DESTINI POSSIBILI
di Lazar Jakovic
1 - Ritorno a ObrenovacL'uomo al volante guarda alternativamente la strada e la donna che gli siede accanto. La macchina procede lentamente, nel silenzio opprimente del paesaggio invernale. La strada è deserta, ma il fondo stradale malridotto e ricoperto di pozzanghere, a tratti ghiacciate, invita alla prudenza.
"Non so perché mi sono lasciato convincere ad accompagnarla lì" - dice l'uomo, la voce che non tradisce emozioni - "Non serve a nulla. Mi creda. Solo a riacutizzare la sofferenza".
" La sua e la mia" aggiunge poi.
La donna al suo fianco ha il volto pallido e tirato, lo sguardo di pietra.
"Mi ci porti" - sibila, con tono che non ammette repliche - "Devo vedere. Devo".
Ora la macchina si inoltra in viottoli di campagna, tra alberi spogli e spiazzi deserti. Un mondo dai colori plumbei, abbandonato da Dio e dagli uomini.
"Isabela, la prego" - dice l'uomo, rompendo un silenzio sempre più pesante - "Prenda la sua lettera e se ne torni in Italia. Non sono neanche sicuro di poter ritrovare il punto esatto".
Lei si gira di scatto verso di lui, gli occhi carichi di rabbia, dietro cui si intravede una muta supplica.
"Non è vero, Zlatko. Tu sai benissimo dov'è, quel maledetto posto. Sono passati solo pochi giorni. Ce lo devi, almeno questo. Lo devi a lui, prima ancora che a me. Eri suo amico, no? ".---------------- Lazar era uscito una mattina di un giorno come tutti gli altri giorni. E all'ora di pranzo non era tornato. E la sera non era tornato. E nemmeno il giorno dopo. E quello dopo ancora. Non era più tornato.
Il nervosismo di Nella si era tramutato in inquietudine e poi in angoscia. In un primo momento aveva pensato ad una di quelle pazzie più volte preannunciate, come la "puntata" a Belgrado per il funerale del suo comandante, o la partenza per la Bulgaria, alla ricerca della famiglia Jakovic. Ma perché questo silenzio prolungato? Non un messaggio, non una telefonata. E piano piano avevano cominciato a prendere corpo le ipotesi più terribili. Nella era andata all'aeroporto, e aveva chiesto di vedere gli elenchi dei passeggeri dei voli per Belgrado degli ultimi tre giorni. La legge sulla privacy aveva creato qualche difficoltà, ma dando fondo alle sue risorse, era riuscita ad ottenere quel che voleva. Il giorno stesso della scomparsa di Lazar, Alessandro Mai era salito sull'aereo per Belgrado. E non era solo. La receptionist le aveva confidato, intascando una lauta mancia, che quel giovane, che corrispondeva alla sua descrizione, era in piacevole compagnia di tre o quattro amici e di una bella ragazza, probabilmente la sua fidanzata, che camminava abbracciata strettamente a lui. Tutti jugoslavi.
Il sangue le si era gelato nelle vene. E ora? Correre di nuovo in Serbia? Ricominciare l'inseguimento, ma questa volta senza nemmeno una traccia? No, follia inutile. Quel copione era già stato interpretato. Meglio riflettere con calma. E tenere costantemente collegato il PC, e consultare continuamente la e-mail, in attesa di un sospirato messaggio. Che non arrivava.
Alla fine si era decisa a correre il rischio, pur di uscire da quella situazione aberrante di passività che la stava lentamente distruggendo.
Sul monitor aveva composto l'indirizzo:messaggio per Zlatko Bolatovic @ xxxxx.yu
Quella notte camminavo per la piazza dell'Anfiteatro.
Sono Isabela, si ricorda di me? Lazar è scomparso. Mi può aiutare?
Per un po', il silenzio. Poi, all'improvviso, il Reply. Apri. Il cuore batte forte. Poche righe:RE:
Dottoressa Carabella,
ho una lettera per lei. Mi spieghi dove posso fargliela recapitare.
RE: RE:
Vengo subito la'. Mi dia un appuntamento. E' a Obrenovac? Domani sarò a Belgrado, dopodomani sarò a Obrenovac.
RE:RE:RE:
Non c'è bisogno che si precipiti, Isabela. Organizziamo un incontro con calma. Devo solo darle una lettera. Mi dispiace. Non c'è fretta. Ormai.
ORMAI!?! Cosa vuol dire ORMAI?
RE:RE:RE:RE:
Cosa vuol dire, Zlatko!?! Dopodomani mattina sarò a Obrenovac. Devo entrare di nuovo nella caserma come una furia?
RE:RE:RE:RE:RE:
E' una follia. Ed è tutto inutile. Alle 10, al bar della stazione.--------------------
Mai viaggio era stato più angosciante. Percorrere di nuovo quelle strade, tornare negli stessi luoghi dove era stata pochi mesi prima. Ma allora l'accompagnava la speranza. Allora sentiva che stava per trovarlo. Ora c'era solo l'illusione della speranza. ORMAI. Quella parola le risuonava terribile nella mente. Ormai. Ormai. Non voglio sapere cosa significa ormai.
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Il bar della stazione di Obrenovac. Dopo una notte insonne, le ore che non passano mai, finalmente il luogo dell'appuntamento. Zlatko era arrivato puntuale. Era quasi irriconoscibile, vestito da civile, con un giaccone sformato e un cappello di velluto in testa. Il volto mantenuto impassibile, ma con evidente difficoltà.
Allo sguardo interrogativo di Nella aveva distolto il suo sguardo.
"Cosa le posso offrire da bere, dottoressa?" - aveva chiesto in un misto di serbo ed italiano raffazzonato.
"Niente grazie" - era scattata lei in preda a un nervosismo non più controllabile. "Dov'è? Cosa è successo? Lei lo sa, vero?".
"Mi spiace, devo solo consegnarle questa lettera " - aveva risposto seccamente l'uomo, porgendole una busta dall'aspetto stropicciato. Nei suoi occhi si leggeva l'ansia di chiudere quell'incontro al più presto.
Nella aveva afferrato la busta, l'aveva guardata a lungo, ci aveva passato più volte la mano sopra, come per carezzarla. Ma non l'aveva aperta.
"Dopo la leggerò, c'è tempo. Ora voglio sapere dov'è Lazar. Deve portarmi da lui, prima che sia troppo tardi!" - aveva mormorato stringendo con la mano il braccio di Zlatko.
"Isabela, non finga di non aver capito. Lo sa benissimo che ORMAI È troppo tardi."
Ormai, ecco di nuovo quella maledetta parola che uccide l'ultima speranza. La frase l'aveva colpita come una frustata. Il respiro che si blocca, il cuore che sembra scoppiare, la voglia di gridare al mondo la rabbia che la sta invadendo. E invece si limita a stringere gli occhi e a mordersi le labbra.
"Allora è morto" - più che una domanda era un'affermazione. Lei lo sapeva, lo aveva saputo da quando era scomparso. Solo che finora non era riuscita a prenderne coscienza.
"Chi l'ha ammazzato? Perché?" - aveva chiesto, già conoscendo le risposte.
"Noi, i Servizi di Sicurezza, naturalmente. Era troppo pericoloso che restasse in circolazione. Era una mina vagante, con tutto quello di cui era a conoscenza. Una volta eliminato Arkan, il lavoro andava completato. E' stata una corsa contro il tempo, per trovarlo prima di altri. Noi o la NATO. Se fosse arrivata prima la NATO, ora lui sarebbe vivo, e molti tremerebbero. Invece siamo arrivati prima noi".
"Non avrebbe mai parlato"- la voce di Nella aveva ora un tono triste - "Anche tu, Zlat, anche tu lo hai tradito? Hai usato la sua debolezza, quando si è messo in contatto con te, dopo l'attentato del 15 gennaio, per farlo rintracciare?"
"No, non lo avrei mai fatto" - l'uomo dei Servizi di Sicurezza era adesso sulla difensiva -"Anzi, avevo cercato di fargli capire che il cerchio si stava stringendo. Ma non ho potuto aiutarlo. Sa, dottoressa" - aveva aggiunto abbassando gli occhi - "Ho una moglie e due figli che vivono sotto la protezione governativa".
"Cosa è successo, Zlatko, dimmi, scusi, mi dica che cosa è esattamente accaduto. Ho bisogno di saperlo". La cameriera si era avvicinata per prendere l'ordinazione. Distrattamente avevano chiesto due caffè.
"Oh, è una storia breve. Si è svolto tutto in poco tempo. Al mattino erano a Roma, dove lo hanno preso, senza troppa difficoltà. Gli hanno iniettato qualcosa che lo ha reso inerme per tutto il tempo necessario. All'ora di pranzo erano all'aeroporto di Belgrado. Nel pomeriggio lo hanno portato a Obrenovac e me lo hanno consegnato, con gli ordini precisi da eseguire. C'era solo da attendere una telefonata dalla Capitale. Fino a quel momento l'ho ospitato nel mio ufficio. Era calmo e tranquillo, se questo la può consolare. Abbiamo parlato un po' dei vecchi tempi, quando studiavamo insieme e ci passavamo i compiti. Non provava rancore verso di me. Sapeva che dovevo obbedire agli ordini. Lui avrebbe fatto lo stesso, al mio posto.
Poi mi ha chiesto chi, e per quale reato, l'avrebbe processato e giudicato.
Gli ho risposto che non ci sarebbe stato nessun processo. Solo una sentenza da eseguire.
Capisco, ha detto. Ma ... perché?
Sei pericoloso, sai troppo, ho risposto.
Non avrei mai parlato, ha detto con convinzione.
Non si possono correre rischi. Il nostro, il tuo, Paese non può permettersi di correre rischi, ho risposto
Capisco, ha detto. Quanto tempo mi rimane?
Poco, ho risposto. Stasera sarà tutto finito.
Capisco, ha detto.
Dopo qualche minuto di silenzio, mi ha chiesto se poteva esprimere l'ultimo desiderio. Anzi, già che c'era, almeno due o tre, e lo ha detto ridacchiando.
Sentiamo, ho risposto. Ma non chiedermi di fare una telefonata.
Già, si è messo a ridere lui, in Italia il telefono salva la vita! Ma qui siamo in Serbia.
Non ho capito la battuta, dottoressa, e non ho capito come facesse a ridere in quella situazione. Però è una nostra caratteristica, sa Isabela? Di essere sprezzanti della morte, quella degli altri, ma anche della nostra.
Vorrei scrivere una lettera. Poi tu la dovrai consegnare da parte mia.
Va bene, usa pure carta e penna che sono sulla scrivania. E poi?
Vorrei ... portare con me ... la nostra bandiera.
Non è facile trovare una bandiera adesso. Vedrò cosa posso fare. E poi?
Sulla mia tomba, accanto al mio nome, fai scrivere Tigre.
Non avrai una tomba con il nome sopra, amico mio. Tu devi sparire per sempre.
Capisco.
Ancora silenzio. Poi si è seduto alla scrivania, e ha cominciato a scrivere.
All'improvviso mi ha chiamato.
E la mia famiglia?, ha chiesto.
Ora che tu non ci sei più, penso che le lasceranno tornare a casa. Non costituiscono più un problema, ho risposto.
Capisco, ha detto, e ha ripreso a scrivere.
E' squillato il telefono. Era l'ordine da Belgrado.
Dobbiamo andare, gli ho detto, mi dispiace, ma è ora.
Mi ha consegnato la lettera, chiedendomi di occuparmene personalmente.
Sai a chi deve arrivare, vero? Mi fido di te. Lei non c'entra niente con la mia vicenda. Non sa niente dei nostri affari sporchi. E' solo una storia d'amore. Aspetta un po' di tempo, non crearle problemi.
Sono arrivati i dieci uomini della squadra. Due furgoni blindati ci aspettavano fuori. Uscendo mi sono arrampicato all'altezza giusta per prelevare dal pennone la bandiera dello Stato Serbo che sventola all'ingresso della caserma, sotto gli occhi esterrefatti delle sentinelle. Nel buio delle strade deserte ci siamo diretti verso la periferia di Obrenovac, e poi sempre più lontano, nella gelida campagna circostante.--------------------------
"Ecco, siamo arrivati, il posto è questo" - dice l'uomo alla guida della macchina, fermandola in uno spiazzo circondato da alberi e cespugli rivestiti di neve gelata.
L'uomo e la donna scendono dalla macchina. Lei si guarda intorno, cercando un segno, sperando ancora che sia solo un incubo da cui svegliarsi.
"Siamo arrivati qui che era notte fonda" - comincia a raccontare Zlatko, con voce atona - "Gli uomini del primo furgone sono scesi e hanno preso le pale. Era buio, la luna era livida e velata. Per vederci qualcosa abbiamo dovuto lasciare accesi i fari di tutti e due i blindati. Non è stato facile trovare un punto in cui il terreno fosse abbastanza friabile da poter essere scavato. In cinque hanno cominciato a lavorarci, ma c'è voluto parecchio tempo".
"Dov'è che hanno scavato?" - chiede la donna, continuando a girare gli occhi da tutte le parti.
"E' qui, più o meno, no, ecco, guardando i due alberi, qui". E indica un punto che sembra uguale a tutti gli altri, ma osservando con attenzione si capisce che ha qualcosa di diverso, la terra meno compatta, forse.
Poi riprende a parlare, come se avesse bisogno di raccontare tutto per liberarsi da un peso terribile.
"Anche lui è sceso, e si è seduto sotto quell'albero; lo sorvegliavano quattro uomini armati di mitraglietta, ma in realtà non ce n'era bisogno. Sembrava aver accettato il duo destino. E' stato li' fermo a guardare davanti a se', chissà che cosa. Ogni tanto sembrava sorridere. Probabilmente pensava a lei, dottoressa. Il tempo passava, e il freddo era sempre più pungente. Mi sono avvicinato a lui e ho visto che aveva le labbra livide, tremava come una foglia. Solo allora mi sono reso conto che indossava un giubbotto forse adatto al clima di Roma, ma troppo leggero per queste parti.
"Posso fare qualcosa per te?" - ho chiesto, senza sapere bene che risposta aspettarmi, data la situazione.
"Si -mi ha detto guardandomi negli occhi, quasi con tenerezza - Di' ai ragazzi di fare in fretta con quelle pale. Sto morendo di freddo, e se mi prendo una polmonite vi priverò del piacere di ammazzarmi", e non ha potuto fare a meno di sogghignare.
"Non è un piacere per nessuno di noi, credimi amico" - ho voluto precisare, un po' seccato dalla sua frase.
"Ah si? Forse non per tutti. Ma c'è sempre qualcuno che si diverte", ha ribadito.
A questo punto ho preso la bandiera della Serbia, che tenevo accuratamente ripiegata nello zaino, e gliel'ho data. Mi è sembrato che i suoi occhi brillassero, per un attimo, mentre diceva "Ce l'hai fatta, vecchio mio. L'hai trovata per me. Grazie, sei davvero un amico. Non lo dimenticherò mai, finché vivrò! Beh, non sarà un lungo ricordo, eh?" - di nuovo quel tono ironico, che aveva il potere di inquietarmi.
Poi tutto è precipitato in pochi minuti. La fossa era abbastanza profonda. Il capo squadra ci ha raggiunti. "Jakovic, vieni", gli ha ordinato. Lui si è alzato e lo ha seguito, stringendo fra le mani la bandiera. Solo per un momento si è girato verso di me, e mi ha mormorato qualcosa del tipo "ti prego, faglielo sapere, che non l'ho abbandonata, che la amo, per sempre".
"Scendi nella fossa, che facciamo prima". E' saltato dentro, e ha gridato "Ehi, ma è troppo piccola, pelandroni. Non si scava più come una volta!".
"Markovic, pensaci tu" - ha ordinato il capo squadra. E Markovic è saltato giù pure lui, con una M-75 in mano.
"Ehi, spiritosone di un tigrotto" - ha detto con tono malignamente divertito - "dove li preferisci questi bei confettini? Facciamo come per il tuo comandante?". E senza aspettare altro gli ha sparato tre colpi in rapida successione, uno nell'occhio sinistro, uno in bocca e un terzo al petto. Lui si è accasciato senza un lamento. La bandiera stretta fra le sue mani si è subito inzuppata di sangue.
Poi la fossa è stata rapidamente ricoperta. E' finita così, in silenzio. Nessuno di noi ha guardato negli occhi gli altri".
La donna si inginocchia nel punto che l'uomo ha continuato ad indicare, mentre faceva il suo racconto di morte. Poggia le mani sulla terra gelida. Lui è qua sotto, pensa. Quel volto che ho accarezzato tante volte, ma non abbastanza. Vorrebbe che un po' del calore del suo corpo vivo potesse arrivare al corpo di lui. Lo immagina, abbracciato alla sua dannata bandiera, felice, dopotutto, di essere sepolto nella sua maledetta terra. Ma non ha più calore da donare. Ora il suo cuore è veramente di ghiaccio. Ora è veramente Demetra d'inverno.
"Si fa tardi, Isabela" - la scuote l'uomo, invitandola ad alzarsi - "E' ora di andare. La accompagno all'aeroporto. Presto sarà a casa sua, e potrà dimenticare tutta questa storia".
"Ma che dici, Zlatko, - lo guarda quasi con rancore - Dimenticare? Non potrò, mai. E tu? Tu potrai dimenticare?".
Lui abbassa gli occhi. "No - ammette - nessuno di noi potrà mai dimenticare".==============
L'aereo è partito in orario. Si sta lasciando alle spalle la Serbia e tutte le sue tragedie.
Poco prima, all'ingresso dell'aeroporto, dopo un cortese ma freddo saluto scambiato con l'uomo che l'ha accompagnata, le è sembrato che due giovani, vestiti di nero, pantaloni e giubbotto di pelle, cappuccio di lana nero in testa, la stessero osservando attentamente. Poi si sono mossi, passandole accanto, quasi sfiorandola. Senza fermarsi hanno mormorato qualcosa in serbo, qualcosa come osvetiti..., e si sono allontanati rapidamente. Solo adesso, ripensando a quelle parole, e con l'aiuto del dizionario che porta sempre con se', ne ha capito il significato: vendicheremo anche lui. La tentazione di tornare indietro, di unirsi a quelli che cercano la vendetta, è forte. Ma no, basta, basta Tigri, basta nomi che finiscono in ic, basta Balcani.
Ora è pronta per leggere la lettera. La busta stropicciata è nelle sue mani, e mentre la apre prova la stessa emozione di quando, all'inizio di questa storia, apriva la sua e-mail e vedeva scritto:1 messaggio non letto, mittente Lazar Jakovic.
Amore, sapevo che prima o poi ti avrei scritto l'ultima lettera, ma non pensavo che quel momento sarebbe giunto così presto. Vorrei dirti tante cose, vorrei farti sognare insieme a me, come quando eravamo lontani e il destino stava per farci incontrare. Vorrei scrivere così tanto da lasciarti parole da leggere per tutta la tua vita, per eterna che sia. Ma non ho tempo. Tra poco squillerà il telefono, e dovrò andare via. E allora posso solo ripeterti mille volte che ti amo, e immaginare che anche tu mi stia ripetendo la stessa cosa. Probabilmente ora, mentre leggi questa lettera, stai soffrendo. Non so come fare a confortarti. Io ti sarò sempre vicino, perché ormai faccio parte di te. Questi pochi mesi strappati alla mia prima morte sono stati i più belli della mia vita. E se mi permettessero di scegliere fra la breve vita che ho vissuto accanto a te e una vita lunga, ma senza conoscere il tuo amore, non avrei un attimo di esitazione nel preferire la prima alternativa. Quindi non dobbiamo essere tristi più di tanto. Volevo lasciare nella busta anche l'anello con i tre cerchi che mi hai regalato, perché ti venisse restituito. Però mi sono accorto che è l'unica cosa tua che posso tenere con me. A te resteranno altre cose: il berretto di lana grigia (è nel primo cassetto dell'armadio), il coltellino che mi hai regalato a Natale (credo sia rimasto nella tasca della giacca blu) e il ciondolo con le spighe. Lo terrai sempre sulla tua pelle, vero? Ma soprattutto ti resterà il mio ricordo, mi piace pensare che ci sarà sempre un posto per me nel tuo cuore. E poiché tu sei la mia amata immortale, se mi terrai sempre con te, anche io sarò immortale.
Mi dispiace per Alessio, è capitato proprio male. L'altro-me è chiuso nel suo guscio da un po' di tempo. Deve essere terribile per lui vivere per la seconda volta i momenti che precedono la morte. Ma tra poco anche lui troverà la pace.
Ora sta squillando il telefono, quel maledetto suono mi fa perdere la calma. Vorrei urlare, vorrei essere lontano da qui. Vorrei abbracciarti e baciarti. E invece...oddiooo, fa che sia solo un incubo. NO, non posso comportarmi così. Io sono forte, sono pronto ad affrontare a testa alta il mio destino. Non temere, sto bene, non ci saranno altri momenti di cedimento. Non ho più tempo. Devo andare.
Ti amo, amore mio. Penserò a te fino all'ultimo momento e riuscirò ancora a sorridere. Addio.
Lazar= = = = =
"Amore, sapevo che prima o poi......." , Nella sta rileggendo per l'ennesima volta quelle parole, sdraiata sul divano. La casa di Via Giulia è fredda, in questo momento. Il riscaldamento si è spento e lei non ha avuto la forza di alzarsi per andare a riattaccarlo. Dal CD la musica di Goran Bregovic. E' la giusta colonna sonora. Nell'aria si diffonde il canto triste di Kayah:
L'inverno sulle mie braccia è sceso
Con l'innocenza della neve bianca
La prima stella è già in cielo
E tu non ci sei più
Ehi, valli e monti miei
Forse mi direte voi
dov'è andato l'amore mio
Ehi, Dio nasce
Forza trema
E tu non ci sei più
La neve ha coperto tutte le strade
Con l'innocenza del cappotto bianco
Le tue tracce mai più troverò
Mai più sarai con meUn sottile senso di angoscia le sta salendo fino alla gola. Le sembra di soffrire davvero. Se non fosse che è Demetra D'Inverno le uscirebbe anche una lacrima. Perché poi? Non c'è motivo, si ripete, come per consolarsi. La commozione è qualcosa di troppo umano, perché lei possa cascarci! Eppure, eppure...
Un rumore alla porta d'ingresso. Una chiave che gira nella serratura, la porta si apre.
"Ehi, vieni a darmi una mano" - grida Lazar mentre cerca di entrare carico di pacchetti in equilibrio precario - "La nostra cena cinese sta per cadere per terra".
Nella resta immobile e guarda Lazar che passa a fatica dando un calcio alla porta, facendola sbattere contro il muro.
Sbuffando lui riesce a posare i pacchetti e le bottiglie sul tavolo, poi guarda Nella, come per dire "Beh?".
"Disgraziato, delinquente, è proprio vero che voi serbi ci nascete con il gene criminale nel DNA!" sibila Nella, avvicinandosi furiosa a lui e mollandogli uno schiaffo piuttosto sonoro. Lazar resta sorpreso, e la guarda senza riuscire a capire cosa sia successo. "Cosa ho fatto questa volta?" chiede, massaggiandosi la guancia, già rassegnato ad ascoltare l'elenco delle sue colpe.
"Che cazzo è questa roba?" - dice Nella, sventolandogli sotto il naso i fogli che stava leggendo.
"Ehi! Chi ti ha detto che potevi leggerli? E' roba mia, privata!" protesta Lazar, cercando di riprenderli.
"Ah si? Stavano in bella mostra sul divano. E comunque chi se ne frega della tua privacy. Perché hai scritto 'sta roba?"
"Beh, sta rrrobbba ... è ... una specie di gioco." - risponde lui un po' sulla difensiva - "Ho visto che tanti fratelli raccontano le loro storie, le loro sensazioni. Mi sembrava che ci si divertissero, che ci giocassero, con le loro vite. Io ho giocato ... con la mia morte" - continua - "Ne ho descritta una delle tante possibili. L'ho, come dite voi?, ... essorcizzatta. Questa è già scritta, non potrà più avvenire". Improvvisamente si fa serio "O forse avverrà proprio così, perché è già scritta".
" 'affanculo, Lazar. Ci sono stata male, a leggerla" - dice Nella, attirandolo vicino a sé.
"Figurati io a scriverla! Così impari a ficcare il naso nelle cose mie. E poi" - aggiunge, mentre la prende tra le braccia- "è questo il modo di accogliere chi ti ha portato la cena fin quassù?".
Anche per questa sera la cena è destinata a raffreddarsi.===========
Il giorno dopo, un giorno come tutti gli altri, Lazar esce di buon'ora. All'ora di pranzo non è ancora tornato...