CUORE
DI MADRE
di Leonardo Di Giovanni
Francesca era seduta sulla poltrona di vimini intrecciati, proprio davanti
al camino. Il seno scoperto era turgido e gonfio di latte. Al capezzolo
il piccino poppava, con gli occhi chiusi e le manine appoggiate sulla pelle
liscia della madre.
La giovane donna sorrideva e cullava il piccino che succhiava il prezioso
fluido vitale dalle sue mammelle.
“Vita e Amore, piccolo mio” sussurrò dolcemente la giovane mamma
“Questi sono i miei doni….”
Francesca si guardò attorno. Era la casa dei suoi genitori, e lo
era stata anche dei suoi nonni. Il colore amichevole delle pareti, le curve
dolci dei vecchi mobili un po’ fuori moda, il profumo inebriante di casa
vissuta e pulita era radicato profondamente nel suo essere.
“Una donna che diventa madre comprende più profondamente il significato
di avere una casa” mormorò la fanciulla, confidando i suoi pensieri
al fuocherello crepitante. “Anche una vera casa è Amore.” Concluse
con un sorriso felice.
Il piccolo smise di poppare e si ranicchiò con aria soddisfatta
in grembo a sua madre. Francesca si passò un panno morbido sul seno
e alzò la spallina del vestito.
I suoi occhi verdi cambiarono colore e assunsero una tonalità azzurra,
mentre il suo sguardo vagava pensieroso oltre i vetri della finestra.
“Il Sole è scomparso oltre il mare, piccolo mio, e la mamma deve
ancora fare molte cose prima di riposarsi.” Si alzò lentamente e
si avviò per il corridoio. Aprì la porticina sulla sinistra
e adagiò il bimbo nella culla con mano esperta. Rassettò
lentamente il letto, assaporando ogni singolo gesto, poi diede un bacio
sulla gota del bimbo.
“Buonanotte, piccolo mio, possa il Signore dei Sogni esserti amico” disse
in un soffio. Si alzò silenziosamente e uscì, chiudendo piano
piano la porta dietro di sé.
Esitò un attimo, come se ascoltasse una voce lontana che la chiamava.
Scosse la testa lievemente e sorrise di nuovo. Andò in bagno e aprì
il rubinetto della vasca. Per qualche minuto stette a miscelare attentamente
l’acqua calda, affinché il bagno che preparava fosse tiepido ed
accogliente. Quando la vasca fu piena, chiuse entrambi i rubinetti ed osservò
incantata le volute di vapore che salivano dalla superficie dell’acqua.
Allungò la mano verso la mensola e, con gesto morbido, prese un
flacone, lo aprì e rovesciò una piccola cascata di granelli
verdi nell’acqua tiepida.
I granelli si sciolsero con un leggero, complice sfrigolìo.
Francesca si alzò e sciolse i lacci del vestito. Il suo corpo nudo
si vestì del vapore di cui la stanza era satura. Si sciolse i capelli
biondi che scesero ad accarezzarle la nuca e il seno.
Passò la mano sullo specchio appannato e sulla superficie splendente
di gocce multicolori la sua immagine apparve trasfigurata, splendida, lunare.
Francesca si portò un dito sulle labbra e lo mosse lievemente… prima
verso sinistra, poi tornando indietro, e un dolce brivido le scese lungo
la schiena.
“L’incubo è finito” si disse “anzi, non è mai esistito.”
Sogni incredibili, di antichi miti incarnati che stravolgevano la vita
degli Uomini per i loro oscuri scopi e per l’onore di millenarie divinità
scomparse da secoli dalla memoria dei popoli.
Lei aveva fatto parte di quei sogni. Chimere. Follie. Desideri oscuri e
potenti, che lei aveva affrontato……
“Non c’è più nulla che ti può fare del male piccolo
mio, i sogni finiranno presto.”
Ricordava ancora il più terribile….
“Benvenuta, Sorella” le aveva detto. “E’ un compito ingrato ma inevitabile.”
Là, nel sogno delle rovine romane, al Tempio della Concordia, aveva
unito il suo potere a quello degli altri e il Serpente rinato era stato
riportato alla cenere….
Ma insieme al Serpente aveva ucciso un uomo. L’uomo dentro cui il Serpente
si annidava.
Francesca scosse la testa quando le parve di sentire una voce che non era
la sua. “Così sia. C’è Discordia fra me e me e c’è
un solo modo per quietarla, un unico Desiderio da realizzare.”
Francesca guardò radiosa il suo volto di madre felice allo specchio.
“Tua madre tornerà di nuovo innocente, piccino mio, una madre che
potrai ricordare con amore…..” Francesca passò la mano sulla superficie
dello specchio e la sua immagine riflessa sembrò illuminarsi di
una luce ultraterrena, ma erano giochi di fantasia. Gli occhi neri di Francesca
guardarono negli occhi neri del suo riflesso e gli sorrisero.
Lentamente, entrò nella vasca, il contatto con l’acqua fu piacevole
e le strappò un gemito di piacere. Scivolò nell’acqua e i
suoi lunghi capelli si allargarono sulla superficie, mischiandosi alla
schiuma.
Francesca sorrise ancora, un sorriso felice, che sapeva di gioia immensa,
allungò le mani verso la spugna e la sollevò.
Sotto la spugna, la lametta scintillava invitante.
Francesca la prese con la mano sinistra e abbassò lentamente il
polso destro sotto il pelo dell’acqua, poi lo incise profondamente con
la lama. Un alone rossastro si sparse fra la schiuma e i morbidi capelli.
Poi passò la lama nella mano destra e ripeté la stessa operazione
sul polso sinistro.
Esauste, le mani caddero sul fondo della vasca, trasformatasi ormai in
un’orrenda pozza di sangue.
Le gocce che cadevano dal rubinetto sembravano i rintocchi del cuore che
rallentava.
Francesca chiuse gli occhi blu come il mare e sorrise ancora.
“Ora, Aracne, la tua mano non accarezzerà più mio figlio….”
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva