stessi per riempire quel vuoto, come se finalmente stessi per ritrovare
un’unità. Ma unità di cosa?
Giunto davanti al portale principale trovai, immobile, la figura. Mi
fissava da dietro quelle sue orbite vuote, non riuscivo a percepire il
movimento delle sue labbra, ma sentivo distintamente la sua voce, come
se provenisse dal mio interno:” Benvenuto, anzi…… bentornato! Seguimi,
le tue domande avranno una risposta, devi portare pazienza, ma avrai le
risposte che desideri.” Sotto quella sua maschera mi parve d’intravedere
un sorriso.
Entrammo, camminammo lungo la navata centrale, fino ad arrivare al
coro ligneo, circondato da un recinto marmoreo, poi oltre, verso l’altare
maggiore. Arrivati qui ci dirigemmo verso una piccola porta, sovrastata
da un monumento: la sacrestia. Toccando un bellissimo trittico la mia guida
schiuse una porta, e mi fece cenno di entrare e mi porse la sua mano: “Non
temere, sai bene che non c’è nulla di cui ti devi preoccupare. Cerca
dentro di te e saprai che non sto mentendo.” E’ vero, sentivo che non avevo
nulla da temere, anzi, cresceva in me il bisogno di varcare quella porta.
Appena presi la sua mano venni percorso da un brivido, intenso, ma
che scomparve subito. Varcammo la porta e dopo un istante mi trovai come
sospeso a fluttuare nel vuoto. Intorno a me, come se mi trovassi al centro
di una sfera, nuvole colorate si rincorrevano cambiando continuamente colore;
davanti a me si trovava un portale di marmo bianco, non molto grande. Provavo
una forte attrazione e tanto mi bastò pensare a quella porta che
mi ci trovai davanti senza saperne il motivo o aver mosso un passo.
“Non tutti possono vederla così”, mi disse la mia guida muovendo
un braccio, “ai pochi che possono giungere dal tuo mondo qui, potrebbe
generalmente apparire così”: la porta scomparve ed al suo posto
c’era come un pezzo di cielo , costellato di puntini luminosi che si muovevano
armonicamente cambiando di colore. Poi riapparve la porta. Sulla chiave
di volta notai un bassorilievo, raffigurante un cipresso. M’invitò
ad entrare.
Varcata la soglia ebbi un capogiro, mi sentivo disorientato; non sapevo
con esattezza se il prato verde e gli alberi intorno stessero sopra o sotto
e se per giungervi avrei dovuto salire o scendere le scale che vedevo.
Timidamente feci un passo sul primo gradino e subito venni investito
da un forte vento, ma stranamente né i vestiti né i capelli
parevano percepirlo. In quel momento sentii la presenza di un dubbio, di
un quesito, ma la cosa strana è che non sapevo né di cosa
dubitare né cosa rispondere!. La mia logica mi diceva che era tutto
un sogno, che l’alto e il basso sono due principi ben distinti, che la
forza di gravità è qualcosa di certo, spiegabile e dimostrabile
scientificamente; d’altro canto c’era anche una parte che mi diceva di
usare altri metri di misura, nulla era assoluto, il fatto che si usi sempre
un metodo non significa non ne esistano di diversi o, addirittura, di migliori.
Con il pensiero fisso alla diatriba che si stava svolgendo in me, quasi
soprappensiero, incominciai a camminare sui gradini ed il vento aumentò:
più cercavo di concentrarmi su quanto stava accadendo e cercando
una spiegazione più mi era difficile procedere. Fu solo quando giunsi
quasi alla fine della scalinata che mi resi conto di quanto fatto: secondo
la mia forma mentis quotidiana stavo salendo delle scale per scendere in
basso….o forse era l’opposto? Risi, un po’ divertito, un po’ cercando d’esorcizzare
il disagio che, ogni tanto, affiorava e continuai, visto che l’unica cosa
che m’importava era raggiungere quel prato e quella cascata che…….allibito
mi trovai in un batter di ciglia nel posto che un attimo prima mi ero prefisso
di raggiungere.
La cascata! Ma anche questa andava contro la mia quotidiana razionalità:
Il laghetto turchese, che stava davanti a me, non era il risultato dello
zampillare dell’acqua della cascata, ne era la causa generatrice stessa!
L’acqua saliva! O almeno mi pareva fosse così, poiché subito
dopo aver formulato il pensiero non ero poi così tanto sicuro nemmeno
di quello.
Comunque fosse dal laghetto emerse una creatura trasparente, sembrava
quasi che l’acqua si modellasse davanti ai miei occhi. Lentamente e con
grazia questa prese forma: dolci lineamenti femminili apparvero da quella
massa, amorfa fino ad un momento prima, il viso, in cui risaltavano due
occhi azzurri come l’acqua del laghetto stesso, era incorniciato da lunghi
capelli color oro, ed il corpo era fasciato da una mantellina bianca e
oro, che nella sua semplicità lasciava immaginare la sinuosità
e sensualità delle forme.
Le sue mani mi porsero una coppa, invitandomi a bere. Con lo sguardo
fisso su di lei, come ipnotizzato, aprii le mani per ricevere il suo dono.
La mia mano sfiorò la sua ed un brivido di un’intensità mai
provata, mi percorse dalla testa ai piedi, facendomi vacillare: mi ero
appena visto con i suoi occhi, come se io non fossi io ma fossi lei, o
tutt’e due…….
“Sto impazzendo!” pensai mentre iniziavo a bere quell’acqua, fresca,
dissetante.
Lentamente la mia agitazione diminuì e mi tornarono in mente,
non so nemmeno io come mai, le parole che la mia insegnante di T’hai Chi
Chuan mi diceva spesso: le differenze non esistono in quanto tali, siamo
noi che le creiamo, con le nostre categorie mentali. Qualunque cosa è
quello che è, la puoi guardare da mille punti di vista ed osservare
altrettante sfaccettature, ma quell’oggetto rimane imperturbato. Se ti
limiti a considerare un sasso in base ad una definizione di dimensioni
e di chimica resterai cieco a quello che in realtà è non
più il sasso, ma una parte di un insieme.
Ma cosa c’entravano questi discorsi?
Mi guardai intorno, la mia misteriosa guida era scomparsa. “Perfetto,
sto impazzendo e mi trovo, per di più, solo in un “non-posto”!”
Comincia a girellare per quelli che mi sembravano pascoli, visto che
ormai iniziavo a non credere più a niente, tutto sembrava così
assurdo, relativo…..cascate che salgono, scale che scendono per salire,
porte che scompaiono…..L’unica cosa che ancora era intatta era il mio sarcasmo!
“Bella consolazione!”
Osservavo il paesaggio intorno a me, un panorama di pascolo alpino,
i colori, gli odori, i suoni, era tutto così armonico. “Manca solo
la mucca viola della Milka e sono a posto, tanto stranezza più stranezza
meno!” pensai.
Continuai il mio girovagare, lungo un sentiero che sembrava portare
verso il basso della valle. Mano a mano che procedevo il paesaggio cambiò,
da pascolo a bosco, gli alberi, prima pochi poi sempre più numerosi,
divennero un vero e proprio bosco. Arrivato in una piccola radura dovetti
decidere quali dei sentieri che avevo davanti, seguire. Mi sedetti ad osservare.
Il posto mi ricordava molto il luogo di villeggiatura dove avevo trascorso
gran parte della mia adolescenza e dove mio padre mi insegnò le
prime nozioni di botanica, pochi e brevi concetti sul riconoscimento degli
alberi, ma utili ad ingenerare in me l’interesse per la natura e l’amore
per l’osservare in silenzio, cercando di carpire le differenze ed apprezzarne
la meraviglia. Inizialmente non capivo cosa c’era che non tornava, nulla
che stonasse in ciò che mi circondava, ma dentro di me sentivo che
c’era qualcosa. Cominciai allora ad osservare attentamente tutto ciò
che mi circondava: effettivamente notavo delle sottilissime differenze
negli alberi, nei fiori, nei pochi animali che riuscivo a vedere. C’era
qualcosa di differente, quasi che tutte le cose che vedevo fossero il risultato
della fusione delle due entità maschili e femminili esistenti. Ma
il risultato non era affatto disarmonico, al contrario.
Mi addentrai nel bosco di faggi e tigli, con frammisti alcuni cerri.
Mi sentivo osservato, ma detti la colpa a tutte le assurdità che
stavo passando, immemore che fosse solo un sogno! I suoni e gli odori erano
quelli tipici del bosco, la sinfonia della Natura, che pare sempre la stessa,
ogni volta ti sussurra mille piccole cose differenti, se solo hai la pazienza
di ascoltarla. Intanto in alto, sopra le chiome a cattedrale della faggeta
si udiva il richiamo delle rondini ed il cinguettare dei passerotti.
Giunsi così in riva ad un ruscello, mi sedetti, fissando distrattamente
l’acqua. Poco distante da me planò un corvo: inizialmente non pensavo
mi avesse visto, poi si fermò come ad osservarmi, per poi spiccare
nuovamente il volo. Passò poco e dalla riva opposta vidi spuntare
un felino di taglia non molto grossa, con vello maculato di nero e muso
schiacciato: una iena!?!? Anche questa mi guardò per poi voltarsi
e sparire nella sterpaglia da cui era provenuta.
Non ci capivo nulla, sconsolato decisi di tornare alla radura da cui
ero partito, ma non riuscivo più a trovare il sentiero, dovevo essermi
perso. Eppure il sentiero finiva proprio in riva al corso ed io non avevo
camminato lungo la riva! Decisi semplicemente di lasciarmi alle spalle
il fiume, da qualche parte sarei sbucato prima o poi. Mi sembrava di essere
in un labirinto, anzi, non mi sembrava, era proprio un labirinto! Razionalmente
avrei dovuto cercare di prendere dei punti di riferimento, ma quel mio
girovagare, senza un perché o un dove scoprivo non solo che non
mi preoccupava, ma che era anche piacevole. Ogni tanto quella parte della
mia mente così attaccata ai teoremi e alle leggi scientifiche si
riaffacciava timidamente, cercando di suggerirmi metodi utili alla risoluzione
della situazione in cui mi trovavo, ma ogni volta mi pareva che il risultato
fosse una maggior confusione che non chiarezza.
Mi sentivo, nonostante tutto, a mio agio in quell’ambiente, come se
stessi vivendo un piacevole deja vu.
Dopo un po’ mi parve che la foresta si facesse un po’ più fitta
ed intricata. Mi riposai accovacciandomi ad un grosso albero, pensando
sul da farsi, ma le palpebre si facevano sempre più pese ed il torpore
invase le mie membra e mi addormentai.
Pensate: sognai di dormire!
Mi alzai, stirandomi, cercando di scuotermi di dosso le foglie e con
esse il torpore rimanente. Appena riaperti gli occhi, a pochi passi da
me, c’era una creatura femminile che mi osservava. Rimasi senza fiato:
la sua bellezza è indescrivibile a parole. Una figura snella, con
capelli corti, un po’ ritti, quasi ricalcassero il disegno dei rami di
un albero, ma il tutto estremamente armonico. La pelle era opalescente,
su cui si notavano i riflessi dell’iride, le labbra non troppo formose
lasciavano intravedere nel sorriso una fila di denti bianchi, perfetti;
i suoi occhi, fini e penetranti, ricalcavano nel colore le sfumature del
bosco; il suo sguardo gentile e rilassato trasmetteva serenità.
Era vestita di una tunica chiara, non molto lunga, con fini guarnimenti
in oro, alle orecchie portava degli orecchini circolari, anch’essi in oro.
“Benvenuto, mio Signore”, accompagnò le parole con un breve
ma elegante inchino, “seguimi, sarò la tua guida fino alla reggia”.
Si voltò e s’incamminò nella direzione della parte più
fitta del bosco: più che camminare sembrava danzasse, tanto il suo
muoversi era elegante, così pieno di charme e sensualità.
Rimasi a fissarla come un fesso, muto ed immobile come una statua,
poi mi decisi a seguirla. Il bosco, nonostante che a volte mi sembrava
divenire più fitto ed intricato, tanto da lasciarmi disorientato,
assumeva invece un aspetto semplice, rassicurante ed ordinato.
Mi lasciai andare alla spensieratezza che quel luogo ispirava, guardando
con gli occhi curiosi di un bimbo tutto ciò che mi circondava. Più
camminavo e più sentivo crescere una sensazione di pacificazione
interiore. Ad un certo punto mi resi conto che la mia guida era scomparsa,
ma continuai con passo sereno e deciso. Camminavo, lambendo con la testa
le cime degli alberi che si trovavano sotto a me, per poi trovarmi a sfiorare
con mano i tronchi che costeggiavano il sentiero e le cui chiome coprivano
la volta. Non c’era nulla di strano in quanto stavo facendo, era tutto
così naturale. Non so dopo quanto mi trovai ai margini del bosco,
dove la mia guida mi accolse con un sorriso: ”la strada ormai la conosci,
puoi continuare da solo”.
Senza obiezioni, tanto mi sembrava naturale quanto mi aveva detto,
m’incamminai verso un laghetto, su cui stagnava una leggera coltre di nebbia.
La strada continuava verso il centro del lago, su uno stretto istmo fiancheggiato
da alberi.
La nebbia si dissipò e mi trovai al centro del lago, su un’isoletta
su cui si ergeva un maestoso edificio marmoreo, tutto in stile classico.
C’era una lunga e larga scalinata, ai cui lati si trovavano due piedistalli,
su cui troneggiavano due altissime creature umanoidi, il cui aspetto istigava
un timore reverenziale. Uno aveva una pelle verde chiara, pallida, capelli
e lunga barba verde scuro e occhi scintillanti color smeraldo; l’altro
pelle viola chiaro, capelli e barba viola scuri con riflessi blu notte,
occhi grigio argento. Ambedue vestivano una tunica, fermata in vita da
una cintura, riccamente decorata e con una fibbia intarsiata di disegni
che continuamente cambiavano aspetto, come se trattasse di un groviglio
di serpenti, a cui era appesa un’arpa e un flauto. I loro avambracci e
le loro caviglie erano protetti da bellissime placche in bronzo. Il loro
sguardo severo e fiero era fisso su di me, ma non percepivo ostilità.
“E’ una gioia rivederti, dopo così tanto tempo, mio signore”
tuonò uno dei due. Lì per lì pensavo si stesse riferendo
a qualcun altro, ma visto che ero il solo, non potevo essere che io il
loro interlocutore!
“S-signore??” balbettai.
“Non temere, siamo qui per difenderti, tu ci hai creati a questo scopo
e noi, da millenni, assolviamo il compito da te affidatoci.”
Non che la cosa mi quadrasse molto, ma il desiderio di arrivare al
portale in cima alla scalinata era troppo forte; non so nemmeno io come,
ma sapevo che nessuno dei due mi avrebbe torto un capello.
Passare in mezzo ai due mi fece pensare a quanto piccoli, anche quelli
che si ritengono dei grandi uomini, possano in realtà essere.
Distolsi lo sguardo dai due guardiani e vidi, sulla soglia, la figura
mascherata. Affrettai il passo, la chiave dei miei enigmi stava oltre quella
porta.
Mi trovai nuovamente faccia a faccia con il misterioso viaggiatore
dei miei sogni, ma questa volta sentivo che nell’aria c’era qualcosa di
diverso, come se i ruoli fossero cambiati. Nei suoi gesti e nelle sue parole
di benvenuto c’erano reverenza e gioia, come di un amico ritrovato.
Il suo inchino fu ampio ed elegante, poi si girò su se stesso
e si diresse verso il portale. Con un deciso colpo spalancò i battenti
e con voce stentorea: “Udite tutti quanti: TIRESIA E’ TORNATO!” Detto questo
si mise di fianco al portale facendomi cenno di entrare. “Ti faccio strada,
mio signore. Questi sono per te.” Mi porse una veste blu scuro che indossai
ed una catenina da collo con un piccolo pendaglio.
Tutta questa reverenza mi stordiva un po’, ma quelle piccole punte
di disagio venivano subito quietate da un profondo, potente, e se volete
anche insolito, stato d’animo: certezza dell’essere.
Entrati nel palazzo la prima cosa che mi colpì fu l’odore tipico
di un luogo a lungo tenuto chiuso.
La prima sala in cui venni guidato era rotonda, che gira continuamente,
senza sosta, come la sfera celeste.: la sala dei ricevimenti ufficiali,
mi disse.
Passammo oltre, attraversando sale e corridoi: vi sono delle sale con
vasche d’acque sulfuree, salate, profumate con varie essenze, o semplicemente
calde, fredde e tiepide . Gli interni sono decorati, oltre che con stucchi
e pitture, con lastre di marmi vari, avori, pietre preziose e madreperle.
Giungemmo poi in un piccolo studio e mi venne spiegato che si trattava
della sala da ricevimento privata, dove può accedere ed annunciarsi
Alchera, la regina dei sogni. E’ una sala ettagona, con pareti in alabastro
ricoperta da una volta a padiglione, con un’apertura circolare nel mezzo,
contornata su cinque lati da stanze disposte radialmente e con le altre
due prospicienti un porticato; le stanze radiali, con volte a botte, sono
ornate di nicchie dove bruciano senza sosta bracieri di essenze profumate.
I corridoi e le volte sono decorate con quadretti e vedute di paesaggi,
resi a piccole e rapide pennellate. All’apparenza mi sembravano privi di
colori o tonalità, ma ad una più attenta osservazione scoprii
un’infinità di colori e sfumature. Un’altra cosa che mi colpì
molto furono i candelabri: dipinti sulle pareti emanano realmente luce,
ma non calore. Le pareti delle stanze, arricchite da lastre d’avorio e
dorature, creano un’illusione prospettica tale che tutto sembra in rilievo.
Procedendo mi rendevo conto che tutti quei luoghi non mi erano sconosciuti,
nella mia mente stavano affiorando ricordi vecchi e sbiaditi, come se stessero
emergendo dalla notte dei tempi. Ma la sala che più mi colpì
è quella chiamata “della scacchiera”: decorata con affreschi, mi
venne spiegato che rappresentavano episodi basati su tutti i proverbi,
umani e non, di tutti i tempi e di tutte le culture. Al centro c’è
una grande scacchiera, i cui pezzi sono creature in scala reale del regno
in cui mi trovavo. Vista dall’alto, la scacchiera appare come una grande
ragnatela, sotto la quale ruota un enorme vortice blu scuro. Qui si sono
consumate disfide millenarie, se viste in ottica umana, tra i vari ospiti
ed è un luogo in cui non è possibile barare o usare trucchi:
una regola imposta dopo che numerose partite erano andate a monte proprio
per questo mal costume!
Esterrefatto mi guardavo intorno e ad un certo punto mi accorsi che
stavo tranquillamente leggendo alcuni proverbi scritti in lingue di cui
non sapevo nemmeno l’esistenza.
Ma il mio sbigottimento non terminò lì, verso di me stava
avanzando un calice sospeso a mezz’aria. Un refolo di vento m’investì
e la coppa era davanti a me, ma chi me la porgeva era adesso una stupenda
creatura maschile, per il quale, sul momento, provai una fortissima attrazione.
“Per te, mio Signore”. La melodia della sua voce ed i gesti, così
sensuali, nel porgermi il calice non facevano altro che incrementare la
mia eccitazione. Bevvi, con lo sguardo fisso su di lui.
La dolcezza di quel liquore era celestiale: in me ardeva adesso un
fuoco ed una sensazione di potenza, mai provata prima, pervase le mie membra.
“E’ giunto il momento, mio Signore”.
“Andiamo” e con passo deciso, senza nemmeno aspettare la sua risposta,
m’incamminai verso una porta, come se conoscessi già la strada.
Spalancai i battenti e mi trovai in una vasta sala, dal soffitto altissimo,
a tre navate. Guglie alte e filate si ergevano verso il cielo, visibile
attraverso la cupola di cristallo. Sul lato opposto c’era una breve scalinata
che portava ad un trono trasparente. Respirai a pieni polmoni: mi sentivo
di nuovo a casa, come se fossi tornato da un lungo viaggio.
Alla base della scalinata mi fermai un momento. Sì, ricordavo,
sapevo perché mi trovavo in quel luogo. Salii lentamente la scalinata,
carezzai delicatamente un bracciolo del trono, mi voltai e vidi che erano
presenti molte creature, alcune delle quali incontrate prima.
Il silenzio regnava nella sala gremita.
“IO SONO TIRESIA, ENIGMA DI DESIDERIO. IL DOMINUS E’ DI NUOVO NEL SUO
PALAZZO!” e mi sedetti.
Mi svegliai, Caterina di fianco a me che dormiva. Mi guardai un po’
stordito intorno, era mattina, una fievole luce filtrava dalla finestra.
Ripensai al sogno. Istintivamente mi portai una mano al collo e scoprii
la catenina. Tutto riaffiorò nitidamente nella mia mente.
Da allora è iniziata una nuova vita, un viaggio nella conoscenza
dei tempi.
Caterina non sa ancora, ogni tanto mi pone delle domande, in parte
ha notato un cambiamento in me, ma ancora non è giunto il momento
per lei di risvegliarsi, ma quel giorno si avvicina sempre di più.
PATHOS © 1999
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