GIOCHI DEGLI DEI
di Michele Gianni
Mi appari adesso nella rosa del tramonto, mentre attendo l’inizio, quando tutto si distacca correndo nel buio, quando i confini si svagano e accentuano i contrasti, quando le cose si allontanano e deviano.
Tu compari nelle feste non volute, dove le nostre solitudini si ammantano di rosso in festa, di luce di festa e vestiti leggiadri. Dove tutto si dipana nel rosso delle luci e nel tintinnio della festa, e restano poche ombre in cui accucciarsi, divorarsi non visti e scomparire al resto del mondo. Là le cose sono davvero distanti.
E nella festa, quando il dolore prende forma di un discorso di saluto, di un brindisi sfrenato che appare inizio e fine dell’orgia che s’appresta, alcuni si allontanano. Discordia prende corpo, e tacite occhiate e segni impercettibili. La trappola acquista forma.
Ecco il dio bambino.
Allora nell’oscurità in cui ci si divora, non visti nella festa, nel buio che diventa spessore di tela grezza, l’occhio si leva in attesa, a spiare le mosse dei visi cospiratori e infidi.
Scattano i doni immersi nei sorrisi. Si apre il mondo del gioco. Tutti bambini adesso. Negli angoli del giardino, il buio crea vele tese e rifugi per i mostri.
I doni offerti nel sorriso che tradisce inganno. Promesse di piaceri di cui si ammanta il Desiderio.
Uno ad uno i doni si presentano e lasciano spazio alla fantasia del fanciullo, alla costruzione dell’alba del mezzogiorno del tramonto, finché il buio si dispiega e si dimostra unica realtà.
Nell’ora dei balocchi i dadi hanno deciso per me: ti avrei rivista sotto altre forme, altri desideri, dolci come la notte senza confini. Tu sei come Destino che si addensa a creare la realtà di un amore che non so se conoscerò, se riconoscerò fra mille profferte di piaceri leciti e proibiti. Io dio bambino.
Nell’ora dei balocchi ho provato il gioco dei pianeti: palla lanciata con le mani incerte, palla calciata senza una meta, piccoli globi che rimbalzano senza tregua; vorticare di globi senza il suono di ogni giorno. Quando il canto tace, resta il sibilo che rallenta, prima che le sfere si guardino nel dubbio. Discordia.
Nell’ora dei balocchi ho provato la vertigine del centro mondo che ruota e si sostiene; una trottola dai mille colori immobile sul suo punto invisibile, e il resto disperato vorticare. Un attimo prima della noia, un istante prima della noia cupa dell’attesa, assieme a Psiche ho assaporato il vorticare dei colori.
Nell’ora dei balocchi ho giocato con i pomi dorati. Gli eroi hanno combattuto, destini di regni si sono giocati, sangue è scorso in mille rivoli. Tutto per Desiderio del lucore infernale dei frutti degli dei. Divinità ingannevoli: ecco il vostro pasto, i frutti dorati come la giovinezza che da me si fugge.
Nell’ora dei balocchi ho legato alla corda l’assicella ben sagomata. Poi ho iniziato a roteare la corda sempre più velocemente finché non si è ben tesa e l’assicella ha iniziato a ululare, e tutti si sono spaventati gridando molto e con strepito, ché questa è la voce delle dee infere, e spettri e umani fuggono col terrore di Distruzione nel cuore.
Nell’ora dei balocchi ho veduto lo specchio. Rifletteva il ricordo del tramonto; lanterne carminio scuro e ombre di discordia. Io, specchio che si specchia, cerco l’angolo dove il gioco dei riflessi è un infinito tanto profondo che fa male. Così talvolta si svelano gli Enigmi.
Nell’ora dei balocchi ho indossato i panni dell’agnello dorato, gelida pelliccia. E tutti gli inverni si sono succeduti e le tempeste ho veduto, e il ghiaccio che trafigge. Così nel freddo del vello mi sto rannicchiato, come forse chi da lontano sa spiare non visto e non interviene e resta cieco narratore, figlio del Sogno.
E quando il tempo dei giocattoli è finito, solo allora ho compreso l’inganno estremo. Sono balzati dalle vele del buio coi denti e coi coltelli e ho offerto le mie carni ai mostri neri e l’ultimo ricordo è un sorriso alle mie urla.
Affondano i coltelli, i piatti passano di mano in mano in attesa e grasso e sangue ribollente di mano in mano gonfia l’aria e le narici si sforzano, si aprono; froge di cavalli in corsa; impazza la corsa dei cavalli a rischio mortali; sforzo insperato disperato, e sangue e sudore grasso di cavalli in lotta.
Adesso che tutti hanno avuto la loro parte, ciò che vi era di divino finirà nel metabolismo della luce e del buio. Si dice che saranno giorni di trepidazione.
Dioniso disperso, il piccolo dio morto, noi piangiamo. Un’attesa che si alimenta nelle luci del ritorno.
E il gioco ricomincia.
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva